
Un menu. L’hanno messo nero su bianco o, per essere più coerenti, nero su cubo. Non magico come quello di Rubik, non zuccherino come la zolletta del caffè, non gelido come quello che troneggia nel bicchiere. E neppure sfacciato e fuori tempo massimo come una ragazza cubo. È un menu cinetico costruito sulla struttura del Cubo di Yoshimoto, classe 1972: si apre, si chiude, cambia faccia. Un po’ come certa gente dopo il secondo Martini. Una drink list con la vocazione del giocattolo di design e l’ambizione dell’oggetto da collezione. Così si presenta, sostenuta da tanto di piedistallo, la nuova proposta di The Organics Sky Garden, la terrazza panoramica all’ultimo piano dell’Aleph Rome Hotel, Curio Collection by Hilton.
Siamo al tavolo due, a una decina di infradito dalla piscina del lussuoso hotel, sotto un cielo da Vacanze Romane e non lontano da quella via Veneto che fu il regno della Dolce Vita, dei paparazzi e di una fauna notturna che non aveva ancora bisogno di chiamarsi lifestyle. Qui sperimentiamo una verticale destinata a entrare negli annali del tasting: sette drink ispirati ad altrettanti rioni di Roma. Il tratto comune è la bolla, intesa non come perlage da metodo classico, ma come vigore del mixer: la tonica giusta per il distillato giusto, la ginger beer che allunga il sorso, la bitter lemon che dà il ritmo. Drink leggeri, freschi, costruiti per una generazione che frequenta volentieri la sober curiosity, magari senza sposarla per sempre. Una pausa, più che una conversione. Una vacanza romana anche dall’alcol muscolare.
Roma vista dall’alto
Il nuovo format dell’Organics Sky Garden vuole trasformare la terrazza in una sorta di urban jungle sospesa sopra la Capitale, dove il panorama incontra musica, cucina, mixology e socialità contemporanea. L’idea è quella di allontanarsi dai decibel usati come arredamento e dagli orari che trasformano l’aperitivo in una prova di resistenza. Qui i ritmi sono più morbidi, la musica ricercata, l’atmosfera rilassata e la serata può cominciare presto senza per questo sembrare una riunione condominiale. Al centro dell’esperienza c’è Roma. Non quella da fondale cinematografico, anche se il panorama aiuta parecchio, ma una città raccontata attraverso i suoi rioni, i suoi sapori e le sue contraddizioni.
La signature drink list diventa così una piccola mappa sensoriale della Capitale. Ogni cocktail interpreta un quartiere, la sua personalità e le sue atmosfere. E il cubo, girando tra le mani, trasforma la consultazione del menu in un gesto quasi ludico. Per trovare il drink si ruota. Per trovare il prezzo si ruota ancora. Per ritrovare la faccia da cui si era partiti, invece, può servire un’altra consumazione.
Sette rioni, sette highball
Ma ve ne raccontiamo quattro. Il Rione Parione è fresco e mediterraneo. Gin Mare incontra un cordiale di pomodoro e basilico, Mancino Secco e The Organics Tonic Water. Il pomodoro dà profondità, il basilico spinge il drink verso l’orto aromatico, mentre la tonica tiene insieme il racconto senza trasformarlo in un’insalata liquida. Il Rione Trastevere sceglie invece un registro speziato, fruttato, che ricorda la generazione dei rum punch caraibici. Diplomatico Reserva, cordiale all’ananas e cannella e The Organics Ginger Beer costruiscono un highball rotondo, tropicale e vivace. Trastevere, del resto, sa essere popolare, internazionale e leggermente sopra le righe in una botta sola.
Il Rione Campo Marzio viaggia verso latitudini ancora più esotiche. Tequila Herradura, Ancho Reyes Verde, lime, orzata, sale affumicato e The Organics Bitter Lemon. Il risultato è tropicale, agrumato, vegetale e attraversato da una vena affumicata. Un drink che parte da Roma e, dopo un paio di sorsi, potrebbe chiedere il passaporto. Più intenso e aromatico è il Rione Regola, con Altamura Vodka, violetta, lampone e acqua tonica. Il colore e il profilo floreale fanno sentire per qualche istante come una lisergica Alice nel Paese delle Meraviglie. Solo che il Bianconiglio, questa volta, ordina un altro giro.
È un menu composto da una vera panoplia di bollicine. «Mettete le bolle nei vostri cannoni», avrebbe predicato un figlio dei fiori. Ma quella era San Francisco, era il 1967 ed esplodeva l’estate dell’amore. Qui siamo nella Capitale, anno 2026, nell’estate degli highball. Più che figli dei fiori, figli dei sifoni.
Dai rioni ai colli
I nostri anfitrioni sanno bene che non si conquista il pubblico soltanto con il panorama. E nemmeno soltanto con i cocktail, benché sette highball consecutivi costituiscano già un argomento piuttosto persuasivo. A guidare l’esperienza sono Gaetano Cacialli, operations manager dell’Aleph Rome Hotel, e Lorenzo Politano, restaurants and bars manager, nonché membro di spicco dell’Oasis Fun Club italiano. Ma questa è un’altra storia.
La parte gastronomica porta invece la firma dell’executive chef Carmine Buonanno, che costruisce il menu food come un omaggio ai colli di Roma. La proposta comprende bites e piatti da condividere, pensati per accompagnare l’aperitivo e una cena informale con un linguaggio contemporaneo. Il Palatino è raccontato dalla tartare di manzo con senape e capperi e dalla focaccia con prosciutto di Bassiano e burratina Circe. Il Campidoglio prende invece la forma di una frittatina di pasta cacio e pepe oppure di un pan brioche con porchetta al finocchietto e spuma di provola affumicata. Ed è soltanto l’appetizer. Perché Roma, quando comincia a mangiare, raramente si ferma alla prefazione.
Il prezzo gira con il cubo
I cocktail costano tutti 22 euro, cifra coerente con la struttura alberghiera, la posizione, il servizio e il panorama. Anche il prezzo, naturalmente, va cercato facendo ruotare il menu. Una forma elegante per ricordarci che nella vita nulla è davvero nascosto: al massimo si trova sull’altra faccia del cubo. La serata si chiude con la foto di gruppo. Qualcuno intona Wonderwall. «You’re gonna be the one that saves me», si canta insieme. E ci mancherebbe altro: dopo una verticale di sette highball, prima o poi deve pur partire la musica. Quella buona, possibilmente.


