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Tutto quello che c’è da sapere sui cibi afrodisiaci

Curiosità –

Peperoncino, spezie, frutti di mare, cioccolato: ecco i cibi in grado di stimolare i sensi

Prendono il nome dalla dea dell'amore Afrodite e sono tutte quelle sostanze che dovrebbero aiutare a migliorare il desiderio e le prestazioni sessuali. Che ci si creda o no, sicuramente stuzzica la curiosità l'idea di proporre, per esempio, un piatto o un cocktail a base di ingredienti considerati afrodisiaci. Alcune delle sostanze che hanno effetti stimolanti maggiormente riconosciuti appartengono alla categoria delle spezie. Fra di esse vale la pena ricordare il peperoncino, il cui sapore deciso, il contenuto di vitamina E e il colore rosso acceso avrebbero insieme un effetto eccitante. Anche i chiodi di garofano sono  riconosciuti come stimolanti, e aiutano per esempio a combattere la fatica e la stanchezza mentale. Ottimi nel vino (vin brûlé), sono adatti anche a molte preparazioni culinarie. Un altro noto stimolante è il ginseng, la cui radice ha proprietà defatiganti e viene usata per migliorare le performance fisiche e mentali, con una probabile ricaduta positiva sulle prestazioni amorose. Lo zenzero stimola la circolazione ed è un potente antiossidante. Lo zafferano è un forte vasodilatatore e la vaniglia può avere effetti euforizzanti e agirebbe sul sistema nervoso centrale combattendo l'astenia. L'alcol è la sostanza più comunemente usata per allentare i freni inibitori, favorire la socialità, stimolare il contatto interpersonale. Ma da qui a definire l'alcol un afrodisiaco tout court ce ne passa. Infatti l'azione disinibitoria dà già i suoi frutti dopo una o due unità alcoliche (un cocktail o uno o due bicchieri di vino). Esagerando nell'assunzione si corre il rischio di ottenere l'effetto opposto a quello voluto: il desiderio magari aumenta ma può diventare difficile soddisfarlo.

Seduzione à la carte
Crostacei e frutti di mare dovrebbero essere alla base di una proposta che voglia vantare effetti afrodisiaci. Ostriche, cozze, aragosta, gamberi, caviale, e il pesce in generale sono considerati alleati del desiderio per il loro contenuto in fosforo. Lo zinco, presente nelle ostriche, favorisce la funzionalità di alcuni ormoni, fra cui il testosterone, coinvolto nel desiderio sessuale. Poi c'è il tartufo, che agisce sia a livello olfattivo che metabolico: rallenta la produzione della serotonina, che frena l'eccitazione. Altri alimenti che avrebbero un effetto stimolante sono liquirizia, cetrioli, asparagi, sedano. Per finire, naturalmente, con il cioccolato: la feniletilamina, molecola presente in piccole dosi nel cioccolato, rilascia dopamina, neurotrasmettitore legato alle sensazioni di piacere.

Novotel cambia look partendo da Montecarlo

Ospitalità –

Il marchio del gruppo Accor si rinnova pensando ai clienti da 25 a 45 anni tra soggiorni di business e relax, ferma restando la vocazione familiare

Novotel, il marchio del gruppo Accor forte dei suoi 400 alberghi in 59 Paesi (12 in Italia), ha deciso di rinnovare completamente il look e di riproporsi con un formato per i viaggiatori da 25 a 45 anni, che aboliscono i confini tra viaggio d'affari e viaggio di piacere. Quello dei cosiddetti “city breakers” è ormai diventato il vero obiettivo delle catene internazionali.

«Il senso del nuovo concept - spiega Andrea Kellner, marketing manager di Accor Hospitality Italia - pone l'accento sul benessere per gli ospiti all'interno dell'albergo, in uno spazio da vivere senza stress, un'atmosfera unica per convivialità e luminosità».
Inaugurato l'ottobre scorso, il Novotel Montecarlo è il portabandiera della nuova linea, che sarà poi replicata in tutte le strutture, puntando su alcuni concetti chiave, ferme restando le caratteristiche che hanno sempre contraddistinto l'insegna, come la camera a misura di famiglia.

Più comfort e tecnologia
Il Novotel della prossima generazione è concepito con uno spirito più contemporaneo negli arredi e nella disponibilità di tecnologia, e con un approccio multisensoriale all'ambiente: dalla decorazione floreale che personalizza i diversi spazi, all'intrattenimento musicale.
Gli interventi hanno riguardato tutti i “must” alberghieri, a partire dalla camera, identificata con l'attributo di Novation. Si è puntato sulla qualità del riposo (letto più ampio e lungo, con testata ergonomica per leggere e guardare la tv, piumino leggero senza copriletto per l'igiene) e sul comfort del lavoro (wi-fi, prese per cellulare e pc, scrittoio girevole, cassaforte per riporre e ricaricare il laptop).

La ristorazione
Ampia e luminosa, arredata con mobili contemporanei dalle forme arrotondate, la lobby ospita la reception organizzata a isole per favorire il rapporto tra cliente e personale. Anche il servizio di ristorazione è stato ricentrato, con l'introduzione della formula Novotel Café, aperto 24 ore su 24, con la prima colazione servita a partire dalle 4 del mattino (anche in camera) con quattro alternative. La ristorazione si adatta ai prodotti del territorio, ma è fedele alla formula “Forma ed equilibrio” che prevede uno studiato apporto calorico e nutrizionale dei piatti, privilegiando cotture alla griglia, al vapore e alla piastra. Senza dimenticare l'estetica della tavola, utilizzando piatti in vetro o in porcellana bianca.

E ora la vitivinicoltura italiana si scopre biologica

Vini –

Con quasi 38 mila ettari di vigneti bio l’Italia si colloca al vertice della produzione europea. Il punto su un settore sempre più importante

Un giro di affari mondiale che nel 2007 ha raggiunto i 40 miliardi di dollari, pari a circa 31 miliardi di euro. Con previsioni che parlano di un trend positivo che, tempo altri due anni, porterà il mercato dei prodotti biologici a sfiorare i 60 miliardi di dollari. Cifre da capogiro, rese pubbliche in occasione di BioFach 2008, il salone mondiale del biologico tenutosi a fine febbraio a Norimberga, in Germania. Una fiera, unitamente a vari incontri dedicati al tema tenutisi allo scorso Vinitaly, che offrono l’occasione per fare il punto anche su uno dei comparti più promettenti del settore del biologico bio,ovvero quello del vino, bio ovviamente.
In Europa solo il 4% dei viticoltori produce uva biologica. Una percentuale apparentemente esigua, ma che in realtà nasconde percentuali in forte sviluppo.
E, per una volta, è proprio l’Italia a fare da traino alla coltivazione bio in vigneto nel Vecchio Continente, con oltre 10mila aziende che coltivano in tutto 37.693 ettari ettari di vigneti biologici (di questi però circa 12 mila sono in conversione, dati Sinab). Di sicuro c’è che il vigneto biologico italiano si concentra soprattutto nel centro-sud, in Sicilia, Abruzzo e Toscana, in particolare. Difficile, però capire quante sono le cantine che vinificano uve bio. Stime parlano di circa 350 unità, delle quali pochissime di grandi dimensioni. Tra queste la franciacortina Barone Pizzini che oggi produce in modo bio tutti i suoi spumanti e ha da poco inaugurato una cantina realizzata secondo i dettami della bioarchitettura.
In ogni caso, un utile strumento per conoscere i vini bio è la Guida ai vini d’Italia bio 2008 di Pierpaolo Rastelli che ha degustato e raccontato 592 vini provenienti da 157 cantine (edito da Tecniche Nuove, 192 pagine, 9,9 euro).

L’uva è bio ma il vino non ancora

A differenza di altre realtà come quella statunitense (dove anche Wine Spectator si è accorta del bio dedicando al comparto una copertina che titolava Il vino va verso il verde), l’Unione europea non ha ancora una normativa che disciplina, oltre alla produzione di uve biologiche, anche il processo di vinificazione. Non è un caso che in Italia non si possa parlare di “vino biologico”, bensì di “vino da uve provenienti da agricoltura biologica”. Insomma, è il metodo di coltivazione delle uve a essere bio, non il vino. Vuol dire, in vigneto, la messa al bando di prodotti di sintesi chimica, come concimi, fitofarmaci e diserbanti, e naturalmente degli Ogm, gli organismi geneticamente modificati che con il biologico proprio non vanno in armonia. Ma il problema, sorge in cantina, dove si possono, e spesso succede, che vengono adottate le normali pratiche di vinificazione, peraltro legittime e del tutto consentite dalla legge e dal buon senso produttivo.
Tra queste, l’impiego di conservanti come l’anidride solforosa (che in piccole quantità non è dannosa per la salute mentre serve ai vini ) e di additivi come i lieviti che favoriscono la fermentazione del mosto e senza i quali le caratteristiche dei vini peggiorerebbero sensibilmente. Proprio per colmare questo vuoto normativo, l’Unione Europea ha finanziato il progetto Orwine che ha lo scopo di definire entro il 2009 un disciplinare sul vino biologico condiviso a livello comunitario comprendente anche la vinificazione.
Il discorso si fa più complicato quando si parla di vino da uve provenienti da agricoltura biodinamica. In questo caso ogni pratica, dalla vigna alla cantina, è dettata dal più assiduo rispetto della natura e del suo precario equilibrio. Vediamone qualche assunto. Le piante vengono trattate con preparati naturali omeopatici, come gli infusi alle erbe, e particolari specie di insetti sono i fedeli alleati del contadino nella lotta ai parassiti.
Il terreno viene concimato solo con il letame e aratro ancora con le bestie, senza l’ausilio del trattore. La vinificazione avviene seguendo le fasi lunari e l’uva fermenta solo grazie ai lieviti naturali che si trovano sulla patina della buccia dei acini, la cosiddetta pruina. Assolutamente bandito l’impiego di anidride solforosa in aggiunta a quella esistente in natura e di tutti gli altri additivi chimici. Ne nasce un vino genuino, mai uguale a se stesso, e che ha tipicità da vendere, essendo la perfetta espressione del terroir e dell’andamento climatico dell’annata. Un vino che, se madre natura è stata generosa e l’enologo ha svolto bene il proprio dovere, può senza dubbio essere anche più buono di un vino “normale”.
Resta, tuttavia, l’opinione diffusa che un simile metodo di produzione, così radicale e onnicomprensivo, sia praticabile in piccole realtà, mentre sia decisamente più complicato da adottare su vasta scala. Basti pensare agli elevati costi della manodopera che esso comporterebbe.

Bio associazioni tra produttori

Vero o falso quella del biodinamico è una realtà in crescita rappresentata da due associazioni che si danno appuntamenti annuali di degustazione aperti a chiunque sia interessato all’argomento. Vini veri e Vinnatur si presentano ogni anno nei dintorni di Verona e Vicenza in contemporanea al Vinitaly: Vini Veri era a Villa Boschi, Isola della Scala (Vr), dal 3 al 5 aprile scorso, mentre VinNatur era a Villa Favorita a Sarego (Vi) il 6 e 7 aprile. Da citare anche, per il gran lavoro di selezione svolto negli anni la Velier di Genova che nel corso del tempo ha realizzato un nutrito catalogo dedicato ai vini Triple A (agricoltori, artigiani, artisti) che propone tanto etichette italiane quanto vini stranieri, francesi su tutti (dove Nicolas Joly è stato precursore della filosofia biodinamica).

Nuove regole per le slot machine

Giochi –

In arrivo 35 nuovi modelli di macchine da gioco di nuova generazione, che consentono vincite fino a 100 euro.

Sono in fase di omologazione le nuove macchine da gioco newslot comma 6a che rispondono alle normative introdotte per rendere il gioco più sicuro. Dall'entrata in distribuzione dovranno sostituire 40mila macchine ora in uso. Le comma 6a di seconda generazione (nella foto un modello di Igt, igt.sm) consentono vincite fino a 100 euro e montano schede diverse da quelle attuali. Sono speciali smart card con le quali le macchine da gioco sono tenute in controllo costante: è impossibile scollegarle dalla rete senza che l'amministrazione dei Monopoli di Stato se ne accorga. Per essere omologati i giochi sviluppati dai nuovi produttori devono ricevere l'assegnazione di una “targa prova”, che finora aveva una durata di 2 mesi o 70mila partite, durante i quali l'Aams faceva le sue valutazioni e decideva l'approvazione del gioco. Ora le targhe prova scendono a una durata di 8 giorni e 14mila partite e garantiscono un più veloce turnover dei titoli di gioco. Sono circa 35 i nuovi modelli di giochi comma 6a approvati o in procinto di esserlo secondo la nuova normativa.

Pomodoro e tè, gusti per l’estate

Gelato –

Infuso di liquirizia o di tè, ma anche centrifugati di verdure o di frutti tropicali. Sono i nuovi ingredienti utili per preparare sorbetti innovativi

La stagione estiva torna e cresce la richiesta di sorbetti. A farla da padrone, come sempre, sono quelli classici; ma proporre gusti alternativi è utile per attirare l'attenzione della clientela, più che mai in cerca di novità.
I sorbetti a base di ortaggi sono ideali allo scopo. Si ottengono da verdure centrifugate e non frullate, data l'elevata quantità di fibre vegetali che le compongono. Un rinfrescante sorbetto di sedano, ad esempio, è l'ingrediente principale della coppa Pinzimonio. Si ottiene preparando il relativo sorbetto, prozionandolo a palline e abbattendo di temperatura. Si serve in coppa, con un pizzico di paprika e topping di aceto balsamico. La coppa Lunga vista, invece, si prepara con sorbetto di carota e punta sull'abbinamento dolce-salato: si porziona il sorbetto a palline e si serve in coppa con salsa di limone e grani di pepe, completando con julienne di carote e gocce di vodka.
Anche la frutta tropicale permette di produrre sorbetti dai sapori tanto inusuali quanto gradevoli. Un esempio? La coppa Andina, realizzata con una spatolata di sorbetto di cherimolia (frutto peruviano), abbinata a salsa di cioccolato al peperoncino insaporita da gocce di rum. Il sorbetto di licci, frutto d'origine cinese, è indicato per realizzare una specialità dal nome suggestivo, la Coppa del drago (che ha anche il pregio di facilitare la digestione): basta servire in coppa il sorbetto di licci, aggiungere salsa di limone e vodka.
Anche gli infusi sono ottime basi per sorbetti. Molto gradevole ad esempio è quello di liquirizia, con cui si prepara la Coppa Ionica: si prepara con palline di sorbetto avvolte in granelli di pistacchio di Bronte, servite con salsa di vaniglia. Con il sorbetto a base di tè, invece, si può preparare la coppa Dolce tramonto, in cui le palline di sorbetto sono servite con salsa di menta molto diluita, guarnite con una spolverata di zucchero a velo di canna mescolato a cacao magro.

Polvere e pistilli, l’oro d’Abruzzo

Zafferano –

Lo zafferano proviene dall’Asia minore e si è diffuso in tutta Europa. Ma il migliore è coltivato in Abruzzo. Per impreziosire risotti e specialità

Come in una caccia al tesoro, la natura sembra essersi divertita a nascondere le sue delizie nei posti più impensati. Bizzarra lei, geniale l'uomo che queste bontà è riuscito a scovarle ovunque, perfino negli stimmi dei fiori come nel caso dello zafferano. Il fiore che ci dona l'oro giallo è un'iridacea, il crocus sativus, proveniente dall'Asia Minore. Da qui si è diffuso in tutto il bacino Mediterraneo, soprattutto Francia (Gatinais) e Spagna (Mancha). Ma è in Italia, e precisamente in Abruzzo, che si produce lo zafferano ritenuto il migliore del mondo. A questo proposito, c'è da dire che i giudizi su entità astratte come la piacevolezza e l'intensità degli aromi, sono soggettivi e quindi opinabili. Ma vi posso assicurare che per decidere a quale zafferano votarmi non ho lasciato niente di intentato e nella prospettiva di un viaggio-pellegrinaggio a Civitaretenga (frazione di Navelli in provincia dell'Aquila) mi sono procurato partite di stimmi freschi provenienti da Kashmir, Spagna, Francia, Sicilia, Umbria, Sardegna e Toscana. Li ho messi in boccette tutte uguali e anonime con un piccolo biglietto che li identificava e li ho confrontati con quelli di Civitaretenga che avevo confezionato allo stesso modo.
Ebbene, l'esame olfattivo alla cieca non ha lasciato dubbi: lo zafferano con l'aroma più intenso e piacevolmente complesso era quello coltivato nell'altipiano di Navelli. Una volta che avrete messo le mani su questo zafferano, ricordatevi che non serve solo a fare il risotto giallo alla milanese. Sono tantissime le ricette impreziosite da questa spezia: la pasta con le sarde e le arancine siciliane, le pardulas sarde, la bouillabaisse francese, la paella spagnola e tantissime specialità orientali. Per i vostri piatti creativi, poi, è un alleato capace di nobilitare con un semplicissimo tocco di classe le preparazioni più semplici. Se, come vi consiglio, scegliete gli stimmi, ricordate che la dose è di due fili a persona.

Mirto, questione di bacche

Liquori –

Luogo di elezione la Sardegna. Dove la raccolta e l’infusione in alcol sono patrimonio familiare. In un curioso libro il profilo di un prodotto nazionale

Nella liquoristica tradizionale la Sardegna è sinonimo di mirto, un prodotto che negli ultimi anni sta replicando sul “continente” lo storico successo di vendite nell'isola.
Il mirto è un arbusto spontaneo sempreverde presente in molti Paesi mediterranei d'Europa e particolarmente diffuso in Sardegna. La sua storia risale molto indietro nel tempo. Nella mitologia greca l'arbusto fu sacro ad Afrodite, dea dell'amore, che dopo il giudizio di Paride si cinse il capo con una corona composta di rametti di mirto intrecciati; altri studiosi di mitologia sostengono che la dea, quando uscì nuda dalla schiuma del mare, si rifugiò dietro un cespuglio di mirto per proteggersi da sguardi indiscreti...In Sardegna l'utilizzo delle bacche da mirto per la preparazione dell'omonimo liquore risale presumibilmente all'Ottocento, quando si cominciò a produrre l'infuso nelle case per un uso strettamente familiare. La raccolta, interamente manuale, si svolge da novembre a gennaio, e le bacche pulite vengono collocate in sacchi di juta e trasferite in brevissimo tempo nel luogo di trasformazione... La preparazione dell'infuso avviene usando solo quattro ingredienti: le bacche, l'alcol, l'acqua e lo zucchero (o il miele). L'assoluta mancanza di coloranti, di conservanti e soprattutto dei cosiddetti aromi naturali assicura la purezza e la genuinità del liquore. Appena giunte in azienda le bacche sono sottoposte a lavaggio con acqua fredda, e quindi immesse in capaci silos d'acciaio, all'interno dei quali inizia il processo di infusione in alcol purissimo. Tutte le fasi di produzione fino all'imbottigliamento sono eseguite a freddo, per non alterare minimamente le caratteristiche organolettiche del prodotto finito. Trascorso il periodo necessario per il completamento dell'infusione, la massa delle bacche impregnate di alcol e l'infuso sono separati. In questo momento la gradazione dell'infuso è ancora elevata, generalmente non inferiore a 50 gradi, e tale rimane fino alle ultime tappe della preparazione. Poco prima dell'imbottigliamento l'infuso è addolcito con zucchero o miele (o entrambi), e portato alla gradazione desiderata con l'aggiunta di acqua demineralizzata. Infine s'aggiungono filtri naturali al solo scopo di rendere più limpido il prodotto. Solo a questo punto il liquore di mirto è pronto per essere imbottigliato.

Macinatura, la perfezione del caffè

Strumenti –

Saper regolare il macinadosatore nel modo corretto è vitale per ottenere un espresso coi fiocchi. Ecco come

Dalla corretta macinatura dei chicchi di caffè dipende il risultato finale in tazza. Così per esempio se la grana è grossa il prodotto, erogato rapidamente in tazza, risulta sottoestratto, sormontato da una crema chiara e disomogenea e caratterizzato da un gusto scialbo. Una macinatura troppo fine invece causa una discesa lenta del caffè che si presenta con una crema scura e scarsa e un gusto aspro e amaro. Anche la presenza di fondi in tazza si può attribuire a problemi di macinatura, per esempio quando si utilizzano macine usurate. Per averne la prova basta osservare il macinato: se vi si trova polvere molto fine che macchia le mani mescolata a frammenti più grandi, è giunto il momento di effettuarne la sostituzione.
A questo proposito vale la pena ricordare che esistono due tipi di macine. Le piane sono composte da una coppia di dischi contrapposti: quello superiore è fisso, mentre quello inferiore gira a 1.400 giri al minuto. Questo tipo di macine sono consigliate per quantitativi giornalieri fino a 3-4 chili di caffè. Se sottoposte a un lavoro più intenso, si surriscaldano, bruciando il caffè.
Le macine coniche invece hanno rispettivamente forma di cono, quella montata sull'albero motore, e di tronco di cono rovesciato quella montata sulla ghiera filettata.
Girano a una velocità di 4-600 giri al minuto, dunque non danno problemi di surriscaldamento anche se lavorano a lungo. In fase di acquisto, perciò, una discriminante è il volume quotidiano di macinato. Una curiosità: per chi predilige la longevità, senza badare ai costi, sono disponibili macine rivestite al titanio.

L’abc del rum a partire dalle radici

Spirit –

Acqua e canna da zucchero. Elementi centrali nella produzione di rum al pari della tecnica di produzione

Quando si parla di rum si evidenziano spesso aspetti come la fermentazione o la distillazione. Tappe fondamentali nel processo di produzione, ma non così importanti rispetto alla scelta delle materie di base: l'acqua e la canna da zucchero influiscono infatti in modo determinante sulla qualità del prodotto finale.
Questa è l'affermazione, nettamente controcorrente, di Luis Figueroa maestro ronero della Casa venezuelana Pampero. Fino ad oggi gli esperti di rum, Dave Broom su tutti, hanno sostenuto che acqua e canna da zucchero hanno un peso relativo sulla buona riuscita di un rum. Figueroa sostiene al contrario che la varietà della canna da zucchero (a contenuto di saccarosio più o meno elevato) e il terreno su cui questa cresce (da quello argilloso a quello di bauxite) sono elementi che influenzano notevolmente il prodotto. A fianco dell'acqua (meno impurità ha meglio è) e della canna da zucchero è determinante la tecnica di produzione. In questo campo ogni produttore ha sviluppato uno stile, anche si ci sono tratti comuni, specie per quanto riguarda la materia prima usata per la distillazione. Nelle Antille Francesi per i rhum agricole, si usa per la distillazione il succo fermentato della canna da zucchero ( detto “vesou”), mentre nel resto dei tropici si utilizzano le melasse (residui degli zuccheri di lavorazione) per produrre i rum detti “tradizionali” o “industriali”.
Altri elementi che variano da zona a zona sono i lieviti usati per la fermentazione, le temperature di fermentazione, il tipo di alambicco utilizzato e l'invecchiamento che può variare notevolmente. Si ottengono quindi prodotti diversi da Paese a Paese: rum aromatici e pieni come i giamaicani, quelli cubani leggeri e dall'aroma tenue, i rum dall'accento fumoso di Trinidad o i rum corposi e con sentori di vaniglia di Haiti.

Il tagliere, liscio e lavabile

Utensili –

Nelle cucine professionali il legno non ha cittadinanza. E, dunque, anche il tagliere deve essere in materiale plastico a garanzia dell’igiene

Probabilmente lo sapete già, ma i classici taglieri in legno che si utilizzano nella cucine di casa sono sconsigliati per un uso professionale. Non esiste una norma esplicita che li vieti, ma i regolamenti di igiene comunitari e la normativa Haccp prevedono l'utilizzo di taglieri dalla superficie liscia, lavabile e disinfettabile.
Il legno, materiale per sua natura poroso e facilmente scalfibile, non ha tali caratteristiche: ad esempio, nei piccoli fori provocati dall'usura possono infatti rimanere attaccati residui di cibo o nelle fessure causate dalle lame dei coltelli possono annidarsi microrganismi patogeni. Quindi, è preferibile, utilizzare taglieri in materiale plastico, facili da pulire e disinfettare. Tra i materiali plastici maggiormente indicati c'è il polietilene che vanta un'eccellente resistenza all'abrasione, basso coefficiente di frizione e basso assorbimento di acqua. L'ideale è lavorare, sempre nel rispetto dei programmi Haccp, con taglieri di diverso colore per evitare casi di contaminazioni incrociate: bianco per pane e formaggi, rosso per carni crude, giallo per carni cotte, blu per pesce, marrone per verdure crude e verde per insalata e frutta. Ovviamente, anche gli utensili in materiale plastico si usurano e, quindi, necessitano di una continua e attenta manutenzione da parte dell'operatore. Ma ciò vale per ogni piano di lavoro: anche, quindi, per qualsiasi materiale a contatto con gli alimenti (marmo compreso). Per finire, tornando al legno: se è assolutamente sconsigliabile in cucine e laboratori professionali, è tollerato quando viene impiegato come piatto di portata: ad esempio, per la pizza o per set di affettati o formaggi.

Il Tabasco, la forza acido-piccante

Salse –

Nato nel 1870. A base di semi di peperoncino e sale, arricchito di aceto, è il condimento messicano più noto e piccante

Alcuni marchi sono così popolari da essere diventati sinonimo di un'intera categoria merceologica. Un caso esemplare è quello del Tabasco, condimento al peperoncino per antonomasia: la mitica bottiglia con il tappo rosso e l'etichetta a forma di diamante, infatti, è un simbolo talmente diffuso che rischia quasi di passare inosservato. Eppure dietro a questa salsa piccante, che nei locali di tutto il mondo trova posto accanto ai superalcolici, piuttosto che al Worcester e all'Angostura, si nasconde una delle più redditizie e antiche aziende famigliari degli Usa, le cui origini risalgono al 1870. Un'azienda che continua ad avere sede in Louisiana, e che grazie alle 600.000 bottigliette di Tabasco prodotte ogni giorno, distribuite in 120 Paesi, riesce a fatturare circa 250 milioni di dollari all'anno.
Di tutta questa storia colpisce soprattutto l'apparente semplicità del prodotto, ottenuto a base di semi di peperoncino macinati assieme al sale e lasciati fermentare in botti di legno, ai quali viene poi aggiunto aceto. La seconda cosa che lascia sorpresi è il fatto che un'azienda sia riuscita a brevettare come marchio non solo una particolare tipologia di peperoncino, ma addirittura il nome di una regione del sud del Messico. Sta di fatto che oggi il Tabasco non è solo un ingrediente del Bloody Mary, ma anche un condimento che in molti Paesi i clienti dei ristoranti hanno ormai l'abitudine di chiedere al tavolo, alla stregua del ketchup o della senape.

Rinfrescare la cantina col solare termico

Tecnologia –

Il sistema permette di mantenere una temperatura costante grazie a una macchina frigorifera ad assorbimento, risparmiando il 70% rispetto a un impianto di climatizzazione

Si parla tanto di energia solare anche per quanto riguarda il mondo del vino, ma soprattutto pensando al fotovoltaico, la tecnologia che consente di produrre elettricità dal sole. Quasi nessuno invece pensa ai benefici del solare termico, con cui si produce acqua calda a costo zero sfruttando il calore dei raggi.

Gli impianti solari termici sono semplicissimi. Si basano su pannelli, i collettori, nei quali corre una serpentina di rame, alimentata da un liquido speciale che “immagazzina” l'energia e la trasferisce all'accumulatore, di solito alloggiato nel locale caldaia. L'accumulatore può essere di varie dimensioni: è un grande contenitore d'acqua che, tramite una serpentina, viene portata alla temperatura voluta, assorbendo l'energia del liquido riscaldato dai collettori.

In Italia sono pochissime le cantine che utilizzano questa tecnologia. Un esempio è l'azienda agricola Rizzi di Salionze, in provincia di Verona, che ha installato sul tetto 60 metri quadrati di collettori. L'impianto è accoppiato con un sistema di riscaldamento a pavimento a pannelli radianti, che utilizza acqua calda alla temperatura di appena 30-35 gradi. Il sistema copre il 20% delle spese di riscaldamento di tutto l'ambiente, oltre 1.200 metri quadrati, e il 75% del fabbisogno d'acqua calda.

Ma l'impianto della cantina Rizzi sfrutta soltanto una delle potenzialità del solare termico. «Questi sistemi - spiega Riccardo Battisti dell'istituto di ricerche Ambiente Italia - possono essere anche accoppiati a una macchina frigorifera ad assorbimento, che sfrutta l'energia termica dell'acqua calda per raffrescare gli ambienti». Una funzione utilissima per chi deve garantire una temperatura costante a locali come le cantine. Esempi di questo tipo arrivano dall'estero.

In Austria la cantina Johannes Peitler, in Stiria, ha adottato un sistema di raffrescamento a energia solare che mantiene una temperatura costante di 17/18 gradi nei locali dove avviene la fermentazione in botte dei suoi vini. La stessa cosa ha fatto un gruppo di produttori francesi di Banyuls, che ha attrezzato una cantina da 3 milioni di bottiglie con un sistema che mantiene la temperatura tra 17 e 19 gradi tutto l'anno. In questi casi, i risparmi arrivano al 70% del fabbisogno richiesto per l'impianto di climatizzazione. La nuova Finanziaria ha dato un buon impulso al solare termico. Le imprese possono detrarre, in un tempo compreso tra 3 e 10 anni, il 55% delle spese sostenute per l'installazione. «L'agevolazione - spiega Battisti - copre una spesa massima di 110 mila euro, cifra sufficiente per un impianto tra 160 e 180 metri quadrati».

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