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Drink Team 2026-2027: aperte le candidature

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Partita la caccia ai 12 talenti che formeranno la nuova squadra di miscelazione di Bargiornale. C'è tempo fino al 27 marzo per candidarsi alle selezioni. I bartender interpreteranno i 10 trend che stanno ridefinendo la mixology contemporanea

Cercasi 12 campioni dello shaker: i nuovi bartender che entreranno a far parte del Drink Team, la squadra speciale di miscelazione di Bargiornale. Dal 2012 sono stati 175 gli artisti della mixology – i nostri magnifici senatori – che hanno preso parte al progetto che, da allora, esplora i confini del bere miscelato attraverso ricette, idee e prodotti scelti in totale autonomia. Nessun vincolo, nessuna imposizione: ogni bartender è libero di lavorare come farebbe dietro il proprio bancone, con coerenza, stile e visione personale.

Nel tempo, il Drink Team ha attraversato mari diversi della mixology: dai grandi classici ai modern classics, dalle ricette dimenticate ai drink più sperimentali, dai pionieri della miscelazione alle figure femminili che ne hanno scritto la storia. Ogni anno una nuova squadra di 12 campioni, ogni edizione un nuovo tema su cui confrontarsi.

Ora si parte con la selezione dei talenti per la nuova squadra. Per provare a entrare nel team non devi fare altro che iscriverti qui sotto. Hai tempo fino al 27 marzo. A selezionarti saranno i senatori del Drink Team e il voto popolare. I 24 che otterranno il punteggio più alto passeranno alla fase finale e al voto on line. Arriveremo così ai nostri nuovi 12 super bartender, che quest’anno hanno il compito di esplorare i dieci trend chiave che definiranno la mixology del 2026.

I dieci trend protagonisti di questa edizione 

  • Ultra cocktail: drink essenziali, sostenibili e replicabili, dove il valore risiede nella precisione più che nell’eccesso.
  • Fermentazioni vive: uno strumento per costruire acidità naturali e complessità autentiche, senza scorciatoie.
  • Chimica gentile: guiderà estrazioni, chiarificazioni e bilanciamenti, con una tecnica presente ma invisibile al servizio.
  • Localismo autentico: metterà in evidenza la scelta degli ingredienti, privilegiando stagionalità, prossimità e identità territoriale.
  • Profili dry: drink con meno zucchero e maggiore definizione e carattere.
  • Amari e bitter: assumeranno un ruolo strutturale nella costruzione del drink.
  • Componenti sapide e umami: capaci di dare profondità e carattere.
  • Low ABV: accompagnerà un approccio al bere più consapevole e misurato.
  • Classici riscritti: terreno di ricerca continua tra rispetto dell’archetipo e visione contemporanea.
  • Gamification e colore: non semplici elementi estetici, ma nuovi strumenti narrativi, linguaggi di racconto e coinvolgimento, parte integrante dell’esperienza al bancone.

CANDIDATI QUI

Le regole d'ingaggio: come candidarsi per il Drink Team

Tutti i bartender professionisti potranno candidarsi compilando il form, entro il 27 marzo 2026. Non possono essere candidati né autocandidarsi coloro che hanno già fatto parte del Drink Team. Possono essere candidati o candidarsi coloro che, pur essendo stati candidati negli anni passati, non sono entrati a far parte del Drink Team.

CANDIDATI QUI

Selezione a cura dei senatori

Ciascun “senatore” (ex componente delle precedenti edizioni) potrà indicare, dalla lista dei candidati, fino a 10 preferenze, cui attribuirà un punteggio decrescente da 10 a 1. I 24 che avranno ottenuto i punteggi più alti saranno i candidati ufficiali.

Votazione on line

Sarà successivamente pubblicata su tutti i nostri media la shortlist dei 24 candidati. Dal 4 al 19 maggio 2026 si aprirà il voto on line. Gli addetti ai lavori potranno scegliere fino a tre tra i 24 candidati selezionati nella short list dai senatori del Drink Team (il voto dei senatori del Drink Team peserà per l’80%, il voto on line il 20%).

Presentazione del nuovo team

I 12 in cima alla classifica finale entreranno a far parte del nuovo Drink Team. Il nuovo Drink Team sarà presentato nel numero di giugno 2026 di Bargiornale e debutterà con le proprie ricette sul numero di luglio-agosto 2026.


Se la masterclass sul gin diventa spettacolo teatrale: l’idea di Max Morandi torna in scena

Spettacolo teatrale “Esco a farmi un Gin tonic”
"Esco a farmi un Gin Tonic", il titolo dello spettacolo teatrale che il fondatore di Accademia del Barman ha dedicato al distillato più bevuto

Dopo anni a tenere masterclass, all'improvviso l'idea: trasformarle in uno spettacolo teatrale. Novanta minuti in cui il formatore e consulente Max Morandi, fondatore di Accademia del Barman, trasforma la sua passione per il gin in testo teatrale pensato per un pubblico eterogeneo. Lo spettacolo si chiama "Esco a farmi un Gin Tonic: il gin va a Teatro!" e torna sulle scene il prossimo 13 marzo a Piove di Sacco (Pd). A settembre sarà, inoltre, a Castelfranco Veneto (Tv), ma non c'è ancora una data precisa, anticipa Morandi.

Spettacolo teatrale “Esco a farmi un Gin tonic”

«Con questo format - racconta - vogliamo portare il gin fuori dai soliti contesti, trasformando una semplice degustazione in un vero e proprio spettacolo. Il nostro obiettivo è far vivere al pubblico un'esperienza coinvolgente, che unisca storia, intrattenimento e convivialità, offrendo al tempo stesso un momento di socialità unico e autentico che offra al pubblico una maggiore consapevolezza sul bere responsabile, tema sempre più imprescindibile nel concetto di divertimento che noi abbracciamo».
Un format fresco e coinvolgente, che cambia di volta in volta, facendo anche tesoro dei feedback della sala, fra incursioni di figuranti in sala, musica in vinile e una cocktail station sul palco, a metà tra una lezione di storia non convenzionale e uno show dal ritmo vivace, che trasforma l’amato distillato in un pretesto per raccontare la società, le sue evoluzioni e il nostro modo di stare insieme. La formula, poi, si sposta dal palco al dopoteatro: «A tutti gli spettatori con il biglietto viene dato un token da spendere in uno dei locali selezionati nella città, partner dell'evento, per un Gin Tonic ben fatto, premium, oppure anche in versione zero». Un gesto concreto che riporta le persone nei bar e nei locali, tra le vie dei paesi e città, restituendo vita ai centri storici che fanno parte dei vissuti e della storia della nostra cultura.
Ma come scegliere il giusto gin in una bottigliera? Per la risposta, arriva sul palco la Strega Alchimista: «Un personaggio dello spettacolo - spiega Morandi -, un'attrice, ma anche una persona che nella vita reale legge i tarocchi e che mi ha dato lo spunto per collegare la scelta di uno stile di gin al temperamento delle persone. Un gioco che facciamo live e che cambia di volta in volta». In altre parole, dimmi chi sei e ti dirò che stile di gin va bene per te.

Touras, illycaffè: «La formazione ridà al bar il ruolo che merita»

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foto: Gaia Menchicchi
Formazione, strumenti innovativi e vicinanza operativa: così illicaffè vuole restare vicino al suo network di professionisti del bar, per affrontare le sfide di mercato che si prospettano nel 2026

Capacità di offrire un'esperienza curata e coerente, personalizzata e accompagnata da perfezione nella somministrazione: il bar italiano secondo illycaffè deve rilanciare, tornare punto di aggregazione sociale; per farlo, deve essere guidato da un professionista formato e preparato. Come ogni anno Sigep World segna il momento ideale per fare il punto sul mercato e guardare ai piani e alle sfide dell'anno che inizia. Lo abbiamo fatto con Evangelos Touras, Chief Marketing Officer di illycaffè.

Evangelo Touras Chief Marketing Officer at illycaffè
Evangelo Touras, Chief Marketing Officer illycaffè

In un contesto di mercato come quello dell’ultimo anno - con clienti prudenti e molto sensibili al tema del carovita, con visite nell’out of home in leggera flessione - come valutate lo scenario per i bar italiani nel prossimo anno?

Il contesto resta impegnativo: aumenti di listino, carenza di forza lavoro e, purtroppo, mancanza di professionalità. E sarà proprio la professionalità a rappresentare il vero elemento distintivo per il successo dei bar: dalla qualità della somministrazione alla capacità di offrire un’esperienza curata e coerente. A questo si aggiunge una crescente richiesta di domanda di qualità premium e di esperienze personalizzate, con un consumatore più consapevole e attento all’origine dei prodotti, alla sostenibilità e alla trasparenza. Il fuori casa diventa così un luogo di connessione, dove l’esperienza è omnicanale e integra relazione, servizio e contenuto. Il bar deve quindi tornare a essere un punto di aggregazione, non solo una sosta per un caffè. Anche la gestione del locale sarà decisiva, un ambito in cui supportiamo gli operatori da anni attraverso la formazione dell’Università del Caffè, che affianca alla somministrazione anche competenze di business e gestione del locale.

In che modo illycaffè ha risposto al significativo incremento dei costi delle materie prime registrato nell’ultimo anno?

illycaffè ha cercato di assorbire il più possibile gli aumenti dei costi che, nell’ultimo anno, hanno riguardato non solo le materie prime, ma anche logistica, energia e trasporti. Ci siamo concentrati su efficienza interna, ottimizzazione dei processi e razionalizzazione dei costi per limitare l’impatto sul consumatore finale, mantenendo invariata la qualità del prodotto. Questa strategia riflette l’impegno di illycaffè nel garantire una qualità sostenibile anche in un contesto di forte pressione sui costi.

La professionalità del barista oggi è una chiave fondamentale. In che modo illycaffè intende rimanere vicina e supportare la propria rete di baristi?

Il nostro supporto si fonda su tre pilastri fondamentali: la formazione continua, perché la qualità nasce dalle persone; l’innovazione, per offrire strumenti e prodotti che rendono il lavoro più semplice ed efficace; e la vicinanza operativa, fatta di consulenza, materiali dedicati e un dialogo costante. Un vero e proprio ecosistema di persone, strumenti e tecnologie che aiutano il professionista a distinguersi, migliorando efficienza, identità e qualità del servizio.

Leonardo Leuci: «La notte non deve più farci paura»

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C’è una linea di demarcazione piuttosto netta nella storia contemporanea dell’ospitalità italiana: è quella tracciata dal Jerry Thomas Speakeasy di Roma e dai suoi alfieri, che contribuirono ormai tre lustri fa a riaccendere la scintilla della miscelazione. Leonardo Leuci è uno dei quattro cavalieri (con Alessandro Procoli, Antonio Parlapiano e Roberto Artusio, ndr): bartender, giramondo, imprenditore, cultore dell’ospitalità a tutto tondo. È lui l’ospite della nuova puntata di Off the Record.

Quest’anno il Jerry Thomas compie 16 anni: quando apriste, per dirne una, la serranda saliva alle due di notte e chiudeva alle sette del mattino, perché tutti voi lavoravate presso altri bar. Sarebbe possibile una cosa del genere oggi?
Sarebbe fondamentale, più che possibile; oggi più che mai servono spazi di socialità notturna. C’è stata una demonizzazione della vita notturna in generale, una guerra culturale e istituzionale che va avanti da trent’anni e oggi raggiunge il suo culmine. Una mentalità che ha generato tantissimi danni anche dal punto di vista sociale.

In che modo?
Le notti che finiscono troppo presto in maniera forzata lasciano un senso di insoddisfazione che poi da qualche parte deve sfogarsi; si è favorita l’illegalità, si è lasciato spazio all’abusivismo. Imporre a tutti i locali di chiudere alla stessa ora e più è pericoloso che utile, riversi tutti in strada alla stessa ora dopo ore di permanenza nei locali, è assurdo. È abbastanza palese, invece, che una persona eventualmente problematica può essere gestita meglio all’interno di un locale, piuttosto che in strada, e che i bar dovrebbero svuotarsi in maniera organica e soprattutto essere liberi di gestire i propri orari.

«Altrove nel mondo le notti non sono silenti, anzi: hanno un valore sociale e di libertà»

Esistono ancora consumatori che vogliono fare tardi?
Ci sono tanto motivi per cui i consumatori non fanno tardi, ma nessuno di questi è legato al “non volerlo”. Ci sono meno soldi, si preferisce non prendere l’auto, ci si sente meno sicuri. La gente si incontra meno in generale, ci si conosce o ci si corteggia online, ormai, e fa orrore, ma non vuole dire non esista un mercato o, meglio ancora, un mercato potenziale: se ci fossero più posti per vivere la notte in modo pulito, il bacino interessato crescerebbe. Altrove nel mondo le notti non sono silenti e anzi hanno un valore sociale e di libertà: perché deve essere un pianificatore a decidere quando un cittadino deve rientrare in casa?

Si può vivere la notte in modo pulito, quindi.
Certo, ed è la dimensione con cui il Jerry Thomas è nato, di fatto: un luogo di scambio fondamentale. Oggi in qualche modo quasi si rifiuta il concetto che il bar sia un mondo notturno, quando in realtà è addirittura l’aspetto prevalente: la notte ha ispirato generazioni di artisti, filosofi, intellettuali, rivoluzionari proprio per quell’idea di libertà che ti prende quando sai godere della sua bellezza.

Anche i bartender non vogliono più lavorare tardi?
Non ne hanno più la predisposizione, perché è sbagliata la nuova interpretazione di cosa significhi fare il bartender. La condizione sine qua non è sempre stata lavorare di notte, non c’erano molte alternative, anche socialmente era accettato da tutti. Oggi si è persa una consapevolezza molto semplice, ovvero che il bar è fatto di edonismi che vanno appagati. I cocktail bar stanno lì per quello; non per fare da bere, ma per rappresentare qualcosa di diverso rispetto alla routine quotidiana nel contesto sociale. Certe cose funzionano perché si fanno di notte, specialmente in Italia dove la miscelazione è legata a quella specifica fascia oraria; non siamo come nel mondo anglosassone che invece accetta serenamente la bevuta pomeridiana.

Quindi può essere un problema culturale?
La predisposizione al lavoro notturno è mancata perché ci sono tanti discorsi correlati. Su tutti, l’idea che esista una vita normale o non normale: nelle grandi città la normalità è stare imbottigliati nelle metro o nel traffico la mattina, buttarsi sul divano dopo il lavoro con il telecomando in mano e andare a dormire presto? È questa la normalità? I bartender di oggi, anche statisticamente, abbandonano il lavoro dopo qualche anno, spesso impauriti dalla notte perché non l’hanno mai vissuta in maniera corretta, forse non si sono divertiti nel senso più genuino del termine come hanno fatto molti della mia generazione e questo ha portato a una degenerazione. Certo, esistono anche altri problemi, ma lo strato di fondo è questo.

«Sono da sempre un promotore del lavoro 5 giorni su 7 con due giorni di riposo attaccati»

È anche vero che lavorare al bar impone dei ritmi che non sono proprio canonici.
Certo, ma dipende molto anche da come si vive questa dimensione. Mettiamo che un bartender vada a dormire alle 5 del mattino dopo il lavoro e un po' di svago, dorma le sue 7/8 ore, e si svegli riposato con la prospettiva di andare al lavoro per le 17.30; ha tutta la possibilità di dedicare un pomeriggio a quello che ritiene più utile per sé, che sia la palestra o i propri interessi. Può uscire di casa quando tutte le attività sono aperte, fare una spesa senza fretta, insomma sfruttare il proprio tempo al massimo delle possibilità. Io poi sono un grandissimo promotore, da sempre, del lavoro 5 giorni su 7 con due giorni di riposo attaccati: se fosse uno standard credo ci sarebbero molti meno problemi per la categoria e i ragazzi si godrebbero di più questo lavoro e le sue opportunità.

Non credi che però da un punto di vista sociale, considerando che una ipotetica cerchia di amici avrà dei ritmi completamente opposti a quelli di un bartender, possa diventare una routine alienante, senza possibilità di frequentare nessuno che non sia un bartender a sua volta?
Se ci si aliena è perché le persone si sono alienate in generale. È vero che molti miei amici appartenevano al mondo della notte, ma la differenza è che, quando si smetteva di lavorare, negli anni Novanta e fino a metà dei Duemila c’era poi qualcosa da fare fino al mattino e non necessariamente di controverso o eccessivo: era un mondo appagante, adesso non lo è più, perché sono cambiate le dinamiche e gli interessi. Sia chiaro, il discorso non è soltanto italiano, anche se all’estero le scene underground sono molto più interessanti.

A proposito, l’Italia del bar è in un buono stato di forma?
Magari per numero di cocktail bar, sì, anche se forse solo nelle grandi città. Il gigantesco problema italiano è quello dei contenuti: siamo in un declino da qualche anno e dopo il Covid la situazione è peggiorata ulteriormente.

«Troppe copie e cloni, pochi contenuti originali: il cocktail bar italiano in crisi di identità»

Cosa intendi?
Non siamo riusciti ancora a stabilire uno standard qualitativo medio soddisfacente, perché manca la volontà di affermare che questo standard da cui partire esista. Stiamo prendendo la pericolosa piega che è ormai padrona della caffetteria, che in Italia è un mondo disastrato; eppure, non se ne parla perché “si è sempre fatto così”. E poi c’è una gran crisi di identità, si vedono quasi esclusivamente copie e cloni, pochi contenuti originali. È paradossale, considerando i nostri valori e il potenziale.

Una grande opportunità di slancio può essere rappresentata dal Roma Bar Show, che hai contribuito a fondare e oggi è passato in altre mani: pensi la fiera abbia raggiunto il suo potenziale? E cosa manca eventualmente per un ulteriore miglioramento?
Se guardo ai primi tre anni, da un punto di vista dell’offerta della formazione nessuno al mondo aveva proposto una qualità come la nostra: una Academy vera e propri con ospiti globali del peso di David Wondrich, Jeff Berry, Dave Arnold e i migliori professionisti da tutto il mondo invitati a presentare il loro lavoro.

Eppure in un auditorium da 800 posti se ne riempivano la metà, al massimo.
Il problema è che il pubblico non risponde, a prescindere dall’avere a disposizione personaggi così illuminati. Ci siamo resi conto che paradossalmente è difficile portare contenuti così alti a un pubblico così ampio. Serve concentrarsi su palchi più piccoli dedicati a chi è davvero interessato.

C’è anche chi ha sottolineato come il Roma Bar Show degli ultimi due anni sia stato più simile a una grande festa, che a un’occasione di formazione.
Se metti trecento espositori nello stesso luogo, con la possibilità di dare da bere, è anche nella natura delle cose che l’atmosfera tenda a farsi più allegra. È vero, però, che la voglia di imparare veramente è sempre meno, e molto va imputato alla disponibilità di materiale online: ci si illude che informazioni semplici da reperire siano anche sempre informazioni di qualità. La formazione in presenza è incomparabile e si dovrebbe tornare a massificarla.

Significa quindi adattarsi alle richieste?
Anche questo è un mercato, un bar show deve fare i conti con tutto: con i nomi più famosi del mondo sul palco l’auditorium era vuoto, ma agli awards per il miglior video social c’era la fila fuori…

È una fotografia piuttosto netta di questo momento storico. Cos’altro comporta?
Quando ho iniziato io, i cocktail bar erano di meno e c’erano più bartender formati egregiamente sullo standard del tempo: un datore di lavoro poteva scegliere, quindi chi non veniva scelto doveva formarsi meglio. Oggi l’offerta è molta di più, i bartender molti di meno: non c’è più selezione, quindi c’è meno stimolo a formarti in maniera adeguata, e i risultati si vedono. C’è tantissima approssimazione.

Così la qualità va a picco…
Sono tornati problemi che pensavo fossero risolti. Ti faccio l’esempio del mojito: a differenza di trent’anni fa, oggi in pochi secondi puoi vedere in diretta il miglior mojito del mondo, miscelato nel bar più famoso al mondo per il mojito. E nonostante questo, c’è ancora chi non sa fare mojito: vuol dire che non c’è proprio la voglia, la spinta per migliorare. Mi sento un boomer a parlare così, ma è la realtà.

La tua generazione forse è un’eccezione?
Certo, eravamo forse fin troppo ossessionati, ma serviva, perché è stato per quello che in dieci anni abbiamo elevato il livello medio in maniera mostruosa. Si deve tornare alla base, e per questo alcuni contenuti faticano di più nel bar show: una lezione su come fare il mojito come a Cuba o una cocktail session di un bar famoso sui social avrà la stanza piena di giovani; se porto a parlare un genio che racconta la storia della miscelazione o che parla dei problemi legati alla professione, risponderanno in pochissimi.

Si stava meglio quando si stava peggio?
Forse. La proposta di formazione di Roma Bar Show è stata molto ambiziosa, ma manca la massa per seguire cose di questo livello. Quando con Jerry Thomas Project nel 2011/12 portammo Wondrich e Berry a Roma, riempivamo il Teatro Garbatella da mille posti; oggi puoi vedere tutto online, contenuti modulati in un certo modo per un lasso di attenzione minimo.

Anche la rete di professionisti ne risente?
Quando iniziammo con il Jerry Thomas, il network era molto piccolo: la gente ci invitava nelle loro città e nei loro bar non per il ritorno di un post Instagram, ma perché facevamo bene e volevano farci vedere quanto bene facessero anche loro. Il mercato è cambiato, sono i brand che pagano per i viaggi e tutto il resto: vuol dire che saranno invitati tutti prima o poi, a prescindere dalla qualità del loro lavoro.

«Non vedo più la voglia di sollevare il dubbio»

A fine 2025, alla Palermo Cocktail Week, nel tuo intervento parlavi della differenza che c’è tra Old Fashioned e Whiskey Cocktail: “Nessuno la chiederà mai, ma un bartender la deve sapere”.
La chiave di lettura, per qualsiasi cosa, è la comprensione di una determinata cosa. Mi rendo conto di come oggi manchi la volontà di capire il perché, in generale, perché si da per scontato che una cosa vista in un certo locale o fatta da una certa persona sia giusta. La formazione che metteva in dubbio, che ti spronava a conoscere sempre di più, era la vera forza della mia generazione e non la vedo più.

Tornando al Jerry Thomas, nel 2025 è rientrato nel giro dei World’s 50 Best Bars, senza averne di certo bisogno. Cosa ne hai pensato?
Ne sono fiero, a prescindere dalla posizione (n.98, ndr), perché non abbiamo mai lavorato con l’obiettivo di voler tornare in lista. Non facciamo guest, non assecondiamo nessuna richiesta di nessuno sponsor che vada in questa direzione, quindi se qualcuno ci ha votato è sintomo di un movimento organico. Quando entrammo in classifica per la prima volta fu un bello sfizio da toglierci, lo facemmo senza investire una lira. anche perché all’epoca certe dinamiche non esistevano.

È sano porsi la classifica come obiettivo?
Auguro a tutti di entrarci, ma mai di rincorrerla: l’importante è che il bar sia pieno, a me interessa che tra altri quindici anni parleremo ancora del Jerry Thomas.

Peraltro, voi e la 50Best non vi eravate lasciati granché…
Entrammo in lista in una posizione già altissima, forse la più alta new entry di sempre, all’epoca, e ci rimanemmo per sei anni. A un certo punto iniziò ad essere necessario un certo tipo di comunicazione social, allineare le immagini che postavamo a un certo standard. E a noi non andava, o forse non eravamo capaci.

Vi fecero pressione?
Nessuno ci ha mai fatto pressione o un’offerta, ma quando ci venne fatto notare che il nostro modo di comunicare avrebbe potuto essere più coerente con quello che il networking e la comunicazione sul mondo del bar stava diventando, decidemmo di essere noi stessi. Alcune figure di spicco del mondo della miscelazione mondiale che votavano furono sostituite da cocktail blogger o influencer, e noi parlavamo una lingua diversa.

Pensi una rinuncia del genere sia qualcosa che altri farebbero, in Italia, oggi?
Ho letto Alex Frezza, qualche tempo fa, rispondere qui che essere in lista non è solo un onore, è piuttosto un onere perché ti confronti con ospiti e professionisti che frequentano locali di un certo tipo e che quindi non è semplice, e sono d’accordo. Noi, però, ce ne siamo sempre un po’ fregati, siamo stati consapevoli delle nostre fisse e dei nostri estremismi a tratti, ma abbiamo sempre creduto nel nostro modo di intendere la professione e l’ospitalità, spesso sbagliando. Conosco moltissimi professionisti che se ne fregano altrettanto, osti di luoghi dove io sto cento volte meglio che in bar che sono in lista; penso, però, che in pochi oggi farebbero quella scelta o sarebbero in grado di dire no a certe dinamiche. Per alcuni è un ossessione, vedo che chi esce dalla classifica poi quasi subito si adopera in ogni modo per tornarci. A noi non frega nulla, anche perché economicamente non ci ha mai cambiato la vita: il Jerry Thomas è sempre stato pieno.

«Pochi lavori ti riempiono l'anima di umanità come fare il bartender»

In una tua intervista alla Diffords’ Guide sostieni come ci sia “un che di romantico nel vedere un tramonto o un’alba con un cocktail in mano”.
Io ho avuto una grande fortuna nella vita: ho iniziato a viaggiare da bambino, e per lavoro a 18 anni facendo le stagioni, la prima da bartender in un paesino della costa calabrese. Finivo di lavorare alle 6, nelle estati dei primi anni Novanta: l’unico drink che potevo bere durante la giornata era allora, guardando l’alba. In qualche modo, quella è una palestra di sensibilità, che oggi manca del tutto: il mondo si è abbrutito, si ascolta musica orrenda, non si legge più granché, manca l’amore diffuso per la bellezza e le emozioni che non sono instagrammabili.

In che modo tutto questo è legato con il bartending?
Anche se si fa fatica a crederci, certe esperienze puoi farle solo lavorando come bartender di notte. Chi altro può vedere, senza fretta, con la tranquillità nel cuore di aver lavorato 8 o 10 ore per far star bene delle persone, i Fori Imperiali con il primo sole che li bacia mentre torni a casa, le coste di un’isola greca dal tetto del locale, con la birretta in mano e i colleghi stanchi ma felici, quando il sole sorge, con l’adrenalina di un turno di lavoro che va scemando e puoi finalmente rilassarti? Pochi lavori ti riempiono l’anima di umanità come fare il bartender.

C’è spazio perché le cose cambino in meglio?
Se i bartender oggi hanno bisogno di postare tutto quello che fanno, minuto per minuto, lavoro o tempo libero che sia, vuol dire che non vivono emozioni per sé. Non c’è più spazio per il romanticismo. E l’alba non vuole più vederla nessuno.

 

Fuori casa, promo e marketing per tentare il rimbalzo nel 2026

Foto di protowink da Pixabay
Cauto ottimismo per le visite in bar e ristoranti nel 2026, dopo un anno di stallo del fuori casa per via del colpo al potere d'acquisto degli italiani. La fotografia del mercato e le strategie da adottare

Il 2026 si presenta con una previsione di ragionevole ottimismo: i numeri del fuori casa italiano - secondo quanto spiegato da Circana durante l'ultima edizione di Sigep a Rimini, con l'intervento di Matteo Figura - dovrebbero migliorare, con un segnale positivo atteso specie riguardo alle visite. Un piccolo rimbalzo dopo un periodo più difficile, un ultimo anno durante il quale sono venuti al pettine i nodi dell'economia italiana quasi ferma e del potere d'acquisto dei consumatori molto ridotto.

Caro vita: aumentano i pessimisti, sale il risparmio (per cautela)

Il caro vita ha segnato particolarmente i consumatori italiani nell'ultimo anno, e l'effetto, nel 2025, si è visto bene. Il 2025 si è chiuso con una leggera flessione proprio nelle visite, 15,1 miliardi, in calo dello 0,6% rispetto al 2024 (e -4,2% rispetto all'ultima rilevazione pre pandemia, il 2019).

71,4 miliardi di euro, tanto vale la spesa complessiva degli italiani nel fuori casa, con una spesa media individuale di 4,74 euro, cresciuta dell'1,7% (sul 2024) e del 17% (sul 2019), per effetto dell'aumento dei prezzi.

 

71,4 miliardi di euro (+1,1% sul 2024)

la spesa degli italiani nel fuori casa, AT set 2025

 

15,1 miliardi (-0,6% sul 2024)

le visite degli italiani nel fuori casa, AT set 2025

 

Le preoccupazioni degli italiani frenano il fuori casa

Le prospettive di bassa crescita economica (il 2025 potrebbe chiudere con un +0,5% del Pil e il 2026 vede un +0,7%, con grande incertezza legata a dazi e scenario internazionale tormentato) e l'aumento dei prezzi in un Paese come l'Italia - dove i salari restano cronicamente bassi -, costo della vita e potere d'acquisto rimangono le preoccupazioni principali. Seguono le tensioni geopolitiche e le azioni del presidente degli Stati Uniti (su questa voce in particolare la preoccupazione dei consumatori italiani è cresciuta moltissimo). Come si reagisce? Aumentando la propensione al risparmio, ma non per un'inedita volontà di costruire il proprio benessere futuro, quanto, piuttosto, per tenersi in tasca qualche euro in più nella massima cautela.

Italiani un poco più pessimisti rispetto alla loro situazione finanziaria futura

Gli italiani sono più pessimisti sulla loro situazione finanziaria futura. Le rilevazioni delle aspettative a 6 mesi circa la propria disponibilità economica mostrano un incremento dei pessimisti, una sostanziale stabilità degli ottimisti e un calo leggero dei neutrali. L'aumento dei prezzi ha spaventato e spaventa quasi tutti: il 65% ritiene che siano aumentati troppo. E così, si corre ai ripari.

Consumi fuori casa: caccia alle promozioni e meno occasioni per uscire

Come impatta tutto questo sulle uscite al bar o al ristorante? Secondo Circana, se l'11% dei clienti non cambia le proprie abitudini al bar o al ristorante, ma il 47% opera il trading down. Significa che cambia le proprie abitudini al ribasso, per esempio cambiando ristorante alla riceca di un locale più conveniente o che proponga promozioni; oppure chiedendole proprio nel suo locale di fiducia, o, ancora, ordinando semplicemente qualcosa in meno a tavola o al banco.

Si attesta attorno al 36%, invece, la percentuale di clienti che fa trading out. Significa che esce dal mercato, andando nei locali meno spesso. In altre parole, più di 1/3 dei consumatori è disposto a ridurre le visite per fronteggiare i rincari.

La mappa dei comportamenti: più di 1/3 esce meno, quasi il 50% cambia abitudini e adotta strategie per risparmiare

I frequentatori assidui in difficoltà

Il risultato è una minore frequenza delle visite, come testimoniato dal dato generale già esposto all'inizio. L'impatto più significativo si nota sui consumatori assidui di bar e ristoranti, quelli classificati come heavy users. In un solo anno, i clienti da "più di una volta alla settimana" sono scesi dal 28% al 20%. Quelli da uscita "una volta la settimana" sono calati, dal 28% al 24%, mentre (sempre nell'indagine Circana) sono salite le frequentazioni "una volta al mese", da 9% a 14%, e "mai", da 2% a 5%.

Che strategie adotta chi vuole tenere lo scontrino sotto controllo? Promozioni, menu combo, rinuncia alle proposte più costose e tagli alla testa e alla coda del pasto: antipasti e dessert, ma soprattutto consumazioni alcoliche. Il dettaglio è nel grafico qui sotto.

A caccia di promo e menu combo. Penalizzati i consumi alcolici

Gli esercenti, insomma, dovranno aggiornarsi e acquisire competenze gestionali. Lavorare su promozioni e strategie di marketing ben pensate per cogliere le opportunità in un contesto di grande cautela. Nel quale, però, il valore dell'esperienza fuori casa come risposta alle esigenze di convivialità e di socialità non viene certo a mancare.

Formazione di eccellenza a SANA Food, anche con masterclass firmate Associazione Italiana Cuochi e World IAC

SANA Food 2026
Dal 22 al 24 febbraio a BolognaFiere la nuova edizione della fiera b2b dedicata al cibo sano e sostenibile. Tra le novità, la partnership con l’Associazione Italiana Cuochi e World IAC, che sarà protagonista di un ciclo di masterclass guidate dai propri chef

Torna a BolognaFiere, dal 22 al 24 febbraio, l’appuntamento con SANA Food, la manifestazione b2b per i professionisti che vogliono diversificare la propria offerta di cibo sano e sostenibile per l’Horeca, il canale specializzato tradizionale, il risto-retail e le gastronomie. L’edizione 2026 si presenta con una novità di rilievo: la collaborazione ufficiale con l’Associazione Italiana Cuochi (AIC) e World IAC, realtà da sempre impegnata nella tutela, nella formazione e nella valorizzazione della cucina italiana.

Nove appuntamenti tra conoscenza e tecniche

Cuore esperienziale della manifestazione sarà l’area OoH Lab!, dove AIC proporrà un ricco programma di masterclass condotte dai propri chef. Nove gli appuntamenti, pensati per valorizzare il patrimonio gastronomico italiano e per rispondere a una duplice esigenza dei professionisti del fuori casa. Da una parte, approfondire la conoscenza di alcuni piatti tradizionali, per esempio il tortellino, il pesto di Prà e la pasta ripiena rivisitata in versione contemporanea, per poterli inserire all’interno dei propri menù. Dall’altra, affinare le tecniche di preparazione, grazie al confronto diretto con chef altamente qualificati.

L’incontro tra cucina e vino sostenibile

Le preparazioni protagoniste delle sessioni saranno abbinate ai vini selezionati da Slow Wine, grazie alla sinergia tra SANA Food e Slow Wine Fair, la fiera internazionale dedicata al vino buono, pulito e giusto (leggi qui). Le due manifestazioni si svolgeranno, infatti, in contemporanea, in padiglioni adiacenti, e gli operatori Horeca potranno accedere, con un unico biglietto, a un percorso completo nel food & beverage sostenibile e di qualità.

QUI IL PROGRAMMA COMPLETO

Cucina sana tra tradizione e innovazione

Le masterclass metteranno al centro i temi della cucina sana e dell’innovazione, senza perdere il legame con la tradizione: autenticità, piatti semplici, mai banali, capaci di raccontare il territorio attraverso tecnica, ricerca e rispetto della materia prima.

Ampio spazio sarà dedicato all’impiego di prodotti di alta qualità, inclusa una selezione di proposte provenienti dagli espositori di SANA Food: eccellenze DOP e IGP, prodotti biologici e altre specialità riconosciute dalle guide Slow Food.

Il tema dell’alimentazione sana sarà declinato in un approfondimento a cura di AIC specificamente dedicato alla cucina gluten free.

Al termine di ciascuna masterclass, oltre a un attestato di partecipazione, gli iscritti riceveranno il ricettario relativo alla loro sessione.

La formazione per i buyer

Il calendario di SANA Food prevede, inoltre, appuntamenti rivolti a oltre 300 buyer internazionali e a una selezione di buyer italiani. Tra questi, l’incontro Il miele italiano tra qualità, valore e riconoscibilità, organizzato con l’Osservatorio Nazionale Miele e in collaborazione con Ambasciatori dei Mieli. La degustazione professionale, guidata da Maria Lucia Piana, tra le massime esperte italiane di analisi sensoriale del miele, offrirà strumenti per conoscere e valutare il miele italiano di qualità.

PER INFO E BIGLIETTI CLICCA QUI

 

La Nazionale italiana di pasticceria conquista il bronzo europeo e vola a Lione 2027

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Credit foto: Coupe du Monde de la Pâtisserie 2025 Antoine Marceau
Con una solida prova di tecnica e creatività la squadra tricolore ha conquistato il podio alla Coupe d’Europe de la Pâtisserie e il pass per il mondiale 2027

È con un risultato di prestigio che la Nazionale italiana di pasticceria torna da Parigi. La capitale francese ha ospitato la Coupe d’Europe de la Pâtisserie, dove la dolce squadra tricolore ha conquistato il bronzo, guadagnandosi così la partecipazione al mondiale, in programma tra un anno esatto sempre in Francia, ma a Lione.

Andata in scena al salone Sirha Bake & Snack, la competizione europea ha visto in gara le squadre di otto Paesi del continente, impegnate in una delle sfide più tecniche e spettacolari del panorama dolciario internazionale. Cinque ore e trenta minuti di tempo per portare a termine un programma serrato, fatto di prove tecniche, degustazioni e creazioni artistiche di grande impatto visivo.

Una solida prova di tecnica e creatività

I team hanno dovuto misurarsi con la rivisitazione della classica tarte tatin, con un prodotto da street food al cioccolato e con un dessert gelato da ristorazione, affiancando alle prove di gusto la realizzazione di imponenti opere in zucchero, cioccolato e ghiaccio, esposte a buffet davanti alla giuria.

Il team italiano, composto da Marco Deidda, Alessandro Fiorucci e Gabriel Gianforchetti, con Alessandro Dlamasso in giuria, è stato protagonista di una prova che ha messo in luce solidità tecnica, precisione esecutiva e capacità di interpretare il tema con creatività e identità culturale. Un lavoro costruito nel tempo, frutto di allenamento, coordinamento e grande affiatamento, sostenuto dal Club Italia Coupe du Monde de la Pâtisserie, punto di riferimento per la preparazione delle squadre azzurre nelle competizioni internazionali.

Prossima sfida il mondiale a Lione

È giunto così il meritato podio, alle spalle di Francia e Belgio, rispettivamente prima e seconda classificata, insieme al pass per il mondiale. Un risultato che conferma la continuità dell’Italia ai vertici della pasticceria internazionale: il nostro Paese è infatti l’unico ad aver partecipato a tutte le finali della Coupe du Monde de la Pâtisserie dalla sua istituzione nel 1989.

A Lione 2027 la dolce squadra tricolore tornerà quindi a confrontarsi con l’élite mondiale della disciplina, in una finale che riunirà le migliori squadre selezionate nei diversi continenti. Tra le qualificate europee, oltre al podio di Parigi, ci saranno anche Paesi Bassi e Gran Bretagna. Per la Nazionale italiana si apre quindi una nuova fase di preparazione, con l’obiettivo di ottenere un risultato ancora migliore sul palcoscenico più prestigioso della pasticceria internazionale.

Al nuovo Edition sul lago di Como l’aperitivo si fa in Bicicletta

Al The Lake Como Edition l’aperitivo riprende la tradizione della Bicicletta. Un classico drink da bar di paese riletto con una visione luxury

È dedicato alle biciclette, anzi al cocktail storico che porta il nome Bicicletta, il menu aperitivo del nuovo bar del The Lake Como Edition, la cui apertura completa è prevista per marzo. Non è un’operazione nostalgia né un vezzo da menu. È un lavoro di sottrazione e precisione. Su questa idea di semplicità governata si innesta il racconto del nuovo hotel di lusso aperto a Cadenabbia, sulla sponda occidentale del lago, all’interno di una proprietà del 1830, riletta come lakeside hotel contemporaneo. Una struttura che entra nel sistema delle ville storiche del territorio, senza replicarne la forma, ma lavorando sull’esperienza. «Abbiamo progettato un'esperienza che guarda alla storia del Lago di Como con un linguaggio attuale - racconta il General Manager, Anton Moore -. Gli spazi e i concept sono pensati per usi diversi, da quelli più raccolti a quelli dichiaratamente sociali». Situato di fronte a Bellagio, con le montagne a incorniciare il paesaggio, l’hotel gode di una vista aperta sul lago.
Dopo un soft opening a settembre, l’apertura completa è prevista per marzo 2026. Per la catena americana, la struttura sul lago di Como è la seconda dopo quella di Roma, dove troviamo l'ottima Punch Room (l'abbiamo raccontata qui). Il The Lake Como Edition conterà 148 camere, 25 suite e due penthouse.

Affacciato direttamente sulla promenade lungolago, l’hotel dispone di un pontile privato che consente agli ospiti di arrivare via acqua, grazie alla flotta di imbarcazioni della struttura, utilizzata anche per i collegamenti verso le principali destinazioni del lago. Al largo opera, inoltre, una piattaforma galleggiante con piscina, completa di ristorante e bar.
La supervisione delle attività food & beverage è affidata allo chef Mauro Colagreco (il celebre chef del tristellato Mirazur di Mentone, in Francia) e al Director of Food & Beverage, Vincenzo Mancinelli. Tra i diversi concept gastronomici, The Lobby Bar rappresenta il vero centro di gravità dell’hotel. Uno spazio pensato per essere vissuto a lungo, più che attraversato: soffitti alti cinque metri, ampie vetrate affacciate su Bellagio, un tavolo da biliardo, un pianoforte Steinway e un grande camino in pietra Palomba scolpita, che invita a rallentare. «Il Lobby Bar è un luogo che invita a prendersi tempo - spiega Mancinelli -. L’atmosfera del lago rende ogni momento diverso e il nostro menu nasce proprio per accompagnare questa idea di convivialità, senza forzature».
La cocktail list di apertura presenta sette signature drink, tra cui due opzioni zero-Abv di alto profilo. Il drink più rappresentativo è Eclissi del Lario, una bevuta luminosa e fruttata servita in versione chiarificata. La ricetta prevede 60 ml di rum, 60 ml di banana chiarificata e 2,5 ml di soluzione di acido citrico, serviti in una grande coppetta su mezzo blocco di ghiaccio. L’esterno del bicchiere è rifinito con burro di cacao verde, per un impatto visivo pulito ed elegante. L’ispirazione è quella di un’eclissi lunare riflessa sull’acqua del lago di notte, capace di restituire il lato più enigmatico del territorio.
Accanto alle signature, il bar propone un menu aperitivo dedicato interamente alle biciclette. Il bar manager, Alan Cartolano, parte da una delle bevute più semplici e popolari dell’aperitivo italiano, Campari Soda e vino bianco, e la tratta con lo stesso rispetto riservato a un classico: studia le proporzioni, seleziona una miscela proprietaria di vini da aperitivo e amari, lavora su un vino locale aromatizzato con frutta di stagione e chiude il cerchio con un seltz fatto in casa, profumato con botaniche raccolte nel giardino della proprietà. Il risultato resta immediato, riconoscibile, ma cambia passo: è sempre una Bicicletta, solo che ora pedala dritta. La versione classica resta un riferimento chiaro, Campari Soda nel formato monodose al 10% vol. e vino bianco, una bevuta che appartiene alla famiglia degli Spritz ma con un nome più immediato, radicato e coerente con la cultura ciclistica del Nord Italia. La leggenda racconta che fossero i signori italiani di una volta a concedersi questa bevuta prima di rimettersi in sella per tornare a casa, spesso con una pedalata non proprio impeccabile.
Qui The Lake Como Edition ne alza il livello senza snaturarne l’anima. Le due versioni in carta sono Gialla, con blend ambrato da aperitivo, vino alla pesca e seltz alle erbe fresche, e Rosa, con blend rosso da aperitivo, vino alla fragola e seltz alle erbe fresche. Un omaggio diretto alle iconiche maglie del Giro d’Italia e del Tour de France.
Con la sua vista ininterrotta sul lago, The Lobby Bar diventa così l'ancora dell'intera proprietà. Uno spazio costruito per restare, tra una Gialla, una Rosa o l’intera cocktail list, senza la sensazione di dover andare altrove. Tra biliardo, vetrate a tutta altezza e il drink program firmato da Mancinelli e Cartolano, il bar dimostra come una dimora ottocentesca possa essere riletta con intelligenza e misura, trovando una nuova voce all’interno dell’ospitalità di lusso contemporanea.

At The Lake Como Edition La Bicicletta takes its turn

(English version)

The Lake Como Edition has opened in Cadenabbia on the western shore, joining the area's collection of historic villas. The hotel occupies a property originally built in 1830, now renovated as a contemporary lakeside hotel. «We've designed an experience that references Lake Como's history while bringing a current approach - says General Manager Anton Moore -. The programming spans multiple dining concepts and spaces that work for different uses—from quieter areas to more social settings».

Positioned across from Bellagio, the hotel overlooks the lake with mountain views in the background. The property soft-launched in September and will fully open in March 2026, with 148 rooms, 25 suites, and two penthouses.

The hotel sits on the waterfront promenade with a private dock. Guests can arrive via the hotel's boat fleet, which also provides transportation to other lake destinations. A floating pool platform operates offshore, with its own restaurant and bar.

Chef Mauro Colagreco and Director of Food & Beverage Vincenzo Mancinelli oversee the Lake Como Edition's dining and bar operations. Among several restaurant concepts, The Lobby Bar functions as the primary gathering point. The space includes five-meter ceilings, panoramic windows facing Bellagio, a billiard table, Steinway baby grand piano, and carved Palomba stone fireplace—designed for extended stays throughout the evening.

Vincenzo Mancinelli encapsulates the magic of the locale and its influence on the beverage program: «The Lobby Bar is an enchanting place, and the atmosphere of the lake makes every moment unique. Our menu is an invitation to be guided by sophisticated cocktails, crafted with passion to enhance every moment of conviviality in this grand space».

The opening menu showcases seven signature drinks, including a couple of well-built zero-ABV options. The star of the list is the Eclissi del Lario—a bright, fruit-forward, clarified serve. It’s built with 60 ml rum, 60 ml clarified banana, and 2.5 ml citric acid solution, then served in a large coupette over a half ice block. The outside of the glass is brushed with green cocoa butter for a clean visual hit. The drink takes its cue from a lunar eclipse reflecting over Lake Como at night, capturing the mysterious feel of the area.

Alongside the seven signatures, The Lake Como Edition offers a special aperitivo menu called “Biciclette,” created by bartender Alan Cartolano and inspired by the old-school aperitivo found in local bars, pasticcerie, and trattorie. The classic version uses a Campari Soda (the 10% Abv single-serve) topped with white wine. It sits in the spritz family—similar build, but with a catchier name that resonates thanks to Northern Italy’s cycling culture. Edition elevates the drink with a custom mix of aperitif wines and amari, seasonal fruit–infused local wine, and a house seltzer made with botanicals picked from the backyard. The two Biciclette serves are Gialla (amber aperitif blend, peach wine, fresh herb seltzer) and Rosa (red aperitif blend, strawberry wine, fresh herb seltzer), nodding to the iconic jerseys of the Giro d’Italia and Tour de France. Legend has it older Italian men enjoyed this drink before biking home—often with a slightly unsteady pedal stroke.

The Lobby Bar anchors the property with unobstructed lake views. It's built for lingerin (over a Gialla, a Rosa, or the full cocktail menu) while staying on-site. Between the billiard table, floor-to-ceiling windows, and Mancinelli's drink program, the bar demonstrates how the hotel has repositioned the 19th-century estate for contemporary luxury hospitality.

Drink Kong raddoppia e apre lo spin-off Campo Marzio nel centro storico di Roma

Apre in via dei Prefetti il secondo indirizzo targato Drink Kong, in cui Pistolesi adatta per un ambiente più luxury il suo format retro-futurista

Lo avevamo anticipato già nel numero di ottobre di Bargiornale con l'intervista a Patrick Pistolesi: Drink Kong è pronto per il raddoppio e adesso mancano solo poche settimane. Aprirà in via dei Prefetti 22, a inizio marzo, il nuovo Drink Kong Campo Marzio, con cui il progetto di Pistolesi e co. entra nel cuore di Roma. Il nuovo locale è adiacente alla nuova lussuosa struttura ricettiva Casa JK, un'altra delle aperture attese in città. Due realtà separate, con ingressi indipendenti, ma unite dal desiderio di offrire un'accoglienza a cinque stelle, senza dimenticare l'identità del progetto Drink Kong, fra i migliori cocktail bar d'Italia, da sette anni presenza stabile nei World’s 50 Best Bars (quest’anno al 40° posto), nonché nell'albo d'oro dei Barawards, che lo ha visto premiato come Cocktail bar dell'anno sia nel 2022 che nel 2020.

Patrick Pistolesi

Il nuovo locale in via dei Prefetti, a due passi dal Parlamento, si dipana su circa 50 coperti, suddivisi in tre aree distinte, con una prima grande sala dominata da un grande bancone di 8 metri, sormontato da una bottigliera a tutta altezza, in cui Pistolesi potrà scatenare la sua vena collezionistica. Per l'accoglienza ai tavoli, due zone: una lounge, in cui prendersi il proprio tempo e rilassarsi, e un angolo più nascosto che richiama lo spirito da “dark side” del Nite Kong. Quest'ultimo spazio integra alcuni elementi che rimandano al Giappone, altro leit-motiv che ritorna, dovuto alla passione di Pistolesi per il Sol Levante: qui troviamo dei classici da casa tradizionale giapponese, come le porte scorrevoli, i tocchi di rosso ciliegio e un camino dalla forma circolare.

Il design, curato dall’architetto Roberto Antobenedetto (già autore di altri locali di successo nel centro di Roma, come Baccano e La Zanzara), si compone di elementi che spaziano dal marmo al legno, passando per l'ottone e luci blu che tagliano geometrie essenziali. La richiesta della committenza di nuovo progetto di Drink Kong è stata di non rinunciare alla sua identità (umana, profonda, essenziale, inconfondibile), pur adattandosi alla vena luxury del luogo che lo ospita. Così tornano gli echi retro-futuristi a cui ci ha abituato il Drink Kong, che qui si fa ancor più evidente con una citazione cinematografica, con una scena iconica del film "Blade Runner" su doppia parete. Inoltre, negli spazi della lounge, uno schizzo progettuale dell’architetto Frank Lloyd Wright ha fatto da matrice per il decoro sia della parete, che del tavolo sociale. L’anima “rock” di Pistolesi e co. resta nella dj-station, quella "tecnica" in una cocktail station all'avanguardia. Il risultato è un’atmosfera sospesa tra passato e futuro, in cui Pistolesi torna a due passi da locali in cui ha costruito la sua carriera (uno su tutti, a un passo, il The Gin Corner, a cui Pistolesi diede l'impronta e che di recente ha riaperto con accesso su via d'Ascanio).

Un tema, quello del ridare lustro alla mixology nel centro storico, che sta a cuore al bartender romano (con nome e mamma irlandese). «Avevo da tempo la volontà di far tornare protagonista il centro storico di Roma - ha detto Pistolesi -. La mia è una proiezione, in cui la mixology incontra il design, la musica incontra il silenzio, la tradizione incontra il desiderio. Il nuovo Drink Kong sarà un tempio per chi crede che il bar non sia solo un luogo dove si beve, ma un universo dove si vive, tra luci soffuse, velluto, jazz e vibrazioni digitali».

Cosa si berrà nel nuovo Drink Kong? In attesa di scoprire dal vivo la drink list, l'anticipazione è che l'ispirazione sarà data dai classici, un “back to basics”, dal tocco contemporaneo. Una cocktail list semplice, leggibile, comprensibile soprattutto da chi ben conosce lo stile di Pistolesi: pulito ed essenziale nell'aspetto, quanto complesso e studiato nell'equilibrio. Ci saranno alcuni signature di Drink Kong e una dedica speciale al Martini cocktail. «È il nostro personale omaggio alla Roma che seduce -continua Pistolesi -, che respira bellezza e contraddizione, che non ha paura di essere teatrale». Un po' come lo stesso bartender, che da giovane calcava i palcoscenici e che dal 6 all'8 febbraio tornerà in scena allo Spazio Diamante di Roma, con lo spettacolo "Dio c'è", in cui Pistolesi porta il bar in teatro e viceversa. Tornando a via dei Prefetti, Pistolesi conclude: «Il vero lusso, oggi, è l’autenticità di un gesto, il suono del ghiaccio, la voce di chi ti guarda e dice: bentornato a casa. È un brindisi, con un cocktail classico nel bicchiere, al suo ritorno nel futuro».

Le tre nuove referenze di Orogel per la ristorazione professionale

Orogel Food Service presenta Zucchine Panate, Patate Pezzettoni Prontoforno e Riso Basmati: soluzioni pratiche pensate per chi lavora su grandi volumi

Ridurre i tempi, ottimizzare i processi, mantenere costante la qualità. È su questo equilibrio sempre più delicato che si gioca oggi la partita della ristorazione professionale. Pensando proprio alle esigenze dei pubblici esercizi, Orogel Food Service amplia la propria offerta con tre nuove referenze che nascono dall’evoluzione di alcuni dei suoi best-seller: Zucchine a Rondelle Panate, Patate Pezzettoni Prontoforno e Riso Basmati.
Prodotti diversi tra loro, ma accomunati da una stessa logica progettuale: offrire soluzioni concrete a chi ogni giorno deve gestire grandi volumi, servizi rapidi e sempre più canali - dal bar al locale polifunzionale, dal take away alla tavola calda - senza sacrificare la resa nel piatto. «Il valore aggiunto sta nel supporto su misura per ogni canale della ristorazione - sottolinea Alessandro Gollinucci, Trade Marketing Manager di Orogel Food Service - riducendo la complessità dei processi, permettiamo agli chef di concentrarsi su creatività e personalizzazione».

Zucchine a Rondelle Panate: croccanti e inclusive

Zucchine rondelle panate, cucinate in un goloso appetizer

Le Zucchine a Rondelle Panate vanno ad arricchire la gamma dei panati e pastellati Orogel con un prodotto 100% vegano, privo di uova e latte, pensato per garantire un risultato sempre croccante, indipendentemente dal metodo di cottura. Frittura, forno o friggitrice ad aria: la scelta del metodo di cottura dipende solo dall'organizzazione in cucina, perché il risultato sarà sempre asciutto e croccante, che si può anche preparare in anticipo: un aspetto particolarmente apprezzato nei bar che possono sfruttare questa caratteristica per preparare una linea di appetizer veloce e programmabile. «La croccantezza è il quid in più - spiega Gaetano Ragunì, coordinatore del Team Chef Orogel - perché permette di costruire piatti completi in pochi minuti». Le rondelle di zucchine possono diventare un contorno alternativo, affiancare una cotoletta o del pesce panato, oppure trasformarsi in piccoli snack per l’aperitivo, magari serviti al cartoccio con una salsa creativa o farciti con una crema, anche in versione vegan, per mantenere la proposta inclusiva.

Patate Pezzettoni Prontoforno: il contorno che “gioca d’anticipo”

Patate Pezzettoni Prontoforno, cucinate con l'aggiunta di cipolla rossa di Tropea

Se c’è un contorno che non passa mai di moda, sono le patate al forno. Le Patate Pezzettoni Prontoforno reinterpretano questo grande classico in chiave foodservice, puntando su una caratteristica cruciale: la tenuta post-cottura. La speciale velatura d’olio consente infatti di prepararle in anticipo e rigenerarle al momento del servizio, senza perdere struttura né fragranza. «In molti casi risultano addirittura più buone dopo essere state riscaldate», afferma Ragunì. Vegan per natura, le Patate Pezzettoni si prestano ad accompagnare carne e pesce, ma anche burger e polpette vegetali, diventando un vero jolly operativo per chi deve ottimizzare i flussi di lavoro.

Riso Basmati: una base neutra, profumata e versatile

Riso Basmati in accompagnamento a un curry di verdure e legumi

Completa il trittico il nuovo Riso Basmati, pensato come carboidrato di accompagnamento pronto in pochi minuti, anche in microonde. La sua nota distintiva è il profumo intenso di sandalo, che lo rende ideale sia come contorno, sia come base per piatti unici, come insalate di riso e pokè. Non essendo condito, lascia allo chef piena libertà di personalizzazione. «Meglio lavorare sull’umami che sul sale – consiglia Ragunì – con una salsa di soia o teriyaki, e quando serve un filo di buon olio extravergine per esaltare l’aroma naturale».

La ricetta

Verdure e ceci al curry con Riso Basmati

Ingredienti:
1 cucchiaio di curry in polvere (7-10 g)
400 g  di Verdure Leggerezza Orogel Food Service
200 g  di Ceci lessati
Sale q.b
Semi di sesamo nero q.b
Olio evo q.b

Preparazione:
Cuocere il Riso Basmati in microonde per 3 minuti. Versare le Verdure Leggerezza in una padella antiaderente, aggiungere le spezie e cuocere per 8 minuti a fuoco moderato. Trasferire il composto in una ciotola, aggiungere i semi di sesamo nero cospargendoli sopra al riso, prima di servire.

Tutti i campioni italiani Sca 2026: il caffè tricolore pronto per i Mondiali

campioni baristi Sca 2026 Pinna .CreditsCoffeeandLucas.Mymediastudio
Federico Pinna, vincitore categoria Barista (credit foto: CoffeeandLucas.Mymediastudio)
Tutti i vincitori delle finali nazionali delle sette gare dedicate al mondo del caffè. Ad attenderli ora c’è la sfida dei Mondiali

Al Sigep World 2026 di Rimini, tra Coffee Arena e Roasting Arena, i Campionati Italiani Baristi di Sca Italy hanno chiuso in bellezza con finali intense e molto scenografiche: tecnica, ritmo e una cura del racconto che oggi pesa quanto l’estrazione. Qui trovi i risultati delle finali, disciplina per disciplina, con podio completo e prossima tappa ai Mondiali.

Si parte con la Cup Tasters, la gara dove vince chi ha naso, palato, precisione e sangue freddo: in finale Luigi Paternoster firma una prova pulitissima (8 su 8) e si prende il titolo 2026 davanti a Mattia Maculotti (2°) e Luigi Gilardi (3°). L’Italia volerà con lui al World Cup Tasters Championship durante il World of Coffee Asia a Bangkok, dal 7 al 9 maggio prossimo.

Nella Cezve/Ibrik, il fascino è quello delle radici: una disciplina antica che chiede però controllo moderno, dal servizio alla consistenza in tazza. Il titolo italiano 2026 va a Francesco Stabile, con Eugenio Dario Merante secondo e Moritz Hofer terzo. Ha così staccato il pass per il World Cezve/Ibrik Championship, svoltosi al Dubai World Trade Centre, nell’ambito di World of Coffee Dubai, e vinto da Jane Espante degli Emirati Arabi Uniti.

La finale di Coffee in Good Spirits ha fatto quello che questa categoria sa fare meglio: unire rigore e spettacolo senza perdere la bussola del gusto. A vincere è Marco Poidomani, che torna sul gradino più alto; alle sue spalle Davide Spinelli (2°) e Luigi Cippone (3°). La prossima tappa è al World Coffee in Good Spirits Championship, a Bruxelles dal 25 al 27 giugno.

Parlando di caffè filtro, la Brewers Cup ha raccontato bene quanto il pourover stia diventando anche in Italia un linguaggio competitivo maturo. La nuova campionessa italiana è Lisa Zancanella, al suo primo oro dopo diversi tentativi. Completano il podio due nomi solidi: Andrea Batacchi (2°) e Gabriele Pezzaioli (3°). Anche qui, direzione Bruxelles: il World Brewers Cup si svolgerà dal 25 al 27 giugno.

La Latte Art è stata, come spesso accade, il momento più “visivo” e immediato: dieci minuti in cui la mano deve essere ferma e la testa ancora di più. Il titolo 2026 va a Stefano Cevenini, che centra la seconda vittoria consecutiva; Maurizio Boi è secondo e Giovanni Ivan De Rosa terzo. Il mondiale si terrà al World Latte Art Championship di San Diego (Usa) dal 10 al 12 aprile.

Nella gara Roasting, invece, il tempo si dilata e la responsabilità cresce: classificazione del verde, tostatura e assaggio, con una lettura tecnica che non perdona. A vincere è Francesco Masciullo, davanti a Max Franchi (2°) ed Emanuele Bernabei (3°). I Mondiali di tostatura, il World Coffee Roasting Championship, sono in calendario a Bruxelles dal 25 al 27 aprile.

Chiusura con la disciplina regina, la Barista: 15 minuti, quattro espressi, quattro milk drink e quattro signature analcolici, con uno storytelling che deve reggere sotto pressione. Il campione italiano 2026 è Federico Pinna, già vincitore nel 2024, seguito da Cesare Spinella (2°) e Matteo Pavoni (3°). Il prossimo obiettivo è grande e lontano: il World Barista Championship si svolgerà a Panama dal 23 al 25 ottobre.

Martini Cocktail, una leggenda che si rinnova con London Dry Gin N°3 Organic

Il top bartender Alessandro Mannoni miscela Martini Cocktail
Prove d'autore per i Martini Cocktail preparati dal top bartender Alessandro Mannoni con London Dry Gin N°3 Organic, in collaborazione con il Global Brand Ambassador Alicia Stark del produttore inglese Berry Bros & Rudd e del distributore italiano Pallini 1875.

Risalgono a metà Ottocento le prime notizie riguardanti il Martini Cocktail, una ricetta pre-dinner (figlia di molti padri) diventata leggendaria nel mondo della mixability mondiale e accolta nel ricettario Iba, International Bartenders Association, con il nome di Dry Martini.
All'apparenza facile da preparare agitata nello shaker con ghiaccio (o mescolata nel mixing glass con ghiaccio a seconda delle scuole di pensiero) 5 o 6 cl di gin con 1 cl di vermouth dry, da servire in coppetta ghiacciata, eventualmente guarnita (sempre a seconda delle scuole di pensiero) con una scorza di limone o con uno spiedino di oliva verde in salamoia.
A parte il tipo di preparazione, a fare la differenza diventa quindi fondamentale la scelta del distillato come il classico London Dry Gin, bevanda alcolica aromatizzata con ginepro e altri aromi.

Nel sempre più ricco panorama di proposte, spicca London Dry Gin N°3 Organic. Riapparso sul mercato di recente nel 2008, prende il nome dal numero civico londinese di St. James Street, dimora dei suoi creatori della Berry Bros & Rudd, storica (1698) azienda commercianti di vini e distillati, fornitore da sempre della British Royal Family. La sua produzione è stata affidata a un'altra storica (1695) azienda come l'olandese Royal De Kuyper Distillers che impiega un altrettanto storico alambicco di rame.
Il segreto del pluripremiato London Dry gin N°3 Organic risiede nelle quantità scelte per la miscelazione dei migliori ingredienti ultrapremium, come il ginepro toscano, le scorze di arancia spagnole, i baccelli di cardamomo del Guatemala, la radice di angelica polacca, i semi di coriandolo della Bulgaria, la scorza di pompelmi dell'Uruguay.
Risultato? Un distillato inconfondibile, di 46° alcolici, intenso all'olfatto, di gusto secco e deciso, dalle note floreali, agrumate e aromatiche, nelle quali spicca la piccantezza del cardamomo e del coriandolo.

100% Bio, una scelta sostenibile e strategica

Inconfondibile anche per la Certificazione 100% Biologico dei suoi ingredienti, mentre il processo di distillazione e imbottigliamento è interamente tracciato. Una caratteristica sempre più apprezzata dal mercato (in Italia è distribuito dalla storica distilleria romana Pallini 1875) che, oltre a qualità e autenticità, privilegia sempre più prodotti etici e sostenibili.
Una scelta strategica che ha coinvolto ogni dettaglio, dalle etichette al packaging. Recentemente ridisegnate nel 2023 con 3 facce e 3 angoli zigrinati per una migliore presa manuale, le bottiglie da 70 cl sono realizzate in vetro verde chiaro riciclato al 40%; i tappi con testine in legno sono in sughero naturale; la grande chiave in rilievo applicata sulla bottiglia, simbolo del prodotto, è realizzata in lega metallica riciclabile zamak.

London Dry Gin N°3 Organic nella iconica bottiglia da 70 cl

Martini Cocktail alla prova del banco

Altrettanto inconfondibile diventa quindi la "famiglia" dei Martini Cocktail, dal Perfect, allo Sweet, al Dirty come il Vesper (quello preferito dall'agente segreto 007 "agitato non mescolato").
Proseguendo nel suo tour mondiale nei migliori cocktail bar internazionali sottro la guida del Global Brand Ambassador Alicia Stark (dal 2022) del produttore Berry Bros & Rudd, il team di London Dry Gin N°3 è approdato a Milano con la masterclass The Organic Martini Experience in occasione del Dry Martini January tenuta al lungo bancone del Ristorante Cocktail Bar Sogni di Milano (zona Porta Genova) dal top bartender Alessandro Mannoni del Wisdomless Club Art Gallery e Cocktail Bar di Roma.
Nelle iconiche coppette in stile N*3, London Dry Gin N° 3 Organic è stato servito nelle versioni stir e shaker sottolineando il diverso rendimento, più morbido quello agitato, più profumato quello mescolato. In un'altra coppetta invece i degustatori hanno potuto reallzzare un proprio Martini Dirty, mescolando a propria scelta la quantità di tre provette con acqua salamoia, vermouth dry e London Dry Gin N°3 Organic. Per finire in scioltezza è stato servito un tumbler alto ripieno del Long Martini (Tom Collins), a base di London Dry Gin N°3 Organic, succo di limone, sciroppo di zucchero e soda, raffreddato da un ice block e guarnito con una scorzetta di limone.

 

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