Home Blog Pagina 57

Il fuori casa inizia il 2025 al rallentatore

cafe bistrot generica
Stima negativa nel 2025 per bar e ristoranti: -1,6% le visite nel fuori casa, con duri colpi ai bar serali e ai diurni. Male aperitivo e dopocena. Tiene solo la cena, specie nei ristoranti di fascia alta. Tornano i turisti, ma a mancare sono i clienti italiani. Le ragioni? Il contesto economico incerto, le nuove preferenze di consumo e un comparto imprenditoriale che fatica ad adattarsi

La prima previsione sul 2025 di bar e ristoranti non è rosea. Si stima una contrazione pari a -1,6% delle visite, stando a quanto ha raccolto TradeLab proiettando su tutto l'anno una tendenza già marcatamente negativa nei primi mesi del 2025. Non sono buone notizie per il fuori casa, complice un inizio d'anno segnato dagli effetti della normativa "alcol & guida" - che ha penalizzato in special modo le occasioni di consumo serali -, il ritorno dell'inflazione a colpire ulteriormente il potere d'acquisto dei consumatori e il rafforzamento della tendenza a mantenere uno stile di vita sano ed equilibrato (per l'82% dei giovani è addirittura questione prioritaria rispetto al desiderio si sicurezza finanziaria e di stabilità lavorativa).

La ricerca di TradeLab è stata presentata durante un evento dedicato al mercato del fuori casa organizzato da Centromarca a Milano ("Consumi fuori casa: industria di marca, dinamiche di mercato e rapporti di filiera", alla presenza di oltre oltre 250 manager delle più importanti aziende che operano nell'away from home), in concomitanza con interventi di Fipe-Confcommercio, Nomisma e Federturismo.

Il ritorno dei turisti, la fuga dei giovani

Il 2024 aveva già mostrato qualche segnale poco incoraggiante: -1,1% di visite sull'anno precedente, con una contrazione tutta sui clienti domestici e numeri positivi riguardo alle visite degli stranieri. In altre parole, nel fuori casa stanno mancando gli italiani e si registra un importante ritorno dei turisti. Se si guarda al confronto tra generazioni, si nota subito che a crescere sono le visite dei Baby Boomers (over 55),: +4,4%. Gen Z e Gen X in calo del 3,1% e del 2,5% rispettivamente, ma a colpire è il dato dei Millennials (i 40enni): -6,9%. I territorio più in difficoltà sono il Nord e le grandi città sopra i 100mila abitanti.

I bar soffrono, aperitivi e notti ancora di più

Nella generale contrazione del mercato 2024, a soffrire di più sono il food delivery (-7,4%), i bar serali (-2,7%), i bar diurni (-1,7%). Ristoranti complessivamente fermi (-0,03%) ma crescono i ristoranti top e le pizzerie, mentre crescono in maniera più netta le catene (+2%).

Importante notare come già a gennaio e febbraio 2025 la normativa "alcol e guida", ossia l'inasprimento delle pene per chi viene fermato alla guida dopo aver assunto alcolici, si sia sommata a un contesto di consumi già difficile, colpendo il dopo-cena e la notte (-15%) e l'aperitivo (-13%). Più contenute le contrazioni di colazione (-3%) e pranzo (-1%), in sostanziale parità la cena (+0,3%). Circa un quarto dei clienti che dichiarano di aver cambiato comportamento in seguito alla normativa ha scelto di ridurre i consumi di bevande alcoliche. La stima di TradeLab dell'impatto sui consumi di alcolici nei locali è di un -14% , quasi pari al mercato del "secondo giro".

Sul 2025 pesano incertezze e nuovi trend di consumo

A portare a una stima negativa (quel -1,6% di cui sopra) sul 2025 concorrono diversi fattori. L'incertezza geopolitica e lo spauracchio dei dazi, unite alla corsa al rialzo di alcune materie prime come il caffè, generano nei consumatori una previsione di ulteriore indebolimento del loro potere di acquisto, peraltro già sceso (-7,9% rispetto al pre-Covid). Decrescita demografica e debole previsione di crescita economica (solo +0,8% del Pil) fanno il resto.

Ci sono poi le specificità del settore. I locali devono adeguarsi ai nuovi consumatori, i Gen Z, che hanno abitudini di frequentazione diverse, priorità diverse e portafogli più piccoli. Ma devono anche continuare a tenersi stretti i Boomers, che hanno maggiore propensione alla spesa e una più alta disponibilità di tempo libero. Come ha sottolineato anche Fipe durante incontro organizzato da Centromarca, in Italia permangono criticità di settore come l'altissima densità imprenditoriale (ci sono 4,5 imprese del fuori casa ogni mille abitanti, in Europa solo Grecia, Spagna, Cipro e Portogallo sono sopra l'Italia), le persistenti difficoltà nella ricerca di personale e la bassa produttività del lavoro in questo comparto (il 41% sotto il valore medio dell'intera economia italiana). Fipe ha anche sottolineato come i prezzi al consumo nella ristorazione siano cresciuti meno dell'indice generale dei prezzi dal 2021 al 2024 (generale +15,4%, fuori casa +14,6%). Insomma, c'è molto da fare per recuperare, e se da un lato serve che i gestori ripensino bene ogni pezzo del loro business focalizzandosi sul cliente e sulle sue esigenze, dall'altro ci sono questioni più macro che dovrebbero trovare risposte di sistema più strutturate.

Cresce il gradimento per le bevande a base di avena

Avena ideale per le bevande di caffetteria a base latte
Una ricerca di YouGov evidenzia la preferenza d’acquisto di bevande, cereali e snack a base di avena; una tendenza da sfruttare al bar.

Quello delle bevande vegetali è un mercato decisamente vitale nel canale bar, dove il cliente richiede un’offerta diversificata e salutare, in linea con le sue preferenze d’acquisto per il consumo casalingo. Qui, sottolinea un’indagine del gruppo di ricerca e analisi dei dati YouGov, la preferenza di bevande di cereali a base di avena si conferma un trend di lungo periodo, in crescita continua.

Per il barista è dunque importante non farsene trovare sprovvisti sia per la realizzazione di bevande tradizionali - in primo luogo il cappuccino - sia per colazioni più complete. Sono infatti prodotti a base di avena anche le barrette, gli snack e ricette come il porridge o il muesli, le cui proprietà nutrizionali rendono un vero superfood, indicato non solo per gli sportivi, per i quali è un alimento ottimale in quanto ricco di carboidrati complessi e perché fornisce un rilascio costante di energia, ma anche perché favorisce il processo digestivo e aiuta a mantenere stabili i livelli di colesterolo e di zucchero nel sangue. Quest’ultimo è un particolare importante per il 42% degli italiani che considera dannosi per la salute i cibi con un alto contenuto di zuccheri (bevande zuccherate ed energy drink). 

Per quanto riguarda la geolocalizzazione degli acquirenti, l’indice di acquisto risulta sopra la media nel Nord Italia, soprattutto nel Nord Est, mentre il Centro-Sud è sotto la media. Lo preferiscono soprattutto famiglie con un responsabile acquisti di età media tra i 35  i 64 anni e senza bambini; target interessante e potenziale è quello dei nuclei più giovani. 

La crescita dell’avena, osserva Paola Bonassoli, multinational client cluster lead di YouGov, «può anche inserirsi in un contesto di crescita dei prodotti ad alto contenuto proteico che, partiti praticamente da zero pochi anni fa, raggiungono quasi il 60% delle famiglie italiane. I consumatori di questi prodotti, similmente ai consumatori di avena, sono giovani - soprattutto maschi - alla ricerca di prodotti che aiutino la performance sportiva e anche donne di età media-adulta maggiormente interessate al controllo della linea». 

Come si usa in caffetteria. Le tecniche di montatura di una bevanda a base avena sono analoghe a quelle del latte vaccino; la fase più delicata è la successiva, in cui si ha più rapidamente una separazione tra bevanda e crema. Per questo bisogna calibrare con attenzione il sincronismo tra l’erogazione dell’espresso e il montaggio, avendo cura di servire rapidamente la preparazione. È poi importante disporre di lattiere dedicate alle bevande vegetali, per dare sicurezza a chi soffre di intolleranze, ad esempio al lattosio. Si possono utilizzare contenitori di colori diversi, ognuno dedicato a una bevanda, oppure delle fascette da porre sul manico, che di nuovo con il colore o con il nome del contenuto guidano al corretto utilizzo. Anche le lance dovranno essere dedicate: una al latte vaccino, la seconda alle bevande vegetali, da flussare e pulire con un panno a ogni utilizzo. Metabolizzate queste poche ma importantissime attenzioni, non resta che mettere in moto la fantasia con preparazioni che piacciono, stupiscono e fanno cassetto. 

Bird, il nuovo che avanza nella Copenaghen del bar

Bird
Un listening bar che combina ricerca approfondita e atmosfera da party casalingo. L’esordio nei 50 Best? «Piuttosto pensiamo agli ospiti…»

A collegare Copenaghen con l’universo dell’ospitalità, è facile venga in mente la rivoluzione operata da Renée Redzepi con il suo NOMA o la travolgente (e lunghissima) esperienza di Alchemist. Ristoranti che hanno fatto la storia, ma di cocktail bar che abbiano oltrepassato i confini nazionali si conosce ben poco (lo splendido salotto di Ruby è forse il più noto a livello internazionale, l’apripista era stato il K-Bar di Kirsten Holm), e si finisce con il perdersi insegne di assoluto livello.

Friedriksberg è zona di localini e stradine che si incontrano in blocchi ordinati: Bird si trova qui, all’angolo di un vialone carrabile che sparisce al chiudersi della porta insonorizzata. Søren Thor Jørgensen e Peter Altenburg, vent’anni di amicizia e poco meno di carriera nel bartending locale (Peter aveva aperto il suo primo bar nel 2003) guidano questo avamposto di qualità essenziale dal 2021: idea minimale e concreta, «creare un ponte tra grande musica e bere immenso, ma casual». Hai detto niente, anche considerando come «la scena di Copenhagen si sta rispolverando dopo un lunghissimo periodo di stanca in cui il settore bar sembrava dedicarsi molto più a se stesso che non agli ospiti».

Tra musica di qualità e grandi cocktail

Altenburg descrive la sua co-creatura così: «Un bar di quartiere che spinge su musica di qualità, intensità organolettiche e un’atmosfera arricchita dalla acustica migliore possibile». È d’altronde una delle chiavi del successo che i cosiddetti listening bar stanno sperimentando negli ultimi tempi: non una formula chissà quanto complessa, «non è una questione di trend o tendenze di consumo. I listening bar hanno successo perché ripropongono tutte le caratteristiche di una festa a casa di amici: tracce gestite da mani esperte, un’acustica di qualità e al tempo stesso non coprente e uno staff amichevole. Almeno il più delle volte…».

 

Per i nerd dell’argomento: casse costruite a mano da Arda Audio con pre-amplificatore su misura, rotary mixer della berlinese Resør, piatti Technic’s SL1210 MK2. Vinili in collezione? «Non lo sappiamo, ma non è importante, non è solo per la musica che si viene qui». Il menu di Bird cambia infatti con cadenza mensile, integrandosi perfettamente «e intelligentemente» con gli interni che più scandinavi non si potrebbe, fatti di legno e acciaio, nessuna curva, nessuno spazio inutile: «Realizziamo in pre-batch tutti i nostri drink prima del servizio, perché insistiamo su precisione, costanza e velocità, al tempo stesso spingendo sui big flavours, combinazioni di sapori e aromi particolari». Un approccio minimalistico anche a ingredienti, garnish (quasi inesistenti) e bicchieri, diretto, chiaro e soprattutto vincente.

Focus sull’esperienza degli ospiti  

Le ricette in carta, che si trovano disponibili anche in versione Rtd sia al locale che sul sito internet di Bird - superbo l’Umeshu Martini, tagliente e pulitissimo, e di grande impatto anche il Negroni de Fleur, twist sul classico con fiore di gelsomino - derivano tutte da un accuratissimo lavoro che si svolge in una stanza sul retro del locale, regno di un membro dello staff assunto con questa esclusiva e specifica mansione, cui si aggiungono due bartender che a turno si dedicano alla sperimentazione e alla costruzione di nuove combinazioni di ingredienti.

Risultato: esordio nella selezione pre-gotha dei 50 Best, al 77esimo posto durante la scorsa edizione. Cosa che comunque frega il giusto: «Siamo contenti che all’organizzazione piaccia quello che stiamo facendo, ma la nostra sostenibilità, sia organica che finanziaria, si basa sul creare un’atmosfera strepitosa per l’esperienza degli ospiti; non certo sulla guerriglia politica che troppo spesso questo tipo di competizione finisce per essere».

Fede Cocktail Lab: la nuova apertura a Firenze mette al centro il laboratorio

Con la drink list ispirata a un manuale alchemico, il nuovo indirizzo fiorentino all’interno dell’hotel Balestri, racconta la trasformazione della materia

È il caso di partire dalla domanda: “chi è Fede?”. Era una donna visionaria, si chiamava proprio così, non è l’abbreviazione, bensì il vero nome di Fede Balestri Wittum: «Una donna emancipata, che ha avuto il coraggio, per il suo tempo, di essere la prima in città a divorziare, ma anche a prendere la patente di guida e quella di volo. Ci è capitato per le mani un suo quadro e abbiamo subito pensato che fosse un segno, così abbiamo dedicato a lei il bar», racconta Simone Covan, corporate bar manager, che cura la linea di tutto il gruppo Santa Cocktail Club e del nuovo locale fiorentino Fede Cocktail Lab.

In comune, queste imprese hanno l’impostazione di essere tutti bar d’hotel (Santa ha due sedi a Firenze, una a Roma e una a Venezia) del gruppo Wtb, acronimo di Why the best. In questo caso il Fede Cocktail Lab è all’interno dell’Hotel Balestri, un boutique hotel a quattro stelle dalla posizione invidiabile, affacciato sull’Arno, a pochi passi da Ponte Vecchio e dalla Galleria degli Uffizi. Cinquanta camere di cui alcune con esclusiva terrazza panoramica privata sul fiume. Inoltre, Santa e Fede sono legati a doppio filo, dal momento che il nuovo indirizzo farà da laboratorio centralizzato per tutte le preparazioni più complesse del gruppo. «C’è stato un investimento importante su questo laboratorio – spiega Covan – dove troviamo tutte le macchine più all’avanguardia, dal rotavapor alle centrifughe e ai distillatori. Non solo, ci teniamo talmente tanto a questo laboratorio che abbiamo deciso di metterlo in vetrina, dando la possibilità al pubblico di spiare dentro per scoprire come funziona la macchina. Un po’ come si fa con le cucine a vista». È qui che si preparano i pre-batch dei locali fiorentini e nel caso degli indirizzi più lontani, quelli di Roma e Venezia, la parte dei distillati che viaggerà.

Stessa carta del Santa? No, risponde Covan, per evitare un autogol, facendosi concorrenza interna. Con il resident bar manager Francesco Salerno e con il food&beverage manager del gruppo, Simone Ulivi, hanno studiato una carta ispirata alla trasformazione degli elementi. «È un menu strutturato come un manuale alchemico – spiega Covan – in cui sono protagonisti i quattro elementi principali: acqua, aria, terra e fuoco. Studiando un manuale alchemico ci siamo accorti che è incentrato sulla trasformazione della materia, che può concretizzarsi in una trasmutazione complessa, come un twist on classic, ma anche nella ricerca della quintessenza di un ingrediente». Con l’aiuto del laboratorio, quindi, si procede allo studio della tecnica più adeguata a tirar fuori il meglio da un singolo ingrediente, che diventa protagonista e che al massimo si unisce ad altri per esaltarlo. «Se al Santa abbiamo fra i best seller il nostro Asparagini, che è un Martini ridistillato agli asparagi, fra i drink del Fede ci aspettiamo grandi cose dal Porcini, che è sempre un Martini, in cui il protagonista è il fungo porcino, che andiamo a esaltare con la maggiorana, in questo caso facendo riferimento a un ricordo di un abbinamento classico della cucina», chiarisce Covan. I cocktail hanno un costo medio di 18€ e il target di riferimento è un pubblico consapevole. «Santa in questi anni è riuscito a diventare un punto di riferimento per i fiorentini, che tornano ciclicamente a bere da noi, tanto che abbiamo un pubblico composto all’80% da locals. Nel caso di Fede, che è in posizione più turistica, ci aspettiamo un 50-50, ma comunque speriamo di attirare un pubblico cittadino».

Nel successo del Santa ha certamente fatto la sua parte anche la proposta food, che come spiega Covan ha un concept che verrà riproposto anche da Fede. «Non possiamo prescindere dall’aspetto cucina, anche perché offrire il giusto accompagnamento food è l’unico modo per accogliere il cliente nell’arco di tutta la serata. L’impostazione è la stessa, con piatti da condividere, fra tapas e prodotti selezionati per sostenere la bevuta». Bere e mangiare, quindi, possibilmente appoggiati al bancone, in modo da scambiare due chiacchiere con i barman: «Oltre al laboratorio, è il fulcro del progetto. Agli architetti dello studio Benaim, che ha curato il design, insieme ad Albert Dallago, project manager del gruppo, abbiamo chiesto che il bancone lungo, fosse uno spazio comodo, profondo, su cui avere spazio non solo per bere, ma anche per mangiare».

Sette miti da sfatare sul vermouth: intervista a Giorgio Bargiani e Leonardo Leuci

negroni_generico
Due super esperti dicono la loro su quello che serve per portare il vermouth a nuove grandezze di utilizzo e conoscenza. Il caso del Salone del Vermouth

C’è vermouth e vermouth, questo è ormai (per fortuna) chiaro. Un prodotto storico e identitario per il territorio italiano, piemontese nello specifico, grazie alla denominazione di Vermouth di Torino Igp ottenuta lo scorso anno, che oggi più che mai è protagonista assoluto in miscelazione, grazie alle sue varianti che possono incontrare il favore della fantasia dei bartender e dei desideri dei consumatori. Ciononostante, rimangono alcuni paletti che proprio gli operatori del settore hanno costruito negli anni e paradossalmente costringono il vermouth a lottare più del dovuto per poter affermare il proprio vero valore.
Ci pensano allora Giorgio Bargiani, Assistant Director of Mixology al Connaught Bar di Londra e volto di Bottega Cinzano, presentato nelle nuove vesti all’ultimo Salone del Vermouth, e Leonardo Leuci, patron del Jerry Thomas Project di Roma e creatore di Vermouth Del Professore, a sfatare alcuni dei miti più duri a morire.

1) Il vermouth va usato soltanto nelle ricette da aperitivo

C’è molto di più. «I cocktail di scuola americana - secondo Bargiani - sono divenuti celebri, e poi tornati in auge, grazie al vermouth: e sono storicamente drink dal tenore alcolico sostenuto, da consumare in altri momenti della giornata che non siano in aperitivo. Il vermouth è previsto inoltre nella miscelazione asiatica, ha somiglianze con prodotti storici greci, insomma ha una versatilità che per ciascuna coordinata geografica lo vede utilizzato in diverse occasioni di consumo».

2) Il vermouth non può essere shakerato

La shakerata è uno dei tabù più duri a morire, ma Leuci la pensa diversamente: «È parte di una sorta di codice che i bartender si sono dati a partire dagli anni '50/'60. Eppure numerosi testi del pre-proibizionismo riportano cocktail con il vermouth, anche in quantità importanti, che vengono shakerati. C’è addirittura il vermut batido in alcuni libri cubani, perché l’estetica era un aspetto secondario, per cui l’eventuale aspetto opaco del risultato non veniva troppo considerato. E d’altronde è così che dovrebbe essere: se shakero un drink con vermouth o un vermouth da solo, e ottengo un buon risultato, perché no? Nulla è scritto nella pietra».

3) Il vermouth non funziona nella miscelazione Tiki

«È vero che Don the Beachcomber non sedeva su barili di vermouth - racconta Bargiani - ma ci sono evidenze storiche del suo utilizzo in miscelazione tropicale, anche a cavallo tra anni Settanta e Ottanta. E non è solo una questione storica: nel Tiki si trova un importante uso di bitters, intesi come bitter aromatici versati in piccole quantità, che in una rivisitazione possono essere sostituiti dal vermouth, con le sue espressioni dolci, secche». E poi una provocazione: perché non provare a lavorare per un Italian Tiki, usando il vermouth come ingrediente principale?

4) Il vermouth ha rilevanza soltanto nella cultura italiana

Come racconta Leuci, «il vermouth è la chiave di volta nell’evoluzione dei cocktail per come li conosciamo oggi. Prima del suo avvento, il cocktail era una categoria minore, poco profonda e poco fantasiosa. La complessità del vermouth aprì un nuovo mondo, sia in Usa che altrove, e dal 1860 consolidò un ruolo fondamentale. Era già un prodotto consumato liscio, all’italiana, in centro-sud America, in Spagna, in Germania, addirittura in Inghilterra. È il prodotto italiano che forse per primo nell’eno-liquoristica, ha esportato il concetto di italianità e aperitivo nel mondo». Arrivando quindi a entrare nel panorama di abitudini di più culture.

5) Il vermouth non lavora bene con la frutta

Falsissimo. «Già solo le strutture di tipologie di cocktail storici, come Mint Julep, Cobbler, Smash dimostrano il contrario - ricorda Bargiani -. E abbinamenti di vermouth dolce con frutti di bosco e ciliegie, oppure dry vermouth con agrumi, albicocca, pesca, sono potenti e molto più interessanti di quanto si potrebbe pensare».

6) Il vermouth è utile solo nei classici

Basta guardare un po’ più in là per scoprire che non è così. «Se si guarda all’Argentina - spiega Leuci - si trovano numerosissimi abbinamenti con i sodati o i succhi che funzionano benissimo. Specialmente con l’implementazione di tecniche moderne, il vermouth non può essere relegato a un solo tipo di utilizzo, perché la sua versatilità lo porta a essere protagonista addirittura anche nel pairing: con formaggi e dolci funziona meglio di molti vini, nella sua versione dry va splendidamente con le ostriche. È duttile e offre possibilità di esplorare opportunità in più campi, che siano in miscelazione o gastronomia».

7) Il vermouth rimane un prodotto di nicchia per bartender

La seconda edizione del Salone del Vermouth, a Torino lo scorso febbraio, racconta tutt’altro. Cinquemila ingressi in due giorni, mille bottiglie vendute e un denso programma di talk e incontri divulgativi spalmati in entrambe le giornate, a testimonianza di un interesse crescente per il prodotto soprattutto tra i consumatori. C’è enorme margine per portare la conoscenza il consumo del vermouth a grandezze inesplorate, a patto che l’industria del bar comprenda il lavoro che serve per avvicinare soprattutto le nuove generazioni di bevitori, rinunciando al tecnicismo e spingendo invece sulla storicità, la qualità e la versatilità di un prodotto italiano fin nell’ultima erba aromatica.

The White Lotus Bar rinnova l’ospitalità siciliana in chiave contemporanea

The White Lotus Bar
È un tributo all’omonima serie televisiva il temporary aperto, fino al 28 aprile, all’interno del San Domenico Palace di Taormina. Con una drink list dedicata, creata dal bar manager Juri Romano

Chiunque abbia seguito la seconda stagione di The White Lotus ha impresso nella memoria il fascino senza tempo del San Domenico Palace di Taormina. Oggi, quel sogno televisivo diventa esperienza reale con l’apertura del The White Lotus Bar, un temporary bar esclusivo che fino 28 aprile accoglierà gli ospiti nel suggestivo Bar & Chiostro dell’hotel. Un tributo alla serie, certo, ma anche alla grande ospitalità siciliana che si rinnova in chiave contemporanea. Il concept è chiaro: omaggiare i luoghi iconici della serie attraverso una cocktail list d’autore.

The Pineapple Suite, dedicato a Maui, mescola tequila Don Julio Blanco con succo di ananas, lime, Coco Lopez, Turbinado e Ube. The Lotus, simbolo di Taormina, esprime il carattere mediterraneo con Tanqueray Gin, liquore alla pesca e vino bianco infuso di gelsomino. Infine, Coconut Paradise, ispirato a Koh Samui, avvolge il palato con Ketel One Vodka, Pandan Lemongrass Cordial e scaglie di cocco. Creazioni raffinate e ragionate, firmate dal bar manager Juri Romano, che non è solo l’anima del progetto, ma anche un volto noto per i fan: la sua presenza discreta ha arricchito alcune scene della serie.

Il richiamo della Sicilia

Dietro ogni grande cocktail c'è una storia, e quella di Juri Romano parte dalla sua Sicilia, tra i locali della costa e le prime esperienze nel lusso, passando per i grandi albergi siciliani. Londra lo ha poi trasformato: sette anni intensi tra il Baglioni Hotel, il Northall Bar del Corinthia Hotel e il Bankside Marriott Autograph Collection, dove ha firmato la sua prima cocktail list. Ma il richiamo dell’isola è stato più forte e il San Domenico Palace ha rappresentato il ritorno perfetto. Oggi, con la sua visione, guida il Bar & Chiostro, fresco del terzo posto ai Barwards 2024 come Bar d’albergo dell’anno, ma anche il cocktail bar di Anciovi, il ristorante a bordo piscina che reinterpreta la freschezza del luogo con cocktail low alcohol.

Ad accompagnare i drink, una selezione di tapas curate dall’executive chef Massimo Mantarro, tra sapori mediterranei e richiami esotici. L’esperienza si completa con il piano bar serale, dove note di classici italiani avvolgono l’atmosfera, e un tocco di mistero con una cartomante che legge i tarocchi, riprendendo una tradizione siciliana che affonda le radici nel tempo.

Lusso raffinato e discreto

Il San Domenico Palace è una delle più iconiche destinazioni di Taormina. Nato come convento domenicano nel XIV secolo, si è trasformato in hotel già alla fine dell’Ottocento, accogliendo nel tempo ospiti illustri del calibro di Oscar Wilde, Audrey Hepburn ed Elizabeth Taylor. Dopo una chiusura di tre anni, nel 2020 è entrato a far parte della famiglia Four Seasons, che ne ha esaltato l’anima storica attraverso un lusso raffinato e discreto.

Oltre al Bar & Chiostro, la struttura offre il ristorante Principe Cerami, ristorante di fine dining una stella Michelin, Anciovi (acciuga in siciliano, ndr.), a bordo piscina e da quest’anno anche la riapertura di Rosso, con la sua cucina italiana contemporanea. Per chiunque abbia sognato di vivere, anche solo per una sera, la magia di The White Lotus Bar, questo è il momento perfetto per farlo.

 

Da Linfa a Battipaglia, la drink list dedicata alle menti rivoluzionarie

Si intitola "Tutt' scienziat'" ed è un viaggio interattivo nelle menti più geniali della storia, rappresentate da vere e proprie esperienze in 3D

Il cocktail bar che non ti aspetti, alla periferia di Battipaglia, provincia agricola di Salerno. Recentemente ribattezzato Linfa, per distinguerlo dall’attiguo ristorante Le Radici, il lounge dell’Hotel Commercio di Battipaglia è una delle costole di un'impresa che trae dalla ricchezza della Piana del Sele la sua linfa, appunto. La proprietà è, infatti, fra le principali famiglie che producono quarta gamma in Italia e, andando in cima all’hotel, si può apprezzare la distesa di serre che fa parte delle loro proprietà (200 ettari, per lo più dedicati a insalate). Ma rimaniamo al piano terra, per scoprire la lounge in cui si muovono il bar manager Giovanni Curcio, per gli amici Johnny (31 anni), e il food and beverage manager Ivan Mendana Fernandez (34 anni), peraltro fra i migliori sommelier della Campania, che al servizio di lounge e ristorante ha messo su anche una cantina da 1.400 referenze.

Da sinistra, il bar manager Giovanni Curcio e il food&beverage director Ivan Mendana Fernandez

Una squadra giovane e appassionata, che da mesi era al lavoro sulla nuova drink list, che parte da un modo di dire campano “tutt’ scienziat’”, che tradotto letteralmente è “tutti scienziati”, ma che in senso figurato prende un po’ in giro il tuttologo che crede di sapere e non sa nulla. In questo caso, però, il focus è sugli scienziati, quelli veri, quelli rivoluzionari, ai quali sono dedicati i drink: da Marie Curie a Nikola Tesla, passando per Niccolò Copernico e Leonardo Da Vinci, fino ad arrivare ad Archimede, ai fratelli Montgolfier e a Isaac Newton. «La nuova drink list è incentrata sui geni che hanno fatto la storia dell’umanità - racconta Fernandez -: siamo andati a studiarli uno per uno, cercando di comprendere cosa preferiva ciascuno, e anche il bicchiere o il supporto su cui si appoggia avrà un riferimento alle loro imprese scientifiche». Per Tesla, per esempio, il drink si appoggia a una lampada prototipo a impulsi elettromagnetici, fatta fare in esclusiva da una vetreria (la 3D Vault), con una bobina Tesla all’interno. Copernico, invece, vede un bicchiere al centro di un modellino di costellazione, con i pianeti che girano intorno al drink. Marie Curie è un drink fosforescente, con base a forma di barile radioattivo. «La nostra idea di partenza era di giocare sulle scoperte scientifiche, con l’obiettivo di far divertire il cliente con bicchieri interattivi», aggiunge Ivan Mendana Fernandez.

Ma cosa si trova in questi bicchieri prototipo? Nei drink sono molto i richiami alla linfa di cui si parlava all’inizio. Il Marie Curie per esempio è un mix di vodka e una soda home made “radioattiva” realizzata con i prodotti della piana, fra cui il Lattughino bio, che fa parte delle produzioni dell’azienda di famiglia, che su 200 ettari complessivi ne ha riservati 80 alle coltivazioni in biologico.

Uno dei due best-seller, che rimangono in carta indipendentemente dalla lista dedicata agli scienziati, è ‘O padron e cas’, un drink in cui è protagonista la rucola, uno altro dei principali prodotti dell’azienda.

Tutti i drink signature sono proposti a 12 euro e volendo si possono accompagnare con una selezione food di accompagnamento, che arrivano dalle cucine del Radici. Oppure si può decidere di proseguire l’esperienza al ristorante Radici.

Si fa sfogliare volentieri la cocktail list, con illustrazioni che raccontano il processo di realizzazione di ciascun drink, con una chiara descrizione degli stessi, che comprende, oltre agli ingredienti, i principali flavor in cui si possono incasellare i miscelati, nonché un rating da uno a cinque "pallini" del grado alcolico. Seguono due descrizioni, una storico-scientifica, sul personaggio a cui è dedicato il drink, l'altra personale del bartender, che ci spiega il motivo per cui ha immaginato che gli ingredienti scelti potessero rappresentare quella mente straordinaria in particolare.

Un esempio, il Leonardo Da Vinci, che è semplificato come un mix di "tonica vitruviana" e acquavite al miele, è così descritto: «Ispirata al genio universale di Leonardo da Vinci, la tonica vitruviana fonde arte e scienza in omaggio a una delle più grandi menti di tutti i tempi. Come l'Uomo Vitruviano, perfettamente inscritto nel cerchio e nel quadrato, la tonica home made al legno di limone bruciato, con le sue note tonde e affumicate, evoca l'ardore di Leonardo per l'alchimia e la trasformazione. L'Acquavite di miele di castagno, dolce e intensa, celebra la terra, le radici, l'amore per la natura, riflettendo l'abilità di Leonardo nel mescolare scienza e bellezza».

“In che senso?”: la nuova drink list del Simbiosi di Palagianello è un inno all’inclusione

Video in Lis per descrivere i drink e dettagli in Braille sui sottobicchieri: una cocktail list che è un percorso nei cinque sensi aperto a tutti

Lo sapevate che il segno che in Lis (Lingua italiana dei segni) descrive un cocktail è una veloce shakerata con uno shaker immaginario? Potrete scoprire questa ed altre parole legate al mondo dei cocktail nei video realizzati in occasione dell'uscita della nuova drink list del Simbiosi di Palagianello, in provincia di Taranto.
Intitolata "In che senso?", la nuova lista dei signature del locale guidato da Giovanni Miola, vuole essere un'esperienza inclusiva e multisensoriale. Dettagli in Braille sui sottobicchieri, video in Lis (Lingua italiana dei segni) per descrivere i signature della nuova drink list, in un innovativo omaggio alla diversità, Miola e compagnia esplorano i cinque sensi con i loro cocktail basati su altrettanti sapori principali.

I cocktail stimolano alla degustazione, a modificare il drink con un ultimo tocco e a vivere l'esperienza, magari imparando qualcosa di nuovo dopo aver visto i video che descrivono i drink in Lis. «Abbiamo pensato questa drink list per abbattere le barriere e celebrare la bellezza della diversità, andando oltre il semplice concetto di cocktail», dice Miola.

Un percorso nei cinque sensi che coinvolge il Gusto, l'Olfatto, l'Udito, il Tatto e la Vista, che sono i nomi dei nuovi drink. Se Gusto è un cocktail umami e amaricante, che parte da una vodka infusa ai funghi porcini mixata con bitter e vermouth, Tatto è uno sfizio dolce e dissetante, in cui un Bourbon al mou incontra la mela annurca, il limone e la soda allo zenzero. Udito è affumicato e speziato, grazie alle note del mezcal e di Ancho Reyes che dà la nota piccante: in questo caso il gioco è di abbattere con un martelletto un cristallo edibile, in modo da apprezzarne il "crush". Olfatto è immancabilmente un cocktail profumato, nonché frizzante, che mescola un rum ai fichi con un tocco vinoso e una spruzzata finale di abete rosso nebulizzato a rinfrescare il tutto. Vista è, infine, fruttato e fresco, è un incontro di tonalità, in cui il gin incontra la frutta e ingredienti che danno colore come la spirulina e la mora: che nuance verrà fuori?

Armando Palmieri: «Con la condivisione conquistiamo i giovani talenti»

Il pasticcere e responsabile del progetto Ampi Giovani fa un bilancio dell'iniziativa dopo il primo biennio e rilancia: la buona pasticceria non è fatta di segreti, ma di regole e conoscenze da condividere. Con questo mood è stato impostato il secondo ciclo di "recruiting" delle nuove leve

La buona pasticceria non è fatta di segreti, ma di regole e conoscenze da condividere. È il pensiero di Armando Palmieri, nome di punta della pasticceria nazionale e coordinatore di Ampi Giovani, il progetto dedicato alle nuove leve della pasticceria italiana di Ampi, l’Accademia Maestri Pasticceri Italiani. E proprio la condivisione delle conoscenze è alla base dell’iniziativa, che offre ai giovani dai 18 ai 30 anni che si affacciano alla professione l’opportunità di prendere parte a un percorso formativo di alto livello, della durata di due anni, partecipando attivamente alla vita dell’Accademia, affiancando i maestri nei loro laboratori e di instaurare rapporti con le aziende partner.

Nell’intervista ad Andrea Mongilardi, vicedirettore di Bargiornale, al Sigep, Palmieri traccia un bilancio del primo biennio, appena conclusosi (proprio in occasione della manifestazione sono stati presentati i giovani pasticceri selezionati per il nuovo ciclo), soffermandosi anche sull’importanza per chi si avvia all’arte della pasticceria di poter attingere al bagaglio conoscenze e di esperienze fi affermati maestri per coltivare il proprio talento.

Roma Bar Show annuncia il primo Buyers Program internazionale

Roma Bar Show 2024 RBS_PalazzoCongressi
Fofi: «Un progetto di incoming importante per aziende italiane medio-piccole che hanno la volontà di confrontarsi e affermarsi anche nei mercati esteri»

Mancano poco più di due mesi all'inizio di Roma Bar Show, la manifestazione dedicata alla miscelazione che quest'anno giunge alle quinta edizione. In attesa che aprano le porte del Palazzo dei Congressi di Roma (26 e 27 maggio), Roma Bar Show, Ice - Agenzia e Fiere di Parma annunciano il primo Buyers Program internazionale: un programma strategico pensato per facilitare le connessioni di valore con importatori, distributori e decision-maker del settore on-trade provenienti da tutto il mondo. «Un progetto di incoming importante, soprattutto per quelle aziende italiane medio-piccole che hanno la volontà di confrontarsi e affermarsi anche nei mercati esteri, che possono usare Roma Bar Show come piattaforma di congiunzione proprio con questi ultimi», commenta Andrea Fofi, ceo di Roma Bar Show. Obiettivo: aprire a queste aziende le porte a nuove partnership e accordi commerciali di successo, per supportare l'eccellenza italiana nel mondo e accrescerne la visibilità.

«L’Rbs Buyers Program segna per il bar show un momento importante per la manifestazione - continua Fofi -, specialmente in virtù degli importanti cambiamenti che si appresta ad affrontare da qui ai prossimi anni, grazie all’ingresso di Fiere di Parma nel nostro capitale sociale (ne abbiamo parlato qui, ndr). La selezione dei buyer e dei paesi di provenienza si è basata sull’esperienza maturata in questi anni da noi soci che, anche in qualità di brand owner, abbiamo avuto la possibilità e necessità di viverla in prima persona».

Il ruolo del board di Roma Bar Show è stato anche di fare da selezionatori degli importatori più importanti a livello strategico: «Parliamo di Francia, Inghilterra Spagna, ma non solo, anche paesi emergenti come Albania e Romania, che hanno un mercato attivo e interessato al nostro Paese, senza tralasciare quelli oltreoceano altrettanto fondamentali. Abbiamo selezionato le distribuzioni che hanno focus sia su brand medio-grandi che su piccoli produttori», chiarisce Fofi.

Dal punto di vista pratico, per la prima edizione del Buyers Program, si è scelto di dare maggiore libertà di esplorazione all'interno della fiera agli ospiti stranieri: «Senza un’agenda di appuntamenti prefissata - conclude Fofi - , potranno muoversi liberamente tra gli espositori, scoprire nuovi brand e instaurare connessioni in modo naturale».

Presentato al Moebius il concorso Art of Italicus Aperitivo Challenge 2025

Trofeo Art Of Italicus Aperitivo Challenge 2024
Palmira Bertuca di Italspirits (produttore di Italicus), Paolo Rovellini di Pernod-.Ricard (distributore di Italicus) e Giovanni Allario di Moebius Cocktail Bar hanno presentato la nuova edizione del concorso internazionale Art of Italicus Aperitivo Challenge 2025 dedicata a una versione originale dello Spritz.

I locali del prestigioso tapa bistrot, cocktail bar (38° posto nella classifica The World 50 Best Bars 2024) & ristorante (1 Stella Michelin 2025, chef Enrico Croatti, 1° Premio BarAwards by Bargiornale 2024) Moebius di Milano hanno ospitato la presentazione ufficiale della settima edizione del concorso Art of Italicus Aperitivo Challenge 2025.

A fare gli onori di casa con una specifica masterclass sono stati Palmira Bertuca, Aperitivo Specialist di Italspirits (produttore di Italicus Rosolio di Bergamotto) e Paolo Rovellini Prestige Educational & Advocacy Expert di Pernod-Ricard Italia (distributore in esclusiva di Italicus).

Dopo una pausa per aperitivo, l'evento ha visto l'esposizione di un workshop sulle guarnizioni possibili per i cocktail che saranno in gara a cura di Giovanni Allario, bar manager di Moebius.
Tre le proposte: fetta di mela compressata; carta di riso soffiato più velo di Italicus; oliva fake Italicus con burro di cacao.

Modalità del concorso

Fino al 28 aprile 2025 è possibile partecipare con il proprio cocktail alla settima edizione dell'Art of Italicus Aperitivo Challenge 2025: competizione lanciata da Italicus Rosolio di Bergamotto, icona dell’aperitivo italiano nel mondo, che invita i bartender a reinterpretare il classico Spritz come un'opera ispirata all'arte.

I partecipanti selezionati dall’Italia accederanno alla finale nazionale per nominare il/la bartender che concorrerà per il titolo globale.
Oltre all’Italia, la competizione si svolgerà anche in Francia, Germania, Hong Kong, Nuova Zelanda, Spagna, Stati Uniti, UK e Ungheria, dove saranno assegnati i titoli nazionali; i bartender che non provengono da questi paesi potranno aspirare a una wildcard diretta per la finale.

Il vincitore globale verrà proclamato Italicus Bar Artist of the Year 2025. Quest’anno il programma di mentorship esclusivo includerà l’accesso agli eventi internazionali più prestigiosi legati al brand, accompagnati da Lorenzo Antinori, il famoso bartender italiano del Bar Leone in Hong Kong e rappresentante di spicco della cultura dell’aperitivo italiano.

Grande partenza per Baritalia a Firenze. Selezionati i primi 16 finalisti

Baritalia Firenze 2025 gruppo
©Riccardo Gallini /GRPhoto
Ha preso il via dalla città culla del Negroni, con una grande partecipazione di professionisti da tutta la regione e non solo, la decima edizione del laboratorio itinerante dedicato alla mixology. Ecco i nomi dei bartender che hanno staccato il pass per la finalissima di Venezia

Partenza con il botto per Baritalia 2025. Il laboratorio di miscelazione di Bargiornale ha intrapreso il suo nuovo viaggio lungo la Penisola partendo da Firenze, la città culla del Negroni. A ospitare il debutto della decima edizione della manifestazione le Serre Torrigiani, scenografica location all'interno dello storico Giardino Torrigiani, il parco privato più grande d'Europa all'interno delle mura di una città. Oltre 330 i professionisti del settore, provenienti da tutta la regione e da altre aree dell’Italia, che non hanno voluto mancare all’appuntamento e prendere parte al programma di confronti, approfondimenti, seminari e sfide sul tema cocktail che caratterizza l’evento.

Così come tantissimi, ben 88, record assoluto, i professionisti del bancone che, sotto le insegne delle aziende partner, si sono dati battaglia per conquistare i primi 16 posti per la finalissima di Baritalia Lab, che si terrà il 24 novembre a Venezia. Una sfida anche quest’anno sul tema “Back to Basics”: un inno all’essenzialità che vuole proporre un ritorno alle radici autentiche del mestiere e incentrata su tre punti focali: la riscoperta dei drink essenziali, la valorizzazione degli ingredienti e il senso di ospitalità dei bartender.

Ecco i nomi dei bartender che hanno superato la prova: Francesco Di Palma (Ancienne Pharmacie), Luigi Cippone (Alpestre), Elia Greco (Bonaventura Maschio), Sebastiano Spinoni (Botran), Matteo Cassan (Caffo), Christian Mura (Campari Academy), Niccolò Mattei (Coca-Cola Hbc Italia Barceló), Tiziano Zanoboni (Coca-Cola Hbc Italia Vodka Finlandia), Eleonora Romolini (Compagnia dei Caraibi), Simone Goti (Gamondi), Diego Di Giannantonio (Marie Brizard), Simone Francia (Montosco), Alessia Mari (Orsini Soda), Paola Dacò (Santoni), Andrea Matteo (The Organics by Red Bull) e Mattia Ficosecco (Three Cents).

A meritarsi il Premio Baritalia menzione speciale Back to Basics per il drink più aderente al tema è stato Tiziano Zanoboni (Coca-Cola Hbc Italia Vodka Finlandia).

La super giuria

A valutare le prove dei concorrenti e a decretare i vincitori di tappa una giuria composta dai giudici delle aziende partner: Walter Gosso (Alpestre), Denny Del Monaco (Ancienne Pharmacie), Steve Righetto (Bonaventura Maschio e Botran), Fabrizio Tacchi (Caffo), Riccardo Pennacchia (Campari Academy), Elena Urbani (Coca-Cola Hbc Italia Barceló e Coca-Cola Hbc Italia Vodka Finlandia), Domenico Dragone (Compagnia dei Caraibi), Igor Tuliach (Gamondi), Terry Monroe (Marie Brizard e Montosco), Mariano Cleri (Orsini Soda), Stefano Santoni (Santoni), Daniele Gentili (The Organics by Red Bull) e Martina Proietti (Three Cents).

Giuria, come ormai da tradizione del format, affiancata in qualità di giudici d’onore da bartender e titolari di alcuni dei migliori cocktail bar della città e della Toscana: Martina Bonci, Daniele Cancellara, Marco Colonnelli, Simone Corsini, Simone Covan, Francesco De Rosa, Federico Diddi, Neri Fantechi, Francesca Gentile, Mosè Giordani, Luca Manni, Claudio Mariottini, Sacha Mecocci, Denis Paonessa, Manuel Petretto, Elisa Randi, Edoardo Sandri, Lapo Scacciati, Antonino Sciortino, Nicola Spaggiari e James Todd.

Gli approfondimenti sulla mixology

Grande è stata la partecipazione dei professionisti anche ai Boot Camp, altro pezzo forte del menu di Baritalia: 15 masterclass gratuite dedicate alle tecniche di miscelazione e tenute da bartender ed esperti di fama nazionale e internazionale per conto degli sponsor.

Ad aprire gli incontri la masterclass di Antonio Bisceglia e Mariano Cleri sulla gamma Orsini Soda e la mixology made in Italy, seguita da quella di Riccardo Pennacchia su Wild Turkey e la storia del Bourbon (a cura di Campari Academy), e di Terry Monroe sull’importanza del colore nella miscelazione e la matematica degli ingredienti (a cura di Marie Brizard). Quindi è stata la volta di Igor Tuliach con un incontro dal titolo Il premium quotidiano (a cura di Gamondi), di Fabrizio Tacchi e Luca Della Valle su Blood Bitter e il suo uso nella miscelazione contemporanea (a cura di Caffo) e di Danny Del Monaco, che ha illustrato i segreti di Ancienne Pharmacie. Ha chiuso a mattinata l’incontro con Andrea Natalino, Elena Urbani e Martina Proietti che hanno approfondito caratterisiche e peculiarità del rum dominiicano Barcelò, dei vermouth Mancino e dei mixer Three Cents (a cura Coca-Cola Hbc Italia).

Il programma di mastrclass è ripreso nel pomeriggio con gli incontri con Luca Missaglia che ha illustrato le possibilità offerte da Amaro Santoni per la creazione di aperitivi a bassa gradazione alcolica, con Domenico Dragone su La Rivoluzione importante (a cura di Compagnia dei Caraibi) e con Daniele Gentili sul tema del Back to Basic (a cura di The Organics by Red Bull).

Sempre nel pomeriggio i partecipanti hanno assistito alle masterclass di Matteo Di Ienno dal titolo Back to Origins: quando la mixology inizia dalla produzione (a cura di GrosMarket), di Gian Maria Ciardulli e Terry Monroe sull’impiego di Sale Maldon e delle spezie in miscelazione (a cura di Montosco) e di Steve Righetto sull’aperitivo 2.0 (a cura di Bonaventura Maschio).

A chiudere la sessione di masterclass, gli incontri con Walter Gosso che ha approfondito origini e caratteristiche di Alpestre e con Carlo Sutto sull’esperienza di gusto dell’aperitivo (a cura di Lanterna).

I finalisti della tappa di Firenze e i vincitori per ogni squadra

Alpestre
Luigi Cippone (vincitore di tappa)
Yoan Yonev
Sebastiano Puglisi

Ancienne Pharmacie
Francesco Di Palma (vincitore di tappa)
Antonio Gioia
Velija Arlind

Bonaventura Maschio
Elia Greco (vincitore di tappa)
Giorgio Pocorobba
Luigi Costa

Botran
Sebastiano Spinoni (vincitore di tappa)
Nicolò Nori
Niccolò Amadori

Campari Academy
Christian Mura (vincitore di tappa)
Vincenzo Marra
Gaia De Bartolomeo

Caffo
Matteo Cassan (vincitore di tappa)
Viola Calderini
Domenico Villari

Coca-Cola Hbc Italia Barceló
Niccolò Mattei (vincitore di tappa)
Matia Boschi
Danilo Vaccaro

Coca-Cola Hbc Italia Vodka Finlandia
Tiziano Zanoboni (vincitore di tappa)
Simone Tucci
Marta De Dominicis

Compagnia dei Caraibi
Eleonora Romolini (vincitore di tappa)
Alessio Ninci
Ari Deidda

Gamondi
Simone Goti (vincitore di tappa)
Roberto Cuccu
Pierluigi Scipioni

Marie Brizard
Diego Di Giannantonio (vincitore di tappa)
Pietro Garofano
Andrea Lopiccolo

Montosco
Simone Francia (vincitore di tappa)
Tommaso Andreini
Domenico Sorrentino

Orsini Soda
Alessia Mari (vincitore di tappa)
Vanessa Fortunato
Matteo De Michele

Santoni
Paola Dacò (vincitrice di tappa)
Romano Selmi
Marco Errico

The Organics by Red Bull
Andrea Matteo (vincitore di tappa)
Andrea Di Bella
Ferdinando Calì

Three Cents
Mattia Ficosecco (vincitore di tappa)
Biagio Coppola
Marco Marini

I prossimi appuntamenti di Baritalia

SALERNO: 12 maggio
ROMA: 16 settembre

PADOVA: 23 giugno
TORINO: 29 settembre
CATANIA: 3 novembre
VENEZIA: final show 24 novembre

css.php