
Un’elegante signora scozzese prende un fiore da un cocktail, lo smonta con le dita e inizia ad annusarlo davanti al bartender. Succede in Messico, qualche anno fa. «Disgustosamente», precisa lei ridendo. Quel fiore è un fiore di cacao. E da quella scena un po’ eccentrica, un po’ scientifica e molto Hendrick’s nascerà un nuovo gin. Quando Lesley Gracie ci racconta questa storia al ristorante A’Riccione Terrazza 12 di Milano, durante la presentazione alla stampa di Another Hendrick’s, si capisce subito una cosa: la distillazione, per lei, è un modo di osservare il mondo. Gli odori diventano forme. Le botaniche diventano caratteri umani. E il gin, improvvisamente, svetta oltre i confini del distillato.
Another Hendrick’s è la nuova release permanente di Hendrick's: bottiglia bianca, cacao e fiore d’arancio, l’idea dichiarata di rappresentare il lato opposto dell’Original. Non una semplice variazione, ma quasi un riflesso nello specchio. La domanda inevitabile era capire come si possa mettere mano a un gin che, nel 1999, ha contribuito a cambiare la categoria moderna. Perché Hendrick’s non è stato soltanto un successo commerciale: è stato uno spartiacque culturale. Rosa e cetriolo dentro un gin in un’epoca in cui il distillato sembrava destinato a una lenta pensione britannica fatta di Gin and Tonic tiepidi e nostalgia coloniale. «Charles Gordon mi disse che voleva un gin completamente diverso da tutto ciò che esisteva allora», racconta Gracie. «Eravamo quasi sorpresi da quella richiesta, perché il gin stava persino perdendo popolarità. Ma lui aveva una visione molto chiara».
Quella visione passava dai due alambicchi acquistati decenni prima: un Bennett Still e un Carter-Head Still, due sistemi quasi opposti per filosofia estrattiva. Uno più ricco e profondo. L’altro leggero, aromatico e volatile. «Sapeva che avrebbero prodotto due distillati completamente differenti. Ed è stato mettendoli insieme che è nato Hendrick’s». Poi arrivarono rosa e cetriolo. «Che cosa c’è di più britannico di un roseto e dei cucumber sandwich?», dice sorridendo.
Un gin “velvety”
Ma Another Hendrick’s nasce quasi per mettere in discussione quell’equilibrio. «Probabilmente avete già capito che sono una persona molto seriamente strana», racconta a un certo punto. E il modo in cui descrive il gusto conferma subito la teoria. Gli aromi, nella sua testa, diventano geometrie. Le texture assumono volume. Il palato sembra un esercizio di architettura invisibile. Per anni ha lavorato sul cacao. «Adoro il cioccolato», ammette. «Ma il cacao nel gin tende a dominare tutto. Non lascia spazio». Il problema era trovare profondità senza trasformare il distillato in qualcosa di pesante o prevedibilmente gourmand.

Poi il viaggio in Messico. Quel fiore di cacao infilato in un cocktail. Lei che lo sfila dal bicchiere e lo analizza come un botanico in vacanza. «Dentro c’erano note floreali, cacao, una leggera fruttuosità. E lì ho capito che il cacao aveva bisogno di un fiore per trovare equilibrio». Quel fiore sarà il fiore d’arancio. Non un contrasto, ma un complice. «È ancora Hendrick’s», spiega, «ma visto dal lato opposto dello specchio». E in effetti Another Hendrick’s sembra proprio questo: un riflesso alterato dell’Original. Meno vegetale. Più rotondo. Più tattile.
La parola che torna continuamente durante la conversazione è “velvety”. Vellutato. Ed è probabilmente lì che questo gin trova la sua cifra più interessante. All’assaggio, le note di cacao emergono con discrezione, senza mai sconfinare nel dolce o nel territorio rischioso del “gin al cioccolato”. È piuttosto la texture a sorprendere davvero. Nel Gin Tonic la sensazione sulle labbra richiama quasi quella del burro cacao: morbida, avvolgente, quasi protettiva. Una caratteristica inconsueta per un gin, che però mantiene slancio agrumato, freschezza e bevibilità. Più che un sapore, sembra un modo diverso di occupare il palato. E forse è anche per questo che Hendrick’s ha deciso di renderlo permanente.
Sorprendere con eleganza
Negli anni il brand aveva abituato bartender e appassionati alle release temporanee della Cabinet of Curiosities. Another Hendrick’s invece resterà stabilmente in gamma. «Perché è realmente diverso da tutto quello che c’è sul mercato», dice Gracie. «Ed è qualcosa che apre possibilità nuove». Alla video intervista integrale pubblicata da Bargiornale partecipa anche Charmaine Thio, global brand ambassador del marchio, che aggiunge un passaggio interessante: «Le altre espressioni Hendrick’s amplificavano dimensioni aromatiche già presenti nell’Original. Another Hendrick’s invece è diverso. È quasi l’opposto».
Ed è qui che l’intervista smette di parlare soltanto di gin. Perché quando si chiede cosa cerchi oggi davvero un bartender — flavour, emozione o storytelling — la risposta diventa quasi una fotografia del momento che sta vivendo il mondo della mixology. «Tutte queste cose insieme», dice Thio. «Ma soprattutto nuove possibilità creative». E Gracie annuisce subito dopo: «Quando hai un flavour diverso, permetti ai bartender di fare cose che prima non potevano fare». La sensazione, uscendo da Terrazza 12, è che Another Hendrick’s non voglia essere il gin più estremo del mercato. Né il più tecnico. Né il più gradasso. Vuole essere qualcosa di più difficile da ottenere: riconoscibile. E forse il vero talento di Lesley Gracie sta proprio lì. Nell’aver capito che, nel mondo contemporaneo dei distillati premium, la vera rivoluzione non è più scioccare il consumatore. È riuscire ancora a sorprenderlo con eleganza.


