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Il controllo sulle telefonate private del dipendente

Sentenza n. 4747/2002 della Corte di Cassazione

Una piuttosto recente decisione della Corte di Cassazione (n. 4746 del 3.4.2002) ha legittimato il controllo sulle telefonate private del dipendente, escludendo che questa vigilanza violi l'art. 4 dello Statuto del lavoratori.

Secondo la Corte, sono possibili i controlli volti ad accertare condotte illecite del lavoratore, come quelli effettuati attraverso apparecchi di rilevazione di telefonate ingiustificate.

La Corte ha così considerato legittimo il licenziamento del dipendente che aveva utilizzato il telefono per uso personale "indipendentemente dall'entità del danno creato al datore di lavoro".

Diffusione nei bar delle partite di calcio criptate

La sentenza della Corte di Cassazione n. 23221/2004

Linea dura della Corte di Cassazione nei confronti di chi diffonde al bar o in altri esercizi pubblici le partite di calcio e le trasmissioni criptate trasmesse dall'emittente televisiva SKY.

Una piuttosto recente sentenza della Corte di cassazione ha infatti stabilito che il contratto domestico che consente di vedere da casa le partite criptate non può essere esteso agli esercizi commerciali. Si tratta della sentenza n. 23221 del 2004.

In caso contrario, sono previste sanzioni amministrative come il sequestro del decoder e della smart card.

Secondo la Suprema Corte, anche se la materia della diffusione non autorizzata di trasmissioni criptate e' stata più volte sottoposta ad interventi normativi non omogenei, deve essere prioritaria la tutela del diritto d'autore.

I responsabili dei danni provocati dagli animali all’interno dei locali

L’ordinamento prevede come esclusione di responsabilità la prova del “caso fortuito”



Una volta provato che l'animale ha causato il danno, non sarà necessario esaminare la questione della colpa del proprietario o del custode, perché il fatto stesso che si sia verificato l'evento è sufficiente a dimostrare che la custodia non è stata esercitata con diligenza.

Non ha alcun rilievo la condotta del proprietario, che potrà evitare il risarcimento soltanto provando un improbabile "caso fortuito", cioè un irresistibile fattore esterno che ha causato l'azione o la reazione dell'animale.



Ai sensi, infatti, dell'art. 2052 c.c. "il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall'animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito salvo che provi il caso fortuito".

Occorre precisare che con l'espressione "caso fortuito" la giurisprudenza intende "un fattore esterno che può consistere anche nel fatto del terzo o nella colpa del danneggiato, ma che deve comunque presentare i caratteri della imprevedibilità, inevitabilità e assoluta eccezionalità" (Cfr. Cass.Civ 01/472).



Il proprietario dell'animale, se riconosciuto responsabile nei confronti del gestore ex art. 2052 cod. civ., potrà sempre rivalersi nei confronti del temporaneo custode dell'animale (amico, collega, dog sitter) per la violazione dei doveri di vigilanza e sorveglianza.

Come l’ordinamento definisce l’imprenditore commerciale?

Il codice civile è il punto di riferimento normativo

La definizione del concetto di "imprenditore commerciale" ci viene fornita dal codice civile, il quale all'articolo 2082, stabilisce che si tratta di un soggetto (singolo o collettivo) che "esercita professionalmente una attività economica organizzata, al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi".

In sostanza, è imprenditore colui che si avvale del capitale e del lavoro a sua disposizione, al fine di soddisfare la domanda di beni e servizi del mercato.

Le disposizioni del Codice Civile relative alle distanze di luci e vedute

Anche nelle costruzioni di alberghi occorre il rispetto delle norme sulle distanze

SEZIONE VII - Delle luci e delle vedute



900 Specie di finestre

Le finestre o altre aperture sul fondo del vicino sono di due specie: luci, quando danno passaggio alla luce e all'aria, ma non permettono di affacciarsi sul fondo del vicino; vedute o prospetti quando permettono di affacciarsi e di guardare di fronte, obliquamente o lateralmente.

901 Luci

Le luci che si aprono sul fondo del vicino devono:

1) essere munite di un'inferriata idonea a garantire la sicurezza del vicino e di una grata fissa in metallo le cui maglie non siano maggiori di tre centimetri quadrati;

2) avere il lato inferiore a un'altezza non minore di due metri e mezzo dal pavimento o dal suolo del luogo al quale si vuole dare luce e aria, se esse sono al piano terreno, e non minore di due metri se sono ai piani superiori;

3) avere il lato inferiore a un'altezza non minore di due metri e mezzo dal suolo del fondo vicino, a meno che si tratti di locale che sia in tutto o in parte a livello inferiore al suolo del vicino e la condizione dei luoghi non consenta di osservare l'altezza stessa.

902 Apertura priva dei requisiti prescritti per le luci

L'apertura che non ha i caratteri di veduta o di prospetto è considerata come luce, anche se non sono state osservate le prescrizioni indicate dall'art. 901.

Il vicino ha sempre il diritto di esigere che essa sia resa conforme alle prescrizioni dell'articolo predetto.

903 Luci nel muro proprio o nel muro comune

Le luci possono essere aperte dal proprietario del muro contiguo al fondo altrui.

Se il muro è comune nessuno dei proprietari può aprire luci senza il consenso dell'altro; ma chi ha sopraelevato il muro comune può aprirle nella maggiore altezza a cui il vicino non abbia voluto contribuire.

904 Diritto di chiudere le luci

La presenza di luci in un muro non impedisce al vicino di acquistare la comunione del muro medesimo né di costruire in aderenza.

Chi acquista la comunione del muro non può chiudere le luci se ad esso non appoggia il suo edificio.

905 Distanza per l'apertura di vedute dirette e balconi

Non si possono aprire vedute dirette verso il fondo chiuso o non chiuso e neppure sopra il tetto del vicino, se tra il fondo di questo e la faccia esteriore del muro in cui si aprono le vedute dirette non vi è la distanza di un metro e mezzo.

Non si possono parimenti costruire balconi o altri sporti, terrazze, lastrici solari e simili, muniti di parapetto che permetta di affacciarsi sul fondo del vicino, se non vi è la distanza di un metro e mezzo tra questo fondo e la linea esteriore di dette opere.

Il divieto cessa allorquando tra i due fondi vicini vi è una via pubblica.

906 Distanza per l'apertura di vedute laterali od oblique

Non si possono aprire vedute laterali od oblique sul fondo del vicino se non si osserva la distanza di settantacinque centimetri, la quale deve misurarsi dal più vicino lato della finestra o dal più vicino sporto.

907 Distanza delle costruzioni dalle vedute

Quando si e acquistato il diritto di avere vedute dirette verso il fondo vicino, il proprietario di questo non può fabbricare a distanza minore di tre metri, misurata a norma dell'art. 905.

Se la veduta diretta forma anche veduta obliqua, la distanza di tre metri deve pure osservarsi dai lati della finestra da cui la veduta obliqua si esercita.

Se si vuole appoggiare la nuova costruzione al muro in cui sono le dette vedute dirette od oblique, essa deve arrestarsi almeno a tre metri sotto la loro soglia.


La Regione Lombardia chiarisce la disciplina sui pubblici esercizi

La circolare n. 17/2005 precisa alcuni aspetti della Legge 287/1991





La Regione Lombardia con la circolare n. 17 del 4 aprile 2005 chiarisce nel dettaglio:

1) i criteri per misurare la superficie di intrattenimento nelle discoteche e nei locali notturni; 2) la somministrazione e vendita di prodotti dolciari; 3) la composizione, rappresentazione ed esposizione del menù;

4) l'orario di apertura mattutino;

5) la conversione delle autorizzazioni rilasciate ai sensi della legge n. 287 del 1991.



Si riporta il testo del provvedimento.



DIREZIONE GENERALE COMMERCIO, FIERE E MERCATI

UNITA' ORGANIZZATIVA PROGRAMMAZIONE E AA.GG.







CIRCOLARE n. 17 del 4 aprile 2005







Modalità applicative della l.r. n. 30 del 24.12.2003 "Disciplina delle attività di somministrazione di alimenti e bevande".







In relazione alle numerose richieste di chiarimento concernenti l'applicazione degli articoli 8, comma 4, lettera a), 9, comma 14, 17, 19 e 24, comma 3 della legge in oggetto indicata, si forniscono di seguito le relative indicazioni applicative.





Criteri per misurare la superficie di intrattenimento nelle discoteche e nei locali notturni



Qualora l'attività di intrattenimento svolta nelle discoteche, sale da ballo e locali notturni sia prevalente a quella di somministrazione pure svolta negli stessi locali, l'attività di somministrazione non è soggetta a programmazione regionale e comunale, in relazione al rilascio delle relative autorizzazioni.



L'art. 8, comma 4 della l.r. n. 30 del 2003 stabilisce che l'attività di intrattenimento si intende prevalente nei casi in cui la superficie utilizzata per il suo svolgimento è pari almeno ai tre quarti della superficie complessiva a disposizione, esclusi i magazzini, i depositi, gli uffici e i servizi e allorché la somministrazione di alimenti e bevande è effettuata esclusivamente nei confronti di chi usufruisce a pagamento dell'attività di intrattenimento.



In relazione alle modalità di misurazione delle superfici sopra indicate, si ritiene che non siano da considerarsi quali superfici di somministrazione, nell'ambito dei locali di cui alla lettera l) della DGR n. VII/17516 del 17/5/2004, quelle occupate dagli arredi per la somministrazione, quali poltrone, divani e tavoli di ridotte dimensioni.

Si precisa inoltre che rientrano nella categoria dei locali destinati a "servizi" di cui all'art. 8.4 lettera a) della legge regionale 30/03 i seguenti:



a) i servizi igienici per il pubblico e il personale;

b) i camerini;

c) il guardaroba;

d) gli spogliatoi per il personale;

e) la cucina, compresa la zona lavaggio stoviglie;

f) il locale dispensa;

g) il locale preparazione alimenti;

h) gli ingressi, i relativi disimpegni (corridoi) e la zona cassa;

i) locali filtranti e separanti in genere.



In base alla ratio dell'articolo in esame, le attività di intrattenimento e quella di somministrazione devono svolgersi congiuntamente ma non necessariamente nello stesso momento.



La ratio di tale disposizione è che le due attività devono essere svolte insieme ma non necessariamente contemporaneamente.





Somministrazione e vendita di prodotti dolciari nei pubblici esercizi



La l.r. 30 del 2003 ha tra le proprie finalità lo sviluppo e l'innovazione della rete dei pubblici esercizi in relazione alle esigenze dei consumatori, nonché la tutela della salute e la sicurezza alimentare, senza peraltro apporre restrizioni sulle modalità di vendita previste dall'originaria normativa statale di riferimento.



In relazione alle finalità sopra indicate, la legge in questione ha abolito la distinzione delle tipologie autorizzative previste dalla legge 287 del 1991 perché superate dalla crescente evoluzione del consumo di pasti fuori casa, subordinandone la somministrazione alla specifica autorizzazione sanitaria.



Sempre poi in relazione allo sviluppo delle attività commerciali e delle esigenze dei consumatori, con l'articolo 9 comma 14, è stata prevista anche la possibilità da parte dei gestori di vendere per asporto i prodotti per i quali sono stati autorizzati alla somministrazione.



Inoltre, la disciplina sopra indicata è in stretta relazione con quanto disposto al punto 6 del successivo provvedimento attuativo della legge in questione - vale a dire la DGR n. 17516 del 17.05.2004 Indirizzi generali per il rilascio da parte dei Comuni delle autorizzazioni relative alle attività di somministrazione di alimenti e bevande - laddove bar caffè, bar pasticcerie, bar gelaterie, cremerie, creperie e similari vengono definiti quali esercizi caratterizzati anche dalla somministrazione di prodotti dolciari in senso lato.



Nella definizione di prodotti dolciari rientrano ovviamente anche quelli preconfezionati quali caramelle, cioccolatini, gelati, chewing-gum e pastigliaggi vari, sia sfusi che confezionati.



Per quanto sopra, è ammissibile da parte dei pubblici esercizi la vendita per asporto dei prodotti dolciari sopra indicati, conformemente alla ratio della l.r. n. 30 del 2003 e dei suoi provvedimenti attuativi.





Menù: composizione, rappresentazione ed esposizione nei pubblici esercizi



La l.r. n. 30 del 2003 ha fra le sue principali finalità anche la corretta informazione e pubblicizzazione nei pubblici esercizi dei prodotti utilizzati e dei prezzi ad essi applicati.

Infatti, la legge in questione mira anche alla trasparenza ed alla salvaguardia delle esigenze del consumatore, per cui è obbligatoria la presenza del menù e non v'è dubbio che il menù debba comprendere l'elenco dei prodotti in vendita, bevande e/o alimenti, con i relativi prezzi applicati.



In particolare, per i bar, vi è l'obbligo da parte del titolare dell'esercizio di esporre elenco e prezzi delle bevande destinate alla somministrazione, attraverso apposita tabella da collocare ben in vista all'interno dello stesso locale. L'esercente di tale attività è tenuto inoltre ad indicare o comunque a rappresentare al consumatore, al momento dell'ordinazione, l'eventuale maggiorazione per il servizio al tavolo.

Per i locali addetti alla ristorazione, vi è l'obbligo da parte del titolare dell'esercizio di esporre il menù anche all'esterno dell'esercizio o comunque leggibile dall'esterno.



Si ricorda altresì che l'obbligo di esposizione del menù all'esterno del locale è in relazione agli esercizi di cui alle lettere a), b), c), e d) della D.G.R. n. VII/17516 del 17.05.2004 "Indirizzi generali per il rilascio da parte dei Comuni delle autorizzazioni relative alle attività di somministrazione di alimenti e bevande in attuazione della l.r. n. 30 del 2003", e quindi vale per:



a) ristorante, trattoria, osteria con cucina e simili: esercizi in cui è prevalente la somministrazione di pasti preparati in apposita cucina con menù che include una sufficiente varietà di piatti e dotati di servizio al tavolo;

b) esercizi con cucina tipica lombarda: ristorante trattoria, osteria in cui è prevalente l'utilizzo di alimenti e bevande tipici della tradizione locale o regionale;

c) tavole calde, self service, fast food e simili: esercizi in cui è prevalente la somministrazione di pasti preparati in apposita cucina ma privi di servizio al tavolo;

d) pizzerie e simili: esercizi della ristorazione, con servizio al tavolo, in cui è prevalente la preparazione e la somministrazione del prodotto "pizza".



In merito alla rappresentazione e composizione del menù, poiché pervengono numerose segnalazioni di difformità applicative, si invitano i Comuni e le Associazioni in indirizzo a

vigilare e a sensibilizzare gli esercenti al rispetto della normativa regionale vigente in materia.





Orario di apertura mattutino dei pubblici esercizi



L'articolo 17 della l.r.n. 30 del 24 dicembre 2003 "Disciplina delle attività di somministrazione di alimenti e bevande"stabilisce che gli orari di apertura e chiusura al pubblico degli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande aperti al pubblico, sono rimessi alla libera determinazione degli esercenti entro i limiti stabiliti dal Sindaco, sentito il parere della Commissione prevista dall'articolo 20 ed in conformità agli indirizzi regionali di cui all'articolo 8, comma 1 della stessa l.r.



La D.G.R. n. VII/17516 del 17.05.2004 concernente "Indirizzi generali per il rilascio da parte dei Comuni delle autorizzazioni relative alle attività di somministrazione di alimenti e bevande in attuazione della l.r. n. 30 del 24 dicembre 2003" al punto 12.2 prevede che i Comuni debbano stabilire una fascia di apertura e di chiusura delle attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande compresa tra le ore 5 e le ore 2 del giorno successivo, per gli esercizi nei quali la somministrazione di alimenti e bevande costituisce attività esclusiva.



Poiché l'applicazione della disciplina degli orari contenuta nella D.G.R. n. VII/17516 del 17.05.2004 ha evidenziato l'esigenza di introdurre una maggiore flessibilità nella gestione degli orari di apertura mattutina dei pubblici esercizi affinché i gestori possano fornire un servizio realmente corrispondente alle esigenze dei consumatori, la disposizione sopra indicata è stata integrata con seguente normativa prevista dalla D.G.R. n. VII/20955 del 16.02.2005:

"Il Comune, sentita la Commissione di cui all'articolo 20 della l.r. n. 30 del 2003, può altresì autorizzare, su richiesta degli esercenti e per particolari esigenze di servizio al cittadino, in relazione alle attività di cui alle lettere a), b), c), d), e), f), g), ed h) del precedente punto 6 del presente provvedimento, specifiche deroghe all'orario di apertura mattutino, comunque garantendo una fascia oraria di chiusura notturna di non meno di quattro ore."



Le attività di somministrazione di alimenti e bevande che potranno usufruire delle deroghe all'orario di apertura mattutino sono le seguenti:



a) ristorante, trattoria, osteria con cucina e simili: esercizi in cui è prevalente la somministrazione di pasti preparati in apposita cucina con menù che include una sufficiente varietà di piatti e dotati di servizio al tavolo;

b) esercizi con cucina tipica lombarda: ristorante, trattoria, osteria in cui è prevalente l'utilizzo di alimenti e bevande tipici della tradizione locale o regionale;

c) tavole calde, self service, fast food e simili: esercizi in cui è prevalente la somministrazione di pasti preparati in apposita cucina ma privi di servizio al tavolo;

d) pizzerie e simili: esercizi della ristorazione, con servizio al tavolo, in cui è prevalente la preparazione e somministrazione del prodotto "pizza";

e) bar gastronomici e simili: esercizi in cui si somministrano alimenti e bevande, compresi i prodotti di gastronomia preconfezionati o precotti usati a freddo ed in cui la manipolazione dell'esercente riguarda l'assemblaggio, il riscaldamento, la farcitura e tutte quelle operazioni che non equivalgono né alla produzione né alla cottura;

f) bar-caffè e simili: esercizi in cui è prevalente la somministrazione di bevande, comprese quelle alcoliche di qualsiasi gradazione, nonché di dolciumi e spuntini;

g) bar pasticceria, bar gelateria, cremeria, creperia e simili: bar caffè caratterizzati dalla somministrazione di una vasta varietà di prodotti di pasticceria, gelateria e dolciari in genere;

h) wine-bar, birrerie, pub, enoteche, caffetterie, sala da the e simili: esercizi prevalentemente specializzati nella somministrazione di specifiche tipologie di bevande eventualmente accompagnate da somministrazione di spuntini, pasti e/o piccoli servizi di cucina.





Conversione delle autorizzazioni rilasciate ai sensi della legge n. 287 del 1991



L'articolo 24, comma 3 della l.r. n. 30 del 2003 stabiliva che il titolare di autorizzazioni di cui all'art. 5, comma 1, lettere a), b) e d), della legge n. 287 del 1991 per uno stesso esercizio, aveva diritto, sussistendone le condizioni, di attivare o cedere, entro il 13 gennaio 2005, i diversi rami di azienda e il subentrante aveva diritto all'intestazione della relativa autorizzazione.



Il termine di cui all'art. 24, comma 3 della citata legge non è stato prorogato e pertanto dopo il 13 gennaio 2005 non è più consentita la possibilità di attivare o cedere una delle due attività afferenti alle tipologie della legge n. 287 del 1991.



In relazione alla fine della disciplina transitoria dell'articolo suddetto, si ritiene pertanto utile che il Comune proceda alla conversione d'ufficio, nella nuova tipologia unica regionale, di tutti i titoli autorizzatori prima rilasciati ai sensi della legge statale vigente all'entrata in vigore della l.r. 30/03.



Le autorizzazioni ex tipologia a), b), e d), della l. 287/91, così convertite d'ufficio, sono da considerarsi decadute a tutti gli effetti e non potranno essere prese in esame al fine della programmazione comunale della rete di vendita dei pubblici esercizi, nella cui definizione i Comuni non dovranno pertanto tener conto dei vecchi parametri predisposti ai sensi dell'art. 2 della legge n. 25 del 1996.





Il Direttore Generale

Mario Nova







NUOVE REGOLE PER LA VENDITA, LA STAMPIGLIATURA E GLI IMBALLAGGI DELLE UOVA





Con il decreto 4 marzo 2005 del Ministero delle politiche agricole e forestali (pubblicato nella G.U. dell'11 maggio 2005) viene recepita in Italia la normativa comunitaria (regolamento CE n. 2295/2003) in materia vendita delle uova e delle diciture che esse o i loro imballaggi devono recare.



Il decreto apporta importanti novità; vediamone alcune.



Sulle scatole delle uova di categoria "A" (cioè quelle classificate "fresche"), ad esempio, si leggerà chiaramente come le galline produttrici sono allevate.

I piccoli produttori che allevano meno di 350 galline ovaiole, a decorrere dal 1° luglio 2005 per poter vendere le uova sui mercati locali dovranno rispettare i requisiti minimi per il benessere delle ovaiole ed essere in possesso del codice identificativo dell'allevamento, rilasciato della ASL di appartenenza.



Anche nel campo della vendita di uova "sciolte" (prive di imballaggio) sono introdotte nuove disposizioni. In caso di vendita al minuto di uova sciolte infatti dovranno essere indicate in modo chiaro e perfettamente visibile al consumatore le seguenti informazioni:

1) categoria di qualita';

2) categoria di peso;

3) numero distintivo del produttore, con relativa spiegazione del significato;

4) numero di identificazione del centro di imballaggio;

5) data di durata minima;

6) modalita' di conservazione dopo l'acquisto.



Dal 1° luglio 2005 poi anche i piccoli produttori che saranno soggetti all'obbligo della stampigliatura delle uova, dovranno esporre le indicazioni di cui al precedente punto 3.



Infine, il provvedimento stabilisce che sia indicato anche il tipo di alimentazione somministrato alle galline ovaiole, sia sui grandi sia sui piccoli imballaggi in modo identico.



Per completezza dell'informazione si riporta il testo integrale del provvedimento.



Decreto 4 marzo 2005



Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Modalita' per l'applicazione di disposizioni comunitarie in materia di commercializzazione delle uova, concernenti l'uso di particolari diciture, ai sensi del regolamento (CE) n. 2295/2003 della Commissione del 23 dicembre 2003 e del decreto legislativo del 29 luglio 2003, n. 267.









IL MINISTRO DELLE POLITICHE AGRICOLE E FORESTALI

di concerto con

IL MINISTRO DELLA SALUTE



Visto il Regolamento (CEE) del Consiglio n. 1907/90 del 26 giugno 1990, relativo a talune norme di commercializzazione applicabili alle uova, da ultimo modificato dal Reg. (CE) n. 2052/2003, del 17 novembre 2003;

Visto il Regolamento (CE) della Commissione n. 2295/2003, del 23 dicembre 2003 e successive modifiche;

Visto il Regolamento (CEE) n. 2092/91 del Consiglio, del 24 giugno 1991, relativo al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli e all'indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari;

Visto il decreto legislativo n. 267, del 29 luglio 2003, recante l'attuazione delle direttive 1999/74/CE e 2002/4/CE, per la protezione delle galline ovaiole e la registrazione dei relativi stabilimenti di allevamento;

Considerato che a norma dell'art. 1 della legge 3 maggio 1971, n. 419, il controllo sull'osservanza delle disposizioni concernenti la commercializzazione delle uova e' esercitato dall'Ispettorato centrale repressione frodi del Ministero delle politiche agricole e forestali;

Considerato che il Regolamento (CEE) del Consiglio n. 1907/90, del 26 giugno 1990 e successive modifiche ha reso obbligatoria l'indicazione del sistema di allevamento sulle uova e relativi imballaggi;

Ritenuto di dover stabilire, tra l'altro, le modalita' per autorizzare i centri d'imballaggio delle uova ad usare le diciture relative all'origine delle uova, alla data di deposizione ed al tipo di alimentazione somministrata alle galline nonche' i relativi criteri di controllo;

Considerato che occorre rivedere la normativa nazionale in funzione delle intervenute modifiche nella regolamentazione comunitaria e, conseguentemente, abrogare il decreto ministeriale 19 giugno 2002;

Sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato le regioni e le province autonome nella adunanza del 16 dicembre 2004, ai sensi dell'art. 2, comma 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281;



Decretano:



Titolo I

DICITURE OBBLIGATORIE



Art. 1.

Sistemi di allevamento

1. Le imprese in possesso dell'autorizzazione a funzionare quali centri d'imballaggio delle uova, rilasciata ai sensi dell'art. 2 della legge 3 maggio 1971, n. 419, devono apporre sugli imballaggi delle uova della categoria «A», una delle sottostanti diciture atte ad individuare il sistema di allevamento delle galline ovaiole: sull'imballaggio (obbligatorie)

a) «Uova da allevamento all'aperto»;

b) «Uova da allevamento a terra»;

c) «Uova da allevamento in gabbie»;

d) «Uova da agricoltura biologica».

2. Fatte salve le specifiche disposizioni previste per l'etichettatura dei prodotti da agricoltura biologica, di cui al Regolamento (CEE) n. 2092/91 del Consiglio, le imprese di cui al paragrafo precedente possono apporre sulle uova della categoria «A», unitamente al codice obbligatorio distintivo del produttore e del sistema di allevamento, di cui all'art. 2, una delle seguenti diciture:



sulle uova

(obbligatorie) (facoltative)

a) 1IT ................... «Aperto»

b) 2IT ................... «A terra»

c) 3IT ................... «Gabbia».

d) 0IT ................... «All.Bio»

Per apporre le predette diciture sugli imballaggi e sulle uova, gli allevatori devono attenersi al rispetto dei requisiti minimi in allevamento indicati nell'allegato III del regolamento (CE) 2295/2003.





Art. 2.

Codice distintivo del produttore

1. I detentori di galline ovaiole devono ottenere la registrazione dell'allevamento ed il rilascio del codice identificativo del produttore e del sistema di allevamento delle ovaiole, secondo le modalita' prescritte dal decreto legislativo 29 luglio 2003, n. 267.

Soltanto questi produttori, nei cui allevamenti sono soddisfatti i requisiti minimi per la protezione delle galline ovaiole stabiliti nell'allegato III del Reg. (CE) 2295/2003, nonche' nel su citatodecreto legislativo, attuazione della direttiva 1999/74/CE richiamata nel medesimo allegato III, possono fornire ai centri d'imballaggio le uova sulle quali apporre le prescritte diciture. A partire dal 1° luglio 2005, anche i piccoli produttori che allevano meno di 350 galline ovaiole e che, quindi, non ricadono nell'ambito di applicazione del predetto decreto legislativo, per poter vendere le uova sui mercati locali devono rispettare i requisiti minimi per il benessere delle ovaiole di cui alla vigente normativa ed essere in possesso del codice identificativo.

2. Per il rilascio del codice identificativo dell'allevamento gli interessati devono inoltrare domanda, ai sensi dell'art. 4, comma 1 del decreto legislativo n. 267/2003, al Servizio veterinario dell'azienda sanitaria locale (ASL) competente per territorio, che nella fattispecie ha la funzione di autorita' sanitaria di controllo. Ogni modifica dei dati richiesti per la registrazione degli allevamenti deve essere tempestivamente comunicata all'ASL stessa.

3. Le ASL, per il tramite degli assessorati alla sanita' delle regioni e province autonome, trasmettono, preferibilmente per via telematica, l'elenco dei codici rilasciati, completo di tutti gli elementi identificativi e delle caratteristiche delle aziende previsti all'allegato E del decreto legislativo n. 267/2003, al Ministero della salute - Direzione generale della sanita' veterinaria e degli alimenti (D.G.S.V.A.) - Ufficio X. La trasmissione del suddetto elenco dovra' avvenire per la prima volta entro trenta giorni dalla data di pubblicazione del presente decreto. Il Ministero della salute aggrega i dati e li trasmette al Ministero delle politiche agricole e forestali (MiPAF) - D.G. per le politiche agroalimentari - PAGR. IV, al fine di costituire un elenco nazionale dei produttori di uova per sistema di allevamento, che consenta a quest'ultima amministrazione di ottemperare agli obblighi che la normativa comunitaria impone in merito alla trasmissione dei dati statistici.

4. I Ministeri su menzionati utilizzeranno i dati di cui all'elenco nazionale al fine di assicurare, ciascuno nel proprio ambito di competenza, i necessari controlli.

5. Le regioni e le province autonome devono inviare entro il 15 febbraio di ogni anno gli elenchi aggiornati al Ministero della salute, che provvedera' ad inoltrarli, per via elettronica, al MiPAF entro il successivo 15 marzo. Inoltre le regioni e le province autonome devono comunicare tempestivamente all'Ufficio X della D.G.S.V.A. eventuali revoche e sospensioni comminate alle aziende a seguito di inadempienze agli obblighi imposti dalla normativa comunitaria e nazionale. Per agevolare l'adempimento delle predette disposizioni, le ASL sono tenute a comunicare alle competenti autorita' regionali ogni eventuale variazione degli elenchi (attribuzione nuovi codici, revoche, sospensioni) entro quindici giorni dalla variazione medesima.

6. Ciascun produttore e' tenuto a mantenere aggiornato un registro conforme al modello riportato in allegato I.

7. La timbratura delle uova con il codice del produttore puo' essere effettuata sia presso l'azienda di produzione sia presso il centro d'imballaggio che effettua la classificazione. Qualora le uova siano consegnate da un produttore ad un centro d'imballaggio situato in un altro Stato membro, sono contrassegnate col numero distintivo del produttore prima di lasciare il luogo di produzione.

8. Nel caso di trasferimento di uova non classificate da un centro d'imballaggio ad un altro, le uova sono stampigliate con il numero distintivo del produttore antecedentemente alla spedizione al secondo centro d'imballaggio.



Art. 3.

Uova vendute sciolte

In caso di vendita al minuto di uova sciolte devono essere indicate in modo chiaro e perfettamente visibile al consumatore le seguenti informazioni:

1) categoria di qualita';

2) categoria di peso;

3) numero distintivo del produttore, con relativa spiegazione del significato;

4) numero di identificazione del centro di imballaggio;

5) data di durata minima;

6) modalita' di conservazione dopo l'acquisto.

Dal 1° luglio 2005 anche i piccoli produttori che saranno soggetti all'obbligo della stampigliatura delle uova, dovranno esporre le indicazioni di cui al precedente punto 3.



Art. 4.

Centri d'imballaggio

1. I centri d'imballaggio autorizzati ai sensi della legge 3 maggio 1971, n. 419, iscritti dal MiPAF in un apposito elenco, sono tenuti a mantenere aggiornati dei registri speciali, conformemente ai modelli riportati agli allegati II e III.

2. Le uova devono essere consegnate ai centri d'imballaggio e da questi mantenute in spazi prestabiliti, separatamente, a seconda del sistema di allevamento, in contenitori recanti le rispettive diciture; le operazioni di calibratura e di imballaggio delle uova si effettuano separatamente per sistema di allevamento.

3. Per ogni partita di uova venduta in piccoli imballaggi recanti una delle diciture previste all'art. 1, i centri d'imballaggio tengono aggiornati appositi registri conformi ai modelli riportati nell'allegato III. In alternativa al registro di vendita, i centri d'imballaggio possono raccogliere le fatture o i bollettini di consegna delle uova, provvisti delle diciture di cui all'art. 1.

4. Le diciture relative al sistema di allevamento devono essere riportate obbligatoriamente sia sui piccoli sia sui grandi imballaggi.





Titolo II

DICITURE FACOLTATIVE





Art. 5.

Origine delle uova

1. Sulle uova, sui piccoli imballaggi e sui grandi imballaggi e' possibile apporre diciture e/o simboli relativi all'origine delle uova, facendo riferimento ad una circoscrizione amministrativa o ad altra area geografica ben definita del territorio dell'Unione europea dove le uova sono state prodotte; in tal caso, i produttori ed i centri d'imballaggio interessati sono tenuti a darne comunicazione al MiPAF tramite l'ufficio dell'ispettorato centrale repressione frodi competente per territorio che esprime parere al riguardo.

2. Nel caso di vendita di uova sciolte l'indicazione dell'origine delle uova puo' essere utilizzata soltanto se le singole uova sono stampigliate con le rispettive diciture e/o simboli.

3. Per utilizzare le diciture e/o i simboli riguardanti l'origine delle uova:

i produttori devono utilizzare i registri conformi al modello riportato nell'allegato V;

i centri d'imballaggio devono utilizzare registri conformi ai modelli riportati, rispettivamente, negli allegati IV e VI.

Quest'ultimo registro, tuttavia, puo' essere sostituito dalla raccolta delle fatture o bollette di consegna provviste delle diciture di cui sopra.



Art. 6.

Tipo di alimentazione

1. I centri d'imballaggio possono apporre sulle uova e sui grandi e piccoli imballaggi che le contengono diciture che fanno riferimento al tipo di alimentazione somministrata alle galline ovaiole. Tali diciture, in conformita' con la normativa vigente in materia di alimentazione animale, non potranno in alcun caso contenere riferimenti relativi alle caratteristiche sanitarie del mangime stesso.

2. I produttori ed i centri d'imballaggio interessati all'utilizzo delle diciture relative al sistema di alimentazione sono tenuti a darne comunicazione al MiPAF tramite l'ufficio dell'ispettorato centrale repressione frodi competente per territorio, che esprime parere al riguardo, ed a produrre una dichiarazione dei fornitori di mangime e del mangimificio di presa conoscenza ed accettazione degli obblighi di tenuta delle registrazioni di cui all'art. 27, paragrafo 2 del Reg. (CE) 2295/2003.

3. I centri d'imballaggio che si avvalgono delle diciture relative al tipo di alimentazione debbono tenere, per un periodo di almeno sei mesi, una registrazione dettagliata delle consegne di uova fatte dall'allevatore, secondo il fac simile in allegato IV.

I centri d'imballaggio tengono, per un periodo di almeno sei mesi, anche una registrazione separata delle vendite di piccoli imballaggi e di uova recanti le diciture di cui al primo comma, secondo il fac simile in allegato VI. Tuttavia, invece delle registrazioni delle vendite sopradette, i centri d'imballaggio possono tenere le fatture o le bollette di consegna con le indicazioni relative al tipo di alimentazione somministrata alle galline ovaiole.

4. Il produttore tiene una registrazione aggiornata che indica la quantita' ed il tipo di mangimi semplici e/o composti ricevuti in fornitura e dei mangimi prodotti nella stessa azienda per autoconsumo, la data della fornitura e il nome del mangimificio o del fornitore del mangime, il numero e l'eta' delle galline ovaiale, il numero delle uova prodotte e le relative consegne, la data di spedizione e il nome degli acquirenti, secondo i fac simili riportati negli allegati V e VII.

Tale registrazione e' tenuta per almeno sei mesi dopo la cessazione della fornitura di uova da parte del produttore o dopo l'eliminazione delle galline ovaiole.

5. I fornitori di mangimi e i mangimifici di cui al punto 2 hanno l'obbligo, ai sensi dell'art. 27 comma 2 del Reg. (CE) 2295/2003, di tenere la contabilita' delle consegne effettuate dalla quale risulti la composizione degli alimenti forniti agli allevatori, per almeno sei mesi dopo la spedizione degli stessi.

6. L'indicazione relativa al tipo di alimentazione somministrata alle galline ovaiole deve essere uguale sia sui grandi imballaggi sia su quelli piccoli. In caso di vendita di uova sciolte, tali indicazioni possono essere utilizzate soltanto se le singole uova sono contrassegnate con le rispettive diciture.

7. I cereali possono essere indicati come ingredienti dei mangimi solamente se costituiscono almeno il 60% in peso della formula del mangime che puo' comprendere al massimo il 15% di sottoprodotti di cereali. Tuttavia, qualora sia fatto riferimento a cereali specifici, ogni cereale deve rappresentare almeno il 30% della formula del mangime utilizzato, in caso d'indicazione di un solo cereale e almeno il 5% in caso d'indicazione di piu' cereali.

8. L'Ispettorato centrale repressione frodi procede, almeno una volta l'anno, ad ispezioni presso gli allevamenti e i mangimifici per verificare la corrispondenza delle indicazioni utilizzate.



Art. 7.

Data di deposizione

1. I centri d'imballaggio delle uova possono essere autorizzati ad apporre la data di deposizione sugli imballaggi. In tal caso essa deve essere indicata anche sulle uova in essi contenute. Tale data deve essere stampigliata sulle uova durante o immediatamente dopo la classificazione o direttamente presso l'allevamento.

In questi casi si applicano le seguenti disposizioni:

a) i produttori ed i centri d'imballaggio debbono presentare domanda all'ufficio dell'ispettorato centrale repressione frodi competente per territorio, secondo i fac simile allegati VIII e IX che la trasmette al MiPAF corredata del proprio parere a seguito di specifica ispezione. Nel caso che le due suddette figure professionali siano riunite nella stessa impresa, e' sufficiente una unica domanda;

b) i centri d'imballaggio uova tengono aggiornati dei registri speciali conformi ai modelli riportati in allegato X; c) i produttori di uova sulle quali va apposta la data di deposizione tengono costantemente aggiornato un registro conforme al modello in allegato XI;

d) i produttori ed i centri d'imballaggio di cui al presente articolo sono poi soggetti ad ispezioni periodiche da parte dell'Ispettorato centrale repressione frodi almeno con frequenza bimestrale.



Art. 8.

Disposizioni finali

1. In virtu' dell'art. 4 del Reg. (CE) n. 2295/2003, tutti i numeri distintivi attribuiti dal MiPAF ai centri d'imballaggio di uova ricadenti nel territorio nazionale sono automaticamente variati sostituendo l'iniziale numero 4 con il codice IT (es: 44539 diventa IT4539). Tuttavia, per consentire lo smaltimento dei vecchi imballaggi, i numeri distintivi autorizzati anteriormente al 31 dicembre 2003 possono essere ancora utilizzati fino al 31 dicembre 2004, cosi' come disposto all'art. 39 del predetto regolamento.

2. A partire dal 1° luglio 2005 il codice distintivo dell'allevamento dovra' essere stampigliato anche sulle uova non classificate vendute sul mercato pubblico locale direttamente dal produttore. A tale obbligo dovranno attenersi anche i piccoli produttori che non ricadono nell'ambito di applicazione del decreto legislativo n. 267/2003.

3. Le regioni e le province autonome mettono a disposizione dei consumatori le informazioni che consentono di interpretare correttamente i codici distintivi del produttore apposti sulle uova ed in particolare:

1) lo Stato membro o paese terzo di produzione;

2) il sistema di allevamento;

3) la denominazione e sede dell'azienda in cui ha avuto luogo la produzione;

4) gli estremi della ASL competente per l'allevamento di produzione.

Le predette informazioni possono essere comunicate al consumatore direttamente nei punti vendita.

4. Tutti i registri previsti dal presente decreto e dagli articoli 12, 13, 15 del Reg (CE) n. 2295/2003 devono essere preventivamente bollati e vidimati dall'ispettorato centrale repressione frodi competente. In luogo dei predetti registri separati, ogni qualvolta cio' sia possibile, e' consentito utilizzare uno o piu' registri o altro tipo di registrazione riportante tutte le informazioni prescritte.

5. Ai sensi del decreto ministeriale n. 376, del 25 maggio 1992, le autorizzazioni ministeriali ad apporre le diciture di cui ai precedenti articoli 5, 6 e 7 sono rilasciate, qualora i risultati dell'istruttoria dell'organismo di controllo competente siano favorevoli, entro il termine di 90 giorni dalla data di ricevimento della domanda degli interessati da parte del MiPAF.

6. Entro il 31 gennaio di ogni anno, per l'anno civile precedente, le aziende alle quali e' stato rilasciato il codice di cui all'art. 2, trasmettono all'Ufficio dell'ICRF competente per territorio la rilevazione del numero medio di galline ovaiole presenti negli allevamenti (pari al numero di galline allevate moltiplicate per il numero di settimane di produzione diviso 52). Gli uffici dell'ICRF trasmettono a loro volta tali dati in forma aggregata per sistema di allevamento, al MiPAF per via elettronica.

7. Ai sensi dell'art. 117, quinto comma della Costituzione, il presente decreto si applica per le regioni e province autonome che non abbiano ancora provveduto a rendere applicativo il regolamento n. 2295/2003, fino alla data di entrata in vigore della normativa di attuazione di ciascuna regione e provincia autonoma. Per quanto non previsto dal presente decreto si rinvia ai corrispondenti articoli del Reg (CE) n. 2295/2003.

Il decreto ministeriale 19 giugno 2002 e' abrogato.

Il presente decreto sara' trasmesso alla Corte dei conti per la registrazione ed entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.



Roma, 4 marzo 2005



Il Ministro delle politiche agricole e forestali

Alemanno

Il Ministro della salute

Sirchia

Registrato alla Corte dei conti il 18 aprile 2005

Ufficio di controllo atti Ministeri delle attivita' produttive,

registro n. 1, foglio n. 370





Allegati omessi

Legittimazione a impugnare l’autorizzazione concessa alla concorrenza

La richiesta della licenza commerciale non è sufficiente

L'operatore commerciale che abbia proposto la domanda alla P.A. di essere autorizzato all'apertura di una nuova attività economica non è, solo per questo motivo, legittimato a proporre ricorso avverso l'autorizzazione già rilasciata dalla stessa Amministrazione in favore di un operatore concorrente.



È questo il principio stabilito dal Consiglio di Stato con la sentenza 11 marzo 2005, n. 1040, nella quale è stato rilevato il difetto di legittimazione attiva (nella sostanza, la mancanza della capacità di proporre il ricorso) della società ricorrente, la quale aveva provveduto ad impugnare l'autorizzazione concessa ad un'altra società per l'apertura di analoga struttura commerciale in un'area limitrofa a quella dove la ricorrente aveva chiesto alla Pubblica Amministrazione di potersi insediare.



(Consiglio di Stato, sent. 11 marzo 2005, n. 1040)

Informazioni più chiare agli utenti che si registrano on-line

Una pronuncia del Garante della Privacy in tema di informativa ai clienti

Il Garante per la protezione dei dati personali ha precisato che nel momento in cui un utente compila un modulo cartaceo o on line, o comunica i suoi dati per telefono per richiedere la fornitura di un servizio, deve ricevere informazioni chiare e precise sull'uso che si farà dei dati personali che lo riguardano e deve poter esprimere un consenso libero e non condizionato.

E' così che il Garante, accogliendo il ricorso di un cittadino che contestava la poca chiarezza dei modelli on line da compilarsi al momento della registrazione sul portale di una società, dati poi utilizzati per l'invio continuo di messaggi pubblicitari non desiderati, ha imposto alla Società che fornisce servizi on line, di sospendere immediatamente l'invio di materiale pubblicitario ai clienti che non ne hanno fatto espressa richiesta e riformulare la modulistica contrattuale adeguandola alla normativa in materia di protezione dei dati personali.

Novità in tema di sanzioni applicate al datore di lavoro irregolare

La Corte costituzionale riconosce maggiori difese ai datori di lavoro in ambito sanzionatorio

Due ricorsi due ricorsi hanno portato il contenuto dell'articolo 3, comma 3, del decreto-legge 22 febbraio 2002, n.12 (convertito nella legge 23 aprile 2002, n.73), all'attenzione dei Giudici della Corte Costituzionale.

Nell'analitico, la norma prevede che al datore di lavoro che ricorre a lavoratori "irregolari" venga applicata una sanzione, una volta constatata la violazione di riferimento, in modo eccessivamente generalizzato e automatico, nonché senza considerare in concreto la gravità di detta violazione.

Per ciascun lavoratore irregolare, infatti, il pagamento sanzionatorio andrebbe dal 200 al 400 per cento "del costo del lavoro calcolato sulla base dei vigenti contratti collettivi nazionali, per il periodo compreso tra l'inizio dell'anno e la data di constatazione della violazione".

Proprio il meccanismo di applicazione della sanzione amministrativa, considerato del tipo puramente "presuntivo", ha disposto la Consulta all'accoglimento dell'eccezione sollevata in ricorso, con la conseguente dichiarazione "illegittimità costituzionale dell'art. 3, comma 3, del decreto-legge 22 febbraio 2002, n. 12 (Disposizioni urgenti per il completamento delle operazioni di emersione di attività detenute all'estero e di lavoro irregolare), convertito in legge dall'art. 1 della legge 23 aprile 2002, n. 73, nella parte in cui non ammette la possibilità di provare che il rapporto di lavoro irregolare ha avuto inizio successivamente al primo gennaio dell'anno in cui è stata constatata la violazione".

L'accoglimento del ricorso si motiva con il rilievo che la norma non permette al datore di lavoro inquisito di "fornire la prova che il rapporto di lavoro irregolare ha avuto inizio in una data diversa da quella del primo gennaio" dell'anno di accertamento della violazione, con la conseguenza anche di rendere difficile l'operato di chi si trovi ad applicare alternativamente i minimi, o i massimi, della stessa punizione.



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Esiste una norma che disciplina l’ingresso dei cani nei pubblici esercizi?

Se si tratta di cani appartenenti a razze aggressive…

Il Ministro della Salute, con un provvedimento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n° 213 del 10-09-2004, ha emanato una Ordinanza, entrata in vigore l'11 settembre 2004, sulla "tutela dell'incolumità pubblica dall'aggressività di cani".

Il provvedimento, che è stato redatto previa consultazione sia delle associazioni di protezione degli animali, sia di veterinari, ha fornito importanti indicazioni sulla detenzione dei cani appartenenti a razze aggressive.

Per quanto riguarda l'ingresso dei cani all'interno dei locali pubblici, l'articolo 2 prevede l'obbligo per i proprietari dei cani, analogamente al Regolamento di Polizia veterinaria vigente, di applicare sia la museruola che il guinzaglio, a differenza di quanto è prescritto per la detenzione del cane nelle vie, in cui è prevista la possibilità di scegliere alternativamente o la museruola o il guinzaglio.

L'art. 3 prevede infine l'obbligo per i possessori dei cani a rischio di maggiore aggressività (indicati nell'Ordinanza) di stipulare una polizza di assicurazione di responsabilità civile per danni causati da proprio cane contro terzi.

Il provvedimento, inoltre, vieta all'art. 1:

- ogni addestramento inteso a esaltare l'aggressività dei cani o inteso ad esaltare il rischio di maggiore aggressività di cani pitbull e di altri incroci o razze di cui all'elenco allegato all'ordinanza;

- qualsiasi operazione di selezione o di incrocio tra razze di cani con lo scopo di svilupparne l'aggressività, la sottoposizione di cani a doping, così come definito dalla legge 376 del 2000.

L'ordinanza ha una durata annuale.

Quando negli alberghi si superano i limiti dei rumori?

I due metodi su cui si basa la valutazione dell’inquinamento acustico

Al fine di verificare la tollerabilità per gli individui dei rumori cui sono sottoposti si applicano due criteri:

a) quello c.d. «assoluto», che prevede la fissazione di una soglia limite di rumorosità e valuta se l'immissione sonora in contestazione sia tollerabile o meno a seconda che essa sia inferiore o superiore a quella certa soglia, a prescindere dalle condizioni generali dell'ambiente circostante e dall'eventuale presenza di altre fonti di inquinamento acustico rilevante;

b) quello c.d. «comparativo», determina, come punto di riferimento, il rumore di fondo dell'ambiente circostante (costituito dal complesso dei rumori indistinti, continui e caratteristici di una certa zona, senza l'apporto della fonte rumorosa che si assume inquinante) e giudica intollerabili le immissioni che lo superano oltre una certa intensità.



I due metri di misura sopra descritti sono stati richiamati in alcune norme di carattere pubblicistico, come ad esempio nel d.p.c.m. 1° marzo 1991, pubblicato sulla G.U. 8 marzo 1991, n. 57, e recante «Limiti massimi di esposizione al rumore negli ambienti abitativi e nell'ambiente esterno», il quale li citava entrambi.



La giurisprudenza predominante nei giudizi di tutela della proprietà ex art. 844 c.c., applica ai fini della valutazione del limite di tollerabilità delle immissioni acustiche, il criterio comparativo,

«...consistente nel confrontare il livello medio del rumore di fondo senza disturbi provenienti da altre fonti, con quello del rumore risultante dalle immissioni, e nel ritenere superato il limite della normale tollerabilità nel caso in cui i rumori abbiano intensità di oltre 3 decibel superiore al livello sonoro del fondo determinato come sopra» .


Il fumo negli ambienti di lavoro

L’orientamento della giurisprudenza in tema di responsabilità del datore di lavoro

La giurisprudenza sta delineando le responsabilità penali del datore di lavoro - o dei dirigenti nelle strutture complesse e nella «Pa» - con riferimento al dovere generale di sicurezza in virtù dell'articolo 2087 del Codice civile. Con la conseguente responsabilità, in caso di danno alla salute causato da fumo passivo, con riferimento alle ipotesi delittuose previste dal Codice penale per lesione personale colposa (articolo 590) e per omicidio colposo (articolo 589). Anche la Corte costituzionale (con una sentenza del 1996), pur in assenza nell'ordinamento di un divieto di fumo assoluto e generalizzato, ha riconosciuto la legittimità, da parte del datore di lavoro, di mettere off-limits le sigarette, per proteggere la salute dei lavoratori.

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