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Cuochi moderni, professionisti sotto le luci della ribalta

Professioni –

Sempre più spesso il grande chef esce dalla cucina per convegni e dimostrazioni. Una svolta impensabile fino a poco fa, che produce reddito e immagine, ma anche problemi

Tutto è cominciato nove anni fa, quando Rafael Garcia Santos si è inventato Lo mejor de la gastronomia, meeting che ogni autunno porta sulle sponde basche dell'Atlantico, a San Sebastián, il meglio della cucina di innovazione del mondo (lomejordelagastronomia.com). Più che un congresso una griffe, lo Mejor, che per Paolo Marchi «sta alla cucina di qualità come Cannes, con il suo festival, al cinema e Francoforte, con la sua fiera, al libro». Una vera macchina da guerra, che per ciascuno dei 4 giorni del simposio raccoglie a Palacio Kursaal circa duemila tra giornalisti, cuochi, gourmet e addetti ai lavori. In più, si possono quantificare almeno altrettanti curiosi o spettatori occasionali, che gravitano attorno alle iniziative collaterali per almeno mezza giornata. Il conto è semplice: nell'arco di nove anni lo Major ha potuto contare su non meno di centomila visitatori, fra “professionali” e non. Numeri importanti, che gli sponsor conoscono bene.

Una media di due convegni al giorno

Da quel giorno di nove anni fa, è stato tutto un fiorire di appuntamenti internazionali, in genere meno frequentati, ma non per questo meno graditi da pubblico e addetti ai lavori. La cucina spettacolo tira e oggi anche i nostri chef battono l'Italia e il mondo dodici mesi l'anno, alla ricerca di idee, confronti, consacrazione. Sul palcoscenico dei congressi come in televisione, va per la maggiore il cuoco mediatico, a suo agio sia tra i fornelli, sia sotto i riflettori. Oggi nel mondo esistono migliaia di congressi dedicati alla cucina - solo in Italia ormai si prosegue al ritmo di 2-3 al mese -, ma i convegni d'autore “di tendenza”, capaci cioè di orientare le scelte e di individuare le priorità, sono in tutto meno di una decina, a partire naturalmente da Lo Mejor: Omnivore (Le Havre), Madrid Fusion, Bcn Vanguardia (Barcellona), Identità Golose (Milano), World Gourmet Summit (Singapore); in Italia, consensi importanti stanno riscuotendo Alpe Adria Cooking (Udine) e Gusto in scena, che ha esordito quest'anno (Venezia).
Lo Mejor ha fatto scuola anche per quanto riguarda le logiche organizzative: in media ogni congresso dura tre o quattro giorni, ciascuno dei quali vede la presenza quotidiana di almeno dieci relatori (talvolta, come a San Sabastián o a Identità Golose, ci sono due sessioni contemporanee, il che raddoppia o quasi il numero delle relazioni). Ogni relatore in media si esibisce per quaranta minuti (che possono anche aumentare nel caso la relazione comporti anche una dimostrazione di cucina). La tendenza è comunque quella di aumentare il numero degli interventi per congresso. Basti pensare che a Identità Golose si è passati dai 18 relatori del 2005 (prima edizione), ai 40 del 2006, ai 56 del 2007, per arrivare ai 70 dell'edizione di quest'anno. I fenomeni in atto a livello mondiale, dunque, sono due: cresce il numero dei congressi e, per ogni congresso, aumenta la “carne al fuoco”, ossia i temi, gli ospiti, l'attenzione mediatica. Insomma, di cucina si parla sempre di più, forse troppo.
Gli spagnoli - che credono fermamente nel marketing e nell'autopromozione - sono fra i più assidui frequentatori di festival, congressi e seminari: sui programmi degli ultimi anni ricorrono con una certa frequenza i nomi di Dani Garcia, Jordi Herrera, Martin Berasategui, Josef Roca, Juan Mari Arzak, Quique Da costa, dello stesso Ferran Adrià. Gli chef italiani di prima fila sembrano invece un po' meno presenzialisti e limitano le loro uscite a una media di due o tre appuntamenti l'anno. Ma ai congressi ci vanno volentieri. Perché i meeting di cucina d'autore sono diventati sì una moda, ma sono ancora recepiti come occasioni per aprirsi a nuovi orizzonti, per sperimentare tecniche innovative o così antiche da essere sparite dal vocabolario.

Un bilancio dei costi e benefici

Cerchiamo di vedere con quale rapporto costi-benefici. In generale, gli chef invitati in qualità di relatori vengono spesati di tutto (viaggio, vitto, alloggio) e per la durata della loro presenza, che può andare da uno a tre giorni o più. Nei congressi che comportano anche dimostrazioni live, attrezzature e ingredienti sono quasi sempre messi a disposizione gratuitamente. Sotto forma di gettone di presenza o di rimborso spese forfetario, lo chef relatore percepisce una sorta di compenso indiretto, che va da poche centinaia a due-tremila euro nei casi più fortunati e per impegni che superano i due giorni di presenza. A suo carico restano le spese sostenute per eventuale personale al seguito e per i prodotti semilavorati che si porta da casa, e soprattutto il mancato guadagno derivante dalla eventuale chiusura del locale.
«Credo che nessuno chef vada ai congressi per denaro, perché è comunque più quello che si perde di quello che si guadagna -spiega Norbert Niederkofler (St. Hubertus), stella del firmamento Michelin, reduce in qualità di relatore da Gusto in Scena, a Venezia -. Una forma di “indennizzo” è sempre prevista, ma non parlerei di compenso. Dal canto mio, intervengo a un paio di congressi l'anno, non di più, e solo quando il St. Hubertus è chiuso. Per rispetto dei clienti». Contrariamente a quanto accade in Francia o in Spagna, dove i ristoranti restano aperti praticamente tutto l'anno e si avvalgono di una perfetta organizzazione imprenditoriale.
Accusato di essere più in giro per il mondo a parlare di cucina che tra i fornelli, Alain Ducasse, da perfetto imprenditore di se stesso, dice: «Quando una persona va al ristorante, deve preoccuparsi di mangiare bene, non di sapere chi c'è o non c'è in cucina». In Italia invece, nonostante tutti dichiarino di avvalersi di staff affiatati, è diffusa la convinzione che il cliente sia attirato dalla figura dello chef più che dal ristorante in sé.
Ma congressi o meeting non sono gli unici momenti in cui lo chef esce dalle proprie cucine. Perché oggi il ristorante, assolta la sua funzione di luogo dove vengono somministrati i pasti, tende a diversificare il proprio business in svariate iniziative esterne in cui lo chef è protagonista assoluto. Come gli stilisti possono dar lustro con il proprio nome a piastrelle, profumi, penne, allestimenti speciali di automobili, anche gli chef sono diventati dei veri e propri brand, richiesti per firmare catering, consulenze, presentazioni di nuovi prodotti gastronomici, succhi di frutta, sughi, pentole.

Conviene cercare delle sponsorizzazioni

In tutte queste operazioni, i guadagni dipendono dai contratti stipulati singolarmente da ogni chef. Per quanto riguarda nello specifico i meeting di alta cucina, che in questo quadro rappresentano dunque, una voce assai meno ricca dal punto di vista degli introiti, va detto che più è prestigioso un congresso, meno c'è la necessità di “invogliare” uno chef già affermato con sostanziosi ingaggi (o rimborsi spese che dir si voglia). E a volte, più che la promessa economica, giocano la credibilità e l'autorevolezza del soggetto organizzatore. «Certo, oggi ci sono troppi congressi in giro, e non sempre veramente utili - dice Massimiliano Alajmo, rientrato da Identità Golose, manifestazione di cui è stato testimonial fin dalla prima edizione -. Per quanto mi riguarda cerco di bilanciare la necessità, la voglia di essere in cucina con l'altrettanto importante desiderio di partecipare ai momenti di aggregazione e confronto offerti dai meeting che contano, organizzati da persone competenti». Sul fronte delle spese da sostenere, a volte lo chef invitato a tenere una relazione ha la necessità di avvalersi - oltre che di personale e di ingredienti particolari - di supporti audiovisivi dedicati, che con il meeting esauriranno la loro funzione.«L'anno scorso siamo intervenuti alla prima edizione del congresso di Pamplona “Vive las verduras” - spiega Raffaele Alajmo, fratello di Massimiliano e manager delle Calandre -; per accompagnare la nostra relazione dedicata al radicchio abbiamo dovuto produrre un video-cd che ci è costato circa 2500 euro. Il congresso ci ha rimborsato le spese di viaggio e soggiorno, ma siamo riusciti a coprire i costi vivi del cd grazie al contributo del Consorzio del radicchio trevigiano. Ma certo nessuno ci ha rifuso del tempo impiegato per l'ideazione e la lavorazione del video. Le ricette le abbiamo poi inserite in menu, perciò è stato tempo speso bene».

All'estero sono coinvolte le istituzioni

L'impressione, comunque, è che in altri Paesi - specie dove l'alta cucina rappresenta una strutturata voce imprenditoriale - i congressi dispongano di budget piuttosto ricchi. Tanto per non andare troppo lontano, in Catalogna e nei Paesi Baschi, regioni dotate di forte autonomia, sponsor e istituzioni investono volentieri nel settore. E dato che la gastronomia è ritenuta bene da promuovere i congressi godono di finanziamenti pubblici.
Ma anche oltreoceano gli chef sono molto coccolati. «Quando mi invitano, vado volentieri negli Usa - racconta Mauro Canaglia, chef della Trattoria all'Angelo di Piovene Rocchette (Vicenza) che in passato ha lavorato al Dining Room di Atlanta, a fianco dello stellato Guenter Seeger. Nel 2001 sono stato invitato al The Cloister, a Sea Island (Georgia), per il “17th Annual Food & Wine Festival”. Ogni chef doveva presentare un menu di 5 portate per 150 ospiti. È stato uno fra i migliori momenti di scambio culturale. In questo caso, The Cloister ha pagato tutte le spese di viaggio e soggiorno di una settimana per me e mia moglie. Ho dovuto chiudere il ristorante, ma ne è valsa la pena».
E gli “juniores” cosa pensano dei congressi? Alberto Tonizzo, giovanissimo chef del ristorante Al Ferarut di Rivignano (Ud), ama frequentare fra il pubblico i più importanti appuntamenti nazionali: «Eventi come Alpe Adria Cooking o Identità Golose non solo offrono la possibilità di percepire le tendenze in atto, ma sono anche una vetrina per conoscere nuovi prodotti e nuove tecnologie». Gli fa eco Enrico Bartolini (Le Robinie di Montescano, Pavia): «I convegni sono la tribuna ideale per raccontarsi e farsi conoscere. Anche se non posso farlo spesso, mi piace andare ai congressi, sia da relatore che fra il pubblico. Come si comportano i clienti quando non ci sono? Qualcuno storce il naso, ma stiamo cercando di abituarli: la vera star non è il cuoco, ma il prodotto».

Ecco il dna della cucina occidentale

Storia –

Un poderoso lavoro di ricognizione sugli autori di cucina degli ultimi quarant’anni rileva i tratti comuni da Escoffier ai seguaci di Ferran Adrià. Un lavoro utile, che merita una sintesi e un commento

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/wp-content/uploads/sites/4/2014/10/genoma.pdf” target=”_blank”>Ecco il dna della cucina occidentale
aprile 2008 / pdf / Numero pagine: 3 / Lingua: italiano / di Antonio Mungai

Affari in cantiere

Inchiesta –

Milano si fa bella in vista dell’Expo 2015. Grandi progetti sulla carta e attese rosee sui fatturati di albergi e pubblici esercizi, con una ricaduta in un raggio di 100 chilometri. Nostra inchiesta eclusiva con tutte le cifre in gioco.

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/wp-content/uploads/sites/4/2014/10/expo2.pdf” target=”_blank”>Affari in cantiere
Maggio 2008 / pdf / Numero pagine: 5 / Lingua: Italiana / di Sergio Redaelli

La ristorazione socio sanitaria in Italia

La ricerca sullo situazione della ristorazione nel comparto ospedalierio e sociale a cura di Ristorazione Collettiva( giugno 2004)

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/wp-content/uploads/sites/4/2014/10/ristosociosanitaria.pdf” target=”_blank”>La ristorazione socio sanitaria in Italia
giugno 2004 / pdf /

Cronache e tendenze da Pizzatime 2007 – la semifinale

Eventi Bargiornale - Fotocronache –

Tendenze, ricette e finalisti dell’edizione 2007 che ha visto i maestri pizzaioli sfidarsi a Riccione a ottobre per aggiudicarsi un posto per la finalissima.

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/wp-content/uploads/sites/4/2014/10/pizzatime2007semifinale” target=”_blank”>Cronache e tendenze da Pizzatime 2007 – la semifinale
da bargiornale novembre 2007 / pdf /

Pizzatime 2007 – la finalissima di Montecarlo

A colpi di farina e condimenti, decretataotore dell’edizione 2007 nello splendido scenario di Montecarlo.

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/wp-content/uploads/sites/4/2014/10/pizzatime07finale” target=”_blank”>Pizzatime 2007 – la finalissima di Montecarlo
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Snackfestival 2008 – pani e salse a disposizione per la sfida

In collaborazione con le aziende Menu e Délifrance Italia gli sfidanti di SnackFestival 2008 avranno a disposizione per le loro ricette cinque tipologie di salse/condimenti e di pani speciali (per il Panino dell’anno). Ecco una breve descrizione e i suggerimenti di servizio. MENU – Salse/condimentiMENU FRIARELLI – CIME DI RAPA PICCANTINE Particolari cime di rapa piccantine in olio extravergine di oliva. Ideali per contorni, panini e bruschette. GRANSALSA DI ZUCCHINE Salsa a base di zucchine fres…

In collaborazione con le aziende Menu e Délifrance Italia gli sfidanti di SnackFestival 2008 avranno a disposizione per le loro ricette cinque tipologie di salse/condimenti e di pani speciali (per il Panino dell'anno). Ecco una breve descrizione e i suggerimenti di servizio.
MENU - Salse/condimenti
MENU FRIARELLI - CIME DI RAPA PICCANTINE Particolari cime di rapa piccantine in olio extravergine di oliva. Ideali per contorni, panini e bruschette.
GRANSALSA DI ZUCCHINE Salsa a base di zucchine fresche tagliate a cubetti e trifolate in una crema di zucchine. Delicata e ottima per abbinamenti e contorni.
SALSA DI FUOCO Tipica salsa della cucina calabrese a base di peperoncino e verdure tritate dal caratteristico gusto piccante. Indicata per panini, tramezzini, bruschette, crostini. TINGA - SALSA MESSICANA Salsa dal gusto tipico messicano preparata con carne di pollo italiano, pancetta, cipolla e peperone. Pronta all'utilizzo e indicata per panini, crostini, tramezzini ecc.
PESTO AI PISTACCHI Pesto della tradizione mediterranea ideale per farciture e condimenti di piatti freddi. 
Per informazioni sui prodotti elencati: menu@menu.it 
 
DELIFRANCE ITALIA - i pani speciali
PANE CIABATTA Pane rustico rettangolare ideale per sandwich. Si caratterizza per l'impasto a base di olio extravergine d'oliva.
PANE PER SFILATINI Panetti precotti surgelati pronti in 10 minuti. Dall'utilizzo semplicissimo sono ideali per realizzare panini con farciture a base di affettati e formaggi. Con farina di grano.
PANE RUSTICO Pane parzialmente precotto e surgelato dalla forma rettangolare con crosta croccante cosparsa di farina. Le sue caratteristiche ne fanno il pane ideale per sandwich rustici.
PROVENCETTE AL SESAMO Provencette precotte e surgelate cosparse di semi di sesamo. Una tipologia cui il sesamo dà un sapore tipico.
BOULE SOFT Pane bianco precotto e surgelato (diametro 12,5 cm). Soffice panino perfetto per farciture ricche di gusto e con caratteristiche che assecondano gli attuali trend di gusto. 
Informazioni sui prodotti  lcolianni@delifrance.com

Grifoncino, da night club a cocktail bar

Cocktail –

Da cantina a moderno lounge con tanto di divanetti fucsia e brillanti giochi di luce. Succede al Grifoncino di Bolzano, meeting point cittadino all’interno di un albergo.

Antica cantina, celebre night club negli anni Settanta e ora avveniristico cocktail bar. La storia del Grifoncino si sviluppa in sequenza, attraverso le evoluzioni epocali dello spazio all'interno dell'albergo Greif di Bolzano. L'albergo di charme, recentemente ristrutturato dall'architetto viennese Boris Podrecca, presenta 33 camere firmate da altrettanti artisti di livello internazionale.
Nella fase di restyling della struttura si è avvertita l'esigenza di ampliare la hall, dotandola di un ricevimento più ampio e confortevole. L'interpretazione dell'architetto, coadiuvato dal titolare Franz Staffler, ha delineato un ambiente di 60 mq con una doppia funzione: banco bar con sgabelli all'americana dove consumare un drink veloce, e area con sedute confortevoli, adatta a conversazioni e incontri di lavoro. Dal semplice ampliamento il progetto è sfociato dunque in un locale dalla spiccata personalità che condivide l'ingresso con l'albergo ed eredita il nome dal nightclub realizzato nel 1969 dagli architetti Ponzio, Casati e Marotta.
Gli arredi di allora, realizzati in metacrilato trasparente e colorati di luci al ritmo della musica, lasciano posto al contenitore di vetro pieno di bottiglie vuote che compone il corpo bar, al pavimento retroilluminato in pannelli traforati di alluminio, ai pannelli di alabastro che formano la parete di fondo. Mobili e complementi sono creati appositamente su misura e prodotti dalla falegnameria “di casa”, mentre il sofisticato sistema di illuminazione sfrutta la tecnologia Led: 10 circuiti separati e gestiti tramite touch-screen dal banco bar permettono di ottenere una vastissima gamma di colori con qualunque intensità, insiemi di fasci di luce e scenari sorprendenti.
La nuova versione del Grifoncino si rivolge a un target di pubblico medio alto, dai 25 ai 40 anni, comprendendo ospiti dell'hotel e clientela esterna, a iniziare dai bolzanini che lo hanno eletto raffinato meeting point e lo affollano dall'ora dell'aperitivo.
L'offerta include drink e cocktail (da 7 a 9,50 euro), liquori, distillati e vini sia al calice che in bottiglia, mentre stuzzichini e altre piccole golosità provengono dalla cucina di un altro albergo della famiglia Staffler, il Parkhotel Laurin. L'orario d'apertura, dalle 16 all'una di notte, e le dimensioni contenute del locale consentono di limitare lo staff a una persona sola, il barman Salvatore Savino, che si occupa del servizio sotto la guida della direttrice dell'hotel Doris Gotter.
L'apertura del Grifoncino ha contribuito ad accrescere il richiamo e la qualità dell'offerta della struttura alberghiera, sfruttando le potenzialità promozionali del nuovo ambiente con appuntamenti culturali che aprono un dialogo con aziende e realtà locali. Lo slogan “your place” si collega a un programma di iniziative che si svilupperà dal sito web del locale dove gli utenti potranno proporre contenuti come immagini, video e musica per comporre un'originale programmazione multimediale del locale.

La Vineria, menu da mille etichette

winebar –

La formula Vineria da Treviso è approdata a Londra. Chicche gastronomiche, bollicine e mise en place d’autore.

Vineria, un nome e un programma. Ben sostanziato dal motto latino “ vinum et cetera” con cinque indirizzi, due di questi a Treviso dove, nel 2003, una rivendita di vino si evolve in un'enoteca accogliente, la Vineria appunto. L'iniziativa porta la firma di Omar Bortoletto e Andrea Finato, giovani imprenditori che, insieme ad altri due soci, concretizzano conoscenza e passione per il vino creando spazi raffinati caratterizzati da una straordinaria selezione di bottiglie con in carta circa un migliaio di etichette. Un ambiente polifunzionale in cui trovano posto la zona mescita, l'area ristorazione con una quarantina di coperti e uno shop di eccellenze enogastronomiche. Il prototipo riscuote un tale successo da essere in breve replicato, sempre a Treviso, poi nel 2007 a Jesolo (Ve) e, recentemente, a Mirano (Ve). Un discorso a parte merita l'inaugurazione del quinto locale, a Londra. Qui la strategia di marketing applicata al mercato inglese ha imposto un'insegna diversa: Osteria Stecca (1, Bleheim Terrace), nome che sfrutta la popolarità dello chef e socio Stefano Stecca.
Lungi dall'idea del franchising, tutte le sedi fanno capo a Treviso inglobando, ognuna, un socio-manager che dirige uno staff di 6/10 persone. Punto di forza è la tavola, a iniziare dalla mise en place in cui impera il design griffato, tra bicchieri Riedel o Zafferano, posate Alessi e porcellane Rosenthal. Questi accessori sono graditi dai giovani e dai veterani del calice, soddisfatti anche da abbinamenti dove un salume popolare come la Mortadella incontra uno Champagne. I piatti, carni e pesce, sono assemblati con verdure del territorio, dal radicchio rosso di Treviso agli asparagi, e oscillano dai 9 a 16 euro. La carta accoglie proposte di ogni genere con una predilezione, riscontrabile anche nella mescita, per le bollicine: lo Champagne domina con il 70% delle referenze. Tutte le bottiglie in carta sono presenti anche tra gli scaffali dello shop.

La cucina con erbe e fiori di Stefano Baiocco

emergenti –

Stefano Baiocco è conosciuto come il signore dei germogli. Il suo giardino conta ben 130 vegetali tra erbe aromatiche e fiori edibili. Accade a Villa Feltrinelli nel Bresciano.

Lo chiamano “il signore dei germogli”, ma Stefano Baiocco è pittore prima ancora che cuoco. Perché i suoi piatti, in cui trionfano verdure, germogli e fiori, sono un capolavoro di estetica. Nonostante la giovane età (è del 1973), è oggi considerato un maestro della mise en place, argomento cui lo scorso anno ha anche dedicato un libro. Da qualche anno è executive chef del ristorante di Villa Feltrinelli, a Gargnano, sulle rive del Garda. Un locale da 40 posti in tutto, riservati agli ospiti dell'hotel, più una decina a disposizione dei clienti esterni. Menu degustazione a 150 euro, vini esclusi. Atmosfera elegante ma informale: per mettere ad agio gli avventori, ogni chef di rango segue tre o quattro tavoli, dall'antipasto al dolce.
Il percorso professionale di Baiocco è un vero e proprio cursus honorum dell'alta gastronomia, quello che porta ai vertici internazionali e che gli è già valso una stella Michelin. Un risultato in parte atteso, se solo si scorrono i nomi degli chef presso i quali il giovanotto si è fatto le ossa, fra i quali ci sono Alain Ducasse, Pierre Gagnaire, Ferran Adrià, Joan Roca e Dani Garcia. Ma non è solo l'aspetto estetico a colpire, della cucina di Baiocco, un virtuoso che trascorre almeno tre ore al giorno, tutti i giorni, a raccogliere e curare le sue erbe e i suoi germogli. Il suo orto, nel parco della villa, ospita ben 130 specie di vegetali fra erbe aromatiche, insalate e fiori commestibili. «In fatto di vegetali - racconta - siamo quasi autosufficienti: ricaviamo il 50% degli ortaggi da coltivazioni in serra e il 40% da piante messe a dimora nel parco. Solo per il 10% (erbe o fiori non adatti al clima del lago) ci serviamo di fornitori esterni». Nel preciso rispetto della stagionalità (il ristorante, così come l'hotel, lavora solo da aprile a ottobre), di settimana in settimana, Baiocco usa erbe appena colte. L'essiccazione si limita a origano, timo e rosmarino.
Ogni piatto è frutto di studio e sperimentazione. A cominciare, naturalmente, dal tipo e dal numero di erbe codificato secondo uno schema affidato a un preciso database. Un lavoro certosino, che Baiocco segue personalmente e giudica indispensabile per mantenere alta la qualità delle sue proposte.In cucina, ogni tipo di vegetale è conservato in un barattolino di vetro, che contiene esattamente il fabbisogno richiesto giorno per giorno dal ristorante. Un sistema appreso da Luis Andoni Aduriz, al Mugaritz di San Sebastián, che permette di disporre di un prodotto sempre fresco, già lavato e mondato, pronto per essere utilizzato. Magari sul Piatto dell'orto, trionfo di carotine, finocchi, melanzane baby, zucchine, pomodori datterini, cipollotti, bietoline, patate rosse, asparagi, rape rosse, topinambur, taccole, carciofi, favette e piselli rosolati in graticola e serviti su croccante di patate ed erbe di campo, con contorno di fiori di campo e una fetta di lardo.

L’enoteca Tumedei apre un winebar

winebar –

A Bologna, la storica cantina-enoteca Tumedei ha rilevato un bar di quartiere localizzato dall’altra parte della strada. Idea che sta generando effetti positivi su offerta e clientela.

Entra il vino nel bar tradizionale. Embè, dov'è la notizia? È vero, da anni assistiamo a cambi di insegne che si richiamano alla magica espressione wine bar. Ma di qui a saper gestire una calibrata offerta di vini ne passa. Anzi, il “giochino” del vino, per diventare business, richiede di soppesare sottili equilibri. Certo, non tutti sono nelle fortunate condizioni di Franco Tumedei: titolare a Bologna di una storica e avviata cantina-enoteca (senza mescita) con 2.000 referenze, ha avuto l'occasione di rilevare un normale bar di quartiere, dall'altra parte della strada… Per farne che? Uno direbbe subito: un wine bar! Per forza, con il suo know how…. «A parte che la parola non mi piace - racconta Tumedei - in realtà non ho fatto altro che mantenere il bar, cambiandogli indirizzo verso la qualità, e ovviamente dando un giusto spazio al vino, che rimane il mio mondo». Giusto spazio, non grande spazio: nella parete di fronte all'ingresso, dove una volta c'erano macchinette da gioco, ora campeggiano due ampi scaffali di bottiglie. Ma non vogliono soverchiare l'immagine complessiva del bar, che si presenta moderno e gradevole, non eccessivo, con un bancone classico con caffetteria, tavolini, gazebo esterno. In altre parole, il focus sul vino non deve “spaventare” il cliente di passaggio o di quartiere.
Il vino, pur se costituisce uno sbocco sinergico con l'attività dell'enoteca e può avvicinare un'altra fetta di clientela, incide ancora solo per il 20% del fatturato totale dell'esercizio (che, per inciso, è stato mantenuto con la stessa ragione sociale dell'Enoteca Tumedei, figurando regolarmente come un secondo “magazzino' dell'enoteca). E a maggior ragione, per il barista che non è specialista del vino il discorso potrebbe farsi difficile. Volutamente, l'orario del Bar Tumedei esclude l'apertura serale: si va dalle 6 alle 20.30 (il venerdì alle 21.30). La fascia di bottiglie ideali per il bar va dai 7 ai 25 euro. I prezzi da asporto sono identici qui e nell'enoteca principale di fronte. Un cliente, quindi, può scegliersi una bottiglia sia nell'uno che nell'altro posto: se la consuma al tavolo (dopo aver attraversato la strada…) c'è un sovraccarico di 5 euro. Protagonista è ovviamente la lavagna dei vini al calice, per accompagnare pause pranzo e per gli aperitivi, con prezzi da 2 euro (per vini imbottigliati dallo stesso Tumedei con etichetta propria) fino a 4-5: la mescita vale il 50% del fatturato vino del bar. Un altro punto rilevante è la possibilità di organizzare nel locale degustazioni, piccoli banchi d'assaggio ed eventi con associazioni locali, grazie ai contatti derivanti dall'attività primaria di Tumedei. Queste iniziative devono avere temi non banali ma non troppo specialistici, e avere costo contenuto. Con qualche eccezione più ricercata (come ad esempio quella recente dedicata ad alcuni vini di Giacomo Tachis a 65 euro). Tenute di sera a locale chiuso, consentono al titolare e ai dipendenti di 'studiare' la materia e di meglio confrontarsi con i clienti, cosa che logisticamente era impossibile nella vecchia enoteca. Interessante anche lo scambio fra tipi differenti di clientela: quella tradizionale maschile dell'enoteca scopre il bar, quella più giovane (e femminile) del bar scopre l'enoteca. Un'enfasi non trascurabile è stata posta su liquori e bere miscelato: «Mi piacerebbe avvicinare i due mondi - conclude Tumedei - ma ho notato che è difficile. Intanto i nostri 3 dipendenti sono diplomati Ais e Aibes».

A cena dal sommelier

formule –

Il Vino by Enrico Bernardo è il ristorante di Parigi dove il sommelier, ex campione del mondo, ha messo al centro del menu vini bianchi e rossi di tutto il mondo.

Sull'insegna trovate, scritto in grande, Il Vino e, in piccolo, by Enrico Bernardo. Insomma Il vino by Enrico Bernardo, semplice, chiaro, inquivocabile anche nel significato. In sostanza Champagne, bianchi e rossi che piacciono al miglior sommelier del mondo del 2004. Tutti, circa 15 mila etichette, raccolti nel ristorante parigino che Bernardo, dopo aver diretto per qualche tempo il ristorante le Cinq dell'Hotel George V, sempre a Parigi, conduce oggi con la sua solita passione. A metà strada tra les Invalides e l'Ecole Militaire, Il Vino di Enrico Bernardo spicca per una formula innovativa e per il fatto che a poco tempo dall'apertura si è già guadagnato una brillante stella Michelin.
Prima di raccontare il ristorante è bene dire di Bernardo, tanto per capire che solo a un personaggio così poteva venire in mente di mettere in atto una formula del genere. Il quale è stato ed è un enfant prodige della sommellerie internazionale. Oltre a esser stato nominato miglior sommelier del mondo quando aveva solo 27 anni (oggi ne ha 32), in tempi precedenti è stato insignito anche del titolo di miglior sommelier d'Europa, d'Italia e via via di questo passo il tutto sotto l'ala protettrice e istruttiva di Giuseppe Vaccarini (impossibile non citare il maestro di Enrico).
E oggi, Bernardo si è imposto sulla scena parigina grazie, ed ecco la formula a cui accennavamo, al fatto che ha messo proprio il vino al centro della proposta del ristorante e non più il cibo. A dirlo sembra semplice, ma a lavorarci quotidianamente può esserlo un po' meno. Difficile spiegare, per esempio, che il menu consegnato al cliente non è la lista dei vini, ma proprio il menu principale. Pazienza che qui siano riportati i vini e non le pietanze. Bianchi o rossi bisogna scegliere, sarà poi il sommelier a portare il piatto contenente la ricetta che Bernardo e lo chef Davide Barilone hanno messo a punto per quella specifica etichetta. Insomma, se non fosse chiaro, qui si sceglie il vino e non la pietanza, qui si viene per degustare un vino, il mangiare è secondario e serve solo per accompagnare il calice.
Prezzi? Tre i menu disponibili: il Vitesse a 50 euro, L'aveugle (alla cieca) a 75 euro (100 la sera) e il Grands terroirs de France a mille euro (che include però cinque grandi vini francesi come Château d'Yquem, Château Pétrus). Alla carta si può scegliere tra portate comprese tra gli 80 euro di un Cos d'Estournel con relativo abbinamento e i 20 di un Crozes Hermitage d'Alain Graillot. Sapendo poi che se il primo calice con portata annessa costa una certa cifra il bis dello stesso vino costa circa la metà.E dalla cucina, cosa esce? In teoria le ricette in abbinamento sono a sorpresa, ma ai clienti che non vogliono “rischiare” o che magari sono intolleranti a qualche alimento e non vogliono trovarselo nel piatto, il sommelier è sempre pronto a suggerire una o più alternative. Ovviamente pensate per l'abbinamento con quel certo vino.
E la clientela, come reagisce? Sul forum di un sito francese dedicato alla gastronomia i pensieri di chi si è seduto a uno dei 40 posti del locale di Bernardo sono contrastanti, come sempre avviene quando ci si trova davanti a qualcosa di davvero nuovo. Da chi centra il giudizio sulla cucina dimostrando di non aver capito il senso del locale, a chi ne coglie lo spirito e lo apprezza.

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