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Tutti pazzi per il bio: guida al Sana 2010

Agenda –

Il fuori casa è protagonista al Salone Internazionale del Naturale dal 9 al 12 settembre a Bologna. Gli appuntamenti da non perdere in anteprima

Bio: una chimera per i bar italiani, una sorta di “vorrei ma non posso”. Almeno fino a oggi. Il perché è presto detto. Il mercato del biologico in Italia, stimato tra i 2,8 e i 3 miliardi di euro, è da sempre appannaggio di negozi specializzati e supermercati. Bar e ristoranti “bio” si contano sulle dita di una mano. Ma non tutto è perduto. A quanti chiedevano a gran voce regole più chiare per la somministrazione di cibi biologici sta dando seguito proprio in questi giorni il Parlamento. Nuovi spiragli dunque si aprono per quanti volessero scommettere su un mercato che, seppur di nicchia, non ha conosciuto crisi. Dati alla mano: nei primi sei mesi del 2009 nella gdo +7,4% in valore; crescita media dal 10 al 15% nel canale di vendita specializzato.
Piattaforma di lancio delle opportunità che si aprono al mondo del bar sarà la prossima edizione del Sana, Salone Internazionale del Naturale, in calendario dal 9 al 12 settembre a Bologna. Bargiornale ha organizzato la vostra agenda per domenica 12, ora per ora. Prendete carta e penna.

Ore 9,30 Ingresso . Per evitare code e intoppi conviene registrarvi sul sito www.sana.it e scaricare il vostro biglietto omaggio valido per quattro giorni. Preferite l'ingresso Costituzione. Chiedete subito la mappa guida del Salone con l'elenco degli espositori.

Ore 10,00 Colazione al Bio bar . Nel quadriportico, cuore della manifestazione, verrà allestita un'area dimostrativa di ristorazione bio. Un'occasione che non dovete perdere per toccare con mano come funziona un bio bar e degustare i prodotti: brioche, caffè, tè, piatti pronti, spuntini ecc.
Una gamma completa per ogni momento di consumo.

Ore 10,30 Convegno “Il bio esce di casa (e con tutte le carte in regola) - sala Concerto, blocco D, Centro Servizi . Dal 1° luglio potete registrarvi e iscrivervi al convegno direttamente sul sito. Sarà presentata agli operatori e alle organizzazioni professionali la normativa relativa alla somministrazione degli alimenti biologici. Non mancheranno le testimonianze di titolari di bar biologici di successo.

Ore 13,30 Pranzo al Bio Bar Vale la pena prendervi una pausa prima di iniziare la visita ai padiglioni.

Ore 14,30 Visita ai padiglioni 19 - 21 - 22 . Impossibile fare una selezione degli espositori. Su tutti non mancate allo stand di Alce Nero & Mielizia: in degustazione gli snack monodose ai cereali soffiati e i nuovissimi smoothies in vetro da 200 ml. Nel dopo fiera vale una visita il punto vendita aziendale (in via Petroni 9) per l'occasione trasformato in bar. Miscele per espresso, caffè al ginseng, orzo e zucchero di canna in bustine è la proposta di Caffè Salomoni che offre ai visitatori degustazioni gratuite. Per chi vuole differenziare la propria offerta di bevande calde una visita allo stand Valverbe offre più spunti: nelle vallate alpine adiacenti il Monviso a un'altitudine compresa tra i 500 ed i 1500 mt s.l.m. l'azienda coltiva, essicca e confeziona direttamente le proprie tisane con impianti tecnologicamente avanzati. Presso il Consorzio Il Biologico l'azienda Canova, licenziataria del marchio Alma Verde Bio, propone invece frutta fresca pulita e tagliata in monoporzione o da sporzionare: macedonie, cocco in pezzi, ananas, melone ecc. Una proposta lanciata quest'anno per i beach bar della Riviera che ha raccolto ampie adesioni. E non è tutto: il Sana offre nuove opportunità anche a chi vuole avviare un'attività di vendita e somministazione di cibi e bevande biologiche. Il Bio's Cafè di Rimini cerca nuovi affiliati.

Drink, caffè e food tutto senza fronzoli

Caffetteria –

Ibrido come un lounge metropolitano, ma con l’anima da vecchio bar di quartiere. È il Bologna Gran Bistrot, dove qualità e servizio sono di sostanza

Dalla riproposizione filologica (quasi mai riuscita) delle osterie di gucciniana memoria al ribaltamento completo in chiave ultra metropolitana, a Bologna c'è spazio per formule che sono tutto e il contrario di tutto. Nascono, si evolvono (e muoiono) i locali più disparati. È in questo coacervo di stili e di tendenze che sta trovando il suo giusto posizionamento un nuovo bar caffetteria enoteca assai intrigante. Quasi un ibrido.
Si chiama Bologna Gran Bistrot e ad aprirlo è stato un giovane di 31 anni, Sven Ferioli, allievo di “Freccia” (mitico barman di provincia a Piumazzo), con alle spalle un'esperienza importante con il Bakery Cafè, e poi a Palazzo Gnudi e al ristorante Sette Archi. «Ho trovato questo posticino in un quartiere in rilancio (la zona dell'ex mercato ortofrutticolo di fronte al nuovo Municipio di Mario Cucinella) e ho subito capito quello che desideravo: un romantico bistrot, un po' vecchio stile. Ma non alla francese, bensì “alla bolognese”». Un po' bar di quartiere che conserva il senso dell'accoglienza per un pubblico di tutte le fasce sociali e di età, un po' luogo tranquillo per una gustosa pausa pranzo a base di piatti espressi cucinati (3 primi e 3 secondi), un po' ristorantino di cucina bolognese per la sera. Non senza una discreta scelta di vini che dà anche una caratterizzazione di enoteca, con le bottiglie in primo piano, e una curata caffetteria con la linea Bottega di Caffè Cagliàri, corredata da una croissanteria non dozzinale (apertura quindi dalle 7).
Insomma, un punto di incontro che evoca la vecchia Bologna. «L'atmosfera vuol essere conviviale, informale, allegra in ogni momento - prosegue Ferioli - come in famiglia, ma senza perdere d'occhio la qualità e, soprattutto la sera, anche la possibilità di creare un ambiente intimo e tranquillo. A prezzi popolari: a pranzo, 80 g di pasta fresca e caffè, 7 euro. Coperto e acqua li offriamo noi».
Anche nella caffetteria, si punta alla sostanza: «Stiamo sul classico, non prepariamo caffè “strani”, ma facciamo parlare il prodotto: senza fronzoli. Sempre “no frills” è anche l'aperitivo: quel che non deve mancare c'è, ma niente ammassi di gente al buffet, solo stuzzichini serviti in piattini. Cerchiamo di nobilitare quello che va per la maggiore. Ad esempio, il Negroni lo facciamo solo con Carpano Antica Formula, o con il Punt e Mes». Per quanto riguarda i vini, Ferioli preferisce pochi fornitori per più referenze. E “sbicchiera” tutto, tranne i vini che vanno decantati come il Taurasi, o più preziosi, come Annamaria Clementi. Accanto a certi grandi nomi, ha pensato di offrire anche dello sfuso romagnolo di qualità, al calice (da 2 euro), e anche al tavolo. Nell'organizzazione, Sven si è preso il compito di far accomodare i clienti, prendere gli ordini e servire personalmente al tavolo. Infatti nel Bistrot il ristorantino convive sempre con il bar a tutte le ore. «Abbiamo istituito - conclude Ferioli - anche delle tessere fedeltà a scalare, con importo caricabile a piacere e con la possibilità di inserire la partita Iva. Si sta rivelando un ottimo modo per fidelizzare i clienti».
Cous cous e tagliatelle a regola d'arte

C'è anche una contaminazione etnica che aggiunge significati nuovi. Affianca infatti Sven nella sua avventura Hakim Chebakia, marocchino, 22 anni appena e a Bologna da quando ne aveva 6 (promessa della boxe, di lui si sono occupati i giornali poiché per cavilli non riesce a ottenere la cittadinanza italiana e quindi a entrare a far parte della Nazionale). È lui lo chef. Il suo cous cous “fuorimenu” è davvero di un'altra categoria… E le sue tagliatelle al ragù riescono a sorprendere anche i più scafati gourmet. «Neanche le mamme bolognesi le fanno come Hakim - dice Sven. Se siete scettici, provatele: vi ricrederete».

Sorprendente aceto balsamico.Una goccia tira l’altra.

Made in Italy - ttpicità –

Tre denominazioni geografiche, cinque consorzi, decine di produttori: l’aceto più pregiato d’Italia sorprende per varietà e applicazioni in cucina

È un condimento ideale per le insalate. Ma gli chef lo impiegano anche per insaporire gli arrosti, il pesce, la pasta, per dare un tocco in più ai formaggi, e perfino per aggiungere una sfumatura diversa a frutta, dolci e gelati. L’aceto balsamico di Modena non ha rivali in fatto di versatilità e lo dimostra anche il suo successo oltre confine: si colloca infatti al decimo posto per l’export tra tutti i prodotti italiani che hanno conseguito la dop (denominazione di origine protetta) o l’igp (indicazione geografica protetta). Del resto il marchio d’origine è fondamentale per proclamare l’autenticità in un mercato estero dove abbondano i falsi. I produttori si sono battuti all’ultimo sangue per vedere riconosciuta la loro unicità, e i loro sforzi si sono completati nel luglio 2009, quanto anche l’aceto balsamico di Modena ha ottenuto a luglio, dopo anni di battaglie, il marchio igp. E qui occorre distinguerlo rispetto all’aceto balsamico tradizionale di Modena e all’aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia, che già da anni si fregiano del marchio dop. Dove sta la differenza tra i vari aceti balsamici?
Produzioni diverse Non soltanto nell’uso o meno dell’aggettivo “tradizionale”. A spiegarci come stanno le cose è Cesare Mazzetti, presidente del Consorzio Aceto Balsamico di Modena, che dice: «La prima sostanziale diversità con l’aceto balsamico di Modena è che il prodotto tradizionale viene ottenuto con un invecchiamento eccezionalmente lungo: il minimo previsto dal disciplinare è di ben dodici anni, che arrivano a venticinque per il prodotto extravecchio. Ma non basta: il tradizionale (o Abtm come viene abbreviato nel gergo degli operatori) si ottiene solo con mosto cotto, l’Abm (aceto balsamico di Modena) da una miscela di mosto (concentrato o cotto) con aceto di vino; le botti di legno in cui invecchia l’Abtm sono piccole, in serie da 5-8 pezzi in cui viene successivamente travasato il prodotto anno per anno, e sono fatte di legni diversi. L’Abm invece matura in botti molto più grandi (anche da 30.000 litri), normalmente di un solo legno, e non viene di regola travasato da un contenitore all’altro». Cambiano anche il confezionamento e, naturalmente, il prezzo: «L’aceto balsamico tradizionale di Modena », spiega ancora Mazzetti, «viene obbligatoriamente confezionato in una bottiglietta di soli 100 ml, di forma unica e distinguibile, disegnata anni fa da Giugiaro, che ha un prezzo al pubblico da 60 a oltre 150 euro (il che significa da 600 a oltre 1.500 euro al litro!). L’aceto balsamico di Modena viene confezionato invece in una gamma di bottiglie dalla capacità definita, a partire da un minimo di 250 ml, e dalla forma variabile. Il prezzo del prodotto parte da circa 2 euro per mezzo litro per arrivare a circa 15 euro per un quarto di litro (vale a dire, da 4 a 60 euro al litro)». Lo scarto nel prezzo spiega anche le enormi differenze di volumi: solo 10.000 litri all’anno di tradizionale (sia il Modena che Reggio) contro circa 100 milioni di litri di aceto balsamico di Modena. Una quantità, quest’ultima, in continua crescita negli ultimi anni, che equivale a un mercato da 290 milioni di euro l’anno.
Rivalità storiche Per capire come si sia arrivati alla distinzione tra diversi aceti balsamici occorre fare un passo indietro nel tempo e indagare nel ristretto territorio tra Modena e Reggio Emilia, nel cuore un territorio famoso anche per la produzione di buoni vini, come il Lambrusco. L’aceto “balsamico”, infatti, nasce storicamente qui, nell’area degli antichi domini estensi, dove si parlava di aceti “aromatizzati” o “speziati” già nel Medioevo. All’epoca gli aceti “speciali” di Modena erano molti, insaporiti con erbe lasciate in infusione o con altri sistemi. Ogni produttore, ogni famiglia, aveva il suo metodo. Poi pian piano si è andato enucleando un sistema adottato da tutti i produttori, pur con qulche differenza che dà ancora oggi un tocco artigianale al prodotto.
Tempi lunghissimi «L’aceto balsamico tradizionale è ottenuto da mosto d’uva cotto; maturato per lenta acetificazione, derivata da naturale fermentazione e da progressiva concentrazione mediante lunghissimo invecchiamento in serie di vaselli di legni diversi, senza alcuna addizione di sostanze aromatiche», spiegano nel tempio di questo pregiato alimento-condimento, la Consorteria dell’Aceto balsamico tradizionale di Modena, che ha sedea Spilamberto dov e si trova anche un interessante museo. «Il prodotto », sottolineano gli esperti, «è di colore bruno scuro, carico e lucente e manifesta la propria densità in una corretta, scorrevole sciropposità. Ha profumo caratteristico e complesso, penetrante, gradevole, acido in modo armonico, con un inimitabile sapore dolce e agro ben equilibrato, pieno, sapido, con sfumature vellutate». Questo tipo di aceto ebbe un tale successo in Europa, fin dal Seicento, che presto si pose il problema di produrne quantità sempre maggiori. Le dimensioni familiari e la tecnica del travaso in più vaselli di legno rendevano l’industrializzazione un problema di difficile soluzione. Finché, ma solo in tempi recenti, alcuni produttori hanno sviluppato un sistema per produrre l’aceto balsamico (a questo punto non più tradizionale), in grandi tini e grandi botti. Le due filosofie produttive poco si conciliavano tra loro. I puristi vedevano male i grandi produttori, mentre questi ultimi consideravano un fastidioso ostacolo il continuo richiamo alle antiche tradizioni di un tempo andato. Negli ultimi anni le distanze si sono però ridotte.
Accorciare le distanze Nonostante esistano numerosi consorzi di produttori, due per le dop di tradizionale di Modena e Reggio Emilia e ben tre per l’aceto balsamico di Modena, ultimamente sembra che i vari acetificatori abbiano scelto la strada della convivenza e della collaborazione. «I tre organismi rappresentativi del balsamico di Modena», racconta Cesare Mazzetti, « hanno proceduto uniti e coesi nelle ultime fasi del conseguimento della igp, in piena collaborazione con il ministero, ed esistono oggi le promesse per un’auspicabile riunione di tutti i produttori sotto un unico cappello». Prodotti diversi dunque, ma intenti comuni. Anche perché le acetaie hanno fiutato il business. Export in crescita e molti altri segnali indicano che l’aceto balsamico di Modena ha ormai estimatori in tutto il mondo. Fioccano anche i tentativi di imitazione, come il “balsamic vinegar” o il “balsamessig” che, una volta apparsi sugli scaffali di mezzo mondo hanno indotto i produttori a battersi per i marchi dop e igp. Non solo. È nata anche un’associazione, l’Aib, Assaggiatori italiani di Balsamico, che si adopera per la formazione di esperti usati dalle aziende per la certificazione del prodotto.
L’impiego in cucina E in cucina come si usa? Le opinioni di produttori e chef, senza scendere nel dettaglio di specifiche ricette, convergono nell’indicarlo soprattutto per insalate, pinzimoni, salse e maionese, che si possono insaporire con poche gocce. Il balsamico è poi indicato per insaporire pesci, carni bianche o rosse e si accosta molto bene con erbe aromatiche e spezie come timo, alloro, chiodi di garofano e bacche di ginepro. Va impiegato sui cibi cotti, e non prima della cottura, in modo da conservare inalterato il suo aroma originale ed il suo profumo, facendo attenzione a usarlo con moderazione per evitare di coprire gli altri sapori. Tra i principali estimatori e sostenitori dell’aceto balsamico tradizionale di Modena spicca lo chef Massimo Bottura, patron dell’Osteria Francescana di Modena, autore di un libro sull’argomento e produttore di una sua linea particolare di prodotti, la cui “batteria” (cioè la serie di botticelle di legno per l’invecchiamento) è custodita dalla Consorteria di Spilamberto. Proverbiale il suo stecco di foie gras al balsamico, ma sono innumerevoli le sue variazioni sul tema nell’utilizzo di questo prezioso prodotto modenese.

IDENTIKIT
tradizionale di Modena dop
Confezione: bottiglietta da 100 ml (design Giugiaro)
Invecchiamento:
si distingue in affinato, invecchiato per almeno 12 anni con capsule di colore argento, e in extravecchio, invecchiato almeno 25 anni, con capsule color oro.
Caratteristiche: si ottiene da mosto di uva cotto, maturato per lenta acetificazione in serie di botticelle, secondo vari metodi, tra cui per esempio il Solera impiegato anche per il Marsala o lo Sherry. L’aceto balsamico prelevato dalle botti al termine dell’invecchiamento ha un aspetto e un aroma intenso inconfondibili. Il sapore non è necessariamente acido, ma può variare anche al dolce. Il colore è simile alla liquirizia e la consistenza sciropposa.
Area di produzione: esclusivamente nella provincia di Modena.
Contatti: www.balsamico.it, www.balsamicotradizionale.it
tradizionale di Reggio Emilia dop
Confezione: bottiglietta da 100 ml (design Giugiaro)
Invecchiamento: almeno 12 anni.
Caratteristiche: in base alle caratteristiche organolettiche stabilite da una commissione di esperti, agli aceti balsamici tradizionali di Reggio Emilia vengono attribuite tre diverse etichette: aragosta, più delicato, argento (con almeno 6-7 anni di invecchiamento in più rispetto all’aragosta), con sentori agrodolci, ideale per l’uso a crudo, e oro (almeno 25 anni), da impiegare anche come elisir da fine pasto, sui formaggi più nobili e piccanti e sui dolci.
Area di produzione: esclusivamente nella provincia di Reggio Emilia.
Contatti: www.acetobalsamicotradizionale.it
Aceto balsam ico di Modena igp
Confezione: bottiglie di vari formati, con contenuto a partire da 250 ml. In etichetta compaiono il logo CE e quello Igp. Esistono poi bollini diversi secondo il consorzio di appartenenza.
Invecchiamento: il Consorzio Aceto Balsamico di Modena (Cabm) che raggruppa circa il 40% dei produttori, adotta due coccarde, una bordeaux per indicare un affinamento fino a 3 anni, e una bianca, per gli aceti di oltre 3 anni. Caratteristiche: colore marrone brillante, viscosità apprezzabile, profumo armonico senza predominanza di aceto, toni di speziato e di legno. Area di produzione: province di Modena e Reggio Emilia.
Contatti: Cabm, www.consorziobalsamico.it; Cpc Abm (Consorzio produzione certificata aceto balsamico modenese), www.acetobalsamicoprodcertificata.it; Cpi Abm (Comitato produttori indipendenti aceto balsamico di Modena), tel. 059.512112.



 


Oggi chiuso per turno (ma aperto per festa privata)

Norme Apertura –

Quando il giorno di “riposo” si trasforma in occasione di lavoro per eventi esclusivi.

Una fiera che promette un gran numero di visitatori, casualmente, cade nel giorno di chiusura infrasettimanale del ristorante, con una probabile perdita d’incassi. Un cliente vuole organizzare una festa privata all’interno del locale, chiedendo di riservare l’ambiente esclusivamente per i suoi invitati. Considerando che il ristorante è un luogo aperto al pubblico e non può essere chiuso ad altri clienti, per poter realizzare l’evento, garantendo riservatezza ed esclusività, non resta altro che organizzare la festa il giorno di chiusura per turno.
Decide il Comune Da un confronto tra le diverse ordinanze comunali si può ricavare un quadro generale: in primis, la competenza sulla materia spetta alle singole Amministrazioni comunali, che stabiliscono anche le modalità per poter usufruire del giorno di chiusura e le eventuali deroghe. È importante sottolineare che nella maggior parte dei Comuni italiani vige il principio della facoltatività della chiusura settimanale, ciò significa che l’esercente è libero di chiudere un giorno o addirittura anche due a settimana o rimanere aperto sette giorni su sette. Nella stragrande maggioranza dei Comuni italiani (in particolare quelli a vocazione turistica) infatti non esiste alcun obbligo di chiusura settimanale; anche se in un’Italia variegata a macchia di leopardo ci sono Amministrazioni che invece lo impongono senza deroga alcuna.
1 È possibile aprire l’attività il giorno stabilito per la chiusura settimanale? La risposta è affermativa. La procedura, però, è un po’ complessa, visto che non esiste, come visto, una disciplina uniforme a livello nazionale. In regime di facoltatività del giorno di riposo, il ristoratore che però vi ha aderito è tenuto ad osservarlo. Eventuali variazioni dovranno essere autorizzate. Se invece non ha scelto il giorno di riposo e intende rimanere aperto tutti i giorni, in questi casi la chiusura temporanea dovrà essere comunicata al Sindaco. In genere, l’esercente che abbia scelto di usufruire della chiusura infrasettimanale, potrà derogarvi, senza doverlo comunicare, in particolari casi: periodi estivi a elevato fl usso turistico, settimana di Pasqua, periodo natalizio, la festa patronale, e così via. Il giorno di chiusura settimanale prescelto, spesso, dovrà rimanere invariato per almeno un determinato periodo (uno, due o tre mesi, dipende) e solo in seguito al decorrere di questo termine si potrà chiederne la variazione al Comune.
2 In linea di massima, che cosa fare per restare aperti il giorno di chiusura infrasettimanale? Qualora il ristoratore abbia scelto e comunicato il giorno di chiusura, per poter aprire durante quella giornata, basterebbe la sola comunicazione per iscritto all’Uffi cio commercio comunale, entro termini che variano da Comune a Comune, di solito dagli 8 ai 30 giorni prima della data dell’evento. Questo accade in occasione di eventi pubblici (fi ere, mostre, eventi, sagre ecc.), anche se in alcuni casi è già prevista la possibilità di rimanere aperti in occasione di tali eventi, senza obbligo di comunicazione all’autorità comunale. La situazione è invece differente per quanto riguarda le feste private organizzate all’interno del locale il giorno di chiusura. In questi casi è doveroso comunicare l’apertura del locale in occasione di un evento privato per evitare pesanti sanzioni amministrative. Per alcuni comuni, in base alle diverse ordinanze, basta la sola comunicazione scritta; per altri, invece è necessario un provvedimento o un ordinanza specifi ca per l’apertura nel giorno destinato alla chiusura.
3 Nel caso in cui il locale abbia un dehor, può organizzare feste private il giorno previsto per la chiusura utilizzando anche questo spazio? Qualora il dehors fosse utilizzato per un’apertura al pubblico assieme al ristorante durante la giornata di chiusura, non ci sono grosse diffi coltà, basterebbe seguire la procedura sopra esposta. Nel caso in cui il dehor sia utilizzato in occasione di una festa privata, la situazione sarebbe diversa e muterebbe da luogo a luogo. Considerata la specifi cità del caso è opportuno informarsi presso gli uffi ci comunali, sicuramente sarà indispensabile formulare una richiesta, sempre al Comune, e attendere un’ordinanza o un provvedimento di uso del dehor, uno spazio demaniale, per un evento privato. E in questo caso potrebbero essere necessari tempi lunghi.

I successi della formazione tailor made di Bar University

Formazione Bar university –

Regole da seguire, metodologie da apprendere, errori da evitare con un obiettivo: far migliorare gli affari di chi sceglie la formazione di Bar University

Sedi, temi e città diverse, ma ovunque uno scenario comune: aule gremite, "classi " attente, momenti di  confronto vivace tra professionisti - bar manager, gestori, promoter - motivati a organizzarsi e ritagliarsi tempo per partecipare ai momenti di formazione che Bar University ha iniziato a tenere in varie città d'Italia, per rispondere alle esigenze specifiche di aziende che rinonoscono la formazione come strumento di promozione innovativo.
Scelte di valore, che si trasformano "in valore" per il brand e per l'azienda che li sponsorizza.
Per chi non c'era e avrebbe voluto esserci una sintesi di due momenti formativi tenuti di recente a Milano e a Padova su temi "caldi" per il  business di un locale.

Tutti a lezione di comunicazione

Formazione Bar University –

Il programma di formazione studiato da Bar University per il management e il personale dei villaggi Valtur: un esempio di come si possa dar vita ad un progetto ad hoc studiato in base alle esigenze di un’azienda

Migliorare l'efficacia nelle vendite e la capacità di motivare il personale sono esigenze che, pur con sfumature diverse, accomunano gran parte delle aziende dell'horeca e dell'ospitalità. Come pure l'esigenza di capire come evolvono i gusti e i comportamenti dei clienti per riuscire ad anticiparne i desideri. Sono proprio questi i tre temi attorno ai quali si è sviluppato il programma di formazione che Valtur ha affidato a Bar University,coinvolgendo sia il management, sia i capivillaggio sia i responsabili dei vari servizi, bar inclusi.«Investiamo costantemente nella professionalità delle nostre risorse - affermaMarilena Dalla Patti, responsabile delle risorse umane di Valtur - per creare un mood che anticipi le mode, unendo contemporaneità, emozionalità, cura del dettaglio e benessere».
Doppia formula
La formazione targata Bar University si è articolata in due formule distinte: un classico corso di formazione e un'innovativo "caffè letterario", momento di scambio tra i docenti della scuola di formazione di Bargiornale e il management Valtur in cui il "rito" dell'aperitivo si è trasformato in un'occasione per discutere di scenari, tendenze ed evoluzione dei gusti del consumatore.
«Il corso - racconta Oscar CavalIera, direttore di Bar University - era destinato ai responsabili dei vari servizi dei villaggi: una full immersion di una giornata durante la quale abbiamo raccontato i trucchi per essere più efficaci al momento della vendita e le tecniche da utilizzare per motivare il personale». «Troppo spesso - spiega Roberto Provana, docente di Bar University - ci si concentra sulle cose da non fare e sul controllo dei dipendenti anziché lavorare sulle loro motivazioni. Dimenticando che se non si crea un clima positivo nei collaboratori anche la qualità della relazione con il cliente finisce per risentirne». I "caffè letterari" hanno invece coinvoltoil management e i capi villaggio: «Abbiamo organizzato due appuntamenti, entrambi della durata di un'ora e mezza circa - spiega CavalIera - focalizzati il primo sul cambiamento nei comportamenti dei consumatori dopo la crisi, il secondo sulle principali tendenze a livello mondiale nel campo dell'intrattenimento. L'atmosfera informale del villaggio è stata l'ideale per trasformare una lezione "accademica" in un momento proficuo di scambio di idee e di ricerca di nuove soluzioni per migliorare il servizio".

CORSI SU MISURA



LEZIONI Bar University ha creato un corso full immersion di una giornata sulle tecniche di vendita e di motivazione del personale a beneficio dei capiservizio e del management Valtur.
CAFFÈ LETTERARI Manager e capi villaggio sono stati coinvolti in due momenti di formazione di un paio d'ore l'una sulle tendenze del mondo dell'intrattenimento e sull'evoluzione dei gusti dei consumatori.



 


Bargiornale luglio agosto 2010

Archivio copertine Horeca –

localicase history8 Terrazzamare, Jesolo (Ve). Qui é sempre festa12 Mood, Torino. Libri&CaffÚ, evergreen che piace16 Bologna Gran Bistrot. Drink, caffé e food. Tutto senza fronzoli 20 Ladurée, Milano. La gioielleria dei dolci dal mondo24 Vienna: vecchi caffé, nuove attrazioni28 Tavola Calda Bistrot by Palazzolo, Rouen (Francia).Cannoli in viaggiotendenze&progetti33 Progetto Spice me. Porte aperte alla seduzionetecnologia36 Nuovi dehors: quel toc…

locali
case history
8 Terrazzamare, Jesolo (Ve). Qui é
sempre festa
12 Mood, Torino. Libri&CaffÃ
š, evergreen che piace
16 Bologna Gran Bistrot. Drink, caffé
e food. Tutto senza fronzoli
20 Ladurée, Milano. La gioielleria dei dolci dal mondo
24 Vienna: vecchi caffé
, nuove attrazioni
28 Tavola Calda Bistrot by Palazzolo, Rouen (Francia).Cannoli in viaggio
tendenze&progetti
33 Progetto Spice me. Porte aperte alla seduzione
tecnologia
36 Nuovi dehors: quel tocco di stile in più
attività
40 Fenomeno burlesque. Notti piccanti in giro per l'Italia
46 Il panettone estivo, tra polemiche ed entusiasmi
48 L'anima slow del bar rivive con un libro
49 la dispensa del gastronauta
50 il cliente misterioso
52 protagonisti

professione

norme&fisco
55 Non dovuta l'Iva sui proventi da slot
57 Regolamentati i canoni di servizio
58 Stop ai totem per i giochi on line
60 Nuove denominazioni per i vini
62 Patto Scf-Siae per i diritti discografici
64 Problemi di sicurezza? Licenza sospesa
65 Avviare un bar: i requisiti professionali
66 Al via la riforma negli istituti alberghieri
gestione
68 Pasticcerie: fare affari con il catering
70 Software e applicazioni per il drink cost
formazione
72 Tutti a lezione di comunicazione
food&drink
prodotti
74 Spumanti, campioni dell'aperitivo
76 L'energy drink dà la carica al bar
ricettario
80 Maestri del cocktail
88 l'angolo del caffé

90
92 birra&co
94 vini al bar
letti al bar 
96drink story
imprese&mercati
top management
98 Fabrizio Capua, ad Caffé
Mauro. Dalla Calabria alla Grande Mela
zoom
102 Il pranzo, oggi e domani
106 Faremo la spesa di lusso e di benessere
108 Vending in frenata aziende
110 Visita guidata al Sana
114 Diageo BartenderLab, laboratorio di idee
116 Bacardi, il pipistrello del rum esce allo scoperto
118 Maestri dellâ??Espresso junior. Allievi più 
preparati alla prova caffé
distribuzione
120 Dolceitalia: come investire negli snack

gi
ù il cappello 123
agenda 124
annunci 126
indirizzi 128

Porte aperte alla seduzione

Il bar che non c'è –

Spice me è il progetto di un locale polifunzionale per coppie creato da un gruppo di lavoro del corso in New entertainment Design del Poli.design di Milano. Si fonda sull’esaltazione delle percezioni sensoriali con atmosfere intime, profumi d’ambiente e cibi afrodisiaci

Un locale giocato sul tema della seduzione, al cui interno offrire un'esperienza polisensoriale fatta di atmosfere, di profumi e di cibi afrodisiaci. È Spice me, progetto creato da un gruppo di partecipanti del corso di New Entertainment Design del Poli.design di Milano. L'idea guida è di creare un ambiente che favorisca la relazione, qui pensata soprattutto come relazione di coppia, visto che il target di riferimento sono proprio le persone in cerca di una serata a due. Nel concept Spice me tutto è pensato per il massimo coinvolgimento dell'ospite: dalle luci puntuali ai profumi d'ambiente, dalle forme morbide e avvolgenti delle sedute ai colori, per finire con i cibi, rigorosamente finger food. L'ampia metratura disponibile ha suggerito la creazione di uno spazio polifunzionale, al cui interno convivono un lounge bar, un ristorante con servizio di take away e un cocktail bar con un ampio dehors. Una scommessa interessante che potrebbe innovare il panorama dell'intrattenimento serale.

Ecco alcuni elementi del progetto:

1. Nel dehors le sedute sono create in modo da favorire la conversazione tra le persone, che si trovano una a fianco dell'altra. I punti luce, uno per seduta, contribuiscono
a creare intimità.

2. Materiali morbidi e colori tenui caratterizzano i divanetti del cocktail bar, ognuno con il proprio tavolinetto dove condividere le consumazioni.

3. La forma circolare dei tavoli del ristorante, da 2, 4 o 6 persone, crea intimità.
Un effetto rafforzato dall'offerta di cibi nel menu, centrato sui finger food da mangiare con le mani.

4. Si chiama Cocoon il privé “nascosto” sotto la scalinata che sale al pian terreno.
Un luogo pensato per garantire la più totale riservatezza: lo spazio interno è chiuso e non visibile da fuori.

5. La scala che collega dall'interno i due piani su cui è suddiviso il locale, l'elemento più scenografico, ha un corrimano a forma di serpente, simbolo della seduzione, tema forte del locale.

6. La parte finale della scalinata, pensata come la testa del serpente, si trasforma
in un tavolo, pensato come base per l'allestimento del buffet dei dolci.

Dehors con un tocco in più

Tecnologia –

Rendere lo spazio esterno un luogo accogliente è anche una questione di dettagli: dalla mise en place alle fioriere, una selezione di oggetti di design utili allo scopo. E la tecnologia offre una serie di soluzioni per far sì che ci sia sempre una temperatura gradevole, anche quando il caldo estiv

Per un bar o un locale, poter disporre di un dehors, permanente o temporaneo, è una ricchezza. Le tipologie di dehors più frequenti corrispondono agli spazi circoscritti posti nelle aree antistanti i locali oppure ad aree attrezzate nei cortili interni o sulle terrazze, mentre sono pochi e privilegiati gli esercizi che possono usufruire di un giardino.
Grande o piccolo che sia, il dehors costituisce un valore aggiunto e un elemento di grande attrattiva soprattutto nei mesi più caldi. Il must, per i gestori, è rendere piacevole lo spazio.
Regole e scelte degli arredi
Facciamo però un piccolo passo indietro prima di capire come rendere il proprio dehors un angolo di paradiso. Il primo passo da fare è accertarsi che sussistano le condizioni per poterlo realizzare e poi attenersi alle normative relative alla fattibilità (vincoli architettonici, dimensioni, materiali e colori delle attrezzature consentite eccetera) e alle barriere architettoniche. Purtroppo non esiste una legge nazionale in materia di dehors: ogni Comune ha le sue regole che variano in base a criteri tra cui l'ampiezza del locale, la sua posizione nel contesto circostante e nella cerchia urbana.
Dato per scontato che il dehors sia costruito secondo le norme, il secondo passo da affrontare è il suo allestimento, dagli arredi ai complementi.
Questi ultimi non sono da sottovalutare. Al contrario, sono indispensabili per conferire allo spazio una sensazione di maggior comfort.
Per gli arredi, si può scegliere qualsiasi tipo di tavolo o seduta purché specifico per outdoor e dunque prodotto con materiali resistenti a umido, acqua e luce. Per quanto riguarda la scelta dei modelli, in teoria si può comprare di tutto. Basta però esser consapevoli che le comuni e anonime sedie “da mercato”, con annessi tavoli, abbassano di livello lo stile del dehors e, di riflesso, del locale. Tutt'altra cosa è creare uno spazio con arredi di valore qualitativo ed estetico. Perché se è vero che la voce “design” appesantisce i costi dei singoli pezzi d'arredo, è altrettanto vero che ripaga nel risultato finale, rendendo più appetibile il locale.
Il ragionamento sulla selezione di arredi di qualità è un po' la premessa per parlare dei complementi, per cui valgono gli stessi identici principi.
Puntare sull'estetica è una mossa vincente, e per quanto più cari possano essere gli oggetti di design, non si tratta mai di grandi investimenti. Vasi, fioriere, lampade, lanterne, tovagliette o candele belle e a costi contenuti sono facilmente reperibili. Il vero problema per i complementi è “quali”. O meglio: che cosa serve davvero per abbellire il dehors e renderlo più funzionale? Per prima cosa, la luce. Le lampade a soffitto non sono le più indicate per creare la cosiddetta “atmosfera soft”, mentre lo sono le piantane create apposta per l'esterno, ideali per illuminare dehors in cortili o terrazze. Lanterne a olio o candele sono invece consigliabili ovunque, poiché conferiscono un tocco di “magia” al contesto e sono perfette per gli spazi ridotti perché si possono appendere o appoggiare al centro del tavolo.
Da non sottovalutare la mise en place, soprattutto nei locali che propongono light lunch o aperitivi al tavolo. Con poca spesa, sono disponibili tovagliette in canapa o in plastica decorata e, per la bella stagione, anche il classico servizio di bicchieri può “rifiorire” con le nuove proposte super colorate per tumbler e calici.
Ma oggetti e complementi sarebbe meglio fossero anche a “prova di ladro”: meglio puntare su oggetti sì belli, ma inafferrabili o tutto sommato non così desiderabili. I bicchieri colorati possono essere in plastica, così come le tovagliette e i set per appetizer e stuzzichini; le candele, di grandi dimensioni; i posacenere, da terra; le lanterne, appese.

Rendere gradevoli le temperature
Altro fondamentale punto per rendere un dehors come una mini oasi è il controllo del clima. Kat Italia, Idrobase o Star Progetti, tra le maggiori aziende specializzate in prodotti per climatizzare le aree outdoor, propongono apparecchiature specifiche di grande efficienza ed esteticamente gradevoli. Si va dal classico fungo agli elementi con ventola su ruote fino ai dispositivi fissi da incassare nelle strutture di sostegno. Le apparecchiature su ruote da libera installazione climatizzano lo spazio grazie all'effetto combinato tra ventilazione e nebulizzazione dell'acqua e si possono collocare fra i tavoli e lungo il perimetro del dehors - che si può abbellire con le fioriere - tenendo presente che il raggio di azione di un singolo apparecchio è di circa 35-40 mq. Sono la soluzione ottimale per i dehors stagionali e presentano notevoli vantaggi: consumi ridotti (circa 300-400 Watt), una discreta autonomia di funzionamento (intorno alle 5 ore), nessun bisogno di particolari prese elettriche o attacchi speciali per la corrente.

Software e applicazioni per calcolare il drink cost

Professione –

Dal Cocktail Cost Calculator del sito Cockeyed.com all’applicazione iFNB per Melafonino firmata da Ales Olasz del famoso cocktail bar Montgomery Place di Londra. Tutti i nuovi sistemi per calcolare il costo di un drink, ma anche il tasso alcolico, le calorie ecc.

Dici cocktail di lusso e pensi subito a un salasso. Immagini cocktail inarrivabili preparati con marchi dai costi proibitivi, frutta esotica che vale oro, spadini da decorazione tempestati di diamanti e altri ingredienti fuori portata. Eppure il modo per trasformare un cocktail rospo in un principe c'è. E non è neppure così dispendioso.
Prendi un Margarita per esempio. Calcolarne il costo è elementare. Costo al litro di ogni ingrediente moltiplicato per una dose o parte di prodotto (da ricordare che la dose, solitamente in centilitri, va considerata per questa operazione in litri) si fa l'addizione di tutti gli ingredienti e si tirano le somme. Si scopre così che, con un buon Tequila, un Triple Sec di qualità, il succo appena spremuto di un lime e un pizzico di sale rosa dell'Himalaya per la crusta, spenderemmo poco di più rispetto a un drink preparato con una sottomarca, limone e sale comune (vedi grafico sopra): da meno di un euro si arriva a poco più di un euro. Visto che il margine di guadagno, ovvero la differenza tra prezzi e costi, è sufficientemente alto, perché non scegliere la versione luxury? Un aperitivo fatto con prodotti di classe, è probabilmente il migliore biglietto da visita che possiate porgere alla vostra clientela.

Il cocktail calculator

Quello che può diventare macchinoso, quando si fanno delle comparazioni tra cocktail semplici e in versione luxury, è calcolare di volta in volta i due prezzi. Su Internet troviamo alcune scorciatoie, da drinksmixer al più specifico Cocktail Cost Calculator di Cockeyed. Quest'ultimo, in particolare, offre varie opzioni. Per esempio nella griglia di calcolo è possibile selezionare con quale Tequila (base, premium, ultra premium) realizzare il drink; scegliere il Cointreau o un altro prodotto come aromatizzante; selezionare un altro frutto al posto del lime, e via così. L'unico inconveniente, se vogliamo essere pignoli, è che i prezzi sono in dollari. Per i possessori di Melafonino c'è un'altra applicazione molto utile. L'ha firmata Ales Olasz, manager del Montgomery Place, uno dei migliori cocktail bar di Londra. iFNB si scarica con cinque dollari ed è tagliata su misura per chi si occupa di food & beverage nell'industria dell'ospitalità. Grazie a questa app si possono eseguire operazioni semplici e complesse.

Tutti i calcoli possibili

Si può determinare il margine di guadagno di ogni singolo cocktail (sia nella variante classica sia in versione alternativa) o calcolare i costi di un cocktail party, calcolare il tenore alcolico, tenere aggiornati i prezzi dei vari prodotti, convertire once in centilitri, ecc.
Per chi non possiede un iPhone c'è poi una terza via. Ovvero costruirsi, o farsi costruire, un foglio di calcolo con Excel. Il vantaggio è che il documento si può personalizzare in base alle esigenze specifiche, salvando per esempio le modifiche alle varie voci e i risultati di vendita. Sul sito hospitalityguild.com ne trovate diversi esempi.
Servizio di lusso
Infine, un'ultima considerazione sui cocktail di lusso. Pensiamo che per il cliente medio il lusso non stia soltanto nella proposta di prodotti premium o nella frutta fresca, ma soprattutto nella qualità del servizio. Un cocktail shakerato al tavolo, un bicchiere di servizio elegante e originale, degli stuzzichini diversi rispetto a quelli ordinari, possono trasformare il più comune dei locali in un posto più appetibile. Investire in un saluto cordiale, in un “buongiorno” o in un piccolo gesto che faccia sentire l'ospite ben accolto, parafrasando la nota pubblicità, non ha prezzo

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