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Fabio Boldini è il nuovo chief commercial officer Italia di Mionetto

Mionetto Fabio Boldini cco
La storica cantina di Valdobbiadene rinnova il proprio assetto organizzativo: Boldini entra nel management board come cco Italia, mentre Paolo Bogoni consolida il proprio ruolo nella guida della strategia globale del marchio

Consolidare il posizionamento del marchio sul mercato italiano e sostenere con maggiore incisività il percorso di crescita internazionale. Con questi obiettivi Mionetto ha rivisto il proprio assetto organizzativo, procedendo con il rinnovo della sua governance. La principale novità è l’ingresso nel management board della storica cantina di Valdobbiadene di Fabio Boldini (nella foto in apertura) con l’incarico il ruolo di chief commercial officer (cco) Italia.

Boldini porta con sé una solida esperienza nel mondo del marketing e delle vendite nel settore dei beni di largo consumo e delle bevande alcoliche. La carriera del neo cco Italia ha preso il via nel brand management di Procter & Gamble, per assumere, successivamente, incarichi di crescente responsabilità fino a diventare direttore generale della divisione Vini e Liquori di Illva Saronno, multinazionale italiana proprietaria di marchi iconici del beverage tricolore, quali Amaretto Disaronno e Tia Maria, dove si è occupato di supervisionare le attività commerciali e marketing delle filiali internazionali.

Una nuova fase di sviluppo

Nella nuova avventura in Mionetto, il manager si occuperà di coordinare le funzioni Sales e Marketing per il mercato nazionale. A lui il compito di guidare una nuova fase di sviluppo dell’azienda, focalizzata sui nuovi trend, sull’evoluzione delle occasioni di consumo e sulla valorizzazione della connessione tra strategia commerciale, posizionamento del marchio e dinamiche del mercato. In questa mission Boldini potrà fare leva sul suo approccio fortemente orientato alla comprensione dei nuovi comportamenti dei consumatori e dei linguaggi contemporanei del mercato, puntando a valorizzare i diversi contesti di consumo e accompagnare il brand nelle evoluzioni della cultura del bere di qualità.

«Il mercato sta cambiando rapidamente, non solo nei prodotti ma anche nelle occasioni e nelle modalità di consumo – ha commentato il manager in una nota che annuncia la sua nomina -. Per questo vogliamo adottare un approccio ancora più orientato all’ascolto dei consumatori e alla capacità di intercettare i nuovi trend che stanno ridefinendo il modo di vivere il nostro settore».

Paolo Bogoni guida la strategia internazionale

Il riassetto organizzativo ha riguardato anche la figura Paolo Bogoni, che ricopre l’incarico di chief marketing officer a livello globale. Il manager estenderà ulteriormente il proprio impegno nella definizione e nella guida della strategia internazionale del marchio. La mission per lui è di garantirne lo sviluppo e le performance, valorizzando l’identità distintiva del brand in tutti i mercati dove è presente, ovvero negli, oltre 70 Paesi di tutto il mondo.

Con il nuovo assetto, il management board dell’azienda, dal 2008 parte del Gruppo Henkell & Co., oggi Henkell-Freixenet, tra i principali produttori al mondo di bollicine è ora composto da: Alessio Del Savio, amministratore delegato e chief technical officer; Paolo Bogoni, global chief marketing officer; Fabio Boldini, chief commercial officer; Marco Tomasin, chief financial officer.

illycaffè rafforza la partnership con Seconda Chance per il reinserimento dei detenuti

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La torrefazione ha messo a disposizione 50 borse di studio attraverso l'Università del Caffè e ha avviato i primi inserimenti diretti nello stabilimento di Trieste: l'obiettivo è integrare fino a 10 persone entro la fine dell'anno

illycaffè rafforza la collaborazione con Seconda Chance, l'associazione no profit fondata nel 2022 con la missione di creare un ponte tra il mondo delle carceri e le imprese per favorire il reinserimento nel mondo del lavoro delle persone che scontano una pena. Il progetto, avviato lo scorso anno attraverso attività di formazione nelle case circondariali di Trieste, Udine e Pordenone, compie ora un ulteriore passo in avanti, grazie a 50 borse di studio messe a disposizione dall'Università del Caffè della torrefazione triestina. Il percorso formativo è focalizzato sui processi produttivi del caffè e sulla sua trasformazione e punta a fornire ai detenuti competenze spendibili nel mondo del lavoro, in particolare nel settore del pubblico esercizio.

I primi inserimenti in azienda

Ma non solo, perché negli ultimi mesi sono iniziati i primi inserimenti diretti in azienda: al momento due persone in esecuzione penale esterna coinvolte nel progetto sono già entrate nello stabilimento di Trieste, con l'obiettivo di arrivare a integrare entro fine anno fino a 10 persone.

Numeri che raccontano una storia più ampia: Seconda Chance ha finora attivato sul territorio nazionale quasi 800 offerte di lavoro, e la partnership con una realtà come illycaffè rappresenta una leva importante per coinvolgere altre aziende disposte a valutare personale detenuto meritevole. Una testimonianza di come il mondo delle imprese possa svolgere un importante ruolo sociale, che va oltre la creazione di valore economico. Offrire una seconda opportunità a chi sta cercando di ricostruire il proprio percorso di vita dopo la reclusione significa anche contribuire a diminuire il tasso di recidiva, a beneficio non solo delle persone coinvolte, ma di tutta la comunità.

L'impegno sociale di illycaffè

L'iniziativa si inserisce nel solco dei valori B Corp che guidano illycaffè, e cade in pieno B Corp Month 2026, che quest'anno mette al centro proprio la collaborazione tra imprese e terzo settore come motore di impatto positivo. La collaborazione con Seconda Chance rientra nel più ampio impegno dell'azienda in iniziative a forte impatto sociale, rivolte alle diverse forme di vulnerabilità che possono attraversare la vita delle persone. illycaffè è infatti al fianco di Lilt (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori), con la quale sostiene programmi di prevenzione e diagnosi precoce attraverso il progetto delle Visite Donate, della Fondazione Umberto Veronesi, con la promozione della ricerca scientifica e della prevenzione dei tumori femminili, e collabora con la Comunità di San Patrignano, contribuendo a progetti dedicati al recupero e al reinserimento sociale delle persone ospiti della comunità, tra i quali il programma Adotta un educatore.

Arina Nikolskaya : «Il bar non è globale. Fa solo finta»

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Arina Nikolskaya è una professionista attiva a livello internazionale nel settore bar e dell’ospitalità. È Academy Chair dei World’s 50 Best Bars per Europa orientale, Asia centrale e Paesi baltici, ruolo attraverso il quale coordina e supervisiona il processo di voto per queste aree. Da oltre dieci anni è coinvolta nell’organizzazione di eventi e progetti legati alla mixology, tra cui il Moscow Bar Show. È fondatrice di SHIFT Project, iniziativa dedicata alla connessione e allo sviluppo di scene emergenti, con particolare attenzione ai Paesi dell’Europa dell’Est e dell’Asia centrale. Nel corso della sua carriera è stata inclusa tra le personalità più influenti del settore bar a livello globale.

 

Si tende a identificare il bar come un fenomeno globale. Quanto del nostro mondo è in realtà legato a una narrazione tutta occidentale?
Il primo istinto sarebbe di dire che, sì, la narrativa è perlopiù dominata da una visione occidentale, intendendo con questo termine americano-europeista. Il cocktail bar è un concetto americano, che è stato poi esportato in primis in Europa. Se poi però osserviamo meglio, vediamo che in questo momento l'Asia sta giocando un ruolo molto importante a livello globale. È uno di quei casi in cui un oggetto culturale tipicamente occidentale viene fatto proprio in Oriente, e molto spesso... migliorato. Un fenomeno che generalmente succede solo in questo senso, e non al contrario: nel nostro settore, gli occidentali non sono mai riusciti veramente a importare qualcosa di orientale e renderlo tecnicamente o qualitativamente migliore.

Il bar oggi è inclusivo?
“Inclusività”; una parola che appartiene perlopiù alla narrativa occidentale. Io stessa, che negli anni sono stata riconosciuta come una figura femminile importante per la nostra comunità, considero il fatto che il mio genere debba essere specificato, una forzatura superflua. Nel lato del mondo da cui provengo – Est Europa/ex Paesi Urss – non facciamo queste genere di distinzioni: sei una figura rilevante a prescindere dal fatto che tu sia maschio o femmina. Si tende a credere che le donne in posizione di potere siano poche, ma non è così. Non dico che sia sbagliato sottolineare il genere, ma che fa parte di una narrativa di tipo Occidentale.

«Essere in cima alle classifiche non significa essere la serie A mentre tutti gli altri sono serie minori. Significa giocare bene a quel gioco lì»

Lavori molto per connettere scene “periferiche” a quella globale. C'è il rischio che, una volta entrati nel sistema, queste perdano la propria identità?
“Perdere” non è la parola giusta, direi piuttosto “modulare”. Siamo molto diversi in giro per il mondo, e in qualche modo il sistema ci incentiva a parlare un unico linguaggio, per semplificare le connessioni. Un esempio su tutti? Il senso dell'umorismo. Ogni area geografica ha il suo. Non scherziamo tutti allo stesso modo, e ci sono battute che in alcuni casi semplicemente non puoi fare... perché o non farebbero ridere o addirittura verrebbero considerate offensive. In Est Europa c'è un senso dell'umorismo molto tagliente, che in qualche modo va “diluito” quando ci si approccia ad altre culture.

Qual è una cosa che i bartender faticano a capire di come funzionano effettivamente le classifiche internazionali?
Che puoi entrarci semplicemente essendo un buon essere umano che fa bene il suo lavoro. Molto spesso, quando un barman esce dalla sua regione e visita qualche “best bar” all'estero, i commenti che sento, in gran parte dei casi, sono negativi. Del tipo “mi aspettavo meglio / alla fine non è niente di che...”, ma quello che non è chiaro a tutti è che i ranking internazionali non si basano solo su quanto uno è bravo o meno: certo, devi essere un bar eccellente. Ma devi anche soddisfare certe caratteristiche che queste classifiche richiedono, implicitamente o meno. Devi decidere di competere in un certo sport. Non c'è solo uno sport nel mondo del bar, è questo quello che a volte non viene capito. Attenzione, parlo di sport, non di campionato. Essere in cima alle classifiche non significa essere la serie A mentre tutti gli altri sono serie minori. Significa giocare bene a quel gioco lì.

«Voi italiani siete l'esempio di come fare e non fare allo stesso tempo. una comunità forte a livello internazionale, ma internamente molto divisa»

Se dovessi dare un consiglio sincero a un barman che vive in un Paese “fuori dai radar”, qual è la prima cosa che dovrebbe fare per farsi notare?
Connettiti alla tua comunità locale. Se questa comunità è ancora debole, allora sii te stesso il leader. Vedo che molto spesso ci si aspetta che “qualcuno lo faccia”. A volte accade, altre volte semplicemente devi essere tu quel qualcuno. Quando la tua regione è fuori dai radar, molti spendono tante energie per far entrare il proprio bar in uno stage più grande, e dispergono risorse ed energie in maniera inefficiente, portando raramente un risultato a casa. Se hai un bellissimo cocktail bar ad Almaty, in questo momento hai un bellissimo cocktail bar in un posto che tutti stanno cercando su Google perché non sanno nemmeno dove sia. Per poter arrivare a parlare di Almaty, con SHIFT project, abbiamo prima fatto conoscere la Regione (Asia Centrale), poi il Paese (Kazakhstan) e infine siamo riusciti a raggiungere la città (Almaty) e i suoi bar. Molto spesso i bar competono con il proprio vicino, e questo non li porterà mai a niente.

Gli italiani come li vedi in questo?
Ecco, qui ti volevo. Gli italiani sono un esempio incredibile di come fare e non fare allo stesso tempo. A livello internazionale, sono perfetti. In una stanza con 100 persone, se due italiani si incontrano, sono immediatamente fratelli, e danno questa immagine di unità a tutti. A livello interno però, siete l'esatto opposto. Vedete il mondo del bar come un campionato di calcio in cui tifare per uno o per l'altro. Ci sono quelli che indossano la maglia de L'Antiquario e quelli che “Napoli non è nemmeno Italia per me”, ci sono i romani e i milanesi, i fiorentini “che parlano il vero italiano” e così via. È incredibile vedere come a livello internazionale rappresentiate una comunità così forte, mentre internamente siate così divisi.

Arina Nikolskaya
Arina Nikolskaya è Academy Chair dei World’s 50 Best Bars per Europa orientale, Asia centrale e Paesi baltici

«Tutto quello che mette al centro la tecnica prima del gusto, ci abbandonerà presto»

C'è un trend attuale nel mondo del bar che pensi che se ne andrà senza lasciare quasi nulla alle sue spalle?
Penso che tutto ciò che mette al centro la tecnica prima del gusto, ci abbandonerà presto. Quando apri un menu dei cocktail che sembra un menu food, allora le cose non funzionano. Seriamente; a nessuno interessa una carbonara o un'anatra alla pechinese in versione liquida. Gli esercizi di stile devono essere finalizzati a un risultato finale prima di tutto gustativo. Il mio consiglio spassionato è: se non è qualcosa che davvero ti appassiona e interessa, non ti far coinvolgere dalla tendenza del momento. Ti ricordi nel 2014 quando la gente si era fissata a fare i cocktail con il tè? Non mi ricordo quale brand ha persino trovato un giapponese che era un'artista della miscelazione con il tè, e l'ha portato a giro per il mondo a far conoscere la sua arte. E tutti erano lì a fare dei drink tremendi a base di tè, quando in realtà era evidente che non interessavano nemmeno a chi li faceva, e per questo non hanno minimamente attecchito con il pubblico. Io sono sicura che quel giapponese, che ora avrà cento anni, sia ancora lì a fare buonissimi cocktail a base di tè, ma perché la sua era una passione che ha trasformato in qualcosa di unico. L'esatto opposto di quello che è un trend.

Invece, c'è qualcosa che al momento stiamo sottostimando e che diventerà essenziale negli anni a venire?
Ne parliamo sempre, ma lo sottostimiamo non solo oggi, ma da sempre. L'infrastruttura umana. Lo sviluppare un team di bar che possa fare bene il lavoro dell'hospitality. Spesso si pensa che un bar ruoti intorno al concept e ai cocktail. Ma l'ospitalità diventa di valore solo quando si percepisce che lo staff sa cosa deve fare e come lo deve fare, lo fa bene ed è visibilmente contento di quello che fa. Un bar che investe nell'infrastruttura umana è necessariamente portato al successo.

Dopo anni che osservi il mondo del bar da una prospettiva ampia, cosa ti ha deluso di più nel nostro settore?
La distanza tra il linguaggio dell'ospitalità e il comportamento della industry. Utilizziamo costantemente termini come “care” o “community” ma spesso vedo che la direzione è al contrario.

«l'industria dell'ospitalità è una delle poche in cui possiamo ancora essere contenti di far parte dell'umanità»

Cos'è che ancora ti fa credere che il nostro sia un settore in cui investire tempo ed energie?
Nonostante tutto quanto detto sopra, penso che la nostra industry sia comunque una delle poche in cui una piccola azione fatta da un'individuo, possa migliorare in positivo la vita di un altro individuo. Quindi per questo vale la pena lavorare. Se non sei una rockstar, un grande giornalista e scrittore ecc... in quale altro modo puoi interagire con tante persone e cambiare positivamente la loro vita? Ho realizzato che l'industria dell'ospitalità è una delle poche in cui possiamo ancora essere contenti di far parte dell'umanità. It's all about the people.

Se dovessi descrivere la industry globale a qualcuno che non ne sa nulla, la descriveresti più come una “comunità” o come un “sistema”?
Penso che l'esempio più calzante sia quello di un grande campus universitario all'americana. Da un lato è un ecosistema definito, che ha in comune il fatto che tutti siano lì per lo stesso motivo. Dall'altro ci sono le micro o macro comunità: c'è il club dei lettori e la confraternita di quelli ricchi e fighetti. Ci sono gli sfavoriti che spesso rimangono tali, ma talvolta emergono. Ci sono i professori apprezzati da tutti e quelli che non si sa come mai hanno la cattedra. Penso sia questo l'esempio più calzante.

C'è qualcosa che la industry continua a professare, che semplicemente non è vera?
Che siamo una comunità globale. Ci sono una ristrettissima cerchia di persone che possono considerarsi parte di una comunità globale. Tutti gli altri sono in realtà dei “mercati” in cui le grandi aziende si danno battaglia per avere rubarsi a vicenda quote di mercato.

The Vero Bartender 2026: un brindisi agli anni Sessanta

The Vero bartender 2026 Lalita D’Alessandro_vincitrice Finale Italia
Lalita D’Alessandro, vincitrice della finale italiana di The Vero Bartender 2026
Lalita D'Alessandro, dell'Inn Ale Cafè di Alessandria, si aggiudica la finale italiana del contest di Amaro Montenegro. A maggio volerà a Bologna per la Global Final, dove affronterà i campioni nazionali di altri sette Paesi

In una tiepida sera di inizio primavera a Milano, otto tra i migliori bartender d’Italia si sono riuniti da Sali, al Radisson Collection Hotel Santa Sofia Milano, per contendersi un posto sul palcoscenico mondiale. L’occasione era la finale italiana di The Vero Bartender, il concorso annuale di Amaro Montenegro. Giunto alla sua nona edizione, il tema di quest’anno era dedicato al decennio che, più di ogni altro, ha contribuito a plasmare la moderna cultura del cocktail: gli anni Sessanta.

Lalita D’Alessandro, 30 anni, head bartender dell’Inn Ale Cafè di Alessandria, si è aggiudicata il primo premio. Il suo cocktail, Ghiacciato al Sole, ha superato una concorrenza agguerrita composta da Giuseppe Vorzillo (Ritorno al Bar, Acerra), Dario Guida (Maison Toledo, Pozzuoli), Nicola Pini (The St. Regis Venice), Francesco Acamporo (Chic Mama Positano), Antonino Parrinello (Volare Bologna), Emanuele Speranza (Orient Express La Minerva Hotel, Roma) e Javier Riascos (Sentaku Bologna), conquistando così un posto alla Global Final di Bologna il 27 maggio.

The Vero Bartender 2026 _Gli 8 finalisti
I finalisti italiani dell'edizione 2026 del concorso

Di origini italo-thailandesi, D’Alessandro ha costruito il suo drink vincente attorno a una narrazione giocosa ambientata negli anni Sessanta, con protagonista “Loretta”, una bartender visionaria sull’isola di Capri nel 1963, intenta a sperimentare con un frullatore cromato nel pieno del boom economico italiano. Il cocktail, servito in una flute da champagne, combina Amaro Montenegro con un’infusione di zest di limone di Capri, succo fresco e una dolcezza calibrata. Una creazione elegante, semplice e al tempo stesso sorprendente, che ha conquistato giuria, addetti ai lavori e giornalisti.

La finale italiana è stata valutata da una giuria di esperti composta da Rudi Carraro, global brand ambassador di Amaro Montenegro; Fabio Bacchi di BarTales Magazine; e Alice Musso, campionessa italiana in carica di The Vero Bartender (leggiAlice Musso vince la finale italiana di The Vero Bartender 2025). Musso aveva vinto l’edizione precedente con Cronosphere, un drink a bassa gradazione alcolica e dallo sguardo futuristico, costruito su ingredienti immaginati come locali tra 140 anni: un netto contrasto con l’approccio nostalgico di quest’anno.

La competizione

Lanciato nel 2016, The Vero Bartender nasce come una ricerca di talenti a livello italiano incentrata su un unico prodotto iconico: Amaro Montenegro, il celebre liquore alle erbe prodotto a Bologna dal 1885 con una miscela segreta di 40 botaniche. In nove edizioni, il concorso si è trasformato in un evento di respiro internazionale, attirando bartender da Europa, Nord America, Asia e oltre.

Ogni edizione si fonda su un tema culturale specifico, spingendo i partecipanti ad andare oltre la semplice miscelazione per costruire una vera e propria narrazione. Il tutto nel rispetto di vincoli precisi: un cocktail originale, almeno 3 cl di Amaro Montenegro e un massimo di cinque ingredienti. Tutto il resto - bicchiere, nome, garnish e storytelling - è lasciato alla libertà creativa del bartender.

Il tema 2026 ha offerto spunti particolarmente ricchi. Gli anni Sessanta sono stati un decennio di straordinaria densità culturale: dalla cultura hippie alla Dolce Vita romana, dalla corsa allo spazio ai Beatles. L’edizione italiana ha registrato circa 200 iscritti, selezionati attraverso valutazioni delle ricette, audizioni regionali e giudizi della giuria fino agli otto finalisti. Un gruppo eterogeneo, proveniente da tutta Italia - da Venezia a Roma, da Bologna alla costa campana - ognuno con una personale interpretazione del decennio.

La Global Final

Lalita D’Alessandro volerà ora a Bologna questo maggio, dove sfiderà altri sette campioni nazionali provenienti da Australia, Canada, Cina, Grecia, Balcani, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti: un’élite selezionata tra circa 1.000 partecipanti a livello globale.

Il format va ben oltre una singola serata di gara. La Global Final è strutturata come una residenza immersiva di una settimana, con sessioni formative, esperienze di brand ed eventi esclusivi insieme ad alcuni dei protagonisti della scena internazionale. Il vincitore assoluto otterrà un anno di grande visibilità professionale - tra fiere di settore, masterclass e attivazioni - oltre a un premio del valore di 6.000 euro.

Per Lalita D’Alessandro, però, il compito è chiaro: portare “Loretta” sul palcoscenico mondiale e verificare come un cocktail nato da un’estate caprese d’altri tempi possa confrontarsi con il meglio della scena internazionale.

Ha condiviso così le sue sensazioni con Bargiornale dopo la vittoria nella finale italiana:
«Quando ho saputo di essere l’unica ragazza su 16 semifinalisti ero elettrizzata e allo stesso tempo spaventata. Quando poi sono passata alla finale italiana, per il secondo anno consecutivo, volevo portarmela a casa a tutti i costi. È una vittoria che sognavo e ora è il momento di fare ancora meglio!».

La ricetta vincitrice

Ghiacciato al Sole di Lalita D’Alessandro


Ingredienti:
5 cl Amaro Montenegro infuso con limoni di Capri, 5 cl succo d’arancia freso, 2 cl succo di limone fresco, 1 cl sciroppo di zucchero
Preparazione:
blended
Guarnizione:
scorza di arancia e timo limone
Bicchiere:
flûte

Da Gokrì al pistacchio Dubai style, le novità Techfood per innovare l‘offerta food

techfood Gokrì
Dal sistema Gokrì per la preparazione di originali sfiziosità dolci e salate all'ampliamento delle linee a marchio Pausa e Squeezita con un occhio all'inclusività e al benessere. Le ultime soluzioni lanciate dall'azienda per arricchire la proposta e intercettare i nuovi trend

Il sistema Gokrì per la preparazione di gustose sfiziosità dolci e salate, l’ampliamento della gamma di granite e di bevande in capsula a marchio Pausa e di farciture Squeezita. Sono diverse le novità lanciate da Techfood per consentire ai gestori di ampliare e diversificare la loro offerta food e di bevande per conquistare e fidelizzare nuove fette di clientela.

Cominciamo con Gokrì, un nuovo sistema ideato per dare vita a un prodotto dalla forma originale e di grande croccantezza, Grokì appunto, ispirato alle tradizioni regionali italiane, più nello specifico ai gofri piemontesi e alle ferratelle abruzzesi, reinterpretate in chiave contemporanea.

Al centro della nuova soluzione l’omonimo sistema di cottura, solido e robusto, grazie alla struttura in acciaio inox, e dal design smart e compatto (dimensioni che ne permettono il facile posizionamento in qualsiasi locale. Il tutto senza bisogno di cappa di aspirazione, in quanto le piastre di cottura sono in Teflon longlife antiaderenti, autopulenti e antifumo, e, oltre a non rilasciare fumi e odori, ne rendono molto semplice e veloce anche la pulizia. Dotato di timer acustico e visivo, il sistema permette di creare la base croccante di forma circolare in soli 40 secondi: basta versare tra le due piastre il semilavorato Techfood, fornito in busta da 500 g, unito ad acqua. A questo punto, occorre solo completare con gli ingredienti che si preferisce, dando massimo sfogo alla fantasia e alla creatività, sfruttando anche la possibilità di piegare la base in due per ottenere un effetto simile a una piadina o a un taco oppure di tagliarla in spicchi per ottenere delle piccole cialde o in altre forme.

In questo modo è possibile dare vita in tempi molto rapidi a originali menù Gokrì dolci e salati per ogni momento della giornata, dalla colazione al pranzo, dall’aperitivo alla cena. Per esempio, si può completare la base con crema alla nocciola, fragole fresche, panna montata e cacao in polvere per creare un dessert a tutto gusto. Oppure, passando al salato, farcire con prosciutto crudo, pomodoro, mozzarella, basilico e glassa di aceto balsamico per una classica proposta da pranzo, o con pomodoro, cetrioli, olive nere, feta, cipolla e origano per una proposta vegetariana, o, per chi vuole spingere su ricette proteiche, farcire con uova sode a fette, avocado, pepe nero, radicchio e noci.

Le novità a marchio Pausa

La rassegna di novità Techfood prosegue con i nuovi gusti di granite a marchio Pausa. Sei le nuove referenze: menta, lime, fragola, melone, mango e pesca. Caratterizzate da un’alta percentuale di frutta, pari al 65%, sono proposte in bottiglia da 1 l e si preparano nel granitore, unendo al contenuto della bottiglia 5 l di acqua, oppure, per una preparazione espressa monodose, versando 50 ml di prodotto nel blender insieme ad acqua e ghiaccio.

Altra novità a marchio Pausa è il semilavorato per crêpes senza glutine (formato 500 g), da preparare con la machina Rondò 30, sviluppato per aiutare i locali a rispondere alle esigenze dei clienti affetti da celiachia o intolleranti al glutine. Sempre in un’ottica di inclusività con un occhio al tema benessere, la linea di bevande calde in capsula, compatibili con l’erogatore Ginny 4.0 Caps che include ginseng, caffè, tè, tisane e infusi, è stata arricchita con la referenza Ginseng Zero, senza zuccheri e lattosio.

Infine, la linea di farciture è disponibile anche in cheerpack con dispenser, in formato da 1,5 kg, una soluzione studiata per garantire all’operatore praticità e meno sprechi. Cinque le referenze che compongono la gamma, tutte realizzate rigorosamente senza glutine, senza omg e olio di palma: albicocca, frutti di bosco, crema pasticcera, nocciola e pistacchio.

Un nuovo gusto per le farciture Squeezita

E sempre a proposito di farciture, la gamma a marchio Squeezita si è arricchita del nuovo gusto Pistacchio Dubai Style, che abbina la crema spalmabile con alta percentuale di pistacchio (30%) al tocco crunchy della pasta kataifi. Con il nuovo arrivato, la gamma pensata per farcire al momento croissant, dolci o arricchire caffè e gelati conta ora in totale 14 referenze (formato da 2 kg), tra creme, marmellate e confetture, spaziando dai classici intramontabili (cioccolato fondente, cioccolato bianco, pistacchio, gran crema, gran nocciola, miele) alla frutta (albicocca, frutti di bosco, amarena, arancia) ai gusti più ricercati (cioccolato bianco con nocciole, caramello salato, cocco).

Mixology Experience 2026: la fiera del beverage punta sulla dimensione globale

Mixology Experience 2025
Per la quinta edizione della manifestazione dedicata alla mixology, a Fiera Milano Rho dall’11 al 14 maggio, un programma di Business Match potenziato per gli oltre 500 marchi attesi

Tutto pronto per la quinta edizione di Mixology Experience, la fiera dedicata al mondo del beverage professionale, che torna a Milano dall’11 al 14 maggio 2026 nel padiglione 6 di Rho-Fiera, al fianco di TuttoFood. Il progetto beverage di Bartender.it si conferma come piattaforma strategica di incontro tra aziende, buyer, professionisti del settore e operatori horeca e accelera quest'anno sul business internazionale. Lo fa con un programma di Business Match potenziato, in grado di mettere in relazione le aziende espositrici con i category manager dei principali gruppi di acquisto mondiali, con le piattaforme distributive nazionali e internazionali, gli importatori specializzati, i buyer attivi nelle principali capitali del beverage. Sono attese delegazioni da Europa, Nord America, Medio Oriente e Asia, confermando Milano come crocevia internazionale per il settore della mixology.
Oltre 500 i marchi coinvolti, con numerose new entry internazionali e un forte presidio dei brand emergenti, fra aziende di spirits e liquori, produttori di soft drink premium e analcolici evoluti, aziende di distillazione artigianale, ma anche birre, sparkling wine e bevande in generale, distributori e piattaforme tech dedicate al beverage, aziende del bar equipment e soluzioni per l’ospitalità.

Un percorso iniziato con l'edizione 2025, la prima all’interno di TuttoFood Milano, una partnership nata per offrire ai visitatori un’esperienza completa e integrata, che mette insieme eccellenze beverage e food. Una formula di successo, premiata dagli operatori dei due settori, come testimoniano i numeri della scorsa edizione, che ha registrato oltre 95.000 visitatori e 3.000 buyer. «Aspiravamo da anni a contribuire alla creazione di una vera opportunità di business internazionale per il mondo del beverage», commenta l’ideatore e organizzatore di Mixology Experience, Luca Pirola.
Una quattro giorni che ottimizza tutte le esigenze commerciali, di export e di vendite delle aziende beverage e dei loro brand. «Il programma di Business Match del 2026 - continua Pirola - permetterà alle aziende di incontrare i più grandi category manager dei gruppi di acquisto mondiali, insieme alle piattaforme distributive italiane e internazionali. Senza dimenticare il pubblico dei professionisti: attiveremo un programma nel “Main Stage” e nel “Main Bar Arena” ricco di novità, contenuti ed esperienze da vivere, confermando Mixology Experience come il luogo in cui il settore cresce e si riconosce».
Non mancheranno, infatti, momenti di formazione e contenuti, con un palinsesto dedicato al beverage pairing e al dialogo tra cucina, mixology e ospitalità. E ancora: conferenze e talk internazionali con bartender, bar consultant e brand ambassador di rilievo mondiale; masterclass tecniche dedicate a spirits, cocktail contemporanei, analcolici evoluti e nuove tendenze di consumo; esperienze immersive pensate per coinvolgere il pubblico professionale lungo l’intera durata della manifestazione. Il cross-over tra food&beverage sarà valorizzato dal percorso espositivo, mostrando come la miscelazione moderna possa dialogare con la cucina d’autore, la ristorazione casual e i format di nuova generazione.

Le nuove partnership di Campari Academy per la formazione di eccellenza

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L'Accademia di Campari amplia la sua offerta per la colunità dei bartender con nuove collaborazioni che coinvolgono alcune delle realtà più autorevoli della formazione di tutta Italia

Campari Academy rafforza ulteriormente la sua offerta di formazione di eccellenza per la comunità dei bartender. Lo fa con cinque nuove collaborazioni con alcune delle scuole e dei format più autorevoli del panorama italiano, distribuiti da Nord a Sud della Penisola. L'obiettivo è costruire una vera e propria rete della formazione, capace di mettere in dialogo scuole, formatori e professionisti attraverso contenuti validati e condivisi. Un progetto che guarda sia ai giovani che si affacciano alla professione sia ai professionisti che vogliono aggiornarsi e accrescere il loro bagaglio di competenze.

Le nuove collaborazioni

Tra i nomi coinvolti figurano realtà consolidate e voci autorevoli del settore. Samuele Ambrosi ospiterà nei suoi CloakStudios di Treviso un ciclo di masterclass e il modulo Generazione Aperitivo. Il format punta a stimolare la creatività partendo dalle tecniche di base, con l'idea che una proposta aperitivi efficace non debba essere complicata, ma differenziarsi dall'offerta standard rimanendo replicabile nella quotidianità del lavoro al bancone.

A Bologna entra in gioco Drink Factory con Formula Aperitivo, un modulo, curato da Federico Mastellari, interamente dedicato al rituale dell'aperitivo all'italiana, supportato dai contenuti della piattaforma drinking.me. L'approccio scelto è volutamente concreto: meno tecnicismi fini a sé stessi, soluzioni subito applicabili, più attenzione a drink che funzionano nel mercato reale, realizzati con i prodotti della bottiglieria quotidiana, con un occhio costante alla sostenibilità economica e al food cost. Perché il vero protagonista del bar, in questa visione, resta l'ospite e il bartender moderno deve saper rendere accessibile e comprensibile anche la miscelazione più ricercata.

Sul fronte della gestione, Arkana Consulting di Dom Carella si occuperà di menu engineering e amministrazione dell’attività a tutto tondo, mentre Percento LaB di Milano terrà il corso Ultimate Twist on Classic. Restano confermate le collaborazioni già avviate con il Jerry Thomas Educational di Roma, con il corso Bar Management fruibile sia nella capitale che a Milano, e con Fulvio Piccinino e il suo format Esperienza, dedicato a degustazioni e divulgazione per professionisti e appassionati.

Spinta anche sul digitale

In parallelo ai corsi in aula, Campari Academy investirà in un piano strutturato di contenuti digitali, andando incontro a una fetta sempre più ampia di professionisti che si aggiorna anche attraverso i social media, caratterizzati da rapidità e immediatezza. Strumenti che nella visione della piattaforma di formazione di Gruppo Campari rappresentano solo un punto di partenza: la frequentazione dei corsi, il confronto con i formatori e l’esperienza diretta acquisita sperimentando dietro al bancone restano fondamentali per fare un deciso salto di qualità.

Tutte le informazioni sui moduli e le iscrizioni ai vari corsi sono disponibili su campariacademy.it.

Birra Messina Note di Melograno, l’insolita lager alla conquista dell’aperitivo

Birra Messina Note di Melograno
Birra Messina Note di Melograno con bicchiere brandizzato
La nuova nata è una lager impreziosita da succo di melograno, dal colore rosso brillante e dal gusto equilibrato. Pensata per intercettare la voglia di sperimentare che, sottolinea uno studio di AstraRicerche, caratterizza il momento dell'aperitivo

Succo di melograno in una birra. Non è un esperimento da birrificio artigianale di tendenza, ma la nuova proposta di Birra Messina: si chiama Note di Melograno ed è l'ultima arrivata della famiglia, pensata esplicitamente per il momento dell'aperitivo.

Impreziosita da succo di melograno, la nuova nata è una lager con grado alcolico del 5% dal colore rosso brillante e luminoso che già a prima vista racconta qualcosa di diverso dal solito. Al palato, le note fruttate sono presenti, ma misurate, il finale è delicato ed elegante, non stucchevole, e lascia un retrogusto pulito e fresco. Con un grado di amarezza moderato, Birra Messina Note di Melograno si caratterizza per il perfetto equilibrio tra la componente birra e la nota aromatica del melograno, punto sul quale il prodotto gioca la sua carta principale: non una birra alla frutta in senso tradizionale, ma una lager con un carattere ben riconoscibile e una spinta in più.

In bottiglia da 33 cl, che richiama nella forma quella dell'iconica Cristalli di Sale, ma in versione trasparente, che ne valorizza il colore acceso, la nuova nata è ideale da servire da sola, la temperatura consigliata è di 3-5 °C, o in abbinamento agli stuzzichini tipici dell’aperitivo, ma si presta perfettamente a esperienze di consumo inedite per una birra: per esempio, servendola con ghiaccio e foglie di menta.

Aperitivo come esperienza identitaria

Il lancio di Note di Melograno arriva in un momento nel quale il rito dell'aperitivo si arricchisce di nuovi significati per i consumatori. Una ricerca condotta da AstraRicerche per Birra Messina, su oltre 1.000 connazionali tra i 18 e i 70 anni, che sono soliti fare l’aperitivo almeno 2-3 volte al mese, con un focus particolare sulle giovani generazioni, fotografa questa evoluzione con numeri interessante.

Il primo è che per quasi un giovane della Gen Z su tre scegliere cosa bere all'aperitivo è diventato un gesto identitario, un modo di raccontare qualcosa di sé. Il secondo è che la curiosità e la voglia di novità sono una leva decisiva per il 63% degli italiani, con Millennials e Gen Z in testa. La scoperta di ingredienti inattesi incide sulla scelta per il 41% del campione e l'aspetto visivo della bevanda conta per il 32%, confermando come oggi il piacere dell’aperitivo passi anche dagli occhi e dal racconto, oltre che dal gusto.

Il terzo è che se la dimensione sociale resta centrale, tra le nuove generazioni l’aperitivo si distingue sempre più per la qualità dell’offerta e la cura dell’esperienza complessiva. Per la Gen Z, infatti, la qualità di ciò che si beve e si mangia è un elemento chiave per il 44% degli intervistati, oltre 7 punti percentuali sopra la media nazionale, mentre il 23% attribuisce grande importanza alla cura dei dettagli, dall’estetica della presentazione fino alle modalità di servizio, a fronte del 17% della media nazionale.

La birra deve sorprendere

Quando si parla della birra da accompagnare all’aperitivo, a fare la differenza è soprattutto la distintività del prodotto, il fattore più rilevante per il 55% degli intervistati, seguito da gusto, che deve essere originale ma equilibrato (36%) e facilità di bevuta (25%). Tra i più giovani, emerge inoltre una particolare attenzione verso caratteristiche in linea con uno stile di vita sano ed equilibrato (22%), insieme a elementi capaci di sorprendere, come il colore particolare della birra (18%) o la presenza di un ingrediente speciale (15%).

Infine, oltre il 60% del campione dichiara di aver già provato birre diverse dal solito, incluse quelle aromatizzate o arricchite da ingredienti speciali. E quando un prodotto convince, la fidelizzazione è concreta: più di un italiano su tre lo sceglierebbe di nuovo, un quarto arriverebbe a consigliarlo agli amici. Una platea già pronta, insomma. Birra Messina Note di Melograno prova a intercettarla con un prodotto che punta su sorpresa visiva e gusto sorprendente e accessibile: tre ingredienti che fanno la differenza sul fronte aperitivo.

Il ghiaccio non è trasparente

Ghiaccio
Il ghiaccio alimentare è un ingrediente delicato, con implicazioni su sicurezza, sostenibilità e consumo di risorse. E l'innovazione di processo può fare la differenza, come mostra il caso della tecnologia Ox-Ice sviluppata da Ice Cube

Nel bicchiere sembra neutro. In realtà il ghiaccio è uno degli ingredienti più delicati del beverage: incide su diluizione, estetica, sicurezza alimentare e consumo di acqua ed energia. Temi che tornano centrali anche in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua (22 marzo).

Il ghiaccio è un alimento a tutti gli effetti, prodotto a partire da acqua potabile e soggetto alle norme Haccp, come ricordano anche le indicazioni del Ministero della Salute. Ma spesso viene trattato come un accessorio. Eppure, i rischi non mancano: contaminazioni durante la manipolazione, conservazione non corretta, gestione superficiale lungo la filiera. Studi microbiologici e linee guida tecniche evidenziano come le principali criticità possano derivare non solo dall’acqua di partenza, ma anche da superfici, attrezzature e modalità di utilizzo, con la possibile presenza di batteri responsabili di contaminazioni alimentari. C’è poi il tema dell’impatto. Produrre ghiaccio richiede quantità rilevanti di acqua ed energia, e impianti non ottimizzati possono generare sprechi significativi.

Una barriera d’ossigeno

Un aspetto sempre più rilevante in un settore che oggi è chiamato a confrontarsi con sostenibilità e gestione delle risorse. In questo contesto si inseriscono alcune innovazioni di processo, come Ox-Ice, tecnologia sviluppata da Ice Cube in collaborazione con l’Università di Palermo, che prevede l’arricchimento dell’acqua con ossigeno attivo prima del congelamento per creare una barriera contro contaminazioni anche nelle fasi successive alla produzione.

La tecnologia brevettata, certificata da Dnv secondo lo standard STP89 che attesta la sicurezza e la qualità del ghiaccio alimentare, si caratterizza per l'impiego controllato di perossido di idrogeno come agente igienizzante naturale. La sua azione garantisce, insieme a un alto livello di sicurezza alimentare lungo tutta la filiera, anche un ghiaccio più trasparente.

Più sicurezza, meno acqua ed energia

L’introduzione del sistema ha portato anche all’aggiornamento degli impianti, realizzato con il supporto di Technoacque, con interventi che hanno interessato l’intera linea di trattamento dell’acqua. Il dato interessante è l’impatto: il nuovo sistema ha consentito una riduzione di circa il 50% del consumo di acqua ed energia rispetto alla configurazione precedente. Un risultato che apre una riflessione più ampia sull’efficienza dei processi produttivi nel mondo del ghiaccio alimentare.

Con il rilancio di Cinzano, Gruppo Caffo 1915 diventa un protagonista internazionale

L'enologo Lorenzo Barbero, direttore tecnico del nuovo stabilimento Cinzano con Nuccio Caffo, nuovo proprietario dell'azienda Cinzano entrata in Gruppo Caffo 1915
Per rilanciare marchio e prodotti Cinzano, Gruppo Caffo 1915 sta allestendo un nuovo e grande stabilimento a Diano d'Alba (Cuneo) nel cuore delle Langhe, che sarà pronto a fine d'anno, diretto dall'esperto enologo Lorenzo Barbero.

Dopo il lancio a livello internazionale del liquore tipico calabrese Vecchio Amaro del Capo, frutto di un’antica ricetta a base di 29 erbe officinali, radici aromatiche, fiori e frutti, Gruppo Caffo 1915 scende in campo con un nuovo e grande progetto.

Rilevato l’anno scorso da Campari la storica azienda Francesco Cinzano & C.ia, Gruppo Caffo 1915 di Limbadi (Vibo Valentia) sta affrontando infatti il mercato delle bevande alcoliche con rinnovata energia e impegno, ponendolo accanto a marchi di punta come gli amari Borsci S. Marzano 1840, Petrus Boonekamp 1777 e Bisleri 1881, insieme con le Grappe Mangilli 1886.

La ricca gamma di prodotti di Gruppo Caffo 1915

Fondato come laboratorio liquoristico artigianale nel 1757 nel centro di Torino dalla famiglia Cinzano, l’azienda poteva già vantare una secolare esperienza nel settore della distillazione di elisir e rosoli, tanto che nel 1786 ottiene il riconoscimento di Miglior Produttore di Vermouth dalla Real Casa di Savoia.

Nel corso del tempo l’azienda affronta una serie di passaggi di proprietà, dalla famiglia Marone a quella Agnelli, da Diageo a Campari, diventando un marchio internazionale presente in oltre cento Paesi del mondo, in particolare in America Latina.

«Quando un marchio come Cinzano entra nel nostro Gruppo - afferma il vulcanico Nuccio Caffo, amministratore delegato di Gruppo Caffo 1915 - non arriva semplicemente con degli ottimi prodotti, ma insieme con una storia che va non solo custodita ma valorizzata e rilanciata».

 Il debutto del nuovo corso Cinzano

Il primo segnale del nuovo corso Cinzano si è visto ai recenti saloni, Beer & Food Exibition di RiminiFiera con l'allestimento di un doppio grande stand in tema e Salone del Vermouth a Torino.

«Trasformare una storia così importante come quella Cinzano in esperienze contemporanee - precisa Giacomo Casoni, Responsabile Marketing & Trade Marketing di Gruppo Caffo 1915 - significa costruire proposte di marca chiare e comprensibili per il mercato, mettendo a disposizione degli operatori di settore strumenti, ritualità e format di servizio capaci di valorizzare i prodotti esistenti e crearne di nuovi in perfetta sinergia».

«La presenza di bartender di grande esperienza, affiancati da nuove voci del bartending contemporaneo - spiega Fabrizio Tacchi, Spirits & Amaro Ambassador di Gruppo Caffo 1915 - è parte integrante di questo progetto. Il confronto tra approcci diversi arricchisce il racconto del prodotto e ne amplia le possibilità di utilizzo. Il vermouth Cinzano viene così declinato come base moderna, leggera e versatile, capace di vivere sia nei grandi classici sia in nuove occasioni di consumo».

Non a caso nel doppio stand Cinzano-Gruppo Caffo 1915 di Beer & Food Exibition si sono esibiti con una serie di cocktail classici e moderni alcuni tra i migliori bartender italiani, dai “The King of Negroni” come il fiorentino Luca Picchi e il marchigiano Mauro Mahjoub, all’alchimist veneto Simone Baggio, al riminese contemporary mixologist Marco Pistone.

Da segnalare in particolare il lancio di novità come lo spumante Cinzano To Spriz, già molto diffuso a livello mondiale, unitamente a Cinzano Bitter Soda, ready to drink a base di vino in bottiglia monodose da 20 cl.

Nel cuore delle Langhe il nuovo stabilimento Cinzano

A tutto il 2026 la produzione Cinzano continuerà a cura del precedente proprietario Campari nello stabilimento di Novi Ligure (Alessandria), per proseguire poi nei nuovi spazi industriali che si stanno approntando a Diano d’Alba (Cuneo), in Valle Talloria, nel cuore delle Langhe.
Abbiamo raggiunto il “cantiere Cinzano" per conoscere lo stato dell’arte dalla viva voce del direttore tecnico, l’esperto enologo Lorenzo Barbero, proveniente dal management Campari: «Per il rilancio di Cinzano abbiamo rilevato gli spazi produttivi appartenuti all’azienda Giordano Vini, di cui sono stato negli anni Ottanta direttore, puntando a raddoppiare gli spazi e le capacità di stoccaggio e imbottigliamento, portandoli dagli attuali 17mila a 24 mila mq, pere una potenzialità di oltre 20 milioni di litri per aperitivi, vermouth e vini spumanti. La capacità di stoccaggio può attualmente contare su 14 grandi botti in legno da 5mila litri e su 800 barrique da 225 litri, oltre a una serie di serbatoi in acciaio inox per un totale di 15 milioni di litri. Inoltre avremo a disposizione gli spazi necessari per creare un grande Museo Storico Cinzano, con esposizione di una ricca memorabilia, dai poster ai prodotti, ai documenti originali provenienti dall'archivio storico Cinzano».

Diplomato alla Scuola Enologica di Alba, Lorenzo Barbero ha maturato molteplici esperienze dal 2006 al 2015 in varie aziende di settore, raccogliendo una serie di premi come Cantina dell’Anno Gambero Rosso per Sella & Mosca e Bollicine dell'Anno con Alta Langa Enrico Serafino. Nel 2015 diventa direttore di stabilimento Campari a Canale (Cuneo); nello stesso anno è eletto consigliere nazionale Assoenologi ed è cofondatore con Roberto Bava dell’Istituto del Vermouth di Torino, trasformato poi in Consorzio di Tutela del Vermouth di Torino Docg; nel 2021 viene eletto presidente del Consorzio Asti Docg.

Qual’è la strategia commerciale prevista per il nuovo corso Cinzano?
«Puntiamo al rilancio dello storico marchio italiano, conosciuto in tutto il mondo, con un rinnovamento graduale di grafiche e prodotti. Attualmente contiamo su una produzione di circa 17 milioni di litri, dei quali 12 milioni di vini spumanti e 5 di Vermouth, ai quali si devono aggiungere altri 5 milioni di litri prodotti negli stabilimenti in Argentina. Invariate saranno le ricette dei Vermouth di Torino Rosso ed Extra Dry Igp, così come i nostri prodotti di punta come Asti Docg, Brachetto d’Acqui Docg e Prosecco Doc. La gamma delle bollicine sarà completata con la novità Asti Rosé Docg e la ripresa del Metodo Classico Principe di Piemonte Alta Langa Docg. Per il mondo aperitivi pronti puntiamo anche su reintrodurre in Italia il monodose Cinzano Bitter Soda, già di grande successo su mercati esteri come la Spagna, e su Cinzano To Spritz, spumante ideale per l'aperitivo e già in distribuzione».

Dazn porta tutto il Mondiale Fifa 2026 nei bar

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Grazie allaccordo con Fifa, la piattaforma di intrattenimento sportivo trasmetterà tutte le 104 partite del Mondiale 2026 in esclusiva anche nel segmento business-to-business, ampliando l'offerta del servizio Dazn For Business dedicato a bar e ristoranti

Mentre la Nazionale guidata dal ct Rino Gattuso è ancora alle prese con due (si spera) sfide decisive per conquistarsi la partecipazione alla Coppa del Mondo di calcio, che si giocherà in estate in Canada, Messico e Stati Uniti, c'è chi al Mondiale Fifa 2026 ci andrà con un ruolo da assoluto protagonista. Dazn ha annunciato un accordo con Fifa che la rende l'unica piattaforma a trasmettere in esclusiva tutte le 104 partite del torneo anche nel segmento business-to-business, ovvero nei bar, ristoranti e locali aperti al pubblico.

Un doppio colpo per la piattaforma mondiale di intrattenimento sportivo che, dopo essersi assicurata i diritti per la trasmissione integrale della competizione in ambito domestico, chiude il cerchio portando il Mondiale anche nel fuori casa.

Grande calcio e non solo

Grazie a Dazn For Business, il servizio di streaming sportivo dedicato a bar e ristoranti, i locali dall'11 giugno potranno arricchire il loro menu con le partite del prestigioso torneo, diventando punto di ritrovo per tutti gli appassionati. Argentina, Brasile, Inghilterra, Olanda e tutte le altre grandi nazionali del pianeta animeranno le serate dei tifosi riuniti davanti agli schermi, fino alla finale in programma il 19 luglio al MetLife Stadium di New York.

Con l'abbonamento Dazn For Business, i gestori potranno non solo trasmettere in diretta streaming l'intera Coppa del Mondo Fifa, ma anche diversi altri eventi sportivi del ricco calendario in programma nei prossimi mesi. Tra questi il Roland Garros 2026, esclusiva Eurosport, disponibile su Dazn dal 24 maggio, la fase finale del campionato di Serie Bkt con i playoff che chiuderanno la stagione 25/26 a fine maggio, la grande pallavolo con gli Europei femminile e maschile 2026 che vedranno le Nazionali italiane impegnate, rispettivamente, dal 21 agosto al 6 settembre e dal 10 al 26 settembre.

I gestori dei locali che sono interessati ad attivare il servizio possono registrarsi già da adesso on line al sito business.dazn.com oppure chiamare il numero 800 776 860.

La nuova drink list del Freni e Frizioni di Roma è dedicata ai clienti del bar

Riccardo Rossi e il suo team mettono in fila i dodici "stereotipi" di cliente che varcano solitamente la porta del bar più famoso di Trastevere

Una delle domande che si fa di solito nei locali è: «Qual è la vostra clientela?». Riccardo Rossi e il team di Freni e Frizioni a Roma hanno voluto dare una risposta chiara e inequivocabile a questa domanda, mettendo in fila i dodici "stereotipi" di cliente che varcano solitamente la porta del bar più famoso di Trastevere. Ci siamo anche noi giornalisti, ci sono "gli amici del boss", i nerd, i martiniani che meritano un posto d'onore e che ovviamente non conoscono altro cocktail al di fuori del Martini, e ancora: «C’è il collega che dice di voler provare qualcosa di nuovo ma alla fine chiede sempre un Daiquiri. C’è il regular che ha appena scoperto il Paloma e ormai beve solo quello, convinto di aver trovato la formula definitiva». Ogni drink è una caricatura liquida, ogni nome un riferimento diretto (a proposito, i giornalisti pare che bevano Negroni!), con il suo linguaggio, i suoi tic e le sue ossessioni.
Un lavoro di osservazione culminato in una drink list che segue quella del ventennale, che ritrova delle buone idee che avevamo già notato qualche menu fa, come il mettere il grado alcolico dei drink per dare un'idea precisa a chi beve (hanno cominciato a farlo dopo la stretta del nuovo codice della strada), che è visiva ed essenziale, grazie anche alla collaborazione con Cultivar. Sono loro che hanno tradotto gli stereotipi pensati da chi vive ogni giorno dietro al bancone di Freni e Frizioni in illustrazioni punk in cui i cliché dei clienti diventano personaggi-cani: irriverenti e imperfetti, lontani da qualsiasi estetica levigata. Un immaginario che rispecchia l’identità del locale e il suo modo di comunicare schietto.

A rafforzare questo concept, è stato realizzato anche uno shooting fotografico con cani veri, in collaborazione con Canissimo, realtà specializzata in servizi di pensione e addestramento. Un progetto che porta nel reale l’immaginario della drinklist, mantenendone lo spirito ironico e dissacrante.

Come da tradizione Freni, la drinklist è pensata per accogliere gusti diversi: cocktail più semplici accanto a proposte più articolate, drink intensi e alternative low abv, profili dolci, acidi e amari, con distillati differenti per permettere a ogni cliente di trovare qualcosa che gli somigli, almeno un po’. Nel menu non sono presenti cocktail analcolici: a questi Freni dedica una drinklist separata, che sta già riscuotendo grande successo e continua a svilupparsi come progetto autonomo.

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