Il nuovo brand dell'azienda altoatesina, specializzata nella lavorazione della frutta, fa il suo esordio sul mercato con due linee di prodotti a base di frutta naturali e di prima qualità: Pure ed Essence
Prodotti a base di frutta, naturali e di prima qualità. È il biglietto da visita di Fruiara, il brand fresco di nascita dedicato al mondo horeca e al food service di Vog Products. Un’operazione con la quale l’azienda altoatesina, che già da tempo rifornisce l’industria dolciaria, alimentare e delle bevande, ha voluto dare una ben definita identità di marca alla sua offerta, modulandola sulle esigenze degli operatori del fuori casa.
Protagonista assoluta è la frutta in tutta la sua varietà, dalla mela e dalla pera all’albicocca, dal lampone al mango e molto altro ancora, e in tutte le sue forme, pura, miscelata, trasformata o pronta al consumo. Frutta di alta qualità, da coltivazione integrata o biologica, proveniente dalle 17 cooperative frutticole che, insieme alle due organizzazioni di produttori altoatesini Vog e Vip, costituiscono la proprietà dell’azienda con sede a Laives. Una filiera che in Alto Adige coinvolge 6.000 famiglie di frutticoltori su una superficie di 20.000 ettari che garantiscono continuità delle forniture, 100% di tracciabilità e rispetto del territorio dove vengono coltivate le materie prime.
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Materie prime che vengono trasformate in prodotti genuini, naturali, privi di additivi, alcuni disponibili anche in versione biologica certificata, e proposti in pratiche confezioni pensate per soddisfare le diverse esigenze degli operatori del fuoricasa, dalla lattina alle puoches al bag-in-box.
Le prime linee di prodotti
Presentato alla fiera Anuga di Colonia, il marchio Fruiara fa il suo esordio sul mercato con le sue due prime linee di prodotti: Pure ed Essence.
La prima è una gamma di prodotti a base di pura frutta, ideale sia per l'uso professionale sia per il consumo diretto, che comprende cinque diverse mousse, di mela bio, di pera, di pesca, di albicocca e di prugna, e la mela bio a fette o in cubetti.
La seconda è una linea di puree speciali dal grande appeal sensoriale, giocato sull’armonioso incontro di gusto e consistenze, disponibile nelle referenze: albicocca, pesca, mango, lampone, banana, pera e mela.
Un assortimento, destinato ad ampliarsi, e disponibile in tutta la Penisola e nei Paesi europei, grazie alla rete capillare di partner commerciali costruita negli anni da Vog Products, che vanta una quota di esportazione del 90% ed è presente in quasi 50 Paesi del mondo.
In occasione di Milano Fashion Week, presentato a Moebius Milano il rilancio internazionale dello storico Aperitivo Originale Punt e Mes di F.lli Branca
Per una settimana Milano è tornata al centro della ribalta internazionale con l'evento Milano Fashion Week, opportunità che è stata colta al volo da F.lli Branca con il rilancio internazionale di un suo storico prodotto come Aperitivo Originale Punt e Mes. Palcoscenico? Non poteva che essere il Tapa Bistrot, Cocktail Bar e Ristorante Moebius Milano, proprio in quei giorni eletto a Hong Kong al settimo posto della classifica mondialeThe World's 50 Best Bars Awards (e primo locale italiano in quella nazionale). Fondato da Lorenzo Querci nel 2019, Moebius Milano si avvale di uno spazio multifunzionale di 700 mq condotto dal bar manager di Giovanni Allario e dallo chef Enrico Croatti.
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Poster 3D Punt E Mes
Brindisi con Punt E Mes
Lorenzo Querci del Moebius riceve il riconoscimento The Wold's 50 Best Bars Awards
Il titolare Lorenzo Querci (in fondo a sinistra) con il bar team di Moebius Milano
Una vista dall'alto dell'ampio locale Moebius Milano con il banco dj e lo studio fotografico
Una vista dall'alto dell'ampio locale Moebius Milano con il banco dj e lo studio fotografico
Il lungo bancone assaggi di Moebius Milano con le due cucine sullo sfondo
Nato nel 1870 nella storica bottega liquoristica torinese fondata (1786) da Antonio Carpano, creatore della ricetta del vermouth, Punt e Mes (16% alc) deve il nome alla sua composizione: un punto di dolce vermouth rosso e mezzo punto di elisir di china. Una scelta che ha fatto conoscere in breve tempo questo originale aperitivo in tutto il mondo come ambasciatore del buon bere italiano.
Si deve allo studio pubblicitario Armando Testa la sua rappresentazione grafica creata nel 1959, una sfera rossa che sovrasta una mezza sfera rossa, unitamente al relativo monumento Sintesi '59 inaugurato nel 2015 davanti alla stazione ferroviaria Porta Susa di Torino.
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Logo Punt e Mes
Sintesi '59 monumento a Punt e Mes a Porta Susa Torino
I Vermouth Re dal 1786
Margaret Rose Keil testimonial Punt e Mes
Armando Testa
Passati alla storia poi alcuni testimonial e filmati per Carosello Rai-Tv negli anni '60 e '70, a cominciare dalla bionda attrice tedesca Margaret Rose Keil con la colonna sonora di Nicola Arigliano.
Quattro experience multisensoriali
La serata al Moebius Milano ha visto l'organizzazione di quattro experience multisensoriali dedicate a moda, arte, musica e cocktail culture.
La fashion experience ha visto l'intervento dello stilista Fabio Kaloshche per l'occasione ha disegnato anche t-shirt prodotte da Unnatural Brand.
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Valentina Romeo, account di Havas PR, l’agenzia che segue Fratelli Branca, tra il caposala Luca Montanaro e il bar manager Giovanni Allario di Moebius Milano
La hostess Martina con lo stilista Fabio Kalosh, Andrea Bolloli e Samuel Preda di Ag. Fkkk
Fabio Bottini, Brand Developer Branca tra la Digital Manager Branca Arianna e l'Event Manasger Moebius Chiara Polci
Per l'art experience Punt e Mes è stato celebrato dal collettivo Santomanifesto che ha reinterpretato storici poster del marchio torinese.
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Corner Santomanifesto con i poster elaborati per Punt e Mes
Elaborazione grafica di Punt e Mes del collettivo Santomanifesto
La music experience è stata affidata alla selezione dei brani miscelati dai dj Tommiboy by Daab e Phraba by Tutti Frutti.
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Banco deli dj per Punt e Mes
Il più atteso era in ogni caso il momento cocktail experience. A cominciare dalla ricetta Mi-To (Milano-Torino) composto in pari quantità (35-40 ml) di bitter e vermouth rosso (Punt e Mes), da servire con ghiaccio a cubetti e scorza di arancia in tumbler bassi; per non parlare dei twist di Americano, Negroni, Carpano Paloma.
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Miscelazione di cocktail Mi-To con Punt E Mes
Cocktail Mi-To con Punt E Mes
«Crediamo fortemente nelle potenzialità di Punt e Mes - ha precisato Martina Cerbone, Marketing Director di F.lli Branca Distillerie - e siamo convinti che questo storico vermouth possa vivere una nuova stagione di crescita. Il nostro obiettivo è rafforzare la presenza di Punt e Mes nel mondo degli aperitivi, supportando bartender e locali con iniziative dedicate ed eventi che ne valorizzino la versatilità. Stiamo lavorando a diverse novità che ci permetteranno di raccontare ancora meglio l’unicità di questo prodotto, accompagnandone lo sviluppo e rafforzandone il ruolo nelle occasioni di consumo contemporanee».
Il gruppo torinese si piazza in vetta alla classifica delle 100 migliori aziende dove lavorare in Italia, redatta da Statista. Ma sono diverse le realtà del food&beverage presenti nella lista
C’è Lavazza al primo posto, a “punteggio pieno”, ma ci sono anche diverse altre realtà del food & beverage nella classifica Italy’s Best Employers 2026. Si tratta della lista delle 100 migliori aziende dove lavorare in Italia, redatta da Statista, la piattaforma business tedesca piattaforma specializzata nell’elaborazione di dati, insieme al Corriere della Sera.
La classifica è stata stilata sulla base di un sondaggio che ha come protagonisti gli stessi dipendenti, che rispondono in modo spontaneo e anonimo a un questionario, esprimendo così un giudizio sul proprio ambiente professionale. Il questionario ha analizzato non solo la soddisfazione generale, ma anche il clima aziendale, con particolare attenzione a dinamiche come il lavoro in ufficio, nei laboratori di ricerca o negli stabilimenti produttivi. Le domande hanno spaziato daicarichi di lavoro al riposo, dalle attrezzature disponibili al rapporto con i superiori, fino alla retribuzione. Un’attenzione particolare è stata inoltre riservata alle condizioni di lavoro femminile, con quesiti mirati a valutare l’uguaglianza nelle opportunità di carriera e la possibilità di negoziare lo stipendio. Al sondaggio di questa sesta edizione di Italy's Best Employers hanno risposto oltre 300.000 lavoratori di realtà con almeno 250 dipendenti e sede nella Penisola.
Lavazza prima assoluta
Al primo posto assoluto si è piazzata Lavazza, con un punteggio di 10 su 10, il massimo possibile, che si è meritata il titolo di “posto migliore in Italia” dove andare a lavorare. Ciò grazie, spiega il Corriere, a un sistema di relazioni industriali partecipative, che hanno portato alla stipula di accordi integrativi che premiano la produttività, conciliando vita privata e quella lavorativa. Tra le varie iniziative i cinque giorni in più di congedo di paternità (oltre ai dieci previsti per legge), dieci giorni mensili di smart working, 16 ore retribuite per assistenza familiare, la possibilità di accesso al part-time per le lavoratrici madri fino ai tre anni del bambino e quattro ore di permessi per le cure veterinarie per gli animali domestici. Altro fiore all’occhiello l’introduzione del “venerdì” breve, che permette l’uscita anticipata il venerdì, nel periodo tra maggio settembre, attraverso l’utilizzo di riposi individuali.
Folta presenza delle realtà del food&beverage
Oltre al risultato del gruppo torinese, guardando la classifica a spiccare è l’attenzione e la capacità di conciliare business del personale mostrato in generale dalle realtà del food&beverage, testimoniato dalla presenza nella lista dei top 100Italy's Best Employers di diverse realtà del settore. Sul terzo gradino del podio troviamo infatti dal colosso lattiero-caseario Granarolo, seguito a ruota da un altro colosso, questa volta nel campo della birra, Heineken Italia. Poco più sotto, in undicesima posizione si piazza un altro big del beverage, Campari Group. E poi, ancora, tra le aziende preferite dai dipendenti ci sono Barilla (16° posto), Unilever (23°), Ferrero (35°), Metro Italia (47°) e Coca-Cola Hbc Italia (66°).
Una presenza importante, che dimostra e premia il grande impegno messo in campo dalle realtà del settore per creare una cultura aziendale accogliente, stimolante e inclusiva, mettendo al centro il benessere delle persone, considerate un asset strategico per la crescita e lo sviluppo delle stesse realtà.
Federico Valenti mentre presenta il drink vincitore della Taormina Cocktail Week
È Federico Valenti, bar manager dell’Amarè Bar del Mazzarò Sea Palace Hotel / VRetreats, il vincitore della competizione della prima Taormina Cocktail Week, svoltasi dal 2 al 5 ottobre.
Presentato durante il Gran Finale sulla terrazza del Grand Hotel Timeo, a Belmond Hotel Taormina, il suo cocktail intitolato 99’s Garden: un mix con Belvedere Vodka, bitter all’alloro, sciroppo di basilico, miele fermentato all’arancia e milkwashing senza lattosio. Valenti ha superato la concorrenza di altri quattordici bar in gara, incontrando il favore della giuria composta da composta da Anthony Poncier (founder di Top500 Bars), Lorenzo Mancusi (General Manager di Drink Kong e Nite Kong, Advanced Sommelier CMS) e Alfonso Califano (founder di Cinquanta – Spirito Italiano e dei liquori a marchio Nazionale).
Il dell’Amarè Bar del Mazzarò Sea Palace Hotel / VRetreats, capitanato da Federico Valenti, che ha vinto la prima edizione della Taormina cocktail week
A firmarlo, insieme a Valenti, il team composto da Carmen Cavallaro, Giuseppe Musumeci, Sajith Perera e Grazia Nicolosi, autrice anche dei dipinti che hanno decorato i bicchieri, ispirati ai paesaggi di Villa Falconara, al civico 99 di via Luigi Pirandello.
Si è distinto anche il team del Morgana, guidato da Stefano Giummarra, che ha conquistato il Premio della Critica: "per il contributo alla creazione di una community locale coesa e per la promozione dei valori di identità, collaborazione e appartenenza".
Chiara e diretta l’organizzatrice dell’evento Annalisa Testa, già fondatrice della Como Lake Cocktail Week e della St. Moritz Cocktail Week, sulla scelta di Taormina come location certo non casuale. «Ho raccolto l’imbeccata dei team di Belmond, Four Season e del Morgana: una cordata che ho colto come un ottimo segnale. Già immaginavo Taormina come una destinazione d’élite in crescita, e mi sono fidata. Ho trovato qualità e voglia di fare, che hanno contribuito alla realizzazione di un’ottima prima edizione».
L’obiettivo di un evento del genere è secondo Testa quello di coniugare ospitalità, cultura e consumo consapevole, seguendo la filosofia già sperimentata a Como e St. Moritz. «L’idea di base - aggiunge - è creare un evento dedicato al consumatore, nel periodo di alta stagione, quando il pubblico è più ricettivo e desideroso di esperienze di qualità. Parlerei di hospitality più che di mixology, perché il cocktail è un veicolo di convivialità, non il fine ultimo».
Quasi naturalmente, la maggior parte dei bar coinvolti sono outlet di alberghi di lusso, ma non l’unica alternativa, che Testa vede anzi variegata nel tempo. «I bar d’albergo sono una base importante, ma raggiungiamo anche gli street bar e i locali che mantengono qualità, pur senza raggiungere vette di lusso. È ciò che abbiamo fatto a Como, che ha una scena indipendente bellissima: cerchiamo un equilibrio tra hotellerie, bar di ristoranti e cocktail bar». Un equilibrio che si traduce anche in ricadute concrete per il territorio e per i professionisti locali. «La visibilità che le realtà più piccole ottengono, anche solo di rimbalzo, è palpabile. I volumi, soprattutto su Como, sono significativi: nel weekend dell’evento gli street bar registrano un incremento sensibile».
Quanto alle differenze rispetto a eventi simili, non di sua ideazione, Testa chiosa: «Non è una competizione con le altre cocktail week: abbiamo format differenti». Terreno già pronto per l’edizione numero due.
L'editoriale del numero di ottobre 2025 di Bargiornale a firma dei vicedirettori Andrea Mongilardi e Stefano Nincevich, dedicato al mondo del caffè
La tazzina del caffè a due euro è una minaccia, uno spauracchio o un’opportunità? Dipende dall’approccio con cui il barista affronta la questione. I consumi di caffè al bar continuano a calare, almeno a volumi: nel 2024, secondo i dati di Competitive data, di oltre l’1%, mentre l’aumento del prezzo della tazzina fa aumentare i ricavi.
Quel che è certo è che l’esplosione del costo del caffè verde rende la riflessione sull’adeguatezza del prezzo della tazzina al bar non più rimandabile. E il calo del potere d’acquisto dei clienti non permette di scherzare. Traduzione: aumentare (ulteriormente) il prezzo della tazzina senza porsi seriamente la questione di quale caffè sto offrendo e di come lo sto preparando rischia di essere un harakiri per i gestori di bar.
Già, perché il mal-trattamento della materia prima è uno dei principali crucci che i torrefattori impegnati nella promozione di un caffè di qualità lamentano.
La frase che fa accendere la lampadina rossa è “Faccio il caffè da 30 anni...”, variante mascherata di quel “ho sempre fatto così” che di solito campeggia sulle bocche di chi ha qualche colpevole a cui affibbiare i cattivi risultati del proprio locale.
Sembra arrivato (finalmente) il momento di alzare l’asticella.
La strada da percorrere ce la indicano le caffetterie di successo: puntare sulla qualità del caffè, sulla capacità di valorizzarla preparandolo al meglio, sul saperlo raccontare, sul proporlo in nuove modalità incuriosendo i clienti, almeno quelli pronti ad andare oltre la tazzina che bevono da anni (dopo aver provato quanto può essere buona la “solita” tazzina di espresso). La storia di copertina, dedicata al Bugan, può dare qualche buono spunto.
La buona notizia è che mai come oggi le opportunità per chi vuole davvero fare del caffè di qualità la propria bandiera sono disponibili e pronte, non solo per gli “impallinati”. Dalla formazione, ai video tutorial, alla gamma di soluzioni disponibili per dar vita a un’offerta di valore, sia sul fronte della materia prima che delle attrezzature necessarie a lavorarla. Sulle pagine di questo numero di bargiornale trovate tante idee, tanti spunti, tante soluzioni innovative. Che ognuno allora disegni la strada giusta per sé: dalle capsule professionali di qualità per chi ha un locale con poca produzione di caffè ma non per questo vuole rinunciare a proporlo fino alle macchine tecnologicamente all’avanguardia per chi vuole curare ogni dettaglio legato alla preparazione in modo preciso (ma anche capace di liberare tempo-lavoro), per concentrarsi meglio sulla relazione con il cliente.
Anche l’allargamento della proposta a nuove modalità di estrazione del caffè oltre l’espresso è resa più semplice dalle macchine per espresso che montano accessori in grado di preparare, ad esempio, un caffè filtro perfetto in un tempo molto ridotto, insieme a cold brew, infusioni ecc. Tutte proposte gradite alle nuove generazioni e anche ai baristi che le hanno sapute cogliere, perché garantiscono marginalità migliori del tradizionale espresso. Non resta quindi che ri-mettersi a studiare: a ringraziare ci penseranno i clienti e... il commercialista.
Con la partnership, già operativa, l'azienda italiana arricchisce il suo portafoglio di esclusive di un altro marchio di pregio, mentre Ron Matusalem punta a rafforzare la sua presenza in una piazza da sempre strategica
Si amplia il portafoglio di esclusive di Illva Saronno. Il produttore di Disaronno si è assicurato la distribuzione nel nostro Paese diRon Matusalem, marchio fondato nel 1872 a Santiago de Cuba dalla famiglia Álvarez che ancora ne detiene la proprietà.
L’accordo, già operativo, permette a Illva Saronno di arricchire la sua proposta di un altro marchio di pregio, apprezzato per la qualità da bartender e consumatori e tra i campioni di vendite a livello globale. Presente in oltre 70 Paesi, e finora distribuito in Italia da Gruppo Motenegro, Ron Matusalem da sei anni di seguito è infatti saldamente tra i 10 rum più venduti al mondo nella classifica di Drinks International.
«Siamo orgogliosi che Ron Matusalem abbia scelto di affidarsi a noi. L’ingresso di questo rinomato rum nel nostro portafoglio è pienamente in linea con la nostra visione del mercato degli spirits, fondata sulla valorizzazione dell’alta gamma, l’innovazione e la costante ricerca dell’eccellenza – ha commentato Marco Giovanni Ferrari, ceo di Illva Saronno Holding, in una nota che annunciava l’intesa -. L’Italia è un mercato che conosciamo a fondo e che amiamo e sarà al centro di questo nuovo capitolo di crescita condivisa».
Focus sull’Italia per Matusalem
Per Matulasem la partnership con Illva rappresenta un passaggio strategico per rafforzare la sua presenza nel mercato italiano e coincide con l’avvio del lancio internazionale di un nuovo prodotto ultra premium della sua gamma di rum, il Gran Reserva French Oak. Un prodotto con il quale la distilleria, che negli anni Novanta si è trasferita nella Repubblica Dominicana, intende elevare il posizionamento dei suoi rum e consolidare il legame con professionisti e consumatori, guardando con particolare attenzione alla piazza italiana.
«Questo è un momento fondamentale nel percorso di crescita di Matusalem, così come nello sviluppo e nell'innovazione di nuovi lanci basati sulla nostra esperienza nell'arte del legno e della miscelazione – ha infatti dichiarato Yoze Torres, global ceo di Ron Matusalem, nella stessa nota -. In questo contesto di evoluzione, siamo molto lieti di annunciare la nostra collaborazione con Illva Saronno, finalizzata ad ampliare l'accessibilità e la penetrazione dei nostri prodotti in Italia, rafforzando al contempo la nostra vicinanza ai consumatori e ai key opinion leader. L'Italia è sempre stata un mercato storicamente rilevante per Ron Matusalem e siamo certi che Illva Saronno sarà un partner strategico».
«Come un vinile che gira lentamente sul giradischi e che poi per sentire l’altro lato devi rigirarlo». È la descrizione che Riccardo Vastola, uno dei soci di Ruggine (insieme a Giacomo Crosa, Davide Patta e Stefano D’Onofri), cocktail bar di Bologna da 11 anni sulla cresta dell’onda, fa dell’ultima drink list. Appena uscita, proprio per festeggiare l’undicesimo compleanno. «È dal 2014 che siamo sulla piazza, ma abbiamo voluto tornare un po’ alle nostre origini, quelle di un locale essenziale, dal design materico e un po’ vintage». Dopo anni di sperimentazione, portata perfino un po’ all’estremo, la filosofia intrapresa per questa nuova “fatica alcolica” di Ruggine è stata tornare al less is more, alla sottrazione, ai classici. «Abbiamo chiesto ai ragazzi del team capitanato dal bar manager Fabio Tammariello di partire da lì, qualche volta i classici vengono rivisitati, qualche altra un po’ stravolti, ma la base c’è sempre», spiega Vastola.
Uno dei nuovi drink di Ruggine: il Cheesecake Club
Un minimalismo che ritroviamo sia nel bicchiere, che nella grafica del nuovo menu, che si presenta con una predominanza di bianco e nero, fra cocktail che si succedono, intervallati da fotografie d’autore, storia della miscelazione e storytelling.
A fronte di un minimalismo grafico, tuttavia, l’ultima fatica è abbondante nelle dimensioni, visto che siamo davanti a quello che Vastola definisce “un piccolo tomo” di oltre cento pagine, impaginato come una specie di archivio di moda. Qui trovano posto i cocktail, accompagnati dagli omaggi a chi li ha ispirati e dallo storytelling che ne racconta la genesi. Nell’intro si legge: «Non basta saper fare, bisogna voler rifare, migliorare, ascoltare gli ingredienti, come si ascoltano le storie raccontate piano». Il tutto è suddiviso in quattro sezioni: la più corposa è quella degli Aperitivi e signature drinks, cui seguono i “classici che cambiano pelle”, i “sorrisi profondi - meditativi e strutturati” e un Tiki fuori stagione per chi non rinuncia alla bevuta da spiaggia.
Dalla nuova drink list di Ruggine, il Meryl Stir, ispirato a Miranda Priestly, la protagonista de "Il diavolo veste Prada"
E ancora le biografie delle leggende, i cocktail bar del cuore e che sono stati d’ispirazione, le poesie e i pensieri di chi invita a entrare nel suo mondo, a prendersi del tempo e sfogliare il “tomo”.
Infine, recente novità, una serie di proposte food, che arrivano dal laboratorio centralizzato Errelab, che serve sia Ruggine che Ragù e Ragù Draft: «Sono piattini sfiziosi che accompagnano la bevuta e incentivano lo sharing al tavolo fra drink&food». Dai “piatti da bancone e morsi ribelli” ai panini, passando per i “piatti che consolano”.
Scopri i finalisti per ognuna delle undici categorie che premiano i migliori locali del fuori casa e vota i tuoi preferiti. Le votazioni chiudono il 2 novembre. I vincitori saranno rivelati durante la Barawards Gala Night Party di lunedì 12 gennaio 2026
Sono aperte le votazioni on line di Barawards 2025, il premio all'ospitalità italiana d'eccellenza organizzato da Bargiornale, Ristoranti di Bargiornale e Hotel Domani. Undicii premi in palio per i locali del fuori casa - tra bar, ristoranti, pasticcerie, gelaterie e hotel –, incluso un premio per l’approccio green, che saranno assegnati in questa undicesima edizione. I vincitori saranno svelati durante il Barawards Gala Night Party di lunedì 12 gennaio 2026 a Milano.
I voti dei panelist hanno determinato la rosa dei finalisti (massimo 30 per ognuna delle categorie in gara), selezionati tra le centinaia di candidature espresse.
Ora tocca a te: scegli la/le categoria/e per cui vuoi votare ed esprimi fino a 3 preferenze per ogni categoria. Il voto on line contribuirà per il 20% alla definizione della classifica finale.
Le votazioni on line resteranno aperte fino al 9 novembre 2025.
Scopri i finalisti per ognuna delle dieci categorie che premiano i migliori professionisti del fuori casa e vota i tuoi preferiti. Le votazioni chiudono il 9 novembre. I vincitori saranno rivelati durante il Barawards Gala Night Party, lunedì 12 gennaio 2026 a Milano
Ci siamo! Sono aperte le votazioni on line di Barawards 2025, il premio all'ospitalità italiana d'eccellenza organizzato da Bargiornale, Ristoranti di Bargiornale e Hotel Domani. 10 i premi in palio per i professionisti del fuori casa - tra bartender, baristi, pasticceri, cuochi e brand ambassador, incluso un premio al miglior team, che saranno assegnati in questa edizione, l’undicesima, di Barawards. I vincitori saranno svelati durante il Barawards Gala Night Party, in programma lunedì 12 gennaio 2026.
Il panel di esperti del settore ha già espresso le proprie preferenze, stilando le nomination dei professionisti in lizza per la vittoria finale (massimo 30 per ognuna delle categorie in gara), selezionandoli tra le tantissime candidature espresse.
Ora tocca a te: scegli la/le categoria/e per cui vuoi votare ed esprimi fino a 3 preferenze per ogni categoria. Il voto on line contribuirà per il 20% alla definizione della classifica finale.
Le votazioni on line resteranno aperte fino al 9 novembre 2025.
Nicola Di Lena, Andrea Amato e Mattia Cortinovis premiati durante il XXIX Simposio pubblico Ampi. Focus su formazione, nuove competenze e sulle opportunità nell'hotellerie durante il confronto tra i Maestri
Nicola Di Lena (Virgola Pasticceria Terapeutica - San Vito dei Normanni, Br) nella Categoria Pasticcere da boutique; Andrea Amato (Ristorante Seguire Le Botti Cantina Sant'Andrea" - Borgo Vodice, Lt) come Pastry Chef e infine Mattia Cortinovis (Pasticceria Cortinovis - Ranica, Bg) nella categoria Under 30. Sono loro i tre vincitori del Premio Accademia Maestri Pasticceri Italiani 2025 - Trofeo Pavoni, proclamati durante la cena di gala nell'ambito del XXIX Simposio pubblico Ampi.
I vincitori del Trofeo Pavoni
A Nicola Di Lena è andato anche il Premio speciale Accademia Maestri Pasticceri Italiani per il connubio impegno sociale e alta pasticceria. Il Trofeo Pavoni è tornato in veste rinnovata quest'anno: l'Accademia ha deciso di darsi nuove regole, premiando solo professionisti che non fossero già membri dell'Accademia stessa e costruendo una giuria di Maestri Ampi, stampa di settore (incluso chi scrive per Bargiornale, ndr), illustri professionisti. La valutazione si è incrociata con il voto espresso dal pubblico via social e si è conclusa con la premiazione durante la cena presso l'Istituto dei ciechi di Milano.
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I vincitori del Trofeo Pavoni: Nicola Di Lena ritira la coppa, con lui il presidente Ampi Sal De Riso e Carlo Pavoni
Mattia Cortinovis, premiato come Under 30
Andrea Amato, premiato come pastry chef
Regione "ospitante" per questa occasione è stata la Campania, con un menu omaggio alla sua tradizione gastronomica firmato da quattro chef di altissimo livello: Roberto Di Pinto, Paolo Barrale, Gennaro Esposito e Nino Di Costanzo. Per dessert una proposta dei Maestri Ampi campani, Campania Nova, un babà tostato accompagnato da chips di agrumi, finger di lime e olio, crema di limone, emulsione di mandorle, madelene al mandarino e gelato alla ricotta.
Il summit della pasticceria
Il Simposio non è stato solo occasione di festa per l'Accademia. In pasticceri hanno lavorato, suddivisi in tavoli tematici, a un confronto sui temi caldi della professione. Economia, stato della filiera, occupazione, contratti, comunicazione, consumi e molto altro: questi i temi del summit.
Le esigenze del pasticcere-imprenditore
La formazione, in particolare, è emersa come pilastro sia per lo sviluppo delle future generazioni di pasticceri sia per l’innovazione del comparto. Uno dei limiti evidenziati è l’assenza di uno standard formativo nazionale, con percorsi ancora troppo frammentati su base regionale, spesso incoerenti tra loro. Questo genera un gap che impatta negativamente sia su chi entra nel mondo del lavoro sia su chi assume. All’esigenza formativa si collega quella dell’innovazione, da sviluppare e promuovere a tutti i livelli: produttivo, gestionale, comunicativo e commerciale. Sempre più centrale risulta anche il ruolo dell’imprenditore, che oggi necessita di competenze trasversali e nuove soft skill per affrontare un mercato in continua evoluzione. Spesso però, artigiani e professionisti non dispongono degli strumenti adeguati: in questo contesto, le figure consulenziali esterne diventano alleati strategici per accelerare lo sviluppo del business e per cogliere nuove opportunità di crescita e risparmio.
L'allestimento in centro Milano per il Simposio Ampi, il 5 ottobre: 20 metri di tavolata, 100 dolci regionali, 20 torte monumentali alte oltre il metro, 300 kg di pasta di mandorle impiegati, 10.000 gemme colorate ornamentali, 25 kg di alzate in argento ed oltre 500 ore di lavoro
Molto importante il legame tra pasticceria d’autore e hotellerie, nell'ospitalità di alta gamma. L'alta pasticceria si sta affermando come un elemento distintivo e strategico, in grado di elevare l’esperienza dell’ospite e rafforzare il posizionamento reputazionale delle strutture. Il comparto pastry e bakery si conferma una nicchia di business ad alto potenziale, capace di influenzare le scelte dei clienti, fino a diventare un vero e proprio driver di selezione della struttura.
«È stato un Simposio straordinario - ha dichiarato il presidente Ampi Sal De Riso - e il doppio binario di comunicazione che abbiamo scelto da quattro anni a questa parte e che opta per la scelta di differenti linguaggi per il pubblico e per gli addetti ai settore, si è dimostrato ancora una volta vincente. Sul grande pubblico la collaborazione con Vincenzo Dascanio (che ha curato l'allestimento dei gioielli di pasticceria vicino al Duomo, ndr) e la creazione di un tavolo spettacolare dedicato alla nostra arte ha sbaragliato ancora le carte. Sul versante B2B, la prima edizione del Summit della pasticceria è stato momento di confronto concreto per tutta la filiera. Accademia non smette di crescere. Ne siamo orgogliosi».
La storica torrefazione torinese ha rinnovato la grafica delle confezioni da un kg della Linea Ho.Re.Ca. Cambia il vestito, ma non la qualità delle sei referenze, pensate per rispondere alle esigenze di ogni barista
L’arrivo dell’autunno ha portato diverse novità in casa Costadoro. La storica torrefazione torinese ha realizzato un importante restyling grafico dei pack da 1 kg della Linea Ho.Re.Ca., senza però modificare la qualità che da sempre contraddistingue le sue miscele. Il claim scelto, Cambia solo il nome, sottolinea proprio questo concetto: il mondo cambia, ma la qualità Costadoro no.
Le nuove confezioni sono realizzate con un materiale smaltibile nella plastica. Fa eccezione quella della miscela Costadoro RespecTo., composta con materiali certificati Ok Compost Industrial e che quindi può essere smaltita nell’organico, confermando così l’impegno concreto dell’azienda torinese per la sostenibilità ambientale (leggi Costadoro, nuovi passi verso la sostenibilità).
Sei specialità per i professionisti del fuoricasa
La linea di miscele Costadoro per il fuoricasamoscele
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RespecTo
Lab
Master
Extra
Super
Decaffeinato
La linea si compone di sei referenze pensate per rispondere alle esigenze dei professionisti del bar. RespecTo, 100% Arabica biologica e Fairtrade, dal corpo pieno e dalle note che spaziano dai frutti rossi al cioccolato. Lab, 100% Arabica equilibrata e armoniosa, ideale per bar e pasticcerie, con sfumature agrumate, floreali e un finale di miele. Master, 100% Arabica d’altura, distintiva per note speziate e di frutta secca, con una leggera acidità di bosco e mela verde. Extra, 90% Arabica e 10% Robusta, per il tipicoespresso italiano: corposo, intenso e avvolto da aromi di cacao amaro, mandorla tostata e caramello. Super, composta da 70% Arabica e 30% Robusta, apprezzata per costanza e lavorabilità, dal gusto deciso di cacao e liquirizia. Decaffeinato, una miscela 100% Arabica sotto lo 0,1% di caffeina, dal profilo bilanciato e aromatico con richiami di cacao e caramello.
Qualità e innovazione
Con questo restyling, Costadoro non solo valorizza il lavoro di ricerca e sviluppo, ma rafforza la propria strategia di omnicanalità.
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L’azienda entra infatti anche nel mondo retail con tre novità: un Brasile monorigine, la versione RespecTo biologica e un decaffeinato 100% Arabica. Un segnale chiaro di come, anche in una fase complessa per il settore, la direzione intrapresa resti quella della qualità e dell’innovazione.
Sul finire di 2025, L’Antiquario di Napoli celebrerà il decimo anniversario della sua apertura. È un compleanno simbolico, che testimonia il lavoro infaticabile e lungimirante di un bar che ha fatto scuola, in città di certo ma ben oltre i confini anche nazionali, ricercando l’eccellenza dell’ospitalità classica sia nelle ricette che nelle maniere.
Alex Frezza de L’Antiquario è co-fondatore e alfiere, divenuto bandiera di un approccio al bar che va sparendo eppure dimostra di avere ancora uno spazio prezioso ovunque nel mondo: quello delle giacche bianche, del coraggio di dire no (si servono solo cocktail e champagne), della continua osservazione di un mercato che cambia rapidissimo e propone sfide continue, per rimanere fedeli a se stessi e contemporaneamente rimanere attuali. È lui l’ospite della nuova puntata di Off the record.
Cocktail e champagne a L’Antiquario, in un momento storico in cui si dice sempre più spesso che si beve meno rispetto al passato. Non credo sia il bere alcol il problema, sono piuttosto i luoghi dove poter avere un bicchiere in mano. Abbiamo troppi locali al chiuso, dove è necessario sedersi, nessuno invece che vuole fare volume e permettere agli ospiti di poter socializzare come si faceva una volta.
Vorresti più bar high volume e meno sperimentazione? Anche gli high volume possono fare sperimentazione, magari snaturandosi in minima parte, perché i tempi cambiano. Freni e Frizioni a Roma o Kadavè in provincia di Napoli sono esempi di operazioni imprenditoriali che creano un flusso. Torino al contrario aveva porticati e piazze bellissime e con enormi potenzialità, ma ha perso un po' il filo.
«Se dovessi aprire adesso farei quattro vetrine e un discreto spazio all'esterno»
Commercialmente avrebbe senso aprire un bar come L'Antiquario oggi? Se dovessi aprire adesso farei quattro vetrine e un discreto spazio all'esterno. Non so quanto abbia senso aprire un bar a porta chiusa, oggi, ma è anche vero che tutto cambia in base al luogo e decine di dinamiche a sé stanti. Cose specifiche accadono in posti specifici, all'Antiquario ne accadono alcune perché altre non possono accadere, semplicemente.
Ovvero? Gli ospiti arrivano e spesso non hanno la più pallida idea di cosa succede dietro la tenda all'ingresso. Una volta dentro si rendono conto che si tratta di un bar vero, come dovrebbe essere inteso, dove si può parlare o si può solo guardarsi attorno. Entrano in ballo regole non scritte che in una piazza non avrebbero senso di esistere, a partire dal modo in cui si può (o non si può) interagire con altri ospiti.
Dieci anni sono un bel traguardo. C’è qualche riflessione che ti viene da fare, guardando indietro? I tempi sono cambiati, ho visto più cose che non mi sono piaciute. Comincia finalmente ad affiorare un'idea chiara di chi veramente ama il bar e chi lo sfrutta come strumento per ottenere un ritorno. Quando le due cose si confondono si creano i mostri.
«Il flair? chi pensa ancora che lanciare bottiglie sia un valore aggiunto per il bar, non sa in che anno viviamo»
Per esempio? I flair bartender che si domandano perché non ci sono più sponsor che li sostengano: sono dinosauri che hanno solo approfittato del bar. Chi è riuscito a trasmutarsi in altro come Marco Canova, Francesco Leoni, Bruno Vanzan, ha preso una strada che tutto è tranne che flair; chi invece rimane a lanciare bottiglie pensando sia un valore aggiunto per il bar, non ha capito in che anno viviamo e si lamenta se non è considerato in competizioni che presuppongono una conoscenza di cosa significhi lavorare, davvero, al bar.
Sembra quasi si sia perso il senso vero di cosa sia, vivere un bar dalla vostra parte del bancone. Oggi ci sono bar che investono la stessa cifra per agenzia stampa e lavori di ristrutturazione, e non aveva senso già solo cinque anni fa. Ci abbiamo provato anche noi perché volevamo proiettare L’Antiquario in fasce che non riuscivamo a raggiungere organicamente, e ha funzionato fino a un certo punto, finché peraltro ci siamo resi conto che non potevamo permetterci un investimento del genere. I giochi sono cambiati così tanto che bisogna farsi delle domande: entrare in certe liste serve perché non è facile emergere, ma è un controsenso.
In che modo? Una volta si apriva il bar, si lottava per diventare influenti e poi si entrava in determinate classifiche. Oggi il processo è inverso, esistono scorciatoie per cui posso essere in classifica prima di essere influente. Il meccanismo lo permette, ma i bar devono essere sempre bar e ormai non è più così: ho fatto guest in cui dopo dieci minuti di lavoro mi hanno letteralmente sequestrato per interrogarmi su come avessi fatto a entrare nei 50Best. Come se fosse davvero quello il grosso scoglio da superare.
Perché, qual è? Il problema non è tanto entrare in classifica, quanto piuttosto sostenere le aspettative che poi si creano dopo, e lì non ci sono agenzie stampa o influencer che tengano, ci sei tu con ospiti che magari il giorno prima erano al Connaught. Ci sono tanti esempi di bar che hanno scalato le vette in fretta e poi sono scomparsi.
«Le cocktail week sono belle, ma quanto incidono sul mercato?»
C’è un giro d’affari che inquina l’integrità del bar? Di certo, a differenza del settore dei ristoranti, al bar i marchi girano molto di più e quindi più soldi arrivano da là. Di conseguenza ci gravitano personalità che non amano il bar, ma colgono l'occasione per arricchirsi o sfruttarlo: bartender che non trovano soddisfazione al bar, ma si dedicano ai social o alla pubblicità, oppure organizzatori di eventi in cui non conta il contenuto, ma la visibilità. Per dirne una, tutte le cocktail week sono belle, ma quanto incidono sul mercato? Quanto sono sentite dalla comunità, e quanto invece sono strumenti di persone che non fanno parte del settore e lo sfruttano? Io capisco il mercato abbia spazio un po’ per tutto, ma troppo spesso si pensa sia facile sfruttare la community e lucrarci.
Il mercato così aperto cosa comporta?
Una scarsa professionalità. Se un ex impiegato di moda apre un bar e non un ristorante stellato, c'è un motivo. È interessante combattere con nuove idee, ma andrebbe riconosciuto quando c'è da stare zitti, se queste idee non ci sono. E invece si vedono bar che pensano di fallire se non spingono un contenuto social, anche mediocre, ogni tot tempo.
In tutto questo, la community italiana è in salute? La community italiana in realtà non esiste. Esisteva quando eravamo di meno e lo sgomitare non necessariamente significava togliere spazio all'altro. Oggi siamo saturi, la lotta è più serrata e spesso si mira a ostacolare il lavoro altrui, piuttosto che migliorare il proprio e contribuire al sistema. A me fa piacere essere associato a un certo gruppo di bartender italiani, perché ci siamo sostenuti e ci spingiamo.
Alex Frezza al banco de L'Antiquario a Napoli
E la community che esiste, o sembra esistere, a volte fa più danni che altro… La community intesa come guest, agenzie stampa e tutto quello che gravita attorno può essere una trappola. Se qualcuno viene a proporti di fare parte di una maratona di bar a Londra forse c'è un problema, perché dovrebbe essere la community di Londra a invitarti, che magari ammiri e con cui magari hai un rapporto. Se vi portano di punto in bianco, chiedetevi chi ci guadagna, se siete parte di una community o siete un tassello. Io per primo sono stato una pedina, mi sono reso conto di quanto fosse inutile, l'ho capito e ho poi iniziato a declinare.
Si può dire che fai parte della vecchia guardia: è un orgoglio o una fatica? Ci sto facendo i conti, lo sto capendo fin troppo rapidamente perché inizio ad avere a che fare con gente che non ha i miei stessi punti di riferimento. Se parli con Edoardo Nono, ad esempio, può raccontarti degli ultimi trent'anni di bar: io ho la metà della sua esperienza, ancora meno a livello internazionale, per quanto abbia iniziato a frequentare il bar quando le cose sono cominciate a succedere. I giovani di oggi non hanno vissuto i tempi dell’archeologia, della ricerca quasi manuale e del vero rapporto con colleghi e ospiti che caratterizza il bar vero.
«Senza una missione, chi lavora al bar farebbe meglio a smettere»
Questo si traduce in una mentalità diversa? Edoardo e io abbiamo una visione epica di questo lavoro, ci ricorderanno per come siamo morti lavorando, non per quello che abbiamo fatto. Il nostro è stato un lavoro di conquista, abbiamo dovuto presidiare una città davvero per anni. Io poi ho cercato una bandiera per cui combattere, che è la giacca bianca, la professionalità che prima non c'era. Senza una missione, chi lavora al bar farebbe meglio a smettere. Per questo sto invecchiando.
La questione della professionalità è cambiata? Non saprei. Il nostro lavoro è talmente poco professionale che se ce l'ho fatta io, con un po' di volontà si può vincere a qualsiasi età. Non puoi disegnare il concorde dopo tre anni di ingegneria, qui invece con poche mosse giuste puoi scalare classifiche di gradimento. C'è chi lavora per sei mesi da Starbucks, impara un metodo e poi diventa bar manager di cocktail bar di alto livello.
C'è qualcosa che avresti voluto avere tu, delle nuove generazioni? Ho sempre voluto e dovuto circondarmi di persone più esperte di me. Volevo imparare da loro; oggi si ha la possibilità di stare in mezzo a gente della stessa età che vive le stesse cose con te, si crea quindi un cameratismo che sviluppa il talento come io non ho potuto sfruttare a trent'anni.
All’epoca facevi i catering ai rave party, ora sei ambasciatore delle giacche bianche. Si può fare questo passaggio? Era un altro momento, si facevano locali stagionali, tavoli di discoteca dove portavo magnum e candelotti. Non voglio dimenticarlo, ma era un periodo in cui si lottava male, tante attitudini che ho adesso, quasi alla sopravvivenza, le ho imparate là. È un ambiente che ti risucchia e ti travolge.
Cosa ti piace meno de L'Antiquario? È troppo piccolo per fare certe cose, per fornire un servizio di livello ancora superiore. Come paradosso siamo in qualche modo high volume, ricambiamo tavoli in continuazione; fossimo un po' più grandi potremmo essere un po' più informali in modo vincente, magari con anche un po' più di movimento. Purché il movimento sia coerente con la nostra anima.
Lo dici come se altrove non trovassi questa coerenza. Pare che oggi se durante un guest shift non versi vodka in bocca alla gente, non è una guest e non sei un bar. Io forse lo farei una volta ogni tanto, sono regole della festa che si adattano alle regole del mio bar e viceversa. E questa mia idea mi rende automaticamente escluso da un certo tipo di bar che posso ospitare, perché devo destrutturarli per poterli ospitare, anche se a volte è vincente. Sta di fatto che piuttosto che avere Iain McPherson a L’Antiquario vestito da panda, lo preferirei in smoking a servire solo Martini congelati.
Si vedono anche festival, settimane di guest, eventi messi in piedi da bar che ospitano, organizzano, richiamano. Alcuni di questi momenti hanno senso, vedi il Maybe Festival, che crea valore; altri lo fanno solo per estrema visibilità, ma senza contenuto. I messaggi sono sempre gli stessi e difficilmente si traducono in concretezza. È una cosa warholiana, inutile.
«Ho visto professionisti eccellenti costretti a mettere una maschera per creare un personaggio. Alla lunga, funzionano male»
C’è un momento più o meno particolare in cui le cose hanno iniziato a cambiare? Il 2019, o comunque il periodo caratterizzato dall’inizio della pandemia e la sua evoluzione. Da allora mi cadono le braccia perché vedo sempre le stesse facce in giro, l'entusiasmo è finto, è una recitazione continua. Ho visto personalmente professionisti eccellenti costretti a mettere una maschera per creare un personaggio, e alla lunga loro stessi funzionano male.
Considerando la frequenza dei tuoi viaggi e delle tue guest, hai un'esperienza all'estero piuttosto solida: cosa ti impressiona di più di altri mercati e cosa invece ti rende orgoglioso di essere italiano? A noi manca il rigore. Continuiamo a ripeterci che siamo i migliori, ma siamo degli esempi rari, c'è tutto un mondo di professionalità legate all'ospitalità che noi stiamo acquisendo solo ora. Per dirne una, io non sarei mai all'altezza di lavorare in un luogo con le regole perfette di Monica Berg, perché ha implementato un sistema così rigoroso e al tempo stesso funzionale. Qui non si attuerebbe mai, di quel rigore quasi spaventoso L'Antiquario ha forse il 10%; ci sono posti in cui le eccezioni non esistono, perché esistono manuali da seguire.
Cosa rispondi a chi dice che la vecchia guardia dovrebbe farsi da parte? Che devono prenderci a calci nel sedere per cacciarci, perché di certo non ci toglieremo da mezzo per fare spazio a loro. Ho visto nel corso dell’anno una guest di Patrick Pistolesi a Firenze: lo guardavo sudare e gli chiedevo cosa ci facesse ancora lì, perché non si levasse dalle scatole, e lui rispondeva “e chi lavora al posto mio?”. Questa attitudine e soprattutto questa voglia ci differenzia ancora dalle giovani leve.
«Serve fare cose che nessuno fa, far girare la testa di 180 gradi a pubblico e colleghi»
E da cosa derivano l’attitudine e la voglia? Quando iniziammo a girare noi si andava per guest o eventi o anche solo in bar all’estero, ti giravi da un lato e c’era Alex Kratena, dall'altro Simone Caporale, dall'altro ancora Erik Lorincz. Eravamo portati a dover scalare l'Everest, nessuno ci ha regalato spazio: certe cose vanno conquistate, per quanto sia poi il tempo a dover giudicare. Ma per prender il nostro posto dovranno renderci obsoleti, non fare quello che facciamo noi. I giovani oggi rincorrono guest o collaborazioni perché pensano sia quello il modo di fare bar; al contrario, serve fare cose che nessuno fa, far girare la testa di 180 gradi al pubblico e ai colleghi. Il talento oggi è scarso e diluito e stenta a venire fuori; serve sacrificarsi e rischiare di sparire, per fare qualcosa di nuovo e comprendere se la qualità è valida.
A volte però sono anche le circostanze o il momento storico a giocare un ruolo. Certo. Ci sono bar che hanno aperto troppo presto; Unseen a Milano, ad esempio, poteva essere molto più influente di quanto non sia stato, forse ha spinto troppo e subito. È una sorta di Jimi Hendrix che ha iniziato a suonare come nessun altro suonava, ma non ha avuto tutto il seguito che avrebbe potuto avere.
Tornando a quanto sopra, la vecchia guardia italiana è anche la più solida all'estero: i grandi professionisti oggi stabili altrove torneranno mai in Italia? Mai. Fa ridere pensarlo, perché quei professionisti lì sono di un altro pianeta, ed è soprattutto il contesto in cui lavorano a favorire il loro talento immenso, non il contrario. Ago Perrone in Italia non potrebbe lavorare da nessuna parte oggi; quando sarà lui a chiedersi quanto vale la pena stare a Londra o rientrare, allora potremo dire di valere qualcosa come nazione e imprinting di ospitalità.
Cos’altro ci manca per poter fare un buon salto di qualità anche in chiave internazionale? Manca la sana critica, che in Italia è stata sostituita dalle recensioni di TripAdvisor. Servirebbero cinque, sei persone autorevoli e indipendenti; mi sarebbe servito alla grande avere suggerimenti anche duri, scritti da voci importanti, per crescere.
C’è un bivio particolare che riconosci di aver intrapreso, a un certo punto, e che ti ha dato da pensare?
Se mi fossi drogato avrei avuto qualche vantaggio sociale in più.