Amundsen, il nuovo stile del brewpub “inclusivo”

Se per definizione il brewpub produce e vende le sue birre in loco è altrettanto scontato che i boccali contengano solo ciò che è "della cas". Non è così a Oslo, dove un locale ad alto tasso di creatività garantisce spazio alle spine anche di altri craft brewer e perfino a un paio di lager di grandi aziende

Amundsen brewpub

Mettiamola così. Si può avere un atteggiamento pseudo-poetico nei confronti della propria attività commerciale, intesa o fatta intendere più come una missione che come un lavoro, oppure si può avere una visione pseudo-prosaica basata principalmente sul business.

Sia chiaro, entrambe le filosofie possono funzionare egregiamente e non si tratta qui di decidere quale delle due sia meglio. Dipende da che obiettivi ci si propone, ma anche dal contesto nel quale si opera e dal tipo di pubblico che si vuole intercettare. In questo senso il caso della Amundsen Bryggeri og Spyseri di Oslo è emblematico e, per il panorama birrario italiano, costituisce un interessante spunto di riflessione.

Aperto in pieno centro cittadino, a soli pochi passi dalla Nasjonalgalleriet che custodisce il celebre Urlo di Munch e che attrae orde di visitatori, Amundsen è un brewpub con una piccola ma efficiente sala cottura da cinque ettolitri. Il suo successo ha portato i soci a sviluppare da qualche anno, e in una location differente, un birrificio più grande, che porta lo stesso nome ma che produce quantità e varietà di birre decisamente maggiori. Le birre che si bevono al brewpub invece sono ancora prodotte in loco. Come effettivamente vuole la regola del brewpub stesso. Qui come in qualsiasi altra parte del mondo. Per fare un rapido paragone, il brewpub più famoso di Milano, il Lambrate di via Adelchi, vende esclusivamente le proprie birre.

Una batteria da 32 spine

Ma Amundsen è diverso. Vanta una batteria impressionante di ben 32 spine di cui la maggioranza è riservata alle produzioni proprie. Poco meno di una decina di vie sono invece occupate, a rotazione, da altri microbirrifici scandinavi e addirittura un paio da lager prodotte da grandi gruppi come Hansa, una delle più grandi realtà nazionali, licenziataria dei marchi Heineken e, al tempo della nostra visita, Tuborg.

La perplessità di fronte a questa scelta nasce dalla consapevolezza che nell’ambiente artigianal-birrario italiano la strada finora più percorsa è stata quella dell’alternativa, senza mezzi termini e senza cedimenti, tra piccoli e grandi produttori. E questo tra i locali indipendenti, nei brewpub, la scelta a favore esclusivo delle proprie birre è praticamente scontata.

Buoni motivi di business

Ma la direzione indicata dalla Amundsen Bryggeri og Spyseri porta con sé due utili spunti di riflessione: da un lato quello di poter includere nella propria clientela quel pubblico agnostico nei confronti della birra artigianale e magari avvicinarlo partendo da una classica chiara; dall’altro quello di “sfruttare” la superiore marginalità che si ottiene mediamente sulle birre industriali per sostenere il fatturato dell’attività.

Il locale insomma, affascinante nell’arredo e nella presenza dell’impianto di produzione a vista, punta decisamente a un pubblico eterogeneo, che sia composto da “cacciatori” di birre esclusive o da comitive di turisti in cerca di una sosta gastronomica e di una birra, diciamo così, più “amichevole”. I primi si entusiasmeranno davanti a una birra di frumento prodotta con l’aggiunta di lamponi e lime, gli altri troveranno conforto in una lager equilibrata e senza spunti particolari. E la soddisfazione è parimenti garantita. Inclusa quella dei titolari del locale.

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