Otto bartender e un mistero

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Cronaca semi-serissima di una serata particolare: Bargiornale ha seguito in esclusiva un blind taste che ha coinvolto otto professionisti della mixology. Il risultato? La riscoperta delle qualità di un distillato ancora poco valorizzato e una riflessione su un'etichetta ingiustamente poco considerata

1. «Aura per il dottor House!»

Questa la capirete solo alla fine.

Intanto, entrano. Sono otto in tutto. Dallo “spirit nerd” alla giovane promessa, dalla signora del locale di ricerca al titolare di un celebrato dive bar, in mezzo qualcuno da bancone di lusso. Otto bartender, quattro donne e quattro uomini. E non sanno che cosa li aspetta stasera.

Invito misterioso, un driver che li prende e li porta da ARCA Milano, zona sud della città, in una sala allestita solo per loro. Luci soffuse nei toni del blu, otto sedute al bancone presidiato da un Franco Tucci Ponti in tenuta sberluccicante da grande occasione (“A Franchetto, me fai pure un po’ Carlo Conti!”, qualcuno lo apostrofa così).

Una degustazione alla cieca che avrà un finale da cardiopalma e che Bargiornale ha potuto seguire in diretta e in esclusiva da una saletta nascosta. Perché dove siedono gli hateful eight della scena cocktail milanese è pieno di telecamere, e i microfoni prendono ogni sussurro. Un bel Grande Fratello, e noi siamo spettatori (senza divano): vediamo e sentiamo tutto, per tutta la serata.

2. Serata ad alta tensione

Serata che prevede, naturalmente, il protagonismo di uno spirit la cui identità è tenuta segreta. Si tenta di confondere le acque con bottiglie diverse e “nude”. Si gigioneggia un po’ prima di far partire lo show. “Io non sono pronto a una gara, è una gara, no vero?”, qualcuno è già sul chi va la. Altri pensano a uno Squid Game 2.0. “Chissà che cosa ci vorranno fare?”, chiede un’altra prima di andare alla toilette un po’ intimorita ma già microfonata, ed ecco che si evoca la scena di Una pallottola spuntata quando il tenente Frank Drebin… cercatela su Youtube, ché qui non è il caso di descriverla.

Ognuno al suo posto. Franco si prende la scena.

Da destra a sinistra, alla mercè dell’ispiratissimo host della serata, ci sono: Agostino Galli de Lacerba, reduce da un piccolo infortunio che lo costringe a usare stampella e tutore; Nicolò Colonnelli, giovane talento di Casa Tobago, in queste settimane preso con la nuova apertura del fratellino Little Tobago; Yuri Gelmini, giardiniere e barman al Surfer’s Garden; Alia Melis, fresca new entry del Ceresio7; Mina Giaconi, bar manager di Brix a Lugano (aprirà a giorni, lei arriva da The Wilde a Milano); Norma Galdamez, del Tusa; Gianluca Tuzzi del Dirty Fellas; Terry Monroe, gran maestra di cerimonie dell’Opera 33.

3. Primo assaggio: un twist sul Gibson

Il twist sul Gibson

Il cocktail di benvenuto è un Gibson. Feticcio da bartender, scelto apposta da quel volpone di Ponti. Una coccola che nasce come “cugino” del Martini Cocktail, ma con cipollina in agrodolce al posto dell’oliva. Il twist proposto qui ha una nota quasi pungente e leggermente amarognola. Responsabilità del vermouth aromatizzato all’alloro. Quello che manca è la «classica nota di gin», segnalano i più attenti. Seguono sussurri, ipotesi, qualcuno fa un nome e cognome.

Alla fine la purezza del distillato usato in questo Gibson dei misteri è rivelatrice: manca la nota del gin perché non è gin, è vodka, signore e signori, e giù mormorii da un lato all’altro del tavolo. Nel gruppo più nerd si parla di risposte palatali riconoscibili, dall’altro spunta una voce dall’accento inconfondibile: «Ma té sei fidanzata?». Questione di priorità.

La ricetta del Gibson

Ingredienti

50 ml vodka

20 ml vermouth italiano dry aromatizzato all’alloro*

*250 ml di vermouth italiano dry infuso con 15 foglie di alloro per 12 ore in luogo buio e fresco

Preparazione

Stir in mixing glass. Servire in bicchiere Nick & Nora. Garnish: cipollina

4. Secondo assaggio: un insolito Harvey Wallbenger

Il twist sull'Harvey Wallbanger

Svelato il contesto, adesso entriamo nel vivo. Ma attenti a non andare a sbattere, come il protagonista della genesi del prossimo cocktail, un Harvey Wallbanger. Dicono (è leggenda mista a geniale operazione di marketing, ma ci piace così) che negli anni ’60 un mixologist sfacciato di un bar californiano servì uno Screwdriver con aggiunta di Galliano (un liquore alla vaniglia) all’avventore - surfista per mancanza di onde - Tom Harvey. Il quale, a seguito della correzione un po’ spinta, uscendo dal locale andò a sbattere… contro un muro. “Harvey che sbatte contro il muro”, la traduzione letterale lo fa sembrare un estratto da uno script di comicità non-sense.

Vodka, succo d’arancia e liquore alla vaniglia è la ricetta originale. «In questo caso – spiega Ponti – c’è un mix pompelmo-lime e un liquore alla vaniglia asiatica, con aggiunta di un pizzico di sale. I palati esperti confermano il tocco delicato della vodka, anche qui: il punto alcolico è molto morbido e neutro, “rimangono” molto anche gli altri ingredienti. Elegante, amabile, avvolgente. Eppure con un buon corpo, piena, come arrivasse non da un solo cereale, ma da un mix.

Con il picchiatello Harvey siamo su un altro livello di complessità rispetto al più snob Gibson, ovviamente. Però il distillato del mistero continua a funzionare. «Se c’è una cosa che ci hanno insegnato gli anni ’90 è che la vodka dove la metti, sta bene». Sentenza.

La ricetta dell’Harvey Wallbanger

Ingredienti

45 ml vodka

15 ml liquore alle foglie di pandan

20 ml succo di pompelmo rosa

10 ml succo di lime

3 drop soluzione salina

Preparazione

Shake. Servire in un tumbler medio con ghiaccio. Garnish: alga nori

5. Ultimi assaggi: Vodka tonic e bevuta neat

Si scivola verso il finale con gli ultimi due assaggi, più semplici (con la tonica e neat), e pure qui c’è la conferma. Cristallina, trasversale, pulita e con una bella spalla aromatica, questa vodka, che a quanto pare si è prestata a diverse proposte di miscelazione senza mai mostrare cedimenti. Su proposta di Terry Monroe viene anche messa alla prova: leggermente riscaldata tra due bicchieri bodega per sprigioni profumi e difetti. «Mi sono divertito a raccontarvi questo percorso – spiega Franco Tucci Ponti – anche perché parliamo tanto di brand e di storie dietro ai prodotti, ma molto spesso non ci fermiamo a riflettere abbastanza sul prodotto. Fare ricerca vuol dire questo, non essere attratti dall’etichetta. Il lavoro del bartender è anche studiare il prodotto per quello che è davvero e usarlo bene, non spinzettare i social per salvare una storiella e replicarla a pappagallo».

«Ci hai un po’ ingannati, ma con questa sequenza di drink ci hai fatto capire da subito che è un prodotto facile da miscelare, con un carattere forte ma versatile e adatto a diversi contesti», spiega Norma. Per Nina la vodka ha mostrato la giusta dose di «limpidezza e purezza», per Alia si è rivelato «uno spirit capace di funzionare dal Martini all’highball, fino a un cocktail con una bella spalla aromatica». Agostino recupera la stampella, ha il mezzo ghigno di quello che la sa lunga, barba brizzolata e distacco cinico da dottor House: «Appartengo a quella generazione che beve tutto e che non ha preconcetti. Il primo drink che ho bevuto in vita mia, a 17 anni, era un Vesper Martini. Mi si aprì la testa».

6. La rivelazione

Il momento è arrivato, la bottiglia è sul bancone coperta da un panno. Tutti schierati, tutti curiosi davvero. Ed eccola lì. È Keglevich.

Grande, grandissimo è lo stupore sotto le luci bluastre.

A squarciagola: «Aura per il dottor House!». Eh sì, forse forse l’acciaccato Agostino ci aveva preso, sin dall’inizio, sottovoce, al primo assaggio.

7. Il progetto KegleVip

La serata riservatissima e particolarissima all'ARCA Milano non è stata solo un blind taste divertente. Per l'occasione, Stock Spirits (organizzatore dell'evento e distributore di Keglevich) ha presentato in anteprima agli otto bartender coinvolti una nuova piattaforma digitale pensate per fare community fra i professionisti della mixology. Si chiama Keglevip ed è una community dove acquisire nuove competenze che vanno oltre quelle tecniche: il sistema prevede delle "missioni" da compiere e dei premi esclusivi come tutorial, masterclass e incontri individuali con esperti di personal branding e di altri temi utili ai bartender iscritti per migliorare la loro immagine professionale.

Intanto, il palato resta lì a ripensare a quella vodka, a cosa ha dimostrato in termini di versatilità e a quanto si sia fatta apprezzare nel gusto. «Abbiamo scelto di metterci in gioco insieme ai bartender con una prova sfidante: assaggiare Keglevich senza etichette, per coglierne l’essenza più autentica», spiega Virginia Barberini, Marketing Manager Keglevich. «Il risultato ci ha confermato la forza del prodotto: una vodka capace di conquistare per equilibrio e versatilità, degna di essere protagonista dietro ogni bancone e in ogni miscelazione. È da qui che ripartiamo, con rinnovata convinzione, nel mondo horeca».

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