La bar industry in prima linea per rispondere all’emergenza

Dall’Italia alla Francia, dall’Asia all’America, l’industria del beverage e tutta la bar industry reagisce alla pandemia mettendo in campo iniziative di ogni genere: raccolte fondi, donazioni, sinergie tra locali, slanci individuali e idee per ripartire più forti di prima

Elegant asian woman and skyline view of Shangai in Sunset
A Shangai e in altri luoghi in Cina stanno lentamente aprendo bar e ristoranti. Con tutte le precauzioni del caso.

Si prevede una perdita di fatturato di 21 miliardi di euro per i pubblici esercizi italiani. Secondo le proiezioni Fipe, questo significherebbe crisi per oltre 50mila imprese tra bar e ristoranti e la prospettiva di chiusura per il 15% dei locali. Ed è un conteggio parziale perché nei numeri non rientrano le imprese italiane all’estero e i tanti nostri professionisti che lavorano in altri Paesi del mondo. Ma non siamo qui per recitare il de profundis. Tutt’altro. La stessa “crisi” è una parola greca che significa separazione e, per estensione, mutamento repentino, punto di svolta. È giunto il tempo di ricucire le ferite provocate della pandemia Covid-19 e ripartire con nuovo slancio.

Così abbiamo fatto un giro d’orizzonte per indagare, a livello nazionale e internazionale, sia le iniziative messe in campo a sostegno della bar industry, sia le attività di supporto messe in piedi dall’industria del beverage a favore della salute pubblica.

Dalle iniziative strutturate a quelle spontanee

Partiamo dagli Stati Uniti dove la United States Bartenders’ Guild ha attivato la USBG National Charity Foundation, una raccolta fondi e altre forme di sostegno, destinate a supportare persone e imprese del settore.
A Roma, invece, è nata un’iniziativa spontanea che punta a costituire una nuova forma di associazionismo e rappresentanza per i locali. Ce ne ha parlato Patrick Pistolesi del Drink Kong: «La nostra intenzione è fare rete con i colleghi dei locali più in vista di Roma. Tutto è partito da una chat, ma ci siamo resi conto che era necessario rendere tutto più concreto, così ci stiamo muovendo per dare vita a una nuova associazione che meglio ci rappresenti. D’altra parte il nostro è un comparto del turismo che porta a Roma molte presenze». Nell’associazione ci saranno i big, ma le realtà meno strutturate non saranno lasciate indietro: «Il nostro lavoro - conclude Pistolesi - sarà compiuto nell’interesse di tutti. Per esempio, stiamo mettendo a fattor comune le informazioni ogni giorno dai nostri commercialisti e legali».
Sempre a Roma The Race Club ha proposto #timetorace, un’iniziativa che propone prezzi scontati per drink in pre-ordinazione. Li paghi oggi a poco prezzo e li ritirerai un domani quando il locale riaprirà.
Nel frattempo, a Milano il team di [Ca-Ri-Co] sta pensando a un modo per festeggiare insieme il ritorno: un mese di drink e food con il 30% di sconto. Un ticket a tiratura limitata (per solo 100 persone) per uno sconto del 30% su consumazioni illimitate per un mese.
Ancora a Milano continueranno anche le iniziative di sostegno ai locali di #keepmilanoalive, gruppo misto di cocktail aficionados, uniti dalla passione per i cocktail bar.

In Francia invece è partita, su iniziativa di Stéphane Jégo, chef di L’Ami Jean di Parigi, una petizione che ha raccolto più di 100.000 firme in pochi giorni dove chef e barman hanno chiesto al governo di decretare lo stato di catastrofe naturale sanitaria per Covid-19, in modo che le assicurazioni possano risarcirli. Oltralpe, come da noi, il lockdown ha coinvolto tutti i locali, ma la situazione appare per certi versi migliore. «Se non altro perché tutti i contrattualizzati - ci informa Anthony Poncier, inventore e animatore di @lecocktailconnoisseur - ricevono l’80% dello stipendio grazie ai contributi statali».

Creatività a briglia sciolta

«La situazione è comunque grave -continua Poncier - e abbiamo pensato di realizzare un concorso di creatività a sostegno dei bartender. Si chiama #bartendersgetsocialfrance. Proponiamo una sfida sulla loro presenza su Instagram, senza nessun tema specifico, chiediamo solo essere il più creativi possibile. La competizione si svolgerà durante il periodo di contenimento. La giuria sarà composta da un trio di giudici: un influencer internazionale (Le Cocktail Connoisseur), un blogger locale (For Georges) e un marchio a supporto dell’iniziativa (Bombay Sapphire France). Giudicheremo la creatività, la tecnica e l’impatto dei contenuti. I bartender riceveranno premi in denaro grazie al supporto del brand».

Dagli spirit disinfettanti e charity

Dal suo appartamento di Londra anche Simone Caporale ci informa che la famosa distilleria venezuelana Dusa (Destilerías Unidas Sa), produttore di Rum Diplomático e del suo gin super premium Canaïma, ha scelto di convertire parte degli impianti per la produzione di pregiati spirit a quella di alcol etilico, ingrediente indispensabile per la produzione di disinfettanti per le mani.
Lo stesso ha fatto il gruppo Bacardì coinvolgendo sia il suo impianto di produzione a Porto Rico, sia sette stabilimenti dei brand del gruppo: il sito produttivo di Martini a Pessione, Dewar’s in Scozia, Grey Goose in Francia e altri.
Ma Bacardì ha pensato anche ai pesanti risvolti economici legati alla crisi. A questo scopo ha lanciato l’iniziativa #RaiseYourSpirits, finalizzata al supporto di bar e ristoranti messi in difficoltà dalla chiusura forzata, stanziando un budget di 3 milioni di dollari in aiuti finanziari e di altro genere a favore degli addetti del settore.
Le iniziative di charity, fundraising e supporto per la produzione di igienizzanti hanno coinvolto tantissime aziende in Italia.
Realtà come F.lli Branca, Campari, Casoni, Nardini, Ramazzotti, IllVa Saronno e altri hanno prodotto dei disinfettanti.
Castagner ha realizzato lo spray disinfettante alla grappa.
Ancora: Campari, con “spirito solidale” ha donato un milione all’Asst Fatebenefratelli Sacco di Milano.
Coca-Cola è scesa in campo donando 1,3 milioni di euro alla Croce Rossa Italiana.
Nastro Azzurro, con una #birraperdomani, ha lanciato un’iniziativa che punta a raccogliere almeno 500.000 euro, con un contributo iniziale da parte del brand di 250.000 euro, da destinare a locali e pizzerie, attraverso la collaborazione con Fipe.
Tutti i proventi della vendita dello speciale kit di “Engine Oil Inclusive” di Gin Engine sono stati destinati a sostenere la Fondazione Cesvi per l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Come testimonial è sceso in campo, al fianco di Engine, anche Boss Doms, produttore e partner in crime di Achille Lauro. È evidente che tutti, dai grandi ai piccoli produttori, si sono lanciati in una gara di solidarietà senza pari nella nostra storia.

Un biglietto per gli eroi di Silb

Lo stesso mondo dell’intrattenimento ha avviato una gara di solidarietà. L’ha fatto il Silb-Fipe, Associazione Italiana Imprese di Intrattenimento da ballo e di spettacolo, con un appello al popolo della notte, dei concerti e dei grandi eventi formato da centinaia di migliaia di persone lanciando l’iniziativa “Un biglietto per gli eroi”. Una raccolta fondi che parte da una cifra simbolica per ognuno, l’equivalente di un ingresso nei locali o di un aperitivo, da devolvere alla Protezione Civile per fronteggiare l’emergenza.
Nel frattempo gli imprenditori dei locali non sono stati a guardare. Oltre agli esempi fatti all’inizio, si sono organizzati con attività che torneranno utili in prospettiva futura: dalla lavorazione e stoccaggio sottovuoto di materie prime ai programmi interni di formazione a distanza.

La lenta ripresa in Cina

Per il prossimo futuro, potrebbe essere utile fare tesoro di quanto sta succedendo nei Paesi orientali. A partire dalla Cina. China Hotel Association Research Institute, a fine marzo, ha fotografato uno scenario di lenta ripresa su tutti i locali. Si calcola che il 60% di locali (compresi quelli di catena) siano tornati alla piena operatività. I più esposti ai rischi sono le piccole aziende di ristoranti, bar e caffetterie che impiegano circa 200 milioni di persone. Va meglio per i lavoratori di hotel & catering industry che complessivamente impiegano 26 milioni di persone. In linea generale le perdite per il canale si aggirano intorno al 55% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A Shenzen, megalopoli da 13 milioni di abitanti a nord di Hong Kong, i titolari di locali normalmente affollati, lasciano il loro locale per inforcare la bicicletta e fare consegne a domicilio di cibi e bevande. In alcune grandi regioni, come lo Jiangxi e lo Jiangsu, è stato ordinato ai funzionari pubblici di andare a mangiare al ristorante spendendo almeno 100 yuan, 13 euro, nel tentativo di creare un clima di fiducia nel resto della popolazione. Perché, in generale, gli ingressi nei locali cinesi sono molto più limitati di prima: sia nel numero sia nella modalità di accesso. Si entra in piccoli gruppi. Si mantengono le distanze e le mascherine sono sempre indossate o, comunque, a portata di mano. Nei bar più famosi di Shanghai, per esempio, sono state definite precise modalità di ingresso. Se l’ospite proviene da una zona rossa non può entrare. Se viene da una zona arancione può entrare, ma solo dopo la misurazione della temperatura e ulteriori controlli a cura dei titolari dei locali. Se l’ospite è di Shanghai, zona a rischio prossimo allo zero, può entrare senza particolari controlli. Mentre scriviamo, nonostante il rischio di una seconda ondata di contagi, assistiamo al moltiplicarsi in tutta la Cina di iniziative di collaborazione e di sostegno reciproco tra gli stessi titolari di bar, ristoranti e locali di catena. Le maglie si stringono. L’unità fa la forza. Ma c’è un altro problema da affrontare: gli approvvigionamenti. Molti piccoli-medi imprenditori stranieri in Cina lamentano scarsità di materia prima. Qualcosa però inizia muoversi, visto che le navi cargo per la consegna delle merci hanno ricominciato a navigare, a partire già dal 20 marzo dai principali porti del Paese. La Cina riprende il suo mare e, siamo fiduciosi, lo riprenderemo anche noi.

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