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Io racconto i vini se tu prepari la cena

Iniziative –

Tasting guidati e abbinamenti ben riusciti fanno da volano alle vendite. Meglio lavorare in partnership con una cantina

Comunicare, spiegare, raccontare. Per vendere e non solo. Anche per far capire i motivi di una scelta produttiva, le caratteristiche di un territorio, le peculiarità di un vitigno a bacca bianca o rossa prodotto in una zona piuttosto che in un’altra. Questa la filosofia dei Cavit Tour, ovvero un ciclo di appuntamenti enogastonomici dove i vini del Trentino incontrano la cucina di varie regioni. Banale operazione di marketing? No. Qualcosa di più complesso.

Appuntamenti in tutta Italia
«Organizziamo trenta, quaranta serate all’anno in tutt’Italia - spiega Alessandro Rosso, direttore commerciale Italia di Cavit - per raggiungere obiettivi diversi: diffondere la cultura enologica trentina nelle diverse regioni italiane, proponendo abbinamenti di vini trentini con piatti tipici regionali. Creare un forte rapporto con il ristoratore e soprattutto animare il locale del nostro cliente con iniziative originali». Che i clienti, visti gli afflussi fin qui registrati, hanno già dimostrato di apprezzare, e parecchio.
Le serate sono condotte da Luciano Rappo, esperto di analisi sensoriale, responsabile per Cavit del panel di degustatori, che seleziona con gli enologi i vini e gli spumanti protagonisti del Cavit Tour, in un confronto preliminare con gli chef dei ristoranti coinvolti.
La risposta culinaria dei ristoranti finora interessati? Quelli di Abruzzo, Puglia e Basilicata si sono espressi con menu sempre molto vari e creativi, in una piacevole “diatriba” tra sapori e prodotti di mare e di montagna.

Clienti intenditori
«Stupisce il fatto che i consumatori conoscano così bene i vini bianchi profumati e freschi del Trentino- spiega Luciano Rappo -. Chi partecipa a questi eventi infatti sono grandi appassionati di vino e spesso dimostrano di apprezzano più le caratteristiche dei vini del Nord che i vini bianchi prodotti nel territorio dove vivono. Diverso il discorso sui vini rossi. La tendenza del gusto, soprattutto al sud Italia, privilegia il rosso molto colorato e ricco al palato. Assaggiando i nostri prodotti che hanno caratteristiche maggiori di freschezza e acidità, qualcuno rimane perplesso. Per affascinarli usiamo una comunicazione molto semplice, un linguaggio diretto, abolendo i soliti “tecnicismi” e cercando di dare un’emozione tramite il vino che stanno bevendo. Proviamo a coinvolgere quelle persone che rimangono subito attratte dalle tematiche esposte, cercando di renderli protagonisti. E alla fine della serata i commenti sono quasi sempre positivi sui vini e gli abbinamenti».

Abbinamenti vino cibo tutti da raccontare
Molto importante per la riuscita di questi eventi è la complicità del ristoratore, che deve saper spiegare in maniera approfondita i motivi che lo hanno portato a creare una ricetta piuttosto che un’altra. Ecco dunque abbinamenti arditi, ma che davanti alle spiegazioni degli chef sono stati compresi e graditi. Per esempio: orata dell’Adriatico con speck trentino in unione a Schiava gentile Bottega Vinai proposta dall’Hostaria l’Angolo divino di San Salvo (Ch) o le orecchiette della nonna con cozze e broccoli unite al Sauvignon Maso Toresella 2005, preparata da La Vecchia marina di Polignano a mare (Ba).

Nuovo rapporto fra ristoratore e casa vinicola
«Tra la casa vinicola e il ristoratore - spiega Alessandro Rosso - nasce così un rapporto nuovo che porta numerosi vantaggi sia a chi lo promuove, cioè alla cantina, sia all’operatore . Quest’ultimo fidelizza la clientela più attenta, quella per capirci aperta alla ricerca di esperienze enogastronomiche di alto livello. E inoltre ha la possibilità di sfruttare il “richiamo” pubblicitario legato all’avvenimento, grazie alla comunicazione intrapresa da Cavit verso gli organi di informazione del territorio.

Pianeta Hotel dicembre 2008

Archivio Copertine Horeca –

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MONDO ENTERTAINMENT
La banda larga migliora l’intrattenimento, la comunicazione e la domotica
DIMORA D’ATMOSFERA Al Mediterraneo di Cagliari venti camere d’antan, accoglienza friendly e prodotti tipici
PORTE APERTE ALLA CITTÀ L’hotel I Portici e il suo ristorante, un luogo dove Bologna si incontra con uso di teatro d’epoca
L’ARTE RAFFORZA IL BRAND Gli hotel contemporanei si trasformano in gallerie d’arte, spazi dinamici e promotori di cultura
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SE INTERNET È UN BOOMERANG Per Leading Hotels of the World una promozione da favola, con piattaforma debole
PIATTAFORMA MULTIMEDIALE La personaluzzazione dei servizi di intrattenimento consente di trattare gli ospiti come persone uniche
IL VIAGGIATORE DÀ I VOTI La valutazione dei viaggiatori diventa uno strumento ufficiale che dà valore aggiunto all’albergo
IL CONTROLLO DEL PERSONALE I vincoli legislativi che regolano il controllo dei lavoratori a distanza o con personale specializzato
NOTEBOOK
Selezione di prodotti, attrezzature, servizi per la gestione delle strutture ricettive
AGENDA
Gli appuntamenti più importanti per gli operatori dell’ospitalità e del benessere
SCIENZA DELL’ACCOGLIENZA
Un viaggio nel Rinascimento toscano con standard di servizio targati Four Seasons
VERY DESIGN ORIENTED Esperienze estetiche al Pulitzer Roma, primo episodio italiano della spagnola Regina Hoteles
NEWS Alberghi, catene, turismi, contract, ambiente, design, f&b:  tutta l’attualità per l’ospitalità
STILE ITALIANO GLOBALE CaberlonCaroppi Hotel & Design: l’identità del genius loci nei progetti per le catene internazionali
ALLESTIMENTI TEMPORANEI Scenografie e creatività trasformano gli spazi dell’hotel in luoghi magici ed evocativi
SPECIALE TECNOLOGIE Uno strumento per migliorare le relazioni con gli ospiti e l’efficienza gestionale dell’albergo
SISTEMI INTEGRATI AL CHECK-IN Tecnologie e soluzioni per una gestione integrata delle presenze efficiente e orientata al cliente
MINIBAR BELLI E CONTROLLATI
Proposte d’avanguardia e con un occhio al design per contabilizzare i consumi con discrezione
ACCESSI INTELLIGENTI Le schede a banda magnetica, microchip o trasponder per una precisa gestione delle camere
IL CLIMA CON UN TOCCO Piccoli strumenti dalle grandi funzioni per il controllo del benessere i ambientale in camera

Stasera magnum in mescita

Buoni modelli –

Alla Trattoria Bertozzi di Bologna le bottiglie in casa sono solo magnum. Che vengono sbicchierate ai clienti. Fisso il prezzo del calice: 3,5 euro

Mignon il locale, magnum le bottiglie. Sì, alla Trattoria Bertozzi, appena 20 coperti nascosti in una storica via commerciale di Bologna, via Andrea Costa, i titolari Alessandro Berti e Fabio Gozzi hanno pensato bene di trattare il vino con un approccio insolito. Con reverenza ma anche informalità: solo bottiglie magnum, fanno bella mostra dagli scaffali. E solo da questi grandi formati servono vino al calice. In allegria, ma correttamente, senza alcun sussiego o cerimoniosità: non c’è carta dei vini scritta. Si sceglie a vista, ma più spesso è Alessandro Berti, in sala, a raccontare i vini e a guidare opportunamente il cliente.

Buona idea di origine francese
«È un’idea che abbiamo “copiato” pari pari da un locale visto in Francia - ammette con schiettezza Alessandro Gozzi -. Stavamo giusto per aprire questo nostro locale (a settembre 2007), dopo varie esperienze nel settore, e così abbiamo adottato questa modalità di servizio, che dà importanza al vino, gratifica il cliente, e permette di realizzare alcune economie di scala».
Con una certa rotazione periodica, con innesti graduali, vengono individuate 7-8 magnum di rosso e 7-8 di bianco. Da questa dotazione, visibile appunto a scaffale, vengono proposti e serviti i calici. «Il prezzo del bicchiere è unico, 3,50 euro. Lo calcoliamo da una sorta di media fra le varie bottiglie prescelte in quel periodo. Ciò ci permette di semplificare i conti, di ottenere un giusto ricarico, ma anche di offrire un prezzo abbordabile, che così è invitata a ordinare un secondo o terzo vino. Magari, cambiando completamente tipologia». La rosa di bottiglie da usare al calice naturalmente si colloca in una fascia di prodotto medio, tenendo conto che le etichette in magnum sono già di per sé di un certo pregio. «Qui da noi, comunque, è anche possibile ordinare una magnum intera - interviene il “compare” Fabio Gozzi - in questo caso prelevata però da una gamma di etichette (un’ottantina) di ancora maggior valore, cioè riserve e selezioni, di prezzo importante. E se la bottiglia non viene terminata diamo la possibilità di portarla a casa».

Approvvigionamenti laboriosi
Per quanto riguarda la gestione della cantina, per certi versi è un pochino più più difficoltosa, perché l’approvvigionamento è più dispersivo e laborioso. Sono infatti relativamente poche le aziende che hanno magnum in gamma, e ciò richiede di lavorare con più rappresentanti per ordini piccoli.
Ma con gli abbinamenti come se la cavano da Bertozzi? La cucina è assolutamente tradizionale, ma di alta qualità: cotoletta alla bolognese, polpette, zucchine ripiene sono fra i cavalli di battaglia, oltre alla pasta fatta in casa. Il tutto permesso dal piccolo numero di coperti e dal fatto che la Trattoria Bertozzi non ha altro personale oltre ai due soci.

Un'offerta ampia
Tornando ai vini va sottolineato che l’offerta è piuttosto ampia e non solo legata al territorio: si va dal Verdicchio Salmariano di Marotti Campli a un Montepulciano d’Abruzzo di Masciarelli, da un Gavi di Gavi Villa Sparina a rossi come Gutturnio dei Colli Piacentini, Sangiovese di Romagna, Orcia Doc del senese e così via.

Riscontri positivi in breve tempo
Il servizio magnum è stato ben accolto, da subito, dai bolognesi, che pur essendo abbastanza tradizionalisti sono anche sensibili alle mode in fatto di vino. Anzi, la formula ‘solo magnum’ permette al duo Bertozzi di fare anche una certa “scena” nel servizio, il che in una trattoria non guasta.

Sfiziosi e siciliani i drink alla cassata

Tipici –

Rivisitare i dolci della tradizione non è più solo una scommessa fra chef. Nel palermitano il barman Salvo Madonia trasforma cannoli e cassate in esclusivi drink-dessert

Cassate e cannoli da bere? Perché no? È ciò che propone Salvo Madonia, barman del Bar Cucinella, a Terrasini (Pa). Come tanti, Salvo si è spinto oltre Oceano a caccia di nuove esperienze utili alla professione, per studiare e migliorarsi. Una volta tornato in patria, è nuovamente scivolato nelle dolcissime tentazioni della sua terra.
Già! Chi sa resistere ai dolci siciliani? Sono un vanto secolare dell’isola, orgoglio dei pasticceri isolani perennemente in gara tra loro per la conquista del consenso di palati esigenti. Avete mai visto due siciliani dibattere sul cannolo migliore? È più o meno come assistere alla discussione di due senesi sui cavalli del Palio.
Tanta passione ovviamente favorisce evoluzioni e sviluppi che però possono riguardare solo il miglioramento di un ingrediente-base o di una procedura. Perché la ricetta originale non si tocca! Ne andrebbe di mezzo l’identità di un pezzo della gastronomia siciliana e sarebbe imperdonabile.

Gusti tradizionali, aspetto rivisitato
D’altra parte, non toccare le ricette originali non vuol dire precludersi la strada alla novità, frustrare la creatività, negarsi all’evoluzione. È vero che i pasticcieri a un certo punto devono fermarsi (di solito quando hanno completato la ricerca della qualità delle materie prime), ma a quel punto possono cedere il testimone ad altre professionalità capaci di riproporre gli stessi sapori in forme che non mettano in discussione il rispetto della tradizione.
Così sono scesi in campo i gelatieri, che sono stati i primi a trasformare i dolci della tradizione in qualcosa di decisamente diverso, come il gelato, ma in grado di ricordare intensamente il punto di partenza.
Fine delle novità? Neanche per sogno, perché grazie a Salvo Madonia dal cannolo sul cono si è passati alla cassata nel bicchiere da cocktail. I cocktail-dessert prolungano e diversificano sorprendentemente l’incontro con i sontuosi dolci siciliani, ed è già una magnifica novità. In più, vengono incontro alla richiesta sempre più frequente di cocktails dolci, morbidi e poco alcolici. Due le creazioni di Salvo particolarmente interessanti: il “Made in Sicily”, evoluzione della cassata, e il “Marzapane e Cocco”, entrambi ideali per ritrovare la Sicilia in un bicchiere e irrinunciabili per i tantissimi estimatori dei sapori dell’isola.

La sapienza botanica rispunta nei drink

Cocktail –

Negli Stati Uniti le ricette tornano a guardare alle origini quando il “cocktail” era ancora la magica pozione dei farmacisti. Testimonianza del fenomeno in una sfida tra barman americani a Taormina, su invito di Amaro Averna

Un ristorante a qualche metro dall’Anfiteatro greco di Taormina. Prendono posto dietro un banco improvvisato Debbi Peek, Thomas Waugh, Damon Dyer, Don Lee e Jeff Hollinger. Cinque bartender, tra i più quotati degli Stati Uniti, che pochi minuti prima hanno partecipato all’hotel Capo Taormina alla finale della The Averna Cocktail Competition, una gara a tappe negli Usa in cui si sono sfidati 150 agguerriti concorrenti.
Al banco parte Don Lee del Please Don’t Tell di New York, vincitore della Competition di Averna, che prima saccheggia le cucine alla ricerca di erbe aromatiche, chiodi di garofano, cannella e altre spezie. Poi, mette le sue spezie in pentola (la bowl) per creare un punch con l’Amaro Siciliano, succhi di frutta e altri ingredienti più o meno consueti. Gli risponde Damon Dyer, bartender newyorchese, che dalla tasca della giacca sfila il suo Bittermen’s Xocatl Mole Bitters, una boccettina di bitter al gusto di cioccolato fondente e ne versa qualche goccia in una miscela con albume, rum, zucchero Demerara. Controbatte Waugh dell’Alembic Bar di San Francisco con una bowl profumata di Fees Mint Bitters (bitter artigianale alla menta) in cui aggiunge scaglie di cioccolato. La biondissima Debbi Peek di Chicago non si tira indietro e nella sfida improvvisata comincia a spremere agrumi su agrumi, taglia scorzette e frulla un discreto numero di frutti di bosco per preparare il suo aperitivo perfetto.

Un salto indietro nel tempo

Lo spettatore attento a questo punto fa un salto indietro: di 150 anni circa. Sembra di vedere i pionieri del cocktail, quelli che lavoravano con prodotti studiati da loro stessi, una fase antica della mixologia in cui si miscelava esclusivamente con ingredienti freschi, o si cercava il cordiale più giusto per preparare la concoction, la mistura alcolica perfetta.«Non sono nostalgico dell’Ottocento. Per me l’Ottocento è appena iniziato», commenta Thomas Waugh. «Nel senso che faccio parte di quella schiera sempre più ampia di barman, che vanno a saccheggiare ricettari d’epoca, a scoprire come lavoravano i padri del nostro mestiere». Intende personaggi entrati nella leggenda come Jerry Thomas che, a fine ‘800 usava spirit artigianali, prodotti dal suo farmacista di fiducia. Il resto lo faceva Thomas, miscelando sempre in modo spettacolare, cocktail come il Blue Blazer. E gli ospiti al bancone del Metropolitan Hotel di New York andavano in estasi per i suo gesti, spettacolari come quelli di un barman flair. Anzi si può dire che il primo barman (i puristi non leggano) era un bartender flair.

Le miscele che ritornano

Certo ai tempi del “professor Thomas” le cose erano un po’ diverse da oggi. Il pubblico per esempio adorava le miscele forti. In circolazione c’erano cocktail dai nomi inequivocabili: Connecticut Eye Opener’s (l’apri occhi del Connecticut) o l’Alabama Fog Cutters (Il fendinebbia dell’Alabama). In questa fase naif gli ospiti stravedevano per i cocktail a base di latte e uova come gli Egg Nog, si divertiva con miscele con assenzio (la “Fata Verde” dell’epoca non quella politicamente corretta distribuita oggi).

Cordiali, infusioni, creme fatte in casa

Ciò che rimane di quella esperienza, non sono tanto i cocktail, che col tempo e le mode sono ovviamente cambiati, ma è quel tentativo di ricercare nuovi ingredienti, di scoprire prodotti di nicchia, di crearsi il proprio “laboratorio”. Un po’ come si faceva ai tempi di Jerry Thomas quando lui e altri barman all’avanguardia si affidavano al professore di chimica e farmacista svizzero Christian Schultz, l’autore del “Manuale di preparazione di liquori, cordiali & sciroppi”. Come allora sembra tornato, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, il gusto della scoperta. Si propongono, magari riveduti e corretti, i cocktail delle origini: interi universi di juleps, cup, sling. Nelle vaschette del banco rientrano spezie ed essenze preziose, dalla noce moscata ai fiori del beniamino. Tornano sul bottigliere anche i cordiali (liquori speziati) più singolari al cumino, alla ciliegia, cannella, cardamomo, alle prugne, al sedano (ottimo nella preparazione del martini). E poi le creme realizzate con oli essenziali (di macis, rosa, vaniglia, ecc.) e i bitter in tutte le loro varianti da quelli agli agrumi a quelli profumati con genziana o camomilla.

La piantina del biologico resiste ai venti della crisi

Good food –

Privi di Ogm e residui chimici e certificati, i prodotti biologici si stanno ritagliando un’immagine trasversale di funzionali “naturali”. E, alla faccia della crisi, guadagnano consensi

La notizia è che il biologico continua a “tirare”. A dispetto della crisi economica e della sindrome della quarta settimana, un italiano su cinque dichiara di comprare alimenti bio e nel 2007 gli acquisti di prodotti bio confezionati hanno fatto registrare un incremento del 10% rispetto all’anno precedente, superando i 300 milioni di euro (dati Ismea-AcNielsen). Complessivamente il mercato è stimato tra i 2.650 e i 2.700 milioni di euro, con circa 1.650 milioni di vendite al dettaglio in negozi specializzati, supermercati, vendite dirette delle aziende agricole (particolarmente per olio, vino e ortofrutta), consegne a domicilio e gruppi d’acquisto. Quanto all’horeca, secondo l’Annuario Tuttobio 2008 in Italia ci sono 174 ristoranti biologici (ossia che utlizzano almeno il 70% di alimenti bio) e sono cresciuti numericamente dell’1% tra 2005 e 2007. Macerata è al primo posto per densità di ristoranti (2 ogni 100.000 abitanti) anche grazie alla presenza di una catena di locali macrobiotici aperti in diversi centri minori specialmente nelle Marche.

Non solo bio, anche macrobiotici e tipici

Nel mondo dei ristoranti bio c’è di tutto: dalla cucina vegetariana e vegana a quella macrobiotica o etnica, ma non manca quella tipica e tradizionale. E fuori da ogni classificazione statistica sono le migliaia di bar e locali che hanno introdotto succhi di frutta e vini, frutta e verdura, pane e pasta provenienti da agricoltura biologica. Va segnalato inoltre l’emergente segmento dei menu per allergici e intolleranti, diventati ormai una necessità considerato il numero crescente di persone per le quali pranzare fuori casa è diventato un percorso ad ostacoli più che un piacere. Stili che spesso coesistono nello stesso locale. Da rilevare anche la grande diffusione dei prodotti bio nella ristorazione collettiva: in circa 7590 Comuni italiani, infatti, le mense scolastiche utilizzano alimenti biologici per un totale di oltre 1 milione di pasti al giorno generando un business di 200-250 milioni di euro. Lo zoccolo duro dei bio-consumatori è composto da persone di istruzione superiore, che vivono nei piccoli centri e nelle regioni del Nord-Est. Lo rivela la seconda edizione dell’Osservatorio permanente sui consumi curato dal professor Gianpaolo Fabris per conto di Sana, da cui emerge che il biologico non è più un prodotto di nicchia ma si sta diffondendo in modo trasversale in segmenti diversi di popolazione. L’attenzione verso il biologico cresce per vari motivi, il principale dei quali è la centralità che gli italiani assegnano all’alimentazione nelle strategie per mantenersi in salute.

Componente salutistica da valorizzare

Mangiare cibi sani, insieme al limitare l’uso di alcolici e consumare frutta e verdura, vengono indicati come i comportamenti più virtuosi per stare bene. All’opposto sono considerati negativi fast food e Ogm. «A livello di marketing - spiega Flavio Paoletti, ricercatore dell’Inran e coordinatore di Bioagribio - le aziende del biologico non stanno ancora sfruttando il potenziale salutistico di questi prodotti, che potrebbero essere presentati come alimenti “funzionali naturali”, perfettamente in linea con i nuovi trend di consumo e capaci di conquistare anche quelle fasce di consumatori che finora non si sono interessate al bio».

Gli spuntini automatici diventano grandi

Vending –

Si moltiplicano i punti vendita automatici che sfornano piatti caldi, pizze e prodotti di largo consumo. E mutano le abitudini degli italiani, sempre meno refrattari ai consumi tecnologici

La tecnologia sta cambiando le abitudini dei consumatori, aumentando a dismisura, nel tempo e nello spazio, le occasioni di consumo. E una delle leve di questa evoluzione è la sempre più massiccia diffusione di macchine automatiche per la distribuzione di qualsiasi genere di merce e, in particolare, di cibo e di bevande. Un fenomeno da “grandi numeri”. Le consumazioni fatte dagli italiani attraverso le “vending machine” sono infatti 6 miliardi all’anno, di cui due terzi di caffè, come attestano i dati forniti da Confida, l’associazione italiana della distribuzione automatica.

Grazie al food il vending si evolve

Negli ultimi tempi cresce il peso degli snack: 663 milioni di consumazioni l’anno, di cui quasi 50 milioni di cibi freschi. Questo passaggio dal semplice bicchierino di caffè al pasto completo consumato alla macchinetta è indice di un profondo cambiamento delle abitudini degli italiani, che si concretizza in una sempre maggiore tendenza a moltiplicare le situazioni di consumo alimentare anche nell’ambito del fuoricasa.
Crescono infatti le macchine sempre più sofisticate, in grado di erogare velocemente un piatto caldo, in alcuni casi preparato addirittura sul momento. Un esempio concreto sarà la trattoria automatica Jak Fox, la cui apertura è prevista a fine novembre a Bologna: 35 mq attrezzati con distributori automatici di tutto quanto serve a un pasto completo, dalle posate ai tovaglioli, dai bicchieri alle pietanze calde: tortellini, lasagne, risotti, per menu proposti al costo medio di 5 euro. L’apertura è prevista dalle 7 alle 22, ma forse, se il Comune sarà d’accordo, potrà estendersi alle 24 ore su 24 per 7 giorni la settimana. Simile l’idea di Pane&Vino, un punto vendita automatico di vino sfuso, aperto con una prima postazione pilota a Milano. Si preleva la bottiglia vuota, si posiziona nell’erogatore scegliendo tra diversi tipi di vino rosso o bianco, e si riempie. Il tutto senza contatto con il prodotto, né da parte dei clienti né da parte dell’assistenza, in modo rapido, informale e anonimo.

Dal negozio automatico alla pizza hi tech

La formula vending funziona così bene che da poco in Italia è nata anche una catena in franchising di punti automatici. Si chiama Brekky e vi si può acquistare di tutto, dagli snack ai surgelati, dai cerotti alle bibite fino ai generi di prima necessità per mettersi insieme un pasto completo anche quando i supermercati sono chiusi: latte fresco, spaghetti, sugo di pomodoro, affettati, formaggio. Un vero e proprio negozio automatico che funziona no stop. Per non parlare poi di Wonderpizza, un’ingegnosa macchina automatica, dotata di frigorifero per gli ingredienti e di forno per la cottura, in grado di sfornare in pochi minuti una croccante pizza fumante. Non l’hanno inventata giapponesi e americani, ma un’ingegnosa aziendina dell’hinterland torinese.

Il pasto fai da te sbarca al ristorante

Catene –

Grandi frigo con piatti confezionati. Microonde per scaldare. E il cliente fa tutto da solo. A Verona nasce una formula di ristorazione low cost, senza camerieri

Si presenta, orgogliosamente, come “il primo ristorante in Italia senza camerieri”. E difatti è l’apoteosi del self-service. Grandi frigoriferi espongono i prodotti e i piatti freschi preconfezionati: al cliente non resta che scegliere quel che desidera, pagarlo e portarlo nella “zona cucina”, sempre fai-da-te, attrezzata di 4 microonde per scaldare le vivande. Poi ci si accomoda e si mangia. È questo il format inaugurato a Verona da Food&City. Un open space con il banco frigo su un’intera parete, una zona con i forni e un’altra con le bevande alla spina, un’area bar e un’altra con i tavolini (50 posti). Presto, ai 100 mq attuali, si aggiungerà il cortile interno che amplierà la ricettività del locale.

Piatti preparati quotidianamente

Food&City è un mix tra ristorazione e vending, cucina tradizionale (e locale) e fast food. Una rielaborazione in chiave italiana di modelli di ristorazione veloce apprezzati in molti paesi europei. Apre una new age nella ristorazione veloce italiana, ripensando i capisaldi del free flow: ossia varietà e servizio, velocità e prezzo. Cominciamo dalla novità più eclatante: il servizio. Ogni mattina i piatti sono preparati in alcune gastronomie e consegnati al locale, dove gli addetti si occupano di preparare i panini e confezionare i piatti. «Riducendo al minimo gli addetti (solo 4) si abbattono i costi del personale e questo risparmio si trasferisce sul cliente, così possiamo garantire cibi di qualità a prezzi più bassi» spiega il titolare Roberto Aldighieri. In cifre, questo significa che con 3-4 euro si mangia un primo piatto e con 3,85 un secondo. Le porzioni sono abbondanti, da 250 a 300 g, tanto che adesso sta per essere introdotta la mezza porzione, a 1,50 euro.
L’abolizione dei camerieri rappresenta per i clienti anche un risparmio di tempo: niente attese per l’ordinazione e l’arrivo del piatto, il conto e il pagamento.
Il menu ogni mese ruota su 70 ricette, molte di tradizione locale. Ogni giorno si può scegliere tra una ventina di piatti diversi, tra primi e secondi, panini, insalate e verdure bollite, dessert e frutta già porzionata. Ma non basta. «I nostri clienti possono anche portare a casa il cibo pronto, come in gastronomia, con il vantaggio di poter prendere solo una porzione e il giorno dopo cambiare» aggiunge Aldighieri, che ammette come l’80% del business sia realizzato proprio dal take away.
Dopo il locale-pilota di Verona, in gennaio ci saranno 3 nuove aperture a Milano: l’obiettivo dichiarato è quello di creare una catena in franchising.

Piadina, una romagnola con ambizioni globali

Tipicità –

Pronte in un lampo, le piadine confezionate sono entrate di diritto nei menu dei bar. Una risorsa per più occasioni di consumo, dalla pausa pranzo all’aperitivo

Per decenni il binomio piadina-Romagna è stato inscindibile e questa tradizione rimarrà anche in futuro, visto l'attaccamento degli abitanti di quest'angolo d'Italia alla propria tradizione alimentare e al suo prodotto simbolo. Tuttavia, la piadina, da portabandiera esclusivo della cucina romagnola, oggi ha raggiunto la notorietà sul palcoscenico nazionale, diventando a tutti gli effetti, una specialità della cucina italiana, conosciuta, apprezzata e diffusa un po' dappertutto. Merito della versione industriale del disco di pasta cotto e farcito che, senza nulla togliere all'ottima piadina artigianale, ha saputo sdoganare questa specialità verso altri lidi e un numero molto più elevato di clienti. Tanto che ora, smessi i panni umili della tradizione contadina, la piada ha assunto le fattezze di un prodotto moderno con caratteristiche che la rendono adatta alla cucina del nuovo millennio: pratica, facile da farcire (e conservare), versatile, pronta in pochi minuti, comoda da servire in ogni momento della giornata.

Protagonista anche sugli scaffali

Una spia del piadina boom è l'andamento delle vendite nel largo consumo: secondo AcNielsen Market Track nell'anno terminante a marzo 2008 le piadine vendute in ipermercati e supermercati hanno superato le 20mila tonnellate, ossia il 25% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, per un controvalore 91,5 milioni di euro (+30%). La piadina è così diventata rapidamente il terzo prodotto tra i sostitutivi del pane (cracker e simili) nella grande distribuzione e questa crescita delle vendite non sembra ancora essersi esaurita visto l'interesse crescente che grandi aziende, anche non specializzate in prodotti tipici dell'arte bianca, stanno dedicando a questa specialità. Un'altro indicatore del fenomeno piadina è l'elevato numero di piadinerie aperte un po' in tutt'Italia, da nord e sud, nei maggiori centri urbani e nelle aree a più elevata vocazione turistica. Spesso si tratta di reti di punti di vendita aperti con la formula del franchising, con un'offerta di piadine riccamente farcite che si rifanno alle ricette tradizionali e menu strutturati con patate fritte, insalate e macedonie. Sono circa 200 le piadinerie in Italia sviluppate in franchising, ma il trend di apertura di nuovi locali è in continua crescita. Formule intelligenti come quella de L'Altra Piadineria, qui la pasta della piadina viene prodotta in esclusiva dalla Pasticceria Leonardo (Gruppo Sammontana), con punti vendita caratterizzati da un' atmosfera casereccia con piastrelle in cotto, legno e colori caldi. O Pappappero, format giovane dove c'è anche la pizza al taglio. Tutte formule capaci di trasmettere ai clienti un senso di genuinità e tradizione. Proprio come una buona piadina.

Semilavorato che scatena la fantasia

Nella sua versione moderna e industriale a lunga conservazione, che non necessita di refrigerazione, la piadina negli ultimi tempi ha inoltre allargato lo spettro delle sue identità, diventando prodotto biologico, oppure specialità realizzata con farine alternative come kamut o farro. Ma vi sono anche referenze “light”, con impasti senza grassi animali. Già cotta, basta farcirla e scaldarla per pochi minuti sulla piastra (ma le modalità di preparazione prevedono anche la scottatura in padella o il tostapane) e il gioco è fatto.
«Oggi la piadina - dichiara Giacomo Villaggi, direttore commerciale di Crm, azienda modenese che vanta una lunga tradizione nella produzione di piadine,tigelle, focacce e tramezzini - è diventata di moda, ha saputo rinnovarsi e sfruttare la sua versatilità e la sua capacità di abbinarsi a qualsiasi pietanza. L'ingresso della piadina in alcuni locali di tendenza, magari con farciture innovative come il salmone, i formaggi freschi e quant'altro, ha contribuito alla sua affermazione, soprattutto tra i giovani. Che apprezzano molto anche le versioni mini, adatte per l'happy hour. Per il canale bar, inoltre, vanno forte le piadine già farcite con salumi e formaggi, da conservare in frigorifero e servire dopo soli 2 minuti sulla piastra: molto pratiche per i baristi».
L'innovazione, infine, non ha trascurato i formati, ad esempio, esitono specialità studiate per il target bimbi, con diametro di 12 cm, e la ricettazione con specialità prefarcite (in questo caso si tratta però di prodotti sugelati) da scaldare in forno o sulla piastra per circa 15 minuti.

Crescita record per il mercato degli energy drink

Bevande –

Il giro d’affari globale è stimato intorno ai 4,8 miliardi di dollari. In Italia atteso un vero e proprio boom

Negli ultimi tre anni, secondo AcNielsen, i consumi pro capite a livello mondiale sono quasi triplicati. E solo nel 2007 il giro d'affar degli energy drink è salito del 19% rispetto all'anno precedente, arrivando a 4,8 miliardi di dollari, contro il +6% del settore del food&beverage nel suo complesso. Dunque è una performance da record quella messa a segno in tempi recenti da questi drink le cui vendite continuano a crescere in tutti i cinque continenti. Queste bevande energetiche che contengono un mix di sostanze stimolanti (come caffeina, taurina, ginseng) sono prodotti giovani, presenti sul mercato da meno di 20 anni, e sono diventate molto popolari tra i consumatori, che ne apprezzano la capacità di combattere la stanchezza, apportando forza e vitalità. Un prodotto moderno d'immagine ma anche di “sostanza”. Questo sono gli energy drink, bevande funzionali accompagnate dalla promessa di dare la “carica” all'organismo. Secondo uno studio della società inglese Business Insight in Europa si tratta di un mercato da 3,7 miliardi di dollari che diventeranno quasi 5 nel 2011. I mercati più importanti sono Regno Unito, Germania e Spagna, che rappresentano più della metà del mercato europeo. Ma se guardiamo ai consumi pro capite allora in vetta alla classifica balza l'Austria con i suoi 4,5 litri, seguita rispettivamente da Irlanda (3,7 litri) e Svizzera (2,2 litri). I tassi di aumento più significativi sono stati registrati però nei paesi emergenti, come Brasile e Polonia.
 
In Italia la crescita maggiore
Ma la prospettiva di crescita più alta nei prossimi 3 anni è quella dell'Italia: secondo Business Insight nel nostro paese il mercato degli energy drink arriverà nel 2011 a 249 milioni di dollari contro i 154 fatturati nel 2006. In Italia gli energy drink sono sbarcati da anni. Rivolti a un pubblico giovane, con un core target dai 18 ai 29 anni e un target allargato che si rivolge agli adulti fino a 39 anni ed oltre, gli energy drink hanno trovato il loro palcoscenico naturale nell'horeca. Discoteche, disco pub, locali aperti la notte in cui le bevande energizzanti hanno saputo spendere la loro capacità di fornire energia “pulita” ai ragazzi impegnati a fare le ore piccole. Tuttavia, com'è accaduto anche per i ready to drink, oggi sono aumentate anche le vendite nei supermercati e distributori automatici. Anche per questo il mercato è in continua espansione. Soltanto nel 2007 il consumo pro capite è cresciuto del 55% (fonte AcNielsen) e, secondo il consorzio Cda, nei primi sei mesi del 2008 le vendite sono cresciute sia nei bar (+7,1%) che nella ristorazione (+3,1%) che nei locali serali/notturni (+9,7%).

Un leader ancora incontrastato
Il leader incontrastato è Red Bull, che detiene una quota pari all'80% e il cui consumo pro capite annuo è aumentato del 35% nel corso del 2007, raggiungendo la soglia delle 1,5 lattine procapite. Il “Toro Rosso” non è il numero 1 solo in Italia, ma a livello mondiale dove è presente in oltre 140 Paesi e ha superato i 3,5 miliardi di lattine vendute. In effetti è stato proprio Red Bull a creare dal nulla la categoria degli energy drink, di cui è la marca più nota e venduta e quella trainante per tutto il settore degli energy drink: AcNielsen stima che il 37% della crescita registrata dal mercato mondiale nel 2007 vada attribuita proprio a questo prodotto. Red Bull è stato creato in Austria nel 1984, ma è stata lanciata solo tre anni dopo con una strategia di comunicazione innovativa e mirata, che ha saputo affiancare alla pubblicità classica anche una miriade di iniziative di marketing. Niente sponsorizzazioni di atleti o squadre famosi, quanto piuttosto la creazione di nuovi team Red Bull nel calcio in Austria e negli Stati Uniti e di due scuderie di Formula Uno (Red Bull e Toro Rosso).

Nuove referenze, nuovi concorrenti
Ovviamente, però, visto il favore con cui i consumatori hanno accolto queste bevande, l'arena competititiva si è fatta via via più affollata, registrando l'ingresso di colossi del beverage come Coca-Cola con Burn. L'offerta degli energy drink si è fatta così più diversificata. Per soddisfare la predilezione dei consumatori per i prodotti light, che oltre al gusto privilegiano gli aspetti legati alla salute, sono state lanciate le versioni light come Red Bull SugarFree. Sempre in chiave salustistica sono stati sviluppati degli energy drink che puntano sulla massima naturalità degli ingredienti (dall'açai al ginseng, dall'avena alle bacche tibetane di goji) capaci di assicurare sia energia che sostanze utili per il benessere, come vitamine e antiossidanti.

In Maremma la cantina è sottoterra

Sostenibilità –

Una struttura di 80.000 metri quadri è stata costruita più in basso rispetto al livello del suolo per salvaguardare il paesaggio

I fratelli Muratori hanno recentemente inaugurato la nuova cantina Rubbia al Colle di 10 mila metri quadri nella magnifica Val di Cornia in Toscana. “Peccato - penserete -. La Maremma è stata sfregiata da nuovi capannoni”. Invece no! Trattenete lo sdegno e trasformate il grido di dolore in un gridolino di compiaciuto stupore, perché la cantina della Val di Cornia c'è, ma non si vede. Dov'è? Sottoterra. Non un ecomostro nel paesaggio, dunque, ma una struttura ecologica sotto al paesaggio, lasciato alla sua ordinaria e straordinaria bellezza. “La cantina che non c'è” l'hanno chiamata. E noi gli siamo grati, anche se dovremo fare qualche sforzo per trovarla quando andremo per vini, rigorosamente rossi in questa cantina, dalle parti di Suvereto. È stata un'impresa con cifre da architetti del faraone: 152 mila metri cubi di scavo, mentre il volume di tutta la costruzione ipogea è di 82.225 metri cubi. Tutto ciò per una prevista produzione a regime di 500 mila bottiglie l'anno (tra cui rumpotino, sangiovese in purezza, e Olpaio, blend di cabernet sauvignon e merlot). Ma l'eco-compatibilità della cantina non si ferma al paesaggio.

Le considerevoli necessità energetiche sono quasi completamente soddisfatte da un impianto fotovoltaico, mentre l'acqua è fornita da un sistema di raccolta e riuso delle acque piovane. Ovviamente tutto il terreno rimosso è stato riutilizzato. In pratica hanno sbancato una collina e l'hanno ricostruita. E già che erano con le mani nella terra, oltre i vigneti e gli ulivi hanno reimpiantato un po' di macchia mediterranea là dove era andata persa. Sotto, la mega cantina fatta di acciaio, legno e coccio. Coccio? Si, perché a fianco di tini in metallo, botti e barrique tradizionali, ci sono anche i Barricocci (il termine, registrato, è di Francesco Iacono, direttore generale della cantina), ovvero vasi di terracotta a forma di barrique dove affinano vini che non vogliono l'asetticità dell'acciaio, ma neanche la presenza del legno. Nei Barricocci i rossi Rubbia al Colle mantengono un colore rosso vivace più a lungo e il vino, senza tannini e polifenoli del legno, rispecchia meglio le caratteristiche del terroir di provenienza.

Cucina italiana, rifondiamola così

Manifesti –

Martino Ragusa, gastronomo e scrittore, ha dato vita con la cantina siciliana Carlo Pellegrino al Manifesto della cucina italiana. Linee guida: partire dalla tradizione per trarre ispirazione e usare materie prime il più possibile di produzione nazionale

Cucina creativa, tecnoemozionale, molecolare, cucina nuovissima: è incredibile ma pare che il termine “cucina” da solo non abbia più dignità, occorre appiccicargli un aggettivo, più o meno azzeccato. Mi chiedo se i primi anni del nuovo secolo saranno ascritti alla Storia come forieri di nuovi movimenti culinari oppure anni bui, caratterizzati da una generale perdita di identità. In tutto questo guazzabuglio c'è chi prende le distanze e preferisce tornare a parlare di cucina, semplicemente. Lo ha fatto Martino Ragusa in occasione della quinta edizione del Pellegrino Cooking Festival, con un documento in cui si delinea la cucina nazionale italiana, quella cara a Pellegrino Artusi, che nel suo celeberrimo “Scienza in cucina e l'arte di mangiar bene” del 1891 realizzò la prima sintesi della cucina italiana. E pur se l'Italia di Artusi rappresenta un quadro parziale della gastronomia tricolore descrivendo più che altro la tradizione culinaria tosco-emiliano-romagnolo, Martino Ragusa riparte da qui per tracciare le direzioni di lavoro.

In Europa sono i cuochi a farsi carico di codificare i movimenti culinari. In Italia gli intellettuali che valore aggiunto danno?
Credo che l'intellettuale, come chiunque altro, abbia diritto di parola. E chiunque mangi e paghi un conto ha diritto di dire la propria. Se questa persona poi è vicino ai cuochi, come capita a me tutti i giorni, meglio ancora.

Ma c'era bisogno di un manifesto della cucina italiana?
Non esiste una cucina nazionale italiana. Esiste piuttosto una cucina di pianerottolo, con le ricette che variano nel giro di pochi metri. Ma se per noi italiani è difficile pensare a una cucina nazionale, non è così per gli stranieri che invece sembrano avere le idee molto chiare sulla nostra identità gastronomica. Le icone del mangiare all'italiana sono più o meno: pizza, maccheroni, spaghetti, parmigiano, risotto, Chianti, espresso e cappuccino. E gli spaghetti alla bolognese, soprattutto nella versione in scatola: gli inglesi ne consumano 670 milioni di scatole l'anno, come dire che per ben due volte alla settimana ogni inglese è convinto di mangiare italiano aprendo una di quelle scatole. Abbiamo tutto il diritto di rimanere perplessi, ma anche il dovere di domandarci se non sia un po' colpa nostra che non abbiamo saputo fare una comunicazione efficace sulla cucina nazionale.

Carlo Cracco ha preparato la cena a Parigi in occasione della candidatura di Milano per l'Expo 2015. Abbiamo iniziato bene, o no?
Nulla di personale, ma comincio a essere insofferente verso questo Gotha di chef sempre più scollati dalla realtà, di questo Empireo frequentato da maître à penser a cui non interessa più un territorio ben cucinato, ma sofismi gastronomici che vanno bene per ragionare, non per nutrire. Non sono questi sofismi che mi vengono in mente quando penso a una cucina nazionale italiana. Esistono invece cuochi di talento che si sentono un po' “sfigati” perché magari hanno una pizzeria che gli serve per campare. Cuochi capaci di rivisitazioni geniali, ma che rimangono sconosciuti. Come risollevare le sorti di questi uomini? Creando, per esempio, un contenitore dove possano essere collocati. Il mio manifesto è questo contenitore.
Risollevare l'economia delle imprese della ristorazione. Un tema che dovrebbe richiamare l'attenzione delle istituzioni, eppure tutto è partito dall'iniziativa privata. Non è sconcertante?
La Carlo Pellegrino è avanti anni luce. Sulle prime non c'era l'idea di un manifesto, mi avevano contattato per dare contenuti alla quinta edizione del Pellegrino Cooking Festival. Ma quando ho proposto loro l'idea di un manifesto, hanno sposato il progetto. Quanto alle istituzioni, durante la manifestazione è arrivata la telefonata del ministro delle Politiche Agricole, Luca Zaia, per comunicare l'intenzione di sottoscrivere il manifesto, rimasta finora lettera morta.

E come ha reagito la comunità degli chef?
Sul sito ilgiornaledelcibo.it sono arrivate circa 200 adesioni di cuochi professionisti e ho avuto un primo incontro con Paolo Marchi per discutere il mio manifesto al prossimo convegno di cucina d'autore, Identità Golose. Ma anche la comunità dei liberi cittadini ha risposto bene: il sito conta 70.000 utenti unici mensilmente. Il che non è poco, ma non abbastanza.

Devi ammettere però che in quest'ultimo periodo abbiamo assistito a ogni sorta di dichiarazione di principio. Perché?
Viviamo un vuoto confusivo: una situazione paradossale dove c'è una totale assenza di cardini da un lato e un eccesso di proposte dall'altro. Meglio fare tabula rasa perciò, ripartire da zero dettando nuove condizioni. Ben vengano perciò nuovi manifesti. Alla fine si prenderà il migliore o si arriverà a una sintesi di tutti.

Valorizzare o salvaguardare il prodotto tipico sembra l'ossessione di molti. Eppure la quota di prodotti acquistata dalla ristorazione non supera il 10% della produzione italiana.
Il dato non mi stupisce. I prodotti tipici costano molto. Più spesso perciò si elaborano piatti tipici dove il prodotto tipico non c'è.

Come la metti con il concetto di glocal che hai mutuato da Russel Robertson?
Cerchiamo di non far diventare le parole una prigione. I cuochi italiani hanno individuato la strada della rivisitazione dei piatti tradizionali con la sperimentazione di nuovi accostamenti mai tentati tra i prodotti di luoghi anche molto distanti. Il prodotto locale ha cominciato a circolare e a essere conosciuto, usato e apprezzato lontano dal luogo di origine, è diventato globale o glocal. Occorre però dire che in questo caso si tratta di una miniglobalizzazione perché il “glocal” cui mi riferisco è delimitato dai confini nazionali con solo qualche concessione ragionata al vero esotismo, inteso sia in termini di prodotti, che di procedure e concezioni del pasto.

Cosa intendi quando dici che occorre ispirarsi al lavoro del cuoco bricoleur?
Mi riferisco alla figura del bricoleur di Claude Lévi- Strauss, che lavora per trasformare l'esistente, per riorganizzarlo senza distruggerlo, figura dallo stesso Lévi-Strauss contrapposta a quella dell'ingegnere che guarda subito avanti e punta direttamente all'innovazione sulla base di un progetto studiato a tavolino. Il bricoleur, per prima cosa si guarda intorno e indietro, si concentra su quello che vede e incontra. Studia il suo uso originario e immagina un uso nuovo e magari cioè non-pertinente all'uso consueto. I cuochi italiani, quelli che prima ho definito “sfigati”, incarnano l'immagine del bricoleur di Levi-Strauss. Osservano, assemblano, sperimentano e infine investono sui loro risultati con una buona quota di rischio personale.

Cucina, arte o mestiere?
La cucina è artigianato, a volte di livello talmente alto da somigliare all'arte. Ma bisogna credere nel proprio potere creativo. I cuochi italiani invece creano una ricetta e poi la cambiano. Se vogliamo parlare di arte, le ricette di oggi sono opere d'arte usa e getta. È ora di cambiare rotta.

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