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L’arte del long drink si rinnova con Toschi

Barfestival 2008 –

Raffaella Rascazzo vince il terzo appuntamento di Barfestival 2008 firmato Toschi. Al secondo posto Annapaola Greco e, al terzo, Fabrizio Paciosi. In programma anche una coinvolgente degustazione cieca

Terzo appuntamento con la nostra Barfestival Cocktail Competition. Tenutosi come di consueto presso la sede di Bar University a Milano, la competizione tra i barman e le barmaid si è centrata attorno al gusto, all'aroma e ai colori della Linea Sciroppi Long Drink Toschi. Professionisti giunti da tutta Italia (oltre una trentina gli iscritti alla competizione) hanno creato long drink in una vera esplosione di fantasia. Alla fine ha prevalso una barmaid pugliese. Prima classificata sì è infatti piazzata Raffaella Rascazzo, del discopub Felix di Trepuzzi, in provincia di Lecce che ha conquistato il palato della giuria composta da sommelier Ais, miscelando Tabata, un long drink a base di 2 once di vodka al melone, un oncia di scrioppo di lampone, Lemonsoda, lime e zucchero di canna. La Rascazzo si è cosi aggiudicata il diritto a partecipare alla finalissima della Barfestival Cocktail Competition (a Bangkok, 23-27 novembre). Vincono invece la partecipazione a un Master presso la sede di Bar University, Annapaola Greco, dell'Oveja Negra di Squinzano (Le), seconda classificata, e Fabrizio Paciosi del Jet Set Exclusive Restaurant di Roma, terzo classificato. Da segnalare che Toschi ha messo alla prova il naso e il palato dei concorrenti, organizzando una partecipata (e divertente) degustazione cieca: un barman Toschi ha preparato e servito decine di cocktail composti da tre soli ingredienti. A chi ha saputo indovinare uno o più ingredienti sono stati consegnati premi con i quali ricordare la giornata milanese.

La ristorazione cinese non è solo fascia bassa

Esercenti –

Aumentano nel nostro paese i gestori che arrivano dal gigante asiatico e il relativo indotto. Rimane il problema del frequente turn over

Sono abili cuochi, ma soprattutto, grandi imprenditori. Continua a crescere in Italia il numero dei ristoratori cinesi, così come aumentano i cinesi che gestiscono ristoranti giapponesi, pizzerie, sushi bar (un business in crescita, dove sono ormai la maggioranza) e bar italiani. Abili imprenditori, si diceva, con un'arma segreta, che è poi il segreto di Pulcinella: pagano cash. Di fronte ai contanti, chi vende non sa dire di no. Da Milano a Roma, da Torino a Bologna, gli immigrati dalla Repubblica Popolare di prima, seconda o terza generazione sono i protagonisti assoluti della compravendita di pubblici esercizi. Qualcuno inciampa nei guai. A Terni, il valzer delle licenze è finito nel mirino della Guardia di Finanza per violazione delle norme antiriciclaggio. Ma quella è tutta un'altra storia. I gestori cinesi hanno iniziato a rilevare i bar dopo l'allarme della Sars e “l'influenza dei polli” (ricordate?): clienti italiani spaventati, ristoranti cinesi deserti. Entrato al bar, qualcuno ha puntato sul prezzo (il Chinese Box di Milano propone drink a prezzi bassi - 3,50/5 euro - nel rione superfashion Garibaldi-La Foppa). Altri si sono buttati sul business del momento, il sushi bar: «Si tratta di un terreno delicato - ammonisce il comandante dei Nas di Milano, capitano Paolo Belgi -. Il sushi è un alimento ad alto rischio microbiologico, può contenere microrganismi e metalli pesanti. Va detto però che la sicurezza nei locali orientali è molto migliorata rispetto al passato». In Italia, secondo Unioncamere, i soli ristoranti gestiti da cinesi nel 2007 erano 1.591, cresciuti di ben 300 unità rispetto a dicembre 2004. Una situazione che riguarda un po' tutta Italia e vede la Lombardia al primo posto per numero di imprese alberghiere e di ristorazione con titolare nato in Cina, iscritte al Registro delle imprese individuali. Perché questo boom? Semplice: per i popoli con grandi tradizioni gastronomiche è il mestiere più facile da iniziare in un Paese straniero (lo fecero anche gli italiani in America). A Milano, moderna Babele, un abitante su dieci è immigrato e tra vent'anni saranno 600 mila (fonte Ismu, Fondazione sulla multietnicità), tanti quanto i “milanesi”.

Milano è la città con più ristoranti cinesi
 Insomma, Milano è la città più cinese d'Italia, con la storica China Town in via Paolo Sarpi e il quartiere della Comasina, che ormai parla mandarino. Secondo i dati 2007 forniti da Unione del Commercio i ristoranti cinesi ammontano a 160 unità e detengono la quota più elevata fra tutti i locali delle differenti etnie presenti nella città. Le statistiche dicono che oltre la metà dei clienti che scelgono di mangiare etnico va nei ristoranti cinesi; nelle preferenze seguono - ma a notevole distanza - giapponesi, messicani e indiani. I locali cinesi di fascia bassa puntano sui prezzi stracciati: i menu strillati in vetrina promettono involtino primavera e wanton fritti, riso cantonese, pollo o maiale, mezzo litro d'acqua o tè cinese e caffè a 7-8 euro. Prezzi difficili da ritrovare nei locali nostrani e che possono indurre a pensare a una proposta di altrettanto bassa qualità. Un segnale d'allarme? Non sempre. I listini “low cost” dipendono dal tipo di alimenti, dalle spese generali, dai costi di gestione. Risparmiare è la parola d'ordine per tutti, di questi tempi. Certo, i cinesi hanno un concetto tutto loro dell'igiene. «A volte le cucine sono bugigattoli e lavorano in promiscuità - dicono i Nas -. Usano carni che “macerano” più giorni, le cospargono di spezie e preparano piatti tradizionali ricchi d'intingoli e aromi». Cresce, però, il numero di chi affida i libri contabili e le buste-paga dei dipendenti alle associazioni di categoria, di chi s'iscrive ai corsi di lingua e di formazione: «Cento aziende etniche a Milano sono già completamente integrate sotto l'aspetto contabile», confermano all'Unione del commercio.

Prodotti ittici importati, per risparmiare
 Importante, comunque, capire da dove arrivano i cibi. Saranno garantiti e controllati come gli altri? Molti esercenti acquistano gli alimenti freschi come qualunque ristoratore italiano, altri preferiscono le specialità d'importazione, soprattutto il pesce che costa meno. A Milano, Brescia e Verona operano aziende che importano alimenti non solo dalla Cina e riforniscono industrie nazionali. Come la Uniontrade di Peschiera Borromeo, da 20 anni sul mercato, che tratta oltre 3.000 alimenti etnici importati da Shanghai, Taiwan, Hong Kong, Singapore e da Paesi di tutto il mondo, dotata di un magazzino di 8.500 mq, cash & carry da cui si forniscono ristoranti, grossisti, negozi e supermarket. Sui ristoranti cinesi se ne dicono tante: che preparano involtini primavera facendoli asciugare sulla Gazzetta dello Sport, che fanno scaldare l'olio mettendo sul fuoco direttamente le taniche, che le pulizie lasciano a desiderare. Quali sono i veri punti deboli? Secondo Massimo Artorige Giubilesi, specialista d'igiene e sicurezza alimentare per la ristorazione e vicepresidente dell'Ordine dei tecnologi alimentari di Lombardia e Liguria, sono gli stessi di tutta la ristorazione etnica: «Scarsi pre-requisiti culturali e igienici per esercitare un'attività alimentare, frequente cambio di titolarità, modalità d'approvvigionamento di prodotti importati d'origine animale». Che fare allora? «Si deve dialogare con le comunità e sviluppare professionalità per le imprese etniche, nel rispetto della legalità. Creare team specializzati, dare formazione e assistenza madre-lingua in pool con le associazioni di categoria, l'autorità competente, gli uffici commerciali delle ambasciate. Ci stiamo organizzando»

L’arredo modulare per un bar tutto nuovo

Tendenze –

Materiali tecnologici come il corian, sistemi standard ma personalizzabili, progettazione integrata: così cambia l’industria del bancone

Dovete arredare un nuovo bar? Oppure avete deciso di rifare completamente il vostro vecchio locale? Fino a pochi anni fa, avreste dovuto cominciare il giro dei quattro cantoni: l'artigiano per il banco, la ditta di tavoli e sedie per gli arredi, magari l'architetto per mettere insieme tutto. Oggi non è più così. Le più importanti aziende che producono banchi bar in Italia, negli ultimi anni hanno sviluppato un tipo d'organizzazione e servizio molto più ampio e completo rispetto a un tempo.

Hanno cambiato persino il modo di presentarsi al cliente: non producono più banconi, ma linee d'arredo; non si limitano più a proporre vetrine frigorifere o retrobanchi in acciaio inox, ma anche tavoli, sgabelli, sedie, ambientazioni. Una rivoluzione che è iniziata negli anni Novanta, quando l'industria del settore ha assunto strategie innovative, applicando all'arredo per i locali pubblici gli stessi concetti dell'industria mobiliera.

Modularità: dentro uguali, fuori diversi
Oggi le più riuscite linee d'arredo per i bar si basano su una progettazione modulare. Lo “scheletro” di banchi e retrobanchi è standard, con elementi, dai frigoriferi alle vetrine, realizzati in misure fisse. Quello che cambia sono i rivestimenti, le finiture, i materiali usati per le superfici e per i particolari. Un esempio attuale dell'applicazione di questo concetto è il sistema TH2O progettato dal designer giapponese Makio Hasuike per DSL, società del gruppo Industrie Ifi. TH2O, presentato nel 2006, è un sistema modulare che utilizza solo acciaio inox e vetro, utilizzabile “nudo”, con il suo semplice scheletro, oppure con vari tipi di rivestimento. È concepito per trovare soluzioni anche diversissime tra loro pur servendosi degli stessi elementi base.

Quale il vantaggio? Innanzi tutto la possibilità di tenere i costi a un livello più accessibile. La realizzazione di un arredo bar completamente su misura è più costosa di un prodotto industriale. In secondo luogo, la standardizzazione consente ai grandi gruppi di sviluppare al proprio interno tutti gli elementi, anche quelli tecnologici, dalle vetrine frigorifere ai contenitori congelatori.

La scelta dei materiali
ACCIAIO Tra i materiali più utilizzati per i banchi e gli arredi c'è l'acciaio inox, una lega di ferro e altri elementi come cromo, nichel, titanio e carbonio. In base alla quantità dei vari componenti, l'acciaio assume caratteristiche diverse e viene quindi indicato con sigle diverse. L'acciaio inox 304 è il più pregiato: indeformabile ma facile da lavorare, non si ossida neanche in caso di graffi o scalfitture e garantisce la massima igiene. È molto costoso e il suo prezzo negli ultimi mesi è continuato a salire. Oggi se ne stanno affermando anche altri tipi, che possono essere utilizzati con risultati altrettanto validi anche per i banchi bar, dove sono indispensabili la facilità di pulizia e la durata nel tempo. L'importante è conoscere le certificazioni del materiale: i costruttori più seri sono in grado di fornirla e di spiegare al cliente da chi acquistano il materiale.

CORIAN Accanto all'acciaio inox si fanno strada altri materiali. Cala il gradimento per il legno, utilizzato perlopiù per finiture e motivi decorativi, soprattutto con le essenze più in voga come il wengè. Cresce invece l'impiego di materiali compositi, resistenti, facilmente lavorabili e dall'aspetto hi-tech. È soprattutto il caso del Corian, un brevetto di DuPont: è una miscela industriale di resine e materiali naturali, assolutamente igienica, con una superficie liscia e una consistenza solida. Facile da pulire anche il vetro: oggi se ne utilizzano tipi speciali, soprattutto per le vetrine: a bassa dispersione o con coating anti UV per preservare più a lungo la qualità dei prodotti esposti.

I progetti? Chiavi in mano
La maggior parte delle industrie italiane che produce arredi bar, sta perseguendo una strategia di vendita simile a quella dei grandi gruppi mobilieri, con una rete di rappresentanti o rivenditori diffusa sul territorio, in grado di offrire servizi e personalizzazioni un tempo impensabili. Una volta era l'artigiano in persona che eseguiva un sopralluogo, valutava le misure, concordava la tipologia di bancone e poi si metteva al lavoro. Il sistema vale ancora oggi con realizzazioni molto particolari, dove sono però gli architetti a svolgere questo lavoro e a decidere ciò che dovrà essere sviluppato dagli artigiani.

Chi non può permettersi l'architetto, trova soluzioni percorribili a cifre ragionevoli, comprese nel costo d'acquisto dell'arredo. I produttori dispongono di software di progettazione in 3D con i quali, semplicemente riportando le misure del locale e la collocazione degli impianti, è possibile disegnare un locale finito di tutto punto e farsi un'idea dell'effetto attraverso rendering tridimensionali e a colori di straordinario realismo. Il sistema è possibile anche perché i produttori, ormai, propongono linee d'arredo complete e non solo il banco bar. Molti gruppi possiedono marchi che producono contract, sedie, tavoli, sgabelli e ogni tipo di complemento.

Anche la colazione diventa slow

Bar –

Con un locale innovativo nelle forme e tradizionale nei contenuti, i gestori del Fabrika di Roma hanno scommesso sul desiderio dei clienti di iniziare la giornata in maniera rilassata

Da rito frettoloso a piccolo momento distensivo: la colazione “slow” guadagna estimatori. «Da quando abbiamo aperto, sei anni fa, si sono moltiplicati i clienti che si concedono una colazione rilassata», dice Alessandro Di Calisto, che con i fratelli Annalisa e Gianluca tramanda una tradizione di famiglia iniziata nel 1923, quando il bisnonno Cristoforo aprì una pasticceria a Roma, nel quartiere Prati. Ottant'anni dopo hanno dato vita a Fabrica, uno spazioso loft in via G. Savonarola dove, accanto al laboratorio artigianale, han trovato posto caffetteria, sala da tè e wine bar. Il grande bancone a isola è collocato centralmente, in modo da sfruttare al meglio gli ambienti, usati anche per mostre di pittura e fotografia. I tavolini di vetro sono sistemati lungo il perimetro, con sedie di design abbinate a vecchi divanetti anni '40 provenienti dagli arredi dismessi di un ministero. La veranda interna è stata trasformata in un piacevole jardin d'hiver, mentre nel corridoio all'ingresso ha trovato posto un piccolo emporio dove acquistare tazze, teiere, accessori, confezioni di confetture, selezioni di tè e infusi.

Una clientela diversificata
Un locale innovativo nelle forme e tradizionale nei contenuti, che partono proprio dalla riscoperta della colazione dolce all'italiana. Fabrica ha puntato, da subito, su un assortimento ampio e diversificato, capace di soddisfare una clientela variegata che va dai professionisti del quartiere a personaggi dello spettacolo (la Rai è a due passi), dagli studenti universitari ai clienti del vicino mercato coperto. Una strada che ha permesso di incrinare il monopolio del “cappuccino e brioche al banco”, contribuendo a fare della colazione una pausa da godere con calma, magari rinunciando a mezz'ora di sonno pur di cominciare la giornata con il piede giusto. «Oggi almeno la metà dei nostri clienti si siede al tavolo - spiega Alessandro - e dalle colazioni arriva circa il 20% del nostro fatturato. Non poco, considerando che siamo aperti fino alle 2 di notte». Dalle 8 del mattino in avanti vengono sfornate brioche di pasta lievitata o sfoglia, bombe ripiene di crema o confettura, codine d'aragosta con crema chantilly, oltre a un repertorio di pasticceria romana che comprende danesi alla crema, fagottini alla confettura di visciole, maritozzi con la panna, pesche con crema pasticciera e curaçao. «Una volta a farla da padrone era il classico cornetto dolce, semplice o ripieno - aggiunge Alessandro -. Ora la scelta è meno rigida e anche i clienti abituali si fanno tentare da specialità diverse». Ad esempio dal kranz, dolce della tradizione austriaca e vero cavallo di battaglia dei fratelli Di Calisto, che seguono la ricetta originale trasmessa dal bisavolo. Non mancano specialità anglosassoni, come pancake allo sciroppo d'acero, plumcake e muffin, né prodotti da forno salati, come quiche lorraine, strudel di verdure e torte rustiche.

Un'ampia possibilità di scelta
L'esposizione di dolci e torte occupa una grande vetrina del bancone centrale, dove è possibile scegliere: è il barman che, con l'ausilio di una pinza, preleva il prodotto e lo serve su un piattino con tovagliolo di carta. «Per motivi igienici preferiamo non dare libero accesso agli espositori dei dolci, anche se sarebbe più comodo e rapido». Fa eccezione il fine settimana (16 euro), quando ci si può servire da soli dal buffet del brunch, allestito da tarda mattinata al primo pomeriggio. La maggior parte dei prodotti è proposta in due formati, normale o mignon. Un fagottino mignon costa 90 centesimi, per il formato regular ci vogliono 1,50 euro (prezzi da raddoppiare, grosso modo, se serviti al tavolo). E c'è anche il breakfast “monoporzione”, ovvero il cappuccino della casa, Fabrica (1,80 euro, 4 al tavolo). In ascesa, come alternativa al cappuccino, soprattutto d'inverno, le cioccolate artigianali in tazza, semplici o aromatizzate. Ma nel borsino delle preferenze un posto di rilievo spetta ai tè, grazie a una selezione che ha pochi eguali in città, con oltre 80 varietà provenienti da Cina, Giappone, India e Africa. I prezzi? Un semplice tè al bancone costa 1,80 euro (3,50 al tavolo), per un prezioso tè bianco si arriva a 8.

Biscaldi protagonista alla prima giornata della nostra cocktail competition

Barfestival –

La brava Anna Di Sandro vince la prima delle otto semifinali milanesi in calendario presso Bar University. Protagonisti di questa prima gara i prodotti Biscaldi. In gara anche i finalisti del prestigioso trofeo internazionale John Whyte Club

È Anna Di Sandro del Banana Republic di Pompei (Na) la prima finalista a salire sul volo per Bangkok, degna cornice del final show dell'edizione 2008 della nostra Barfestival Cocktail Competition (la finalissima, sempre organizzata da Bargiornale, è in programma dal 23 al 27 novembre prossimi). La barmaid si è aggiudicata la gara teorica e pratica e la prova di degustazione, prima sfida delle otto semifinali milanesi che si terranno per tutto il mese di settembre nella nostra sede di Bar University (presso gli East End Studios, Via Mecenate 84 - Milano, dalle ore 14 alle 19). Protagoniste della gara le “sei dive Biscaldi”: Asahi, Budejovicky - Budvar, Cobra, Miller Genuine Draft, Salitos e Viru. Ciascun concorrente è stato chiamato a rispondere a un questionario per dare prova della propria conoscenza sulle specialità birrarie distribuite da Biscaldi e quindi a cimentarsi in una degustazione cieca. I nostri complimenti anche a Cristian Sangalli del Caffè Giardino di Torino (2° classificato) che si è aggiudicato la borsa di studio per la partecipazione gratuita al corso di specializzazione di Bar University, bar mixology e gestione magazzino. Al 3° classificato, Fabio Silvestri dell'Extro Grill Cafè di Mazzo di Rho (Mi), la borsa di studio in bar trend and promotion.
Cultura della birra e una sfida tra star internazionali
Ad animare il pomeriggio dedicato allo sponsor Biscaldi
il seminario di Franco Re dell'Università della Birra sull'Abc della birra e la finale internazionale del John Whyte Club, che raggruppa i migliori giovani barman Iba. Tema della sfida: “There is no drink without water”. Così la trasparenza dell'acqua è richiamata nel cocktail Gold Blue di Mattia Pastori del Park Hyatt Hotel di Milano (2° classificato) e nell'Eath Water della finlandese Milla Kiven del Hamburger Börs lounge bar (3° classificata). Gli onori degli allori vanno invece a Vince Ang dell'Em di Singapore con il cocktail The melody of harvest (3 cl Absolut Pears, 1,5 cl Yuzi Komanchi o distillato a base di agrumi, 1,5 cl Bols alla pesca, 2 cl succo di cetriolo, top up con Breezer alla pesca). A giudicare i cocktail Umberto Caselli, presidente onorario dell'Iba, e Ron Busman, vice presidente Europa.

A Barfestival i cocktail di tendenza firmati Campari

Barfestival 2008 –

Matteo Fabbriconi, Nicola Gelati, Debora Cicero e Fabio Panichi sono i vincitori delle selezioni Skyy Vodka, Bitter Campari, Cachaça 51 e Vermouth Cinzano (gruppo Campari)

La sede di Bar University ha contenuto a stento il numero e l'entusiasmo di barman e barmaid che hanno partecipato alla seconda giornata della nostra Barfestival Cocktail Competition in programma lo scorso 16 settembre. In totale oltre centocinquanta concorrenti, ai quali si sono aggiunti giornalisti, rappresentanti del gruppo Campari, sponsor dell'evento, e amici dei concorrenti che hanno creato un'atmosfera davvero coinvolgente. Quattro le selezioni, dedicate ciascuna a un prodotto top del gruppo Campari: Skyy Vodka, Bitter Campari, Cachaça 51, Vermouth Cinzano. Record di adesioni per Skyy Vodka che ha registrato la preparazione di 63 ricette. Ha prevalso Matteo Fabbriconi (Bar del Centro, Vimercate-Mi) con il cocktail La Mora: nello shaker 6/10 Skyy Vodka, 3/10 sciroppo Lampone Toschi, 1/10 succo di lime, versare nell'old fashion e completare con Sprite. Posti d'onore per Francesco Tota (Grand Hotel Cadenabbia, Cadenabbia-Co) con Sweet Flower e Pietro Siano (Carpe Diem Caffè, Roma) con Sunrise. Nella categoria dell'intramontabile Bitter Campari si è affermato Nicola Gelati (Morrigan Music Live, Gragnano Trebbiense-Pc) con Emma's: nello shaker 2 cl Vodka Skyy, 2 cl Bitter Campari, 1 cl Cointreau, 2,5 cl di succo d'arancia, 1,5 cl di sciroppo al frutto della passione Monin, versare in old fashion. Secondo posto per Marco Del Bianco (Design Hotel Duomo, Rimini) con Nik e Dani; terzo posto per Alessia Puglisi (The Twin Pub, Letojanni-Me) con Titilla.
Gara di pestati brasiliani e rum venezuelani in degustazione
Festival di “pestati” per la sfida con Cachaça 51. Si è imposto all'attenzione della giuria Debora Cicero (Gold, Milano) con Just One: nello shaker 4 cl di Cachaça 51, 2 cl Pimm's n.1, 2 cl di succo di lime, 4 fragole pestate, 1 bar spoon di nettare d'agave, versare nell'old fashion, completare con Ginger Beer. Sul podio sono saliti anche Cristian Fanali (Samarcanda, Somma Lombardo-Va) con Blu Twister e Franco Aprile (Kaibo, Marina di Pescoluse-Le) con Area 51. Con il cocktail Marlise a base di Vermouth Cinzano ha conquistato i maggiori consensi Fabio Panichi (Event's Bar, Perugia): nello shaker 2/10 Cinzano Bianco, 2/10 Cinzano Dry, 4/10 succo di arancia e maracuja, versare nel bicchiere, aggiungere 2/10 polpa di fragole aromatizzata al litchee e gocce di acqua di fiori d'arancio. Riconoscimenti anche a Stefania Bertelle (Extro Grill Café, Mazzo di Rho-Mi) con Betty Boop e a Luca Gavioli (Caffè del Teatro, Mirandola-Mo) con Dai Thai. Ai quattro vincitori della rispettive batterie in gara sono stati consegnati i biglietti per la finalissima della Barfestival Cocktail Competition (Bangkok, 23-27 novembre). A lato della gara, è stata tenuta la presentazione-degustazione dei rum della Hacienda Santa Teresa (Aragua, Venezuela), distribuiti da Campari, negli invecchiamenti Gran Reserva Anejo (3 anni), Selecto (10 anni) e 1796 (oltre 20 anni, metodo Solera). L'applaudita presentazione è stata tenuta dalla giovane brand ambassador Arlene Fioravanti.

Pianeta Hotel ottobre 2008

Archivio Copertine Horeca –

14. AGENDA Gli appuntamenti più importanti per gli operatori dell’ospitalità e del benessere 18. UN PROGETTO NATURALE Vicino a Bologna il Casalunga Golf Resort riscopre l’edilizia ecologica tutta pietra e legno  26. ENERGIA DAL SOTTOSUOLO La geotermia per la climatizzazione e per il centro benessere è la scelta dell’Âmrath di Amsterdam 34. NEWS Alberghi, turismo, contract, foodservice, bagno, spa, tecnologia: tutta l’attualità per l…


14. AGENDA Gli appuntamenti più importanti per gli operatori


dell’ospitalità e del benessere


18. UN PROGETTO NATURALE Vicino a Bologna il Casalunga Golf Resort riscopre l’edilizia ecologica tutta pietra e legno 


26. ENERGIA DAL SOTTOSUOLO La geotermia per la climatizzazione e per il centro benessere è la scelta dell’Âmrath di Amsterdam



34. NEWS Alberghi, turismo, contract, foodservice, bagno,


spa, tecnologia: tutta l’attualità per l’ospitalità



69. COMPETITIVITÀ ED ECOLOGIA Dai piccoli gesti quotidiani agli interventi mirati,la sostenibilità in hotel diventa una leva di business



74. CALDO & FRESCO Riscaldamento e condizionamento up-to-date sotto il segno dell’efficienza, dell’ecologia e del risparmio



76. LA FORZA DEL SOLE


I pannelli integrati negli edifici producono acqua calda ed elettricità a zero impatto ambientale
78. ACQUA & LUCE Efficienza energetica e riduzione degli sprechi, piccoli investimenti e ritorni certi in tempi brevi
80. OBIETTIVO BIO-SUPERFICI Estetica e funzionalità nei tessili d’arredo e nei pavimenti e rivestimenti che rispettano l’ambiente
87. MISSIONE SOSTENIBILITÀ Per lo Studio Internazionale di architettura Arup solo l’elevata qualità del progetto genera edifici in sintonia con l’ambiente
94. ECOHOTEL ALPINO CON VISTA È costruito solo in legno e pietra l’austriaco Naturhotel Waldklause, in perfetto equilibrio con la natura
102. IL PARADISO CERTIFICATO Un sistema di valutazione che procede passo passo fino all’eccellenza per l’Intercontinental Tahiti
110. ECO-MARCHI PER ALBERGHI La certificazione e i marchi concessi da organismi indipendenti sono un passo decisivo per gli hotel
112. AICA IN QUATTRO MOSSE Le linee d’azione della nuova presidenza con una critica alla bozza di classificazione alberghiera
114. QUALITÀ E AMBIENTE Responsible Hotel guida l’albergatore fino alla certificazione di qualità, riducendo i costi di gestione
116. HOTEL CON LA FOGLIA VERDE I requisiti di EcoWorldHotel per classificare le strutture che migliorano l’impatto ambientale
118. IL CLUB DEL WELLNESS Coinvolgere gli operatori in un progetto a lungo termine è la ricetta di Vita Nova Trentino Wellness
120. LA SCATOLA DELLA CREATIVITÀ I convegni sono strategici per il business alberghiero. L’iniziativa di Crowne Plaza per distinguersi nell’offerta
122. FILMATI ON LINE IN STILE 2.0 La web tv cambia il modello di produzione e di fruizione dei filmati. Il caso di Bit Channel
124. SMOKING ROOM: CHE FARE Fumatori di sigari uguale clienti privilegiati. Come non lasciarseli sfuggire rispettando la legge
126. NOTEBOOK Selezione di prodotti, attrezzature, servizi per il contract e la gestione delle strutture ricettive


Al via Snackfestival 2008

Il 13 ottobre la premiazione del panino dell’anno

Lo stato dei pubblici esercizi in Italia

Le rilevazioni del Centro Studi Fipe sulla movimentazione delle imprese

I pubblici esercizi devono pensare a nuove formule

Scenari –

La crisi dei consumi, sintetizzata in una indagine Fipe, impone a bar e ristoranti un cambiamento del modello di business. Spazio alla vendita di prodotti alimentari e alle marche private

Cambiare pelle o rischiare di venire espulsi dal mercato. È ciò che prefigurano per i pubblici esercizi i nuovi scenari di mercato con la pesante crisi dei consumi che sta impoverendo l'Italia.
Una recente indagine Fipe-Axis Market Research sul tasso di frequentazione dei bar, ristoranti e pizzerie (813 interviste telefoniche a italiani maggiorenni in ogni parte d'Italia) getta ombre inquietanti sulla “scalarità” verso il basso dei consumi degli italiani presi dal problema della “quarta settimana”, diventata poi la terza, l'aumento del costo della benzina, del pane, delle bollette.

Frequenza in netto calo
I numeri della ricerca parlano chiaro: il 44% del campione dichiara nell'ultimo mese di non essere mai entrato in un ristorante. E quasi la metà del campione ammette di avere ridotto, rispetto all'anno scorso, la frequantazione di bar, ristoranti e pizzerie. Soprattutto, preoccupa le rilevazione dei comportamenti futuri con una tendenza di frequenza in ulteriore calo per tutti gli esercizi considerati. Se il 45% del campione si manterrà sui livelli attuali, un quarto tenderà ancora a diminuire il numero delle visite, compensato solo dall'8% che intensificherà il numero di visite. Un altro campanello d'allarme è dato dal fatto che tra chi diminuirà la propria frequenza ci sono, in particolare, coloro che hanno frequentato i locali una volta sola al mese.
Alla domanda sul perché di questo cambio d'abitudini, al primo posto è indicata, senza mezze misure, la motivazione della mancanza di soldi. In particolare, nel caso dei bar vi è una minor disponibilità di soldi nell'immediato, mentre nel caso di ristoranti e pizzerie, una diminuzione dei consumi si traduce nella ricerca di un maggior risparmio e nel preferire il consumo dei pasti a casa.
«Il consumatore italiano vorrebbe comprare ma si sente più povero e non c'è niente di peggio per deprimere i consumi ancora di più - commenta Edi Sommariva, direttore generale della Fipe -.Stiamo entrando in una spirale pericolosa per la ristorazione. Come si possono mettere più soldi in tasca agli italiani? Aumentando gli stipendi, certo, ma le imprese sono tartassate. Lo Stato dovrebbe alleggerire la pressione recuperando risorse con i tagli ai costi della macchina pubblica, intervenendo sulle inefficienze».

Studio Fipe sulla frequenza di bar, pizzerie e ristoranti
(file. Pdf)

Una crisi strutturale
I dati di scenario non fanno che confermare i “sentimenti” denuciati dagli intervistati. Anche a maggio la stima dell'Indicatore dei Consumi di Confcommercio (Icc) ha segnalato una consistente riduzione delle quantità acquistate, accentuando ulteriormente la tendenza al ridimensionamento dei consumi da parte delle famiglie emersa nella prima parte del 2008. Le flessione nel complesso dei primi cinque mesi dell'anno è stata dell'1,9%, valore decisamente peggiore rispetto al +1,1% registrato nell'analogo periodo del 2007.
Questo dato, spiegano gli analisti della confederazione, fa sfumare definitivamente l'ipotesi di uscire entro breve da una crisi ormai strutturale.
Confesercenti rincara la dose con numeri allarmanti sulla movimentazione delle imprese: nel primo trimestre 2008 il saldo negativo fra cessazioni di impresa e nuove aperture è stato di circa 9000 unità (22 mila chiusure e 13 mila aperture). Se la crisi proseguirà il 2008 potrebbe concludersi con un saldo negativo di circa 40 mila imprese che chiudono ed una perdita secca di 80-90 mila posti di lavoro.

Consumi prioritari, futili e di base
Tornando al sondaggio, le risposte al quesito “se tu avessi in tasca 100 euro che ti avanzano come li spenderesti?” fanno ben intendere come sia mutata la gerarchia dei consumi. Il 20% li destinerebbe all'acquisto di beni alimentari, il 17% all'abbigliamento e il 14,5% a “cene” in ristoranti e pizzerie: un dato quest'ultimo che è in in competizione diretta con l'acquisto di libri, dischi e riviste (13,5%). Seguono spettacoli (11,5%), palestra (9,5%), articoli per la cura della persona (7,5%) e, all'ultimo posto con il 6,5%, le spese di telefonia cellulare.
«Il dato va letto in questo modo - spiega Sommariva - ai primi posti mettiamo oggi i consumi a cui siamo costretti a rinunciare, per esempio la qualità degli alimenti e dei vini. Con cento euro in più, il consumatore tornerebbe a fare il signore, a comprare cibi sfiziosi e a cenare in un bel ristorante. È, difatti, una graduatoria dei desideri. Se si hanno pochi soldi non si rinuncia certo al telefonino o alla cura della persona, ma si rinuncia a mangiare bene. L'indagine, in questo senso, fotografa una tendenza al peggioramento della qualità della vita».
Non solo, il fatto che il “telefonino” sia diventata una spesa base e non accessoria o di svago (e che dunque non ha bisogno dei 100 euro supplementari) la dice lunga sul cambiamento delle abitudini degli italiani, pur con i budget familiari in piena contrazione.

Pubblico esercizio di fronte a un svolta
È chiaro che il pubblico esercizio di fronte a questa dinamica non può rimanere fermo. Occorrerà secondo gli analisti pensare nuove formule e modelli di business. Spiega Sommariva: «Il bar, che con i suoi 130.000 esercizi rappresenta la più grande rete di prossimità nel nostro Paese, deve cambiare pelle e tornare a essere un luogo in cui si socializza, il referente di quartiere, il locale in cui nell'arco di 12-16 ore di lavoro si può coprire un'ampia gamma di esigenze di consumo e di vendita. Proprio la vendita può diventare un leva di business: non limitarsi più a somministrare cibi e bevande, ma vendere tutta la gamma alimentare, anche precucinata. Si può vendere tutto quello che si somministra, bevande, dolciumi, prodotti da ricorrenza, applicando diverse politiche di prezzo».

Consumatori meno prevedibili
Secondo Paolo Bertozzi, amministratore delegato di Tradelab, società milanese d'analisi e ricerche di mercato, «il bar deve oggi rispondere con una varietà d'offerta per consumatori che sono molto più fluidi rispetto al passato. Non tutti i giorni il cliente può mangiare nel locale trendy del centro, ci va magari una volta, poi cerca un'alternativa praticabile, anche da McDonald's. Oggi gli analisti parlano di clessidra nei comportamenti di consumo, i professionisti mangiano fuori, mentre le difficoltà delle classi medie e medio-basse alterano i comportamenti e spingono verso prodotti di primo prezzo per risparmiare».

Occorre darsi un'identità
L'emergenza impone di avere una visione di lungo periodo. Bisogna dare un contenuto manageriale alla propria attività e, pensare anche a formule di integrazione e aggregazione tra piccole imprese che, nel settore dell'ospitalità, sono quasi la totalità. Diventare più “grande” significa per il piccolo imprenditore non solo un cambio di mentalità, ma anche avere a disposizione risorse finanziarie adeguate per riformulare la propria offerta e differenziarsi.
Molto severa, in questo senso, è l'analisi che fa Sergio Foti, advisor di Sisa, catena della distribuzione organizzata, ed esperto conoscitore del mondo del pubblico esercizio che ha frequentato come general manager di Sagit e Unilever: «Seguo i bar da vent'anni e da allora non è cambiato niente. L'esercente subisce passivamente le inefficienze di scala, pratica prezzi elevati rispetto ad altri settori distribuitivi e non fa nulla per distinguersi».
Il bar, secondo Foti, non ha sviluppato quello che per la grande distribuzione organizzata è un fondamentale elemento di guadagno: la marca privata, che lo sottrarrebbe alla logica del confronto dei prezzi. Inoltre, secondo il manager, il bar non comunica chi è, non si organizza per investire in pubblicità come fa l'industria con i suoi prodotti. «Se un grande chef come Vissani - aggiuge Foti - ritiene opportuno creare menu a 30 e 50 euro e altri ristoratori gli vanno dietro, si dovrà pur guardare con più attenzione alla leva del prezzo? Il bar deve cercare un'identità come fanno Autogrill, Fini e McDonald's, innovare le offerte, proporre superpanini, convenienza, organizzarsi con politiche d'acquisto e di comunicazione».

Culto del sigaro, una calamita per clienti chic

New business –

Crescono gli amanti del sigaro. I risultati di vendita sono eccellenti e per i bar tabacchi si prospettano nuove opportunità nel segmento del lusso. Un problema l’investimento iniziale

Un cutter a “ghigliottina” decapita l’avana, la jet-flame scalda il “piede”, partono le prime boccate fino all’accensione completa, fino a raggiungere il ritmo giusto della fumata.
È il nirvana per il fumatore di sigari fatti a mano, è l’apice di un rituale slow da consumare a casa oppure (perché no?) insieme ad altri aficionados estimatori in uno smoker lounge o in una cigar room, magari annessa a ristorante e bar. Come La Casa del Habano, locale milanese all’insegna del fumo di qualità, esemplare a livello nazionale ed europeo. Una tabaccheria di lusso che è anche cigar restaurant con 60 coperti all’interno e 20 nel giardino, aperto a colazione, per l’aperitivo e per cena (tutti i giorni tranne la domenica, dalle 7 alle 24), con un’ottima carta dei vini e menu all’italiana di carne e di pesce.
Ma il vero punto di forza è il walk-in humidor, dedicato alla conservazione dei sigari. Entrandovi, ci si trova circondati da un’infinita varietà di sigari e di meravigliose scatole in legno tenute a temperatura (18/20°) e umidità (70%) perfette. «Proprio così - evidenzia il titolare Luca Borla -. Abbiamo un walk-in humidor (stanza climatizzata) per i cubani e un’altra stanza per gli extra-Cuba, per un totale di 30/40mila pezzi». Proprio il cosiddetto magazzino è la voce più costosa per questo tipo di locale. «Se non si hanno a disposizione 10/20 mila pezzi - prosegue Borla - un walk-in non può essere definito tale. E ci vuole una vera passione, perché coi prezzi imposti dal Monopolio i ricavi non possono superare il 10%. L’investimento minimo è attorno ai 500mila euro».

L'expertise per oganizzare eventi e degustazioni mirate
Ma è tutto sangue, sudore e lacrime ? «È la clientela - continua Borla - di target medio-alto a darci le più grandi soddisfazioni: organizziamo degustazioni e abbinamenti con la consulenza di grandi esperti. Affittiamo il locale per eventi aziendali e feste e la Casa del Habano sta diventando un punto di riferimento per tutti i fumatori di sigari».
Per intraprendere questa strada, l’ideale è partire dalla costruzione di un buon walk-in e quindi affidarsi alle sapienti mani di tecnici esperti come quelli della “Cigar Time” ovvero la divisione humidors della ditta DeArt. La conservazione a regola d’arte è la condizione essenziale per apprezzare al meglio il sigaro in tutto il suo splendore e che consente di conservarli per i protocollari 2/4/5 anni, fino ai 50 e passa dei grandi cru da collezionisti. Fu il mitico “Zino” Davidoff nel 1930 a creare il primo walk-in a Ginevra, nel negozio del padre, dopo un lungo viaggio ai Caraibi, dove andò a studiare il tabacco nero.
Sigari particolare per ogni occasione di consumo
Un’invenzione che oggi è presente in quasi tutti i negozi che si fregiano del celebre marchio. Claudio Sgroi, brand manager di Davidoff per l’Italia, che nel leggendario negozio di Ginevra lavorò per tre anni (dopo averne trascorsi altrettanti nelle piantagioni e nelle fabbriche della Repubblica Domenicana), delinea con cognizione le dimensioni di un consumo in forte espansione anche nel nostro Paese. «In Italia distribuiamo 7 marchi e movimentiamo circa 2.200 clienti tra tabaccai, bar tabacchi e rivendite speciali come autogrill, hotel, alberghi, stabilimenti balneari. Nel 2007 abbiamo venduto 400 mila pezzi dei nostro “Bundle Selection” che si è rivelato il miglior sigaro per rapporto qualità/prezzo; complessivamente abbiamo venduto circa un milione di pezzi».
Fumare sigari è anche un fatto di cultura. «Per questo - spiega Sgroi - ho organizzato seminari di cultura del tabacco rivolti ai tabaccai, perché alcuni non hanno idea di che genere di prodotto sia né a quali consumatori rivolgersi». Certo la Spagna, con i suoi 60milioni di sigari fumati all’anno, è ancora lontana. «Quello che mi piace degli spagnoli - conclude Sgroi - è che hanno l’abitudine di regalare scatole di sigari in ogni occasione, come noi facciamo con le bottiglie o i dolci».
Tra i suggerimenti del Maestro Davidoff c’era la fumata del sigaro appropriato a seconda del momento: Senoritas per le pause brevi, Panatelas a inizio giornata, Petit Coronas prima di cena, Coronas dopo un lauto pranzo, Gran Coronas per il relax, Double Coronas dopo una cena sontuosa e Giant Double Coronas per i momenti eccezionali.
Qualità raffinatezza e comfort di ottimo livello è quello che cerca ogni sigarista che si rispetti.
In una parola, intimità, relax e calma, come è garantito nella piccola Cigar Lounge Perrier Jouët all’interno dell’hotel The Westin Palace di Milano, degustando una raffinata selezione di Cognac, Champagne e sigari mentre si sta comodamente seduti su avvolgenti divani in pelle inglese, meglio ancora se in buona compagnia.

Il bar ben organizzato ha un servizio banco intelligente

Pubblici esercizi –

Soprattutto nei locali di grande affluenza razionalizzare l’attività vuol dire migliore servizio e più guadagno

Sfida non facile, quella di coniugare design contemporaneo e internazionale con il calore di un'atmosfera accogliente e con un modello organizzativo che permetta di gestire anche i momenti di grande affollamento senza stress. Il Globe Restaurant e Lounge Bar di Milano, che occupa l'intero ottavo piano del palazzo di piazza Cinque Giornate (sede dei grandi magazzini Coin), ha vinto questa sfida, grazie alle intelligenti soluzioni adottate. La recente ristrutturazione (ha riaperto a fine settembre 2007), su progetto dell'architetto Massimo Mussapi, lo ha trasformato in un grande open space multifunzionale, che si affaccia con una bellissima vista sulla città. «Apriamo alle 11.30 - spiega il titolare Bruno Marsico - e chiudiamo alle 2. Nell'arco della giornata ci sono, quindi, vari momenti in cui il locale, che nei suoi 500 mq può accogliere fino a 200 persone, è affollatissimo: aperitivo, pranzo, after dinner. Diventa fondamentale, quindi, essere organizzati e poter contare su attrezzature che rendano più razionale e veloce il lavoro». Ne è un esempio significativo il banco bar, che soprattutto all'ora dell'aperitivo diventa l'area operativa più “calda” del locale. Mussapi l'ha progettato come un'isola, disposta diagonalmente rispetto all'ordine ortogonale generale e attrezzata con l'innovativo sistema TH²0 firmato DSL (marchio del Gruppo Industrie Ifi): un insieme di componenti ad altissimo contenuto tecnico, con soluzioni inedite e di design.

Un banco bar super attrezzato
Alle spalle del banco è collocato l'office, una specie di “scatola” all'interno della quale si effettuano le operazioni tecniche, come il lavaggio delle stoviglie. «La bottigliera - racconta Marsico - si trova in posizione intermedia fra le due aree ed è accessibile da entrambe le parti. In questo modo, chi è all'interno dell'office può rifornire il banco di bicchieri o di bottiglie con spostamenti minimi. Un'altra soluzione intelligente sono le retrobasi refrigerate, dotate di ante in vetro e di un sistema di illuminazione interna, che lasciano vedere le bottiglie, valorizzandole». Inoltre, il banco bar è accessoriato anche con una cella a temperatura negativa, che si rivela utilissima per preparare drink al gelato, sorbetti o superalcolici gelati. Il fronte del banco, in vetro extralight retroverniciato, e il piano, nell'innovativo materiale Pral Abet, si sposano perfettamente con le eleganti tonalità di grigio su cui sono giocati i rivestimenti e gli arredi. «Da noi - racconta il titolare, che fa questo lavoro da sempre e continua a metterci la stessa passione e la stessa attenzione a ogni dettaglio - l'aperitivo è molto curato, come d'altronde tutto il resto. I nostri cocktail (i più richiesti sono il Globe Mojito, che sostituisce la soda con il ginger ale e utilizza un mix di rum chiaro e rum scuro, e il Long Island, ma shakerato all'americana) e i vini che offriamo in mescita, una ventina, che sono fatti ruotare periodicamente, sono accompagnati da due proposte food. Quella che chiamiamo rustica (proposta a 10 euro) è costituita da salumi, formaggi e verdure, l'altra (a 14 euro) è a base di pesce crudo: tartare, carpacci, pesce condito, ostriche. Inoltre, la nostra cucina prepara ogni giorno un ricco assortimento di pani, focacce, pizze, tigelle, quiches, di cui il cliente si può servire liberamente».

Carichi di lavoro gestiti in tranquillità
«Naturalmente - prosegue Marsico - è importante organizzarsi in modo da poter gestire con tranquillità anche carichi di lavoro intensissimi: se si preparano prima le linee di guarnizioni, di bottiglie, di succhi, se ci si preoccupa di aver tutto a portata di mano, così come se i piatti vengono preparati secondo una mise en place stabilita a priori, completare le preparazioni diventa semplice e veloce». Oltre al banco bar, al Globe ce n'è un altro, che viene utilizzato per portare “fuori dalla cucina” (regno dello chef Gianfranco Semenzato, storico collaboratore di Marsico) una parte della preparazione del cibo, trasferendola sotto gli occhi del cliente. Il principio è quello, ormai familiare anche al pubblico italiano, che la manipolazione dei cibi debba svolgersi il più possibile all'insegna della trasparenza. Dietro a questo secondo banco, quindi, c'è un cuoco, che prepara al momento i vari piatti di verdure, pesce, carne, salumi. «L'happy hour - spiega ancora Bruno Marsico - inizia alle 18.30. Ma al Globe bar e cucina funzionano a qualsiasi ora, perché pensiamo che una città come Milano debba avere locali in grado di soddisfare esigenze differenziate. Logicamente, è una scelta impegnativa che implica la presenza di uno staff numeroso, considerando anche che il locale rimane aperto tutti i giorni».

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