The Vero Bartender 2026, tra Beatles, curry e Amaro Montenegro

The Vero Bartender 2026 Almudena Castro Global 2026
Almudena Castro, vincitrice della finale global di The Vero Bartender 2026
Con un cocktail ispirato alla Swinging London, la spagnola Almudena Castro Rayo si è aggiudicata la finale mondiale della nona edizione del contest di Amaro Montenegro. Che ha offerto il ritratto di una mixology contemporanea sempre più tecnica, internazionale, pop e attenta alla bevibilità

Tad Carducci sembra uscito da una fotografia color seppia lasciata troppo vicino a un buon bicchiere. Ha il sorriso inclinato dei personaggi che negli anni Sessanta potevano passare con naturalezza da un bancone di Las Vegas a un set hollywoodiano. Un po’ Dean Martin, un po’ Tony Curtis, un po’ quell’America elegante e notturna del Rat Pack che fumava sigarette sottili e trasformava ogni cocktail in una dichiarazione di stile. E forse non poteva esserci guida migliore per un’edizione di The Vero Bartender dedicata proprio allo Stirring the ’60s, il tema scelto da Amaro Montenegro per la nona edizione della sua competition internazionale.

Dietro i nove finalisti arrivati a Bologna c’era una vera maratona internazionale: circa mille bartender coinvolti nelle selezioni di nove Paesi, tra shakerate, prove tecniche e interpretazioni personali degli anni Sessanta. Italia, Australia, Canada, Cina, Grecia, Balcani, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti. Ognuno con la propria idea di quel decennio irripetibile: chi ha lavorato sulla psichedelia, chi sul jazz, chi sulle rivoluzioni culturali, chi sul design modernista, chi sulla pop art. Ma alla fine a conquistare la giuria internazionale è stata la spagnola Almudena Castro Rayo, classe 1999, bartender del Dr. Stravinsky di Barcellona, uno dei locali più influenti della scena mondiale contemporanea.

La giuria era composta da Rudi Carraro, global brand ambassador di Amaro Montenegro, Miley Penndragon del Domino Speakeasy di Leeds e vincitrice dell’edizione 2025 (leggi Miley Kendrick vince The Vero Bartender con un cocktail del 2165), e Steve Schneider, figura leggendaria della miscelazione americana legata a Sip & Guzzle ed Employees Only NYC.

Con il suo cocktail Swinging the Mojo, Almudena ha superato gli altri otto finalisti: Belobrkovic Jovan dalla Serbia, Bulatovskaja Jelena dal Regno Unito, Austin Harrington dagli Stati Uniti, Iasonas Mamfredas dalla Grecia, Bear Murphy dall’Australia, Emma Osmond dal Canada e Zi Wu Jiao dalla Cina. Tra loro anche l’italiana Lalita D’Alessandro (leggi The Vero Bartender 2026: un brindisi agli anni Sessanta) che ha portato in finale una sensibilità molto contemporanea, oltre che una sedia a sdraio, un ombrellone, una storia ambientata a Capri negli anni della Dolce Vita, confermando ancora una volta come la scena italiana continui a produrre bartender capaci di competere ai massimi livelli internazionali.

La Swinging London in un cocktail

Ma il punto interessante è che questa edizione di The Vero Bartender non parlava soltanto di nostalgia. Gli anni Sessanta erano un pretesto narrativo. Una lente attraverso cui osservare il presente della mixology e forse anche il suo futuro. E Almudena Castro Rayo, in questo senso, sembra rappresentare perfettamente una nuova generazione di bartender internazionali: tecnica, cultura pop, attenzione aromatica, ma anche grande attenzione alla bevibilità. Durante la nostra conversazione racconta che l’ispirazione nasce proprio dalla Swinging London. «C’erano Twiggy, i Beatles, quell’energia magnetica che sembrava attirare tutti verso Londra. Ho cercato di mettere tutto questo nel cocktail». Poi sorride e aggiunge che nella costruzione del drink c’è anche un omaggio ironico ad Austin Powers. «Per questo il nome Swinging the Mojo. Volevo qualcosa che avesse carisma, magnetismo, sensualità pop». La sua idea degli anni Sessanta non è nostalgica. Non è il vintage da cartolina. È piuttosto una rilettura contemporanea di quel momento storico in cui cultura pop, musica, moda e libertà personale si sono mischiate creando qualcosa di completamente nuovo.

Tecnica e bevidibilità

E forse è questo che ha convinto la giuria: la capacità di non trasformare il tema in un semplice esercizio estetico. Anche perché, quando le chiedi degli ingredienti, Almudena torna subito concreta. «Volevo che il drink parlasse davvero di Londra. Per questo ho lavorato sul curry, sul lime nero persiano, sulle note aromatiche e su una componente quasi salina».

Dietro al cocktail c’è anche un importante lavoro tecnico: estrazioni, essenze, polveri agrumate freeze dried, ricerca sugli aromi. «Per alcune lavorazioni mi ha aiutato una società di chef a Barcellona con cui collaboro spesso. Abbiamo costruito insieme la parte aromatica e le polveri per il rim». Eppure, la cosa interessante è che tutto questo studio non sfocia mai nel tecnicismo fine a sé stesso. Il drink resta leggibile. Bevibile. Diretto. Un aspetto che oggi non è così scontato nella mixology internazionale. Quando le chiediamo come è iniziato il suo percorso dietro al bancone, la risposta sorprende per naturalezza. «Lavoro nell’hospitality da quando avevo sedici anni. Ho fatto di tutto: bar, ristoranti, hotel, eventi, matrimoni. Qualsiasi cosa». Ma il vero ingresso nel mondo della miscelazione arriva durante il Covid. «Come tante persone ho iniziato a sperimentare a casa con mio padre. Preparavamo cose insieme, guardavo masterclass online, studiavo».

Il bartending del futuro

Da lì il trasferimento in Svezia per frequentare il corso Ebs, poi Granada, il lavoro in un hotel cinque stelle e infine Barcellona, dove arriva la chiamata del Dr. Stravinsky. «Sono lì da circa un anno e mezzo». Ed è qui che il discorso smette di parlare soltanto del passato. Perché The Vero Bartender quest’anno usava gli anni Sessanta come tema creativo, ma sotto traccia parlava continuamente di futuro. Di cosa diventerà il bartending nei prossimi anni. Di quale sarà il ruolo dei bartender in una scena globale sempre più evoluta. Su questo Almudena ha idee molto precise. «Credo che il futuro del bartending vedrà una presenza femminile sempre più forte. Sempre più donne stanno entrando nell’industria con ruoli importanti». E racconta che anche durante questa finale globale ha percepito qualcosa di diverso rispetto al passato. «Nelle finali nazionali spesso non vedevo così tante donne. Qui invece sì. È stato bello». Non lo dice con tono militante. Lo dice come se stesse osservando un cambiamento naturale già in corso.

Qualità e consapevolezza

Poi il discorso si sposta sulle tendenze della miscelazione contemporanea. Low alcohol, analcolici, cocktail leggeri. Ma anche qui Almudena evita gli slogan. «Penso che il futuro sarà soprattutto qualità e consapevolezza. Le persone berranno meno, forse. Ma sceglieranno meglio. Non berranno semplicemente qualsiasi cosa trovano sulla bottigliera di un bar». È una frase che racconta bene anche la filosofia di Amaro Montenegro negli ultimi anni. Un brand storico che continua a muoversi tra heritage e contemporaneità senza perdere identità. E infatti uno degli aspetti più convincenti del cocktail vincitore è proprio il modo in cui riesce a lasciare spazio all’amaro senza nasconderlo dietro tecniche o ingredienti aggressivi.

Quando glielo faccio notare, Almudena annuisce subito. «Per me Amaro Montenegro è incredibile proprio per la sua versatilità. Ha questa parte aromatica, mentolata, erbacea, floreale, agrumata… puoi usarlo in un drink molto intenso oppure in qualcosa di fresco e leggero, come nella famiglia degli amaro & tonic. Ma in una brand competition la cosa più importante è non nascondere mai il prodotto principale».

Una mixology sempre più internazionale

Ed è probabilmente qui che si trova il vero cuore di questa nona edizione di The Vero Bartender. Non, o almeno non solo, nel revival anni Sessanta. Non nella nostalgia. Ma nella capacità di usare il passato come linguaggio per raccontare qualcosa che sta già succedendo adesso: una mixology sempre più internazionale, tecnica ma leggibile, pop ma precisa, consapevole ma ancora capace di divertirsi. Proprio come succedeva nei migliori anni Sessanta. Swinging the Mojo è un amaro & tonic apparentemente semplice ma in realtà costruito con precisione quasi ossessiva. Un drink che parte dalla Swinging London degli anni Sessanta ma dentro mescola cinema pop, Austin Powers, spezie coloniali, tecnica contemporanea e una riflessione molto attuale sulla bevibilità.

Swinging the Mojo di Almudena Castro Rayo


Ingredienti:
40 ml Amaro Montenegro, 130 ml tonica artigianale albicocca e curry
Preparazione:
tecnica build nel tumbler su ghiaccio blocco 4x12.

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