Il made in Italy e la stangata americana

L'editoriale del direttore Rossella De Stefano del numero di novembre 2019 di Bargiornale

Rossella De Stefano

Fate spazio nella bottigliera ai liquori italiani: nessun ritorno all’autarchia, piuttosto una volontà di sperimentare che sta contagiando grandi e piccoli produttori e bartender a caccia di botaniche nuove o da riscoprire. Un mercato che negli ultimi quattro anni si è dimostrato dinamico e vivace. A cominciare da amari, fernet e chine.
Stando a

La copertina di Bargiornale di novembre 2019
La copertina di Bargiornale di novembre 2019

i numeri dell’Osservatorio Tracking Grossisti di Iri che pubblichiamo nelle pagine del numero (Bargiornale di novembre 2019, ndr), le vendite della categoria sono cresciute del 12,3% a volume. Con i bar a fare da trampolino di lancio. Unica nota stonata: l’entrata in vigore dei dazi minacciati dal presidente Trump. Dopo aver ricevuto il parere favorevole dell’Arbitrato WTO, l’Office of the United States Trade Representative (Ustr) ha pubblicato la lista finale dei prodotti che saranno soggetti a dazi aggiuntivi pari al 25% del loro valore. E se il vino italiano è salvo,  liquori/amari e cordiali del Belpaese sono stati colpiti pesantemente, con ricadute soprattutto sulle piccole e medie imprese. “Mediamente il 20-30% del fatturato delle aziende del settore liquori - dichiara in una nota stampa Micaela Pallini, presidente Gruppo Spiriti di Federvini - deriva dall’export verso gli Stati Uniti e in alcuni casi può raggiungere il 50%”. I nuovi dazi potrebbero rappresentare quindi una battuta d’arresto per la nostra liquoristica e, ahinoi, una spinta all’italian sounding. E se da un lato occorre mantenere alta l’attenzione e continuare il dialogo con gli Usa, dall’altro ognuno è chiamato a fare il suo per salvaguardare un patrimonio di cui andare fieri.

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