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Il locale perfetto: è bello e funzionale

Soluzioni d'arredo –

Combinare al meglio l’estetica e la funzionalità: è la parola d’ordine delle aziende del settore arredobar. Che ora progettano luoghi capaci di cambiare spesso pelle

 


In un anno in Italia aprono (o ristrutturano) tantissimi locali: alcuni destinati a un successo duraturo, altri, purtroppo, a scomparire rapidamente. Ci sono mille variabili che concorrono a fare di un esercizio “un locale che funziona”. Abbiamo chiesto “la formula magica” ad alcune importanti aziende del settore arredobar: il loro è un punto d'osservazione privilegiato, dato che da una decina d'anni si sono andate trasformando da fornitori di singoli elementi (banco, vetrina ecc.) in consulenti a servizio completo. Tutti gli intervistati concordano su un punto: che non ci sono un modello e uno stile univoci di “locale che funziona”, dato che il comandamento del momento è diversificare. «Si va dalle proposte particolarmente connotate dei locali di alto livello (spesso molto “carichi”, progettati con l'intento di rimanere riconoscibili) - osserva Pamela Giombini, direttore marketing operativo di IndustrieIfi - a quelle in stile etnico, a quelle lineari e minimaliste, tuttora le più diffuse. Per questo il nostro marchio Ifi propone una gamma d'offerta diversificata: dai volumi netti e definiti di Metropolis al calore del classico di Havana, dall'eleganza di cuoio e vetro di Incontri all'ironia e creatività di Beverly».
Per Paolo Bocchini, titolare dell'omonima azienda, è proprio il mix fra stili e tendenze che rende glamour un locale: «Reinventare per ogni progetto una particolare e originale miscellanea di stili dà la giusta atmosfera al locale. Inoltre, la continua ricerca che le aziende del settore hanno svolto sui materiali ci mette oggi a disposizione possibilità impensabili fino a qualche anno fa: materiali che alla vista e al tatto sono completamente assimilabili alla pelle o al cuoio, ma sono in realtà laminati; superfici che sembrano di vetro e sono, invece, di materiali plastici». Dall'ufficio marketing di Isa sottolineano che le sfide che il bar di oggi deve affrontare sono la capacità di “cambiare pelle” più volte nel corso della giornata e quella di offrire al cliente un'accoglienza calda e conviviale. «L'arredo non è più concepito come un qualcosa di statico, ma come un “work in progress” senza fine, capace di cogliere le opportunità che si presentano nel tempo. Per questo noi abbiamo studiato soluzioni innovative per rendere un locale multifunzionale, cioè in grado di cambiare veste nell'arco della giornata e
della stagione».
 
Per Enzo Di Serafino della direzione marketing di Frigomeccanica il bar deve rispondere all'esigenza del cliente di sentirsi come a casa. «Se il bar diventa l'estensione della propria abitazione dev'essere all'altezza di quest'ultima. Perciò noi curiamo l'estetica non meno della funzionalità e del corretto rapporto qualità/prezzo, in modo che il cliente sia invogliato a cambiare spesso, senza sentirsi frenato dall'entità dell'investimento necessario. Inoltre, partendo da architetture di tendenza e design moderno, offriamo centinaia di materiali con i quali rendere un locale diverso dall'altro e, quindi, unico». Naturalmente il bar che funziona è soprattutto quello che riesce a cogliere e sfruttare ogni occasione per vendere. E, in questo campo, le soluzioni d'arredo forniscono un aiuto prezioso, ripensando i più comuni elementi in un'ottica nuova. «Se il pranzo al bar - osserva Di Serafino - si è ormai affermato nelle abitudini degli italiani, perché riesce a fornire un pasto quantitativamente e dieteticamente “giusto” a fronte di una spesa modesta, è normale che l'arredo si sia evoluto con vetrine calde e fredde più capienti o magari banchi da self service veri e propri, inseriti nei banchi bar ed esteticamente raffinati. Analogamente, per l'happy hour proponiamo vasche per cocktail da inserire sui banchi: strutture con binario portabottiglie e vaschette per il ghiaccio e per le guarnizioni degli aperitivi. Oltre a garantire efficienza, fanno anche un sacco di scena». Anche l'acquisto d'impulso rappresenta un'importante fonte di business, soprattutto nel comparto beverage. «Per aiutare il gestore a sfruttare questa potenzialità - dicono da Isa - la nostra azienda propone dei banchi bar completamente trasparenti (cella Free), che esaltano il prodotto esposto e ne sfruttano l'appeal, rafforzando il beneficio rappresentato dalle campagne pubblicitarie attuate dai produttori». Fin qui abbiamo parlato di design, di stili e di materiali, ma c'è un altro aspetto che risulta determinante ai fini del buon funzionamento del bar: quello tecnologico. Perché in un locale pubblico il tempo è denaro e razionalizzare i flussi operativi rende l'attività più redditizia: vetrine per gelateria che ruotano attorno all'operatore evitandogli di doversi continuamente spostare per accedere alle diverse vaschette (Tonda di Ifi), retrobanchi che si arricchiscono di piani cottura e forni sospesi per i bar che non dispongono di laboratorio/cucina (Frigomeccanica), bottigliere accessibili dai due lati (Dsl), vetrine freddo/caldo per utilizzi molteplici nell'arco della giornata (Gasparini Frigoriferi) e via dicendo. Inoltre, come sottolinea Paolo Bocchini, la tecnologia consente a chi vuole aprire un locale di farlo rapidamente e senza intoppi: «I tempi di realizzazione degli arredamenti dei locali pubblici si sono più che dimezzati, grazie proprio alle tecnologie a disposizione delle aziende, che permettono di produrre più componenti contemporaneamente, assemblando tutto nella fase terminale, con la certezza che il risultato sia adeguato e perfetto». Anche l'evoluzione avvenuta nel settore dell'illuminotecnica permette oggi, al di là degli aspetti puramente funzionali, di ottenere soluzioni che migliorano l'immagine del locale e la fruizione da parte del cliente. «In alcuni modelli - sottolinea Enzo Di Serafino di Frigomeccanica - abbiamo usato materiali come il vetro con la retroilluminazione a led Rgb con cambio colore, che consente di avere colori diversi in base ai momenti della giornata oppure alle scelte del gestore, che può imparare a comunicare con la clientela anche attraverso questo mezzo». Anche per Ifi quella della luce è un'opzione da sfruttare al meglio, utilizzando soluzioni avanzate come il sistema Ccc (Continuous Color Change) che permette di ottenere, impostando una centralina, oltre 16 milioni di colori. «Questa centralina elettronica - precisa Pamela Giombini - è in grado di programmare cambi di tonalità dei led, inseriti all'interno delle pannellature del fronte del banco e della retroalzata, realizzate in vetro opale retroilluminato. Grazie a questo sistema, che è utilizzato nella nostra gamma Kaleidos, si può personalizzare il locale, facendogli cambiare “abito” secondo i momenti, le circostanze e le esigenze». Ma tecnologia vuol dire anche ricerca di soluzioni compatibili con la salvaguardia dell'ambiente. Si può parlare di una tendenza destinata a rafforzarsi? «Certamente sì - dice ancora Pamela Giombini -. Questa attenzione esiste sia da parte dei produttori sia da parte dei clienti. Per quanto ci riguarda, tutti i componenti tecnologici Ifi sono realizzati con struttura interna coibentata con poliuretano espanso e sottoposti a collaudo di refrigerazione, a prova dell'impianto elettrico, e certificati. I materiali utilizzati sono atossici e rispondono ai requisiti imposti dalle normative, per gli impianti di refrigerazione usiamo gas ecologici. Inoltre, offriamo la possibilità di allestire l'apparato refrigerante al di fuori del locale, con il risultato di diminuire sensibilmente l'inquinamento atmosferico e acustico e di permettere di risparmiare energia». Box Scelte vincenti Siate unici Per distinguersi nella grande massa di locali che, più o meno, offrono gli stessi prodotti è importante riuscire a proporsi con uno stile ben definito. E bisogna preoccuparsi che anche l'offerta di prodotti e servizi sia coerente con l'immagine prescelta e con il tipo di clientela su cui punta il locale. Investite in tecnologia Se è valida, la tecnologia riesce ad ottimizzare l'efficienza dell'attività, anche rendendo più facili e confortevoli i gesti abituali. Tenete presente che se per i clienti il vostro locale è un luogo dove rilassarsi e passare piacevolmente del tempo, per voi e i vostri collaboratori è il luogo di lavoro (dove si passano moltissime ore). Evitate gli eccessi A parte quelli che nascono con obiettivi di successo travolgente e immediato (sempre ammesso che ci riescano!) per poi passare velocemente di mano, un locale dev'essere progettato per durare. Quindi vanno sempre evitate le soluzioni eccessive. Che oggi sono di grande effetto, ma potranno risultare inesorabilmente datate in un futuro non troppo lontano. Selezionate partner affidabili Il mercato dell'arredobar pullula di operatori che propongono soluzioni anche molto suggestive. Nella scelta del fornitore è importante, però, valutare anche le garanzie offerte sul piano dell'assistenza e dei servizi post vendita.

PIZZATIME 2008 – Torna la grande sfida – ULTIMI GIORNI per lISCRIVERSI

Giunge alla XI Edizione il grande evento per i professionisti della Pizza –

Segna in agenda! Martedì 14 ottobre Bargiornale ti aspetta alla semifinale italiana di Pizzatime 2008, presso la sede di Bar University. Metti in gioco la tua abilità, assicurati un posto a Montecarlo!

Attenzione stanno per scadere i termini per iscriversi all'appuntamento sempre più atteso dai professionisti del settore, in arrivo da tutta Italia per sfidarsi e mostrare tutta la loro abilità, su questo grande classico dell'alimentazione nazionale. Tema della sfida è la Pizza Fantasia. L'esibizione in diretta vedrà gli sfidanti misurarsi a colpi di farina su creatività, gusto e abbinamenti. I migliori si garantiranno un posto per la prestigiosa finalissima internazionale che si terrà a Montecarlo dal 3 al 5 novembre 2008. In palio anche il riconoscimento al Miglior Menù Pizza, chi se lo aggiudica sarà invitato in qualità di ospite d'onore alla finalissima internazionale.
REGOLAMENTO
Pizzatime 2008 è riservata a tutti i pizzaioli professionisti. Per partecipare è necessario
compilare in tutte le sue parti il coupon d'iscrizione e inviarlo entro il 20 settembre 2008 . I candidati selezionati per la semifinale del 14 ottobre saranno convocati telefonicamente dalla nostra segreteria organizzativa.
CRITERI DI GIUDIZIO
Durante la prova i concorrenti dovranno preparare le pizze di loro creazione che saranno valutate della nostra giuria. L'obiettivo è quello di proporre un prodotto food tradiziona elaborato in modo personale. L'esibizione prevede lo sviluppo dei seguenti temi: creatività, gusto e abbinamenti nella categoria Pizza Fantasia. La giuria designerà i finalisti per la finalissima di Montecarlo (3-4-5 novembre 2008). Pizzatime si svolgerà presso la sede di Bar University, c/o East Stand Studios,Via Mecenate 84 Milano
PREMIO MIGLIOR MENU
Tutti i partecipanti saranno invitati a portare i loro menu alla semifinale. Durante la giornata, una giuria di esperti valuterà le migliori carte. Il primo classificato sarà invitato, in qualità di ospite d'onore, alla finalissima internazionale in novembre a Montecarlo (3-5 novembre). I primi tre classificati riceveranno una targa premio.
PIZZATIME - le ragioni per partecipare
Partecipare a Pizzatime non è solo un'occasione per mettere alla prova la propria abilità e grantirsi un posto per la finale internazionale, ma anche una occasione di aggiornamento e di confronto tra i professionisti del settore e le aziende di grande prestigio che sostengono l'iniziativa,che saranno ben liete di presentarvi tutte le novità più adatte alla vostra attività.

Bar University -Sviluppare più business con l’offerta food: scopri come

Bar University - Formazione food –

Nel pianeta bar c’è un mondo in grande subbuglio: quello dell’offerta food. La direzione verso cui si muove il mondo dei locali a livello internazionale è quella di creare posti dove si possa mangiare un po’ di tutto a tutte le ore. Cresce il numero di bar che cominciano a offrire un concetto di colazione simile a quella dei grandi alberghi, ordinabile fino a tarda mattinata. Si moltiplicano i sushi bar, cominciano a spuntare i primi “zuppa bar”, si sv…

Nel pianeta bar c’è un mondo in grande subbuglio: quello dell’offerta food. La direzione verso cui si muove il mondo dei locali a livello internazionale è quella di creare posti dove si possa mangiare un po’ di tutto a tutte le ore.
Cresce il numero di bar che cominciano a offrire un concetto di colazione simile a quella dei grandi alberghi, ordinabile fino a tarda mattinata. Si moltiplicano i sushi bar, cominciano a spuntare i primi “zuppa bar”, si sviluppa la proposta di soluzoni “take away”, d’asporto. Anche l’hamburger sembra godere di una nuova giovinezza, lontana dalle standardizzazioni modello McDonald’s. Spuntano quelli fingerfood, monoboccone, si moltiplicano le varianti (di pollo, di salmone, di agnello), arrivano quelli luxury: alla Burger Brasserie del Parsi Las Vegas, ad esempio, hanno creato un hamburger con manzo di Kobe e aragosta del Maine che viene servito in abbinamento a una bottiglia di Dom Pérignon all’incredibile cifra di 777 dollari.
Per far conoscere le più interessanti tendenze internazionali in tema di snack, le ultima novità di prodotto e i segreti per mettere a punto una proposta food efficace e redditizia, Bar University ha organizzato - dal 17 al 19 novembre (lunedì, martedì e mercoledì) - un corso full immersion di “Snack bar management”, destinato a gestori e food manager un programma serrato ARGOMENTI «Le tendenze a livello internazionale e le novità lanciate sul mercato, sia relativamente ai prodotti sia alle attrezzature, saranno i due temi centrali su cui si concentrerà il corso», spiega Oscar Cavallera, direttore di Bar University. «Ad esempio spiegheremo come usare al meglio la tecnica del sottovuoto, una grande opportunità per il bar. Cercheremo di offrire una panoramica completa dell’offerta di prodotto appena arrivata sul mercato, dando utili suggerimenti su quali prodotti freschi acquistare, quali surgelati, come conservarli, affrontando anche il tema dei prodotti a lunga conservazione e di quelli in atmosfera modificata. Altri temi trattati in profondità saranno il food cost e il pricing, come pure la corretta valorizzazione del prodotto all’interno del locale e la costruzione di un menu».Non mancherà nemmeno qualche momento pratico: lo chef del Bulgari Hotel di Milano svelerà alcune sue ricette per panini d’autore». Le informazioni per iscriversi al corso si trovano su bargiornale.it
IDEE per un panino più trendy «Nei nostri bar - spiega Cavallera - purtroppo c’è poca innovazione attorno alla proposta panino. Si tende a riproporre un’offerta sempre uguale a se stessa, confidando sull’abitudinarietà del cliente. In realtà ci sarebbe molto da fare». Un filone particolarmente fecondo potrebbe essere quello di una ricerca nella direzione della valorizzazione dei prodotti del territorio: «In tema di salumi e formaggi la varietà è davvero sconfinata. E praticamente ogni regione ha le sue specificità». Anche sul pane ci si può giocare: «L’offerta cresce: non solo in termini di pezzature, ma anche di gusti, aromatizzazioni, arricchimenti".

Tutti a caccia di capsule, i collezionisti ringraziano

Collezioni –

In dieci anni il club dei collezionisti di capsule ha raccolto adesioni anche negli Usa. E il catalogo vanta 650 nuovi esemplari. Alcuni con quotazioni da capogiro

Le più preziose sono quelle in argento, create per celebrare un evento o una nascita, magari con un cristallo Swarovski o la miniatura di una coccinella inseriti al centro. Poi ci sono quelle che celano messaggi, d'amore o persino vecchi assegni ormai fuoricorso. Infine ci sono quelle artistiche addirittura dipinte a mano.
È variegato e sorprendente l'universo delle capsule da spumante, il dischetto di metallo che si trova tra il tappo a fungo e la gabbietta che lo lega alla bottiglia. Se ne parla nell'ultima edizione del Catalogo generale della capsule italiane di spumanti e vini frizzanti curato da Renato Procacci del Ccc, il Club Collezionisti Capsule, insieme ad aziende di spumanti e grafici (pag. 254, Agra editrice, si può chiedere a giorgioccc@tele2.it. Il volume giunto alla quinta edizione, è stato ampliato nella veste grafica e nei contenuti. Si è, inoltre, arricchito di oltre 650 nuovi inserimenti.

Storia della capsula
Spiega Procacci, che è anche sommelier: «Ho cominciato a collezionare capsule di spumanti nel 1997, per caso. Il volume che ho curato è la prova più evidente del diffondersi della capsulomania. Oggi in Italia il Ccc ha circa trecento soci, ma gli appassionati cultori della capsula sono molte migliaia, come migliaia sono in Francia, Spagna. Alcuni club stanno nascendo anche in Germania e come Ccc abbiamo soci iscritti anche dagli Stati Uniti d'America».
Ma com'è nata la capsula che in termine tecnico, e forse meno elegante, è chiamata anche cappellotto o scudo? La nascita ufficiale risalirebbe a oltre 160 anni fa, più precisamente il 15 novembre 1844, giorno in cui il signor Adolphe Jaquesson, produttore di Champagne di Chalon-sur-Marne, avrebbe depositato il brevetto attestante la sua invenzione di un disco di metallo da inserire tra tappo e gabbietta. L'aggeggio fu battezzato “capsule”, ma anche “plaques de muselets” o, in Spagna, “plaques de cava”. Racconta Procacci: «In circa dieci anni i raccoglitori italiani hanno trovato chicche interessantissime. Dagli esemplari unici, come le capsule di spumanti prodotti da maison lombarde o marchigiane che hanno chiuso i battenti, al quello di una bottiglia di spumante Cinzano degli anni Trenta o alla capsula di una cinquantina di anni fa che celava un assegno da mille lire ormai inesigibile».

Nata per promuovere il vino
Il cappellotto o capsula che dir si voglia, oltre la funzione di protezione del tappo è anche un formidabile mezzo di promozione aziendale a servizio dell'enomarketing. La maggior parte dei produttori di spumanti, frizzanti con tappo a fungo, Champagne e Cava, differenziano frequentemente la colorazione, il logo o l'immagine raffigurata. Alcune aziende francesi e spagnole contano decine di tipologie grafiche e dimensionali. Un esempio è la Moët et Chandon che ne cataloga oltre 250. Va ricordato che in Francia, a Vertus, a pochi chilometri da Reims, capoluogo della Regione Champagne-Ardennes, ogni anno, il giorno 11 novembre si svolge la Manifestazione più importante del Mondo di borsa-scambio di capsule, alla quale partecipano non meno di tremila persone.

Pronto il nuovo sistema di classificazione degli hotel

Certificazioni –

Il Governo ha preparato una bozza di riordino dell’attuale standard. Punto critico: chi controlla e le eventuali sanzioni

Sarà vero che il multiforme sistema di classificazione degli alberghi, affidato fino a oggi alla competenza delle Regioni, sta per andare in pensione? A sentire Michela Vittoria Brambilla, sottosegretario al Turismo, parrebbe proprio di sì. «Dopo 24 anni - ha dichiarato Michela Brambilla - finisce il caos in questo settore poiché vareremo un nuovo sistema nazionale che riguarda le imprese turistico-ricettive». La bozza di decreto, infatti, affronta uno dei capitoli più contestati dagli operatori turistici esteri, riportando sotto la responsabilità del Dipartimento del turismo di Palazzo Chigi la materia della classificazione dei 33.700 alberghi italiani e rendendone omogenei i requisiti minimi.

Solo 11 regioni hanno standard minimi
Dopo la riforma del Titolo Quinto della Costituzione, ciascuna Regione stabilisce infatti i criteri di classificazione in maniera autonoma e disomogenea. Per fare un esempio, in un albergo a tre stelle la tv in tutte le camere è obbligatoria in Sicilia e in Emilia-Romagna, ma non in Lombardia e in Campania. Con il risultato di alimentare confusione, allontanando il consumatore da una chiara identificazione di ciò che deve aspettarsi. Allo stato dei fatti, però, solo 11 Regioni hanno adottato degli standard minimi. La bozza di decreto dunque prevede non solo omogeneità a partire dalle strutture di nuova costruzione, ma anche delle sanzioni per chi non osserverà la norma nazionale. Sul sistema di rating si conferma il sistema delle stella, ma si introduce una certificazione volontaria accessoria con l'introduzione di lettere che si aggiungono alle stelle. Positivo il commento di Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi-Confturismo, che rappresenta 27 mila strutture: «Siamo sempre stati favorevoli alla determinazione di standard minimi e soprattutto al loro innalzamento, quindi ritengo soddisfacente il testo della bozza così com'è. Certo bisognerà capire bene che cosa significa e come funziona il sistema di rating prima di aderirvi, visto che è su base volontaria».

Lo spinoso problema dei controlli
 Più articolato il commento di Elena David, da poco eletta presidente di Aica, l'associazione delle catene alberghiere di Confindustria (31 associati per 48 mila camere), che, pur apprezzando il fatto che si è dato avvio al riordino della materia, rileva una serie di aspetti critici sia sul metodo («come associazione avremmo preferito essere coinvolti nella fase di stesura del testo»), che su alcuni contenuti, che presentano il rischio di incrementare le barriere allo sviluppo di nuove e moderne strutture perché introduce restrizioni particolarmente penalizzanti per gli alberghi in fase di costruzione o ristrutturazione. Non mancano però altri motivi di critica. In particolare, sottolinea Elena David: «La bozza si concentra ancora su criteri quantitativi e non qualitativi e non prevede un sistema di controlli periodici per verificare il mantenimento nel tempo dei parametri previsti. Un albergo a 4 o 5 stelle crea delle aspettative nei consumatori che devono essere garantite nel tempo».

Una classificazione fuori dall'Europa
Aggiunge inoltre la David: «Se l'obiettivo della nuova classificazione era quello di introdurre un sistema basato sulla trasparenza, la confrontabilità e la protezione del consumatore, l'introduzione di un rating espresso in lettere e associabile alle stelle, al quale ciascun albergatore aderisce su base volontaria, va esattamente nella direzione opposta». Proprio il rating è, secondo gli estensori della bozza, una sorta di marchio di qualità, ma sul blog Tourism Cafè il direttore commerciale di Atahotels Monica Lira annota che: «Se parallelamente alla certificazione non si attivano gli organi di controllo, l'iniziativa viene vanificata e la credibilità della qualità del made in Italy viene meno». E Bernabò Bocca rileva che: «Senza controlli le regole non hanno senso. Resta, poi, ancora da capire se ci saranno e chi farà questi controlli». È poi assente qualsiasi riferimento alla normativa europea. Proprio recentemente una votazione del Parlamento Europeo ha avviato l'iter legislativo per l'adozione di criteri comuni nell'attribuzione e valutazione delle stelle e per garantire al consumatore un livello minimo di qualità in tutti i Paesi della comunità. «Il non allineamento della classificazione italiana a quella europea penalizza la destinazione Italia e potrebbe rivelarsi pericoloso per il nostro sistema turistico», sottolinea il presidente di Aica.

Il menu degli sportivi piace agli chef

Benessere –

Molti ristoranti stanno sperimentando tecniche di cottura a bassa temperatura, così da salvaguardare le proprietà organolettiche dei prodotti

Poteva la moda del mangiar sano lasciare indifferenti i ristoratori? Certo che no. Così si è visto e sentito di tutto: dal sindaco di Ascea (Sa) che impone di inserire le calorie nei menu dei ristoranti del territorio comunale, alla Asl 17 di Padova che ha aiutato i cuochi a costruire piatti poveri di calorie e grassi saturi; dal medico che si è inventato la “dermocolazione”, che aiuta a mantenere la pelle giovane, al lunch box con tre menu (energy, healthy e vegan) da abbinare ciascuno a un trattamento ad hoc del Bulgari Hotel. Di tutt'altra matrice è il progetto RistoWellness, nato due anni fa alla fiera di Rimini, allo scopo di far lavorare insieme tecnici e chef per sviluppare proposte di ristorazione veloce che rispondano alle esigenze di chi è attento alla forma fisica o pratica sport. Il risultato è un nuovo format, ideale per palestre e centri benessere, sviluppato da Eventi&Qualità (azienda specializzata in nuovi progetti nel settore dell'ospitalità) con la consulenza di Alma, la Scuola internazionale di cucina italiana. Dalla combinazione tra la tradizione regionale italiana e i nuovi metodi di cottura più sani (come il sottovuoto, la cottura a bassa temperatura o a vapore, consentite dai forni di nuova generazione), sono nati 4 menu: ipocalorico, ad alto valore proteico, uno per i giorni d'intenso allenamento fisico e uno goloso ed equilibrato sul piano nutrizionale.

Nuove tecniche per rispettare i cibi
 «Oggi la tecnologia consente di abbreviare i tempi di preparazione dei piatti, esaltando i sapori e i colori dei cibi - spiega lo chef Massimo Ogliotti, docente di Alma e responsabile tecnico del progetto -. L'idea è di applicare ampiamente il sottovuoto e la cottura a bassa temperatura, così da salvaguardare al massimo le proprietà organolettiche del prodotto. I consumatori ci chiedono cosa abbiamo aggiunto in termini di ingredienti, in realtà la tecnica consente di mantenere il primitivo sapore, evitando proprio di aggiungere condimenti». Un'esperienza in fase di studio, per ora, ma il progetto procede e chissà che prima o poi non si trasformi in un'attività di ristorazione. Intanto Alma sta progettando corsi di cucina del benessere: consulenze formative per chi vuole dare un'impronta gastronomica al proprio centro wellness e progetti di formazione dedicati al tema.

Menu per ipertesi
 Ma passare dal pensiero alla pratica non è semplice. «Gli chef devono ripensare il modo di cucinare e i consumatori devono intervenire sul loro stile alimentare - commenta il professor Giorgio Calabrese, nutrizionista all'Efsa, autorità europea per la sicurezza alimentare -. Si inizia dagli step più semplici, come la riduzione del sale, visto che l'ipertensione è uno dei maggiori problemi della nostra società». Considerato che a un iperteso sono sconsigliati la maggior parte degli alimenti che trova fuori casa (dalla brioche al pane, dalla maionese ai salumi ai salatini), elaborare una proposta gastronomica a ridotto contenuto di sodio può rappresentare una valida opportunità per conquistare nuovi clienti. E il professor Carlo Cannella, presidente dell'Inran (Istituto Nazionale di Ricerca degli Alimenti e della Nutrizione) sottolinea il successo delle campagne d'informazione sui 5 colori e le 5 porzioni del benessere, avviate dalle associazioni dei produttori di ortofrutta e appoggiate da alcune industrie alimentari. E si chiede: «Perché la ristorazione non cavalca il trend, proponendo piatti in linea con questa filosofia?».

Fermenti oltrepadani

Territori –

Prima area vinicola lombarda, terza in Italia. Qualcuno lo paragona alla Borgogna, ma l’Oltrepo pavese ha troppe peculiarità per temere confronti. Per esempio? Il Bonarda e ora anche il Cruasé, marchio collettivo che tutelerà il metodo classico rosé prodotto da sole uve pinot nero. Uva regina di que

Oltrepo: ovvero la più importante area produttiva vinicola lombarda e terza area italiana per estensione viticola Doc, preceduta solo dall’Asti e dal Chianti. Sotto la denominazione ricadono ben 42 comuni, con 2.700 viticoltori/produttori di uva che rivendicano la Doc e la Docg. Una realtà associativa complessa con 228 associati al Consorzio, di cui 5 cantine sociali.
Insomma grandi numeri per un paesaggio che molti paragonano alla Borgogna, disposto sul 45° parallelo, una straordinaria linea che “nel mondo vitivinicolo unisce la qualità” e dove nascono vini originali e indimenticabili, come Pinot nero Metodo Classico, Bonarda, Pinot nero in rosso, Riesling, Buttafuoco, Barbacarlo, Moscato, Malvasia, Sangue di Giuda. «Una filiera molto compatta che punta tutto sull’eccellenza - spiega Carlo Alberto Panont, direttore del Consorzio - vignaioli, viticoltori e imbottigliatori, che curano il proprio territorio come un giardino e che vogliono presentarsi al pubblico in un modo originale e gustoso».

Un primato in tema di spumanti
Oggi finalmente dopo un lavoro della durata quasi di 40 anni, in cui non tutti i momenti sono stati felici, è stata ottenuta la preziosa Docg per il Pinot nero metodo Classico. L’Oltrepo diventa così l’area spumantistica del Pinot nero più grande d’Italia e con la Franciacorta le uniche Docg di metodo classico in Italia, un primato anche per la Lombardia vitivinicola. Si realizza così una vera e propria filiera del pinot nero che vede vini vinificati secondo il metodo classico (brut e rosé) e metodo Martinotti, ma anche Pinot nero vinificati in rosso.

La grande attenzione per la produzione degli spumanti è ben visibile anche nell’attività delle aziende private, come La Versa, che ha avviato da anni un progetto di selezione dei vigneti dei soci e anche Berlucchi, che ha un centro di raccolta e pressatura a Casteggio, ha dato avvio alla prima esperienza di monitoraggio dei vigneti.
«Un lavoro mai fatto da nessuno - spiega Leonardo Valenti dell’Università degli Studi di Milano - che ha visto oltre 20 tecnici testare lo stato di maturazione e sanità delle uve e quindi il convogliamento di queste, secondo canoni diversi di qualità, in diverse vasche di cuvée, da cui si otterranno spumanti di tipologie e qualità ben diversificate. La prima volta in Italia che la cuvée viene seguita dal vigneto alla vendemmia».
Grande fermento quindi per le bollicine oltrepadane, che proprio in questi giorni vedono nascere un altro importante progetto, di cui siamo i primi testimoni. Il prossimo anno, in occasione dei 50 anni del Consorzio, verrà presentato il “Cruasè”, cioè il Pinot nero metodo classico rosé, il primo marchio collettivo in Italia per tutelare il vino speciale Docg dell’Oltrepo pavese ottenuto esclusivamente da uve Pinot nero vinificate con il metodo classico.

Bonarda, emblema del territorio
Se la filiera del Pinot Nero costituisce l’eccellenza, il Bonarda con 20 milioni di bottiglie all’anno, è il vino che l’Oltrepo pavese vuole utilizzare come trainer del territorio e della filiera.
Per la sua facilità di beva, il suo fruttato e anche per i suoi numeri, il Bonarda è stato definito il Prosecco “rosso” dalla rivista tedesca Stern (otto milioni di lettori) che ha suggerito il rosso Bonarda come l’alternativa rossa al Prosecco. Ma se ne sono accorti anche gli americani, che hanno identificato il rosso vivace come il miglior compagno dei “barbecue” secondo l’azzeccato binomio B&B, ovvero Bonarda e Barbecue.

Il segreto del successo all’estero è da vedersi anche nel nome: Bonarda si pronuncia abbastanza facilmente in tutto il mondo, anche per gli orientali che lo apprezzano con la loro cucina spesso in versione agrodolce. Insomma, Bonarda come vino ideale per i più disparati abbinamenti. Come suggerito nella campagna promozionale Bonarda Style il rosso giovane e vivace esalta bene la pizza, la pasta, il pesce, come il cacciucco alla viareggina (www.bonarda.it).
Infine, dall’Oltrepo non si può non citare il Riesling, un vitigno bianco che qui ha trovato in alcune zone un terroir congeniale e che offre caratteristiche molto simili ai Riesling alsaziani.

Degustare la birra, dove e come

Formazione –

Tanti sono i corsi e i seminari dedicati all’arte della degustazione, da quelli per appassionati a quelli professionali. Dove conoscere l’analisi sensoriale

Saper degustare una birra, conoscerne le caratteristiche, è alla base di qualsiasi discorso sulla qualità del prodotto. Ogni tipologia possiede infatti il proprio profilo organolettico. Tra gli antesignani dell’analisi sensoriale della birra, il Centro Studi Assaggiatori di Brescia ha realizzato, in collaborazione con Assobirra, la ricerca Gusto Birra, cosa piace agli italiani e perché, profilo sensoriale ed emozionale dei sette principali stili birrari: lager, pils, blanche, weizen, bock, abbazia, ale. Un testo di sicuro riferimento per qualsiasi degustatore, dal semplice consumatore all’operatore.
Riconoscere le caratteristiche delle birre

In tema di degustazione sono ormai innumerevoli i corsi e seminari sulla birra. Si va da quelli rivolti ai semplici appassionati (Gambero Rosso, Slow Food) a quelli più strutturati come quelli dell’Università della Birra, del Cerb - Università di Perugia - Assobirra, dell’ADB (Associazione degustatori birra) e di Unionbirrai (concentrati sui prodotti artigianali delle microbirrerie). In comune hanno spesso gli stessi docenti, mastri birrai, imprenditori o giornalisti specializzati come Giorgio Colli, Lorenzo Dabove (Kuaska), Michele Barro, Maurizio Maestrelli, Luigi D’Amelio, Teo Musso, Agostino Arioli, Stefano Buiatti, Roberto Zironi. Necessariamente molto simili i programmi dei corsi, spesso organizzati su un livello base più uno avanzato di approfondimento. Le materie sono: storia e geografia delle birre, elementi della produzione, ventaglio delle tipologie con i possibili abbinamenti gastronomici. Il cuore di questi corsi è dedicato all’analisi organolettica. A cominciare dall’esame visivo: s’impara a valutare la limpidezza (compresa quella delle artigianali non filtrate), il colore (con le diverse tonalità che vanno dal giallo paglierino, al dorato, al rosso ambrato, al bruno scuro), la schiuma (densità, compattezza, persistenza), infine è da considerare l’effervescenza (con numero e grana delle bollicine). Durante l’esame olfattivo si analizza persistenza, complessità e qualità degli aromi con relativi descrittori (erbaceo, floreale, fruttato, speziato). A conclusione l’esame gustativo: si valutano i livelli di dolce, salato, acido e amaro, oltre all’analisi del corpo (debole, robusto, pesante). In questo modo è possibile compilare l’apposita scheda descrittiva. Chi vuol conseguire un riconoscimento di livello superiore può seguire gli stage Ais (Associazione Italiana Sommelier, 2 giorni), Planet One (un giorno) e della italo-tedesca Arte-Bier/Accademia Doemens (12 giorni).

E ora arriva il sommelier con laurea

Corsi –

Parte a febbraio il corso per sommelier di Alma, la scuola di cucina con sede a Colorno, Parma. Sarà diretto da Giuseppe Vaccarini

Un grande chef, Gualtiero Marchesi, padre della cucina italiana, e un grande sommelier, Giuseppe Vaccarini, che è stato anche eletto il miglior sommelier del mondo: è l’accoppiata vincente per fare del nuovo corso per sommelier lanciato da Alma - la scuola parmense considerata il centro più autorevole di formazione per la cucina italiana nel mondo - l’iniziativa meglio accreditata nel panorama eno-scolastico. Del resto diventare sommelier professionista è il sogno di tanti addetti ai lavori, oltre che un modo per entrare dall’ingresso principale nel mondo della ristorazione. Il corso di Alma, unico in Italia, prevede più di duemila ore di formazione fra teoria e pratica, è condotto sotto la supervisione di Marchesi, rettore della scuola, e diretto da Vaccarini, che è anche presidente dell’Associazione della Sommellerie Professionale Italiana.

Lezioni teoriche e pratiche a Colorno
Gli allievi, inoltre, possono intraprendere il percorso di formazione nelle nuove aule e con le attrezzature d’avanguardia che la scuola internazionale di cucina italiana mette a disposizione nella sua splendida sede, la Reggia di Colorno, in provincia di Parma. «Il nuovo corso - spiegano gli organizzatori - consentirà ai partecipanti di acquisire l’attestato di sommelier professionista internazionale, una qualifica utilizzabile in tutto il mondo».
L’inizio del corso, le cui iscrizioni sono già aperte e che avrà una durata di dodici mesi, è previsto per febbraio 2009. Sarà articolato su due trimestri che prevedono lezioni teoriche e pratiche a Colorno, intervallati da due trimestri di stage in cui gli allievi si troveranno ad operare nelle più qualificate realtà enologiche e dell’accoglienza italiane e internazionali, dalle vigne alle cantine, dalle aziende di distribuzione alle enoteche, dai ristoranti ai grandi alberghi. I destinatari del corso di Alma sono i diplomati degli istituti alberghieri e giovani che hanno maturato una prima esperienza nel settore. Nel programma di formazione dei neo-sommelier internazionali, oltre alle conoscenze specifiche relative ai vini, anche tecniche di degustazione e nozioni di cultura gastronomica. «In modo da garantire un livello di professionalità il più possibile completo», promettono ad Alma.

Da Harrods, shopping e cappuccino

Caffetterie –

Da Barberino a londra. In due anni. Lo sviluppo alla velocità della luce di una catena che fa del cappuccino la bandiera dello stile italiano.

Oltremanica, il prestigioso magazine “Good Food” edito dalla Bbc segnala la visita a Ca'puccino, caffetteria aperta a Londra all'interno dei grandi magazzini Harrods di Knightsbridge, come un'esperienza magica e irrinunciabile. Un bel riconoscimento per Giacomo Moncalvo, trent'anni compiuti da poco, che ha saputo compiere il grande balzo e ritrovarsi in uno dei templi dello shopping mondiale di qualità a servire caffè e cappuccini ai turisti provenienti da mezzo mondo con prodotti superselezionati che diffondono la cultura italiana del mangiare bene.

Come siete riusciti a sbarcare a Londra e posizionare Ca'puccino all'interno di Harrods?

«È una storia lunga - spiega l'imprenditore Giacomo Moncalvo -. Provengo da una famiglia che da sempre lavora nel settore del commercio e dopo gli ottimi risultati avuti con l'apertura dei punti all'interno degli outlet McArthurGlen di Barberino del Mugello (Fi) prima poi di Serravalle Scrivia (Al) e Castel Romano (Rm), ho iniziato a pensare a un format che potesse permettere di esprimere la mia idea di caffetteria di qualità. L'apertura londinese è venuta in seguito alla collaborazione con McArthurGlen, società che si occupa di designer outlet centre, con 15 strutture aperte in tutt'Europa, di cui tre in Italia. Il progetto è piaciuto ai responsabili di Harrods, che l'hanno analizzato minuziosamente, in ogni suo aspetto, e così è iniziata la nostra avventura in terra britannica. Occorre dire che dietro a questo format c'è un accurato lavoro sui parametri di gestione e di efficienza del punto di vendita con un approccio squisitamente manageriale.

Quali sono i punti di forza del format?
«La ricetta di Ca'puccino è tanto semplice quanto efficace: una miscela di caffè 100% arabica, pasticceria fresca, gelati fatti in casa, tutto con materie prime rigorosamente “made in Italy” (ma non manca anche il salato con panini in stile italiano, ndr). Sia che si tratti del locale londinese di Brampton Road, sia del nuovo punto di vendita in apertura a Fidenza, il cliente è sicuro di trovare la stessa pastiera napoletana o lo stesso gelato alla nocciola. Un'offerta in grado di soddisfare praticamente le esigenze alimentari di tutta la giornata in un ambiente raffinato e curato nei minimi particolari che trasmette i valori del lifestyle italiano».

L'enfasi dell'offerta è comunque sul caffè e le sue varianti.
«Grande spazio è infatti destinato alle versioni più “elaborate” del caffè, che arricchito di creme, liquori, panna, aromi, diventa un dessert da gustarsi al cucchiaio. Recuperando, dunque, la tradizione dolciaria italiana e reinterpretandola in un'ottica che mette il caffè espresso al centro dell'attenzione. Come per il “Bicerin”, la specialità torinese a base di caffè, cioccolato e crema di latte, che, direttamente dalla tradizione degli storici caffè torinesi, è diventata una dei nostri prodotti più richiesti nella capitale britannica».

La rete esistente dei locali Ca'puccino è tutta a gestione diretta. Avete preso in considerazione di svilupparvi in futuro anche attraverso il franchising?
«Non si tratta di snobismo, né di chiusura alle idee altrui. Preferiamo porci come interlocutori unici e rispondere personalmente al mercato. Credo che con un franchising si finisca per diluire inevitabilmente un'idea imprenditoriale precisa e questo ci ha ancora frenato. Certo, se oggi vogliamo continuare a foraggiare la nostra crescita dovremo trovare un'investitore che possa apportare nuovi capitali al progetto Ca'puccino».

Una carta d’identità per i rum dei Caraibi

Spirits –

Recentemente è stato lanciato un marchio di origine e qualità che vestirà le etichette dei distillati provenienti da 15 località caraibiche

Il rum è uno degli spirit che negli ultimi anni ha movimentato maggiormente i consumi di superalcolici: miscelato o in purezza si è ritagliato una fetta consistente di appassionati. In tutto il mondo. Con volumi pari nel 2007 a 120,7 milioni di casse, il rum è cresciuto a livello globale negli ultimi 20 anni, sempre in termini di volumi, di quasi il 40% (fonte: Iwsr). Per quanto riguarda l'Italia, i volumi dell'intera categoria rum sono aumentati negli ultimi 5 anni (2003-07) del 5%, a 1,2 milioni di casse. Ma l'incremento più significativo l'hanno registrato i rum invecchiati, con un balzo nello stesso periodo del 12%.

Oltre 300 etichette circolanti in Italia
Come è avvenuto per i preziosi malti scozzesi anche per il rum sono nati recentemente club di cultori, si moltiplicano eventi dedicati al distillato della canna da zucchero con relative degustazioni e abbinamenti e si amplia l'offerta con l'arrivo in Italia di nuove specialità. Si calcola che siano oltre 300 le etichette di rum circolanti nel nostro Paese e il loro numero, secondo gli esperti, è destinato ad aumentare. Soprattutto perché l'attenzione del consumatore si sta progressivamente spostando, come evidenziano i dati di mercato, sulle qualità premium e sugli invecchiati in genere: un fenomeno di “upgrading” comune oggi ad altri distillati come vodka e gin. Detto questo, c'è rum e rum. E per un profano spesso non è facile orientarsi tra un'offerta di prodotti molto eterogenei per origine (dai Caraibi al Nicaragua, dall'Australia all'India), processi distillazione, invecchiamento e blending. Inoltre, parliamo di un prodotto da sempre al di là di ogni regola: non esistono disciplinari condivisi, regolamenti o certificazioni di qualità ad eccezione delle distillerie della Martinica che vantano per i loro rum agricole le denominazioni A.O.C. e rispettano precisi disciplinari riguardo ai metodi di produzione e obblighi di invecchiamento. Puntuale, dunque, il lancio di un marchio di autenticità e qualità per il rum prodotto in 15 territori caraibici dell'area Acp su iniziativa di Wirspa (associazione che riunisce i consorzi nazionali di produttori di rum e liquori). Il bollino di qualità “Authentic Caribbean Rum” apparirà dunque anche sulle bottiglie di rum caraibico importate in Italia. Secondo i promotori, aiuterà i consumatori a fare una scelta più consapevole grazie anche a un sistema di classificazione su tre livelli in base all'invecchiamento e alla qualità dei prodotti.

Nasce una nuova categoria, il rum caraibico doc
Il nuovo marchio ha già debuttato lo scorso maggio alla fiera londinese Distil sulle bottiglie del rum Mount Gilboa delle Barbados e il lancio, che per ora interessa i mercati di Italia, Spagna e Regno Unito, sarà sostenuto da un'importante campagna di marketing con corsi di formazione per barman, la partecipazione a fiere e un piano di comunicazione sui principali media di settore. «Un'iniziativa che premia i rum provenienti dalle ex colonie britanniche dei Caraibi e che incarnano il cosiddetto “stile inglese” - spiega Daniele Biondi, fondatore del Rum Club Italiano - . Rum che sono stati un po' oscurati dal successo dei rum di matrice spagnola, provenienti da Cuba, Portorico e Centro-America, e dalla moda dei rum agricole. Questo marchio rende giustizia a una categoria di rum tanto affascinati, quanto qualitativamente eccezionali». Positiva anche la reazione dei distributori. «È un'iniziativa che va certamente a vantaggio del consumatore - dice Piero Valdiserra, direttore marketing di Rinaldi Holding, società importatrice di due etichette, Angostura 1919 e Bar abancourt, che verranno firmate dal marchio Acr - e servirà a far comprendere meglio le specialità dei Caraibi. Si tratta di un'operazione di regional marketing complessa governata da un'entità sovraterritoriale come Wirspa: si tratterà dunque di vedere se l'organizzazione saprà coordinare le tante realtà produttive dell'area e sviluppare una comunicazione efficace».

Pasticciere

Pasticciere esperto, anche gelateria e salati cerca lavoro con disponibilità immediata. E’ richiesta la possibilità di alloggio.081 8491988 / 081 8821428

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