
Ci sono alberghi che guardano il mare. E poi ci sono alberghi nei quali il mare sembra essersi preso una stanza. Naturalmente la stanza migliore, vista fronte hotel. L’Atlantis Bay di Taormina appartiene alla seconda categoria. È incastrato nella Baia delle Sirene, aggrappato alla roccia come se qualcuno lo avesse costruito lì per impedire al paesaggio di andarsene. Di qua il mare. Di là una piscina diventata territorio di conquista di turisti americani con la crema solare facile e l’ottimismo di chi pensa che il sole siciliano sia stato acceso apposta per lui. Una clientela a stelle e strisce. Soprattutto strisce bianche di protezione 50. Lo visitiamo insieme a Melissa Noce, hotel manager di VRetreats Atlantis Bay.
L’albergo è stato rifatto da capo a piedi, senza però cancellare quel fascino un po’ misterioso da Atlantide emersa per errore dal Mediterraneo. Non è un risultato scontato. Spesso, quando una struttura viene rinnovata, il primo elemento a essere rimosso è l’anima, considerata evidentemente poco funzionale. Non si prenota nella reception e non compare neppure alla voce amenities. Qui è rimasta. Ed è rimasta anche nel Kori Bar, dove il nuovo menu si intitola Dall’Abisso all’Olimpo. Il titolo sembra quello di un poema epico, ma è anche un’indicazione stradale. Si parte dalle profondità del mare, si attraversano acqua, lava, terra e fatica, per arrivare alla luce degli dèi. Sette cocktail per raccontare la Sicilia in verticale. Perché in orizzontale, dopo sette drink, si rischia di finirci più tardi.
Una Sicilia senza portachiavi
Sarebbe stato facile affidarsi ai soliti simboli. Un limone, un fico d’India, una testa di moro e via: il Mediterraneo è servito. Con contorno di marranzano, tammureddu e friscaletto. Il team di lavoro di Silvia Cecilia Laganà, bar manager del Kori, ha scelto invece una strada più difficile: raccontare la Sicilia senza trasformarla in un negozio di souvenir. «Volevamo fare una rivoluzione silenziosa», spiega. «Liberare la Sicilia dagli stereotipi da cartolina, dalla coppola e dal carretto che continuiamo a portarci dietro. La nostra isola è terra di miti, di contrasti brutali e di una bellezza capace di togliere il fiato. Ma è anche la casa che noi ragazzi del team abbiamo scelto di non abbandonare». L’idea del menu nasce in un momento di forte contrasto, mentre il maltempo colpisce la costa. «Fuori c’era l’inferno, l’abisso della natura, il ciclone Harry. Dentro stavamo cercando la scintilla per ricostruire e puntare verso l’alto. Il menu racconta proprio questo: la capacità della Sicilia di risalire dalle profondità del mare fino alla luce degli dèi».
Un’ascesa liquida
La carta introduce il percorso con una dichiarazione che ne chiarisce il senso: tra il respiro dello Ionio e l’ombra dell’Etna, il bancone smette di essere un confine e diventa un varco. Non viene proposta soltanto una lista di drink, ma una “verticalità sensoriale” nella quale la materia cambia man mano che si sale.
Una tavola colloca le sette proposte lungo una scala che parte dal blu degli abissi e termina nell’oro dell’Olimpo. In basso ci sono Colapesce e Alfeo. Poi arrivano Efesto e Sisifo, tra fuoco, roccia e fatica. Più in alto Galatea e Icaro. In cima Ebe, coppiera degli dèi e, a questo punto ufficialmente, prima bartender della mitologia. Il menu indica anche l’intensità alcolica dei cocktail. Colapesce è la proposta più strutturata; Alfeo lavora su una gradazione medio-bassa; Efesto, Sisifo ed Ebe si collocano nella fascia medio-alta; Galatea e Icaro sono analcolici. Una scelta intelligente, perché l’ascesa verso l’Olimpo non coincide obbligatoriamente con l’aumento del tasso alcolemico.
Colapesce: un Martini che sa di profondità
Il viaggio comincia con Colapesce, l’uomo che, secondo la leggenda, decise di restare nelle correnti per sostenere la colonna di Capo Peloro. Nel menu è il simbolo del legame tra l’uomo e l’abisso. Il drink è un twist del Martini Cocktail composto da vodka Vulcanica, vermouth naturale all’alga kombu, Venturo, soluzione salina ed essenza di mandarino verde. La struttura è quella asciutta e lineare del Martini, ma viene spinta verso una dimensione marina e minerale. La kombu porta profondità umami, la soluzione salina amplifica la parte sapida e il mandarino verde apre una fessura agrumata in un profilo altrimenti scuro. Non è il classico drink azzurro servito per dimostrare che il mare esiste. Qui il mare si sente sulle labbra. «È il cocktail che sceglierei per raccontare il Kori», dice Laganà. «Rappresenta l’abisso, il mare e il sacrificio per la propria terra». Colapesce è anche il benvenuto perfetto: essenziale nella costruzione, molto riconoscibile nel riferimento classico, sufficientemente spostato verso la Sicilia da non risultare una semplice variazione ornamentale.
Alfeo: lo Spritz prende la via sotterranea
Alfeo racconta il fiume che, per raggiungere Aretusa, scorre sotto lo Ionio e riemerge in una sorgente a Siracusa. È il passaggio tra l’oscurità della terra e la freschezza della superficie. Il cocktail è un twist dello Spritz realizzato con Etna Bianco, Vermouth del Professore Bianco e cordial al lemongrass. Tre ingredienti, senza l’ansia da prestazione di certi menu contemporanei che sembrano inventari di magazzino. Il vino dell’Etna porta acidità e impronta minerale, il vermouth bianco aggiunge struttura aromatica, mentre il lemongrass spinge il sorso verso una freschezza citrina e vegetale. Ne risulta una proposta più leggera e immediata rispetto a Colapesce, ma non meno territoriale.
Efesto: il Negroni entra nella fucina
Con Efesto il menu raggiunge il punto di rottura tra il mondo sommerso e quello terrestre. Il dio del fuoco e dei metalli stabilisce la propria officina nelle viscere dell’Etna, dove il sale incontra il calore e la terra diventa magma e cenere.
La ricetta è un twist del Negroni: Santa Spina fumigata, Mancino Vermouth Rosso, Campari alla fava tonka e caffè, Peychaud’s. La Santa Spina introduce il registro affumicato; il vermouth rosso costruisce corpo e rotondità; tonka e caffè spostano il Campari verso note tostate, speziate e quasi torrefatte; il Peychaud’s aggiunge una vena aromatica sottile e pungente. Il risultato annunciato dalla carta è intenso, fumoso e caldo. È probabilmente il cocktail più apertamente vulcanico dell’intero percorso, sostenuto anche da un servizio che richiama la lava e la materia incandescente. Qui l’Etna non fa la comparsa da dépliant turistico. Fuma, scalda e lascia il segno. Fortunatamente senza obbligare i clienti a evacuare il bar.
Sisifo: un Old Fashioned condannato a durare
Dopo il fuoco arriva la salita. Sisifo è la figura scelta per rappresentare la “sicilitudine”: la capacità di spingere il proprio destino verso l’alto, anche sapendo che il macigno potrebbe tornare indietro. Il drink è definito un Contemporary Rum Old Fashioned e combina Rum Brugal 1888, Porto Tawny, orzata, Rabarbaro Quaglia, whisky bitters e soluzione salina. Il rum invecchiato fornisce la base calda e legnosa. Il Porto Tawny allunga la parte ossidativa e fruttata. L’orzata introduce mandorla e morbidezza, mentre il rabarbaro interviene con una vena amaricante e vegetale. Whisky bitters e soluzione salina asciugano il finale e impediscono alla ricetta di adagiarsi troppo comodamente sulle sue componenti dolci. La costruzione è robusta, stratificata e pensata per una persistenza lunga. Il finale, naturalmente, non poteva essere breve. Sarebbe stato poco coerente con Sisifo.
Galatea: il Rossini perde l’alcol, non il carattere
Galatea segna un cambio di atmosfera. Ninfa delle acque e simbolo di un amore capace di trasformare il dolore, porta nel percorso grazia, leggerezza e freschezza. La proposta è un twist analcolico del Rossini con RossiNo, sciroppo di ibisco e peperoncino e lime. Il RossiNo costruisce la base fruttata e aperitiva; l’ibisco aggiunge acidità floreale e colore; il peperoncino crea una coda calda; il lime sostiene verticalità e freschezza. È una ricetta semplice sulla carta, ma intelligente nella dinamica gustativa. La parte floreale e fruttata viene contrastata da acidità e piccantezza, evitando l’effetto bibita dolce che ancora perseguita troppe proposte senza alcol. Galatea dimostra che togliere l’alcol non significa togliere il mestiere. Al massimo significa costringerlo a lavorare di più.
Icaro: zafferano, albicocca e un volo senza cera
Anche Icaro è analcolico. Il suo mito porta nel menu il desiderio del volo, la fragilità e il calore pericoloso del sole. La ricetta è un Non-Alcoholic Botanical Sour costruito con Memento Non Alcoholic Aromatic Blend, sciroppo di zafferano e albicocca, succo di mandarino e limone. Memento offre la spina dorsale botanica; mandarino e limone costruiscono il fronte agrumato; lo sciroppo di zafferano e albicocca è il vero centro narrativo e gustativo del cocktail. L’albicocca porta polpa e dolcezza, mentre lo zafferano aggiunge profondità, calore e una nota quasi terrosa. È uno degli abbinamenti più interessanti della carta perché sottrae lo zafferano alla sua consueta destinazione gastronomica e lo porta in una dimensione solare, fresca e fruttata. Icaro vola alto. Il team, prudentemente, ha lasciato la cera fuori dalla ricetta.
Ebe: il Tuxedo servito dalla prima bartender della storia
In cima al percorso c’è Ebe, coppiera degli dèi e dispensatrice del nettare dell’eterna giovinezza. Nel racconto del Kori è l’archetipo mitologico della bartender: colei che accoglie, mesce e trasforma il servizio in rito. Il cocktail è un Contemporary Tuxedo composto da Tanqueray No. Ten, Marsala Florio Vergine secco, St-Germain, liquore Quaglia al fico, orange blossom e soluzione salina. Tanqueray No. Ten garantisce una base nitida e agrumata. Il Marsala Vergine secco sostituisce il vermouth e porta salinità, ossidazione e territorio. St-Germain e zagara costruiscono la parte floreale, mentre il liquore al fico aggiunge rotondità mediterranea. La soluzione salina riporta il drink verso una chiusura più pulita e gastronomica. È il cocktail conclusivo e, insieme, quello che sintetizza meglio il linguaggio dell’intera carta: un classico internazionale, ingredienti siciliani inseriti con funzione precisa e una narrazione che non viene applicata dopo, come un’etichetta sul collo della bottiglia.
Fare parlare siciliano i classici
«Siamo partiti dai grandi classici della miscelazione e li abbiamo fatti parlare siciliano, lasciando però loro un passaporto internazionale», racconta Laganà. È forse questa la chiave più riuscita del menu.
Colapesce nasce dal Martini, Alfeo dallo Spritz, Efesto dal Negroni, Sisifo dall’Old Fashioned, Galatea dal Rossini, Icaro dal Sour, Ebe dal Tuxedo. La clientela professionale può riconoscere immediatamente le architetture, mentre ingredienti e tecniche ne cambiano accento, ritmo e destinazione. La Sicilia non viene raccontata inserendo una foglia di basilico nel bicchiere e sperando che faccia tutto il lavoro. Entrano il vino dell’Etna, il Marsala, l’alga kombu, il mandarino verde, il fico, lo zafferano, l’albicocca, la zagara. Ma ogni ingrediente possiede una funzione gustativa prima ancora che narrativa. «Fare territorio significa catturare l’essenza senza trasformarsi nella parodia di sé stessi», osserva la bar manager. «Gli ospiti sono intelligenti: cercano autenticità, non folklore commerciale». Ogni tanto, nel mondo dell’ospitalità, è utile ricordarselo. Soprattutto quando si è tentati di guarnire un cocktail con l’intero ufficio del turismo regionale.
Il bicchiere non è innocente
Al Kori anche la vetreria partecipa al racconto. Ci sono bicchieri che ricordano colonne classiche, recipienti simili a onde solidificate, superfici scure modellate come pietra vulcanica e basi luminose che sembrano frammenti di lava ancora calda. Più che bicchieri, reperti archeo-alcolici. «L’occhio beve prima della bocca», dice Laganà. «Se racconto un mito greco e poi servo il drink in un bicchiere anonimo, l’incantesimo si rompe». Il bicchiere diventa dunque l’abito sartoriale del cocktail. Un concetto sensato, a condizione che l’abito non finisca per parlare più della persona che lo indossa. O, peggio ancora, non le chieda di alzarsi per poter essere fotografato meglio.
Qui la vetreria non sostituisce il contenuto. Lo mette in scena. Dietro il progetto ci sono designer, artigiani e perfino docenti di storia dell’arte. «La mixology moderna è un lavoro corale. Il bar manager può essere il direttore d’orchestra, ma senza tutti gli strumenti non esiste alcuna sinfonia».
Dall’abisso al bicchiere
I cocktail analcolici costano 22 euro, mentre le proposte alcoliche arrivano a 24 e 26 euro. Prezzi coerenti con il posizionamento di un hotel di lusso e con un progetto nel quale il cliente non paga soltanto la ricetta, ma anche ricerca, vetreria, narrazione e servizio. Fuori, intanto, il mare della Baia delle Sirene continua a occuparsi dei propri affari. Seduce, riflette il sole e finge di non sapere quante storie gli abbiamo attribuito. Dentro, il Kori Bar ne aggiunge un’altra. Che inizia così:
“Ci su’ posti unni u tempu non camina, ma s’apposa.
Ca, ammenzu o respiru do Joniu e l’umbra da Muntagna,
u vancuni non è cchiù nconfini, ma na porta aperta.
Non v’offremu sulu viviri o mangiari, ma nviaggiu di sensi.
‘A nostra carta è n’invitu, picchì a materia si trasforma.
Sorsu dopu sorsu, muzzicuni dopu muzzicuni,
acchianamu a currenti da storia”
Box
Atlantis Bay, il gusto tra fuoco e mare
L’offerta food & beverage dell’Atlantis Bay si articola tra due ristoranti e due bar, tutti affacciati, in modi diversi, sulla Baia delle Sirene a Taormina. La novità è Flame, aperto solo la sera sulla terrazza panoramica: un concept informale ma curato, costruito intorno alla brace, con l’area barbecue trasformata in un piccolo teatro di cucina.
In menu non ci sono primi piatti: spazio invece a pescato del giorno, ostriche, astici, scampi, gamberi di Mazara, carni dalla razza siciliana Cirisare alla Chianina e alla picanha uruguaiana, oltre alle pizze in stile napoletano. Qui il fuoco non è un effetto speciale: è il cuoco più anziano della brigata.
Accanto a Flame resta Nui, il ristorante gourmet che unisce tecniche contemporanee e tradizione siciliana. A guidare entrambi è l’executive chef Tino Privitera, da oltre vent’anni anima gastronomica della struttura. Tra i piatti simbolo: carpaccio di gambero rosso con mandarino e mandorla, raviolo di crostacei con porcini e tartufo nero, risotto al dentice con salicornia e limone. Sul fronte beverage, il Kori Bar firma la proposta di mixology più identitaria, mentre l’altro bar completa il servizio quotidiano della struttura. Nel complesso, Atlantis Bay lavora su un’idea precisa: far dialogare mare, Sicilia e ospitalità senza trasformarli in fondale.


