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Rumori e viavai rispetta i vicini

Quiete pubblica –

Il gestore ha sempre il dovere di tutelare la quiete pubblica e adoperarsi per il rispetto del silenzio

Non di rado la presenza di un locale al piano terra o nel cortile di un condominio è fonte di lamentele da parte dei condomini a causa del rumore e del viavai degli avventori. In proposito è bene chiarire che, a livello nazionale, nessuna norma vieta, a priori, di adibire un immobile a pubblico esercizio. In questi casi si deve fare riferimento, da un lato, alla normativa locale, e, dall'altro, al regolamento condominiale. Quest'ultimo riveste, infatti, un ruolo fondamentale per chi vuole aprire una attività in un condominio, posto che spesso ci si trova di fronte a specifiche limitazioni per determinate tipologie di esercizi. Sul tema rumore, però i regolamenti condominiali stabiliscono divieti in modo molto generico. Frequente, in questo senso, l'uso di clausole quali “sono vietate le attività rumorose”. Al di là dei sofismi, la tutela della quiete pubblica deve sempre essere garantita, e il gestore ha il dovere di adoperarsi per il rispetto del silenzio, soprattutto in ore serali e notturne.
La legislazione ambientale e i provvedimenti delle Autorità comunali sono costantemente chiamati a mediare fra le diverse esigenze di condomini e bar. Il criterio base - si ricorda - è quello della normale tollerabilità delle immissioni rumorose, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi (art. 844 c.c.). Nell'applicazione della norma il giudice deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, e può tenere conto della priorità di un determinato uso. Trent'anni di giurisprudenza hanno stabilito che il superamento della normale tollerabilità avviene quando il rumore lamentato eccede di tre decibel il rumore di fondo. Tale criterio, tuttavia, può essere derogato in senso restrittivo dai regolamenti condominiali.Insomma leggete bene il regolamento di condominio.

Per l’affitto non rinnovato c’è l’indennità

Locazioni –

Gli affitti nelle attività commerciali. Regole e norme da conoscere

L'avviamento commerciale viene definito come la potenzialità dell'impresa di produrre utili e fa riferimento a vari fattori: buona organizzazione dell'azienda, possibilità di avvalersi di personale capace, buona reputazione goduta presso clienti e fornitori e così via. Tutti fattori che nel caso di un contratto di locazione verranno “persi” dal conduttore alla fine del contratto, a beneficio di chi gli subentra. Al fine di tutelare il gestore, nel caso di attività che comportino contatti diretti con il pubblico, l'ordinamento prevede che al conduttore uscente venga corrisposta un'adeguata indennità.
La legge n. 392/1978 stabilisce i criteri per la determinazione dell'indennità. In caso di cessazione, il conduttore ha diritto ad una indennità pari a 18 mensilità dell'ultimo canone corrisposto (21 mensilità nel caso delle attività alberghiere). Tuttavia, qualora l'immobile venga adibito all'esercizio della “stessa attività o di attività incluse nella medesima tabella merceologica”, quest'ultimo avrà diritto a percepire un'indennità ulteriore, che di fatto raddoppia l'indennità originaria. Condizione inderogabile per poter ottenere l'indennità raddoppiata è che il nuovo esercizio inizi a operare entro un anno dalla cessazione del precedente.

La musica in bar e ristoranti

Intrattenimento –

Tra diritto d’autore e sentenze che “fanno” legge

Musica gratis: si pagano i diritti a siae e scf

La legge sul diritto d'autore stabilisce che per diffondere musica in pubblico, anche senza scopo di lucro, è necessaria sia l'autorizzazione di tutte le parti che contribuiscono alla creazione del prodotto musicale sia il pagamento a Siae e SCF, Società Consortile Fonografici, dei relativi diritti.

Anche gli alberghi pagano

Il fatto che gli alberghi diffondano musica in camera, dove si presume che non ci sia “pubblico”, ma solo uno o più ospiti, non li esonera dal pagamento a Siae e Scf dei diritti dovuti. Sul tema si è così espressa anche la corte di Giustizia europea chiamata a dirimere la questione sollevata da un hotel spagnolo. La corte ha sottolineato che il carattere “privato” di una camera d'albergo nulla toglie al fatto che questa sia aperta al pubblico.

A Torino niente autorizzazione per gli show
Un'ordinanza di inizio 2008 dell'Assessorato al Commercio del comune di Torino in recepimento dell'articolo 15 L.R. n. 38/2006 solleva gli esercenti dalla richiesta di autorizzazione per l'organizzazione di piccoli intrattenimenti musicali senza ballo in quanto sono sufficienti le autorizzazioni per l'esercizio della somministrazione al pubblico di alimenti e bevande.

Assicurare il locale per lavorare tranquillamente

Tutele –

Il contratto di assicurazione fondamentale per bar e ristoranti

Furti, incendi, infiltrazioni e perdite d'acqua sono alcuni degli imprevisti che possono colpire i gestori di pubblici esercizi. Per tutelarsi contro tali evenienze una buona e valida assicurazione può essere utile, trasferendo all'assicuratore il rischio connesso ai danni subiti da cose appartenenti all'assicurato, che è il soggetto esposto al rischio. Ma, nel caso specifico, che cosa deve fare il proprietario di un bar che decida di assicurarsi contro eventuali danni? Il meccanismo assicurativo si divide in tre fasi principali.
Prima tappa è la conclusione del contratto, che per legge dev'essere scritto. Un consiglio ai gestori: leggete il contratto più e più volte. Portatelo a casa e analizzatelo, condizioni generali (contenute in libretti prestampati) e scheda-contratto personale comprese. Prima di firmare, bisogna leggere e rileggere, e non temere di chiedere modifiche e precisazioni al proprio agente. Le clausole più pericolose sono quelle delle “esclusioni” e delle “franchigie”, che spesso le assicurazioni invocano al momento della richiesta di pagamento.
Il secondo passaggio obbligato delle assicurazioni è il versamento del premio assicurativo, la somma di denaro che deve essere sborsata in tempi prestabiliti e che varia in riferimento ai beni assicurati.
La terza fase, sempre eventuale, è quella del danno e dell'indennizzo. Nell'ambito delle assicurazioni contro i danni si situa anche quella - importantissima - della responsabilità civile verso terzi, anche se i Supremi Giudici non concordano sul tema, che serve a trasferire sull'assicuratore il rischio derivante da illeciti commessi dall'assicurato, purchè senza dolo. Questo perché a volte il danno si subisce, ma anche più spesso si procura agli altri.

Assegni e contanti, da oggi nuove regole

Normative –

Dal 30 aprile 2008 sono cambiate le regole sull’utilizzo del denaro contante e degli assegni al portatore. Ecco come

transazioni Con l'entrata in vigore del D. Lgs. 231/2007, a partire dal 30 aprile 2008 cambieranno le regole sull'utilizzo del denaro contante e degli assegni al portatore. La nuova normativa è volta a combattere il fenomeno del riciclaggio e tra le novità più importanti vi è la riduzione da 12.500 a 5 mila euro del limite consentito per il pagamento utilizzando denaro contante e/o assegni al portatore. D'ora in poi importi superiori non potranno più essere pagati con denaro contante, e gli assegni di importo pari o superiore a 5 mila euro dovranno recare la clausola di non trasferibilità. La legge prevede, inoltre, che una operazione unitaria di importo superiore non potrà essere frazionata in più operazioni di importo inferiore. Per operazione frazionata si intende “una operazione unitaria sotto il profilo economico, di valore pari o superiore ai limiti stabiliti, posta in essere attraverso più operazioni in momenti diversi e in un circoscritto periodo di tempo fissato in sette giorni ferma restando la sussistenza dell'operazione frazionata quando ricorrano elementi per ritenerla tale”. Con la nuova normativa cambiano in maniera sostanziale le modalità per il rilascio degli assegni da parte di banche e Posta. Infatti: i libretti di assegni bancari, postali e circolari, verranno consegnati al cliente con prestampata la clausola di non trasferibilità, a meno che il cliente richieda, per iscritto, il rilascio di assegni trasferibili (così però si paga un'imposta di bollo di 1,50 euro per ciascun assegno); gli assegni di cui è consentita la girata, dovranno recare la cosiddetta girata “piena”: il beneficiario dell'assegno va identificato con i dati anagrafici o con la ragione sociale e quando il beneficiario gira sua volta l'assegno dovrà, oltre la girata, indicare anche il suo codice fiscale. Le sanzioni per violazioni alla normativa arrivano al 40% dell'importo trasferito.

Spettacoli erotici in discoteca

Locali della notte –

Sì allo spettacolo, no al coinvolgimento degli spettatori

Con la recente sentenza n. 870 del 4 marzo 2008 il Consiglio di Stato ha confermato la legittimità della sospensione temporanea della licenza disposta dal sindaco di un Comune del centro Italia nei confronti di una discoteca in cui, durante gli spettacoli erotici che in essa avevano luogo, le ballerine promuovevano il coinvolgimento degli spettatori. In proposito si ricorda che tali spettacoli sono leciti solo se riservati ad un pubblico maggiorenne consenziente e a condizione che i frequentatori del locale conservino il ruolo di spettatori.

La grande cucina si sposta in sala congressi

Professioni –

Sempre più spesso gli chef partecipano a convegni e dimostrazioni. Una svolta impensabile fino a pochi anni fa, che produce reddito e immagine, ma anche problemi

Tutto è cominciato nove anni fa, quando Rafael Garcia Santos si è inventato Lo mejor de la gastronomia, meeting che ogni autunno porta sulle sponde basche dell'Atlantico, a San Sebastián, il meglio della cucina di innovazione del mondo. Più che un congresso una griffe, lo Mejor, che per Paolo Marchi «sta alla cucina di qualità come Cannes, con il suo festival, al cinema e Francoforte, con la sua fiera, al libro». Una vera macchina da guerra, che per ciascuno dei 4 giorni del simposio raccoglie a Palacio Kursaal circa duemila tra giornalisti, cuochi, gourmet e addetti ai lavori. In più, si possono quantificare almeno altrettanti curiosi o spettatori occasionali, che gravitano attorno alle iniziative collaterali per almeno mezza giornata. Il conto è semplice: nell'arco di nove anni lo Major ha potuto contare su non meno di centomila visitatori, fra “professionali” e non. Numeri importanti, che gli sponsor conoscono bene.

Una media di due convegni al giorno
Da quel giorno di nove anni fa, è stato tutto un fiorire di appuntamenti internazionali, in genere meno frequentati, ma non per questo meno graditi da pubblico e addetti ai lavori. La cucina spettacolo tira e oggi anche i nostri chef battono l'Italia e il mondo dodici mesi l'anno, alla ricerca di idee, confronti, consacrazione. Sul palcoscenico dei congressi come in televisione, va per la maggiore il cuoco mediatico, a suo agio sia tra i fornelli, sia sotto i riflettori. Oggi nel mondo esistono migliaia di congressi dedicati alla cucina - solo in Italia ormai si prosegue al ritmo di 2-3 al mese -, ma i convegni d'autore “di tendenza”, capaci cioè di orientare le scelte e di individuare le priorità, sono in tutto meno di una decina, a partire naturalmente da Lo Mejor: Omnivore (Le Havre), Madrid Fusion, Bcn Vanguardia (Barcellona), Identità Golose (Milano), World Gourmet Summit (Singapore); in Italia, consensi importanti stanno riscuotendo Alpe Adria Cooking (Udine) e Gusto in scena, che ha esordito quest'anno (Venezia). Lo Mejor ha fatto scuola anche per quanto riguarda le logiche organizzative: in media ogni congresso dura tre o quattro giorni, ciascuno dei quali vede la presenza quotidiana di almeno dieci relatori (talvolta, come a San Sabastián o a Identità Golose, ci sono due sessioni contemporanee, il che raddoppia o quasi il numero delle relazioni). Ogni relatore in media si esibisce per quaranta minuti (che possono anche aumentare nel caso la relazione comporti anche una dimostrazione di cucina). La tendenza è comunque quella di aumentare il numero degli interventi per congresso. Basti pensare che a Identità Golose si è passati dai 18 relatori del 2005 (prima edizione), ai 40 del 2006, ai 56 del 2007, per arrivare ai 70 dell'edizione di quest'anno. I fenomeni in atto a livello mondiale, dunque, sono due: cresce il numero dei congressi e, per ogni congresso, aumenta la “carne al fuoco”, ossia i temi, gli ospiti, l'attenzione mediatica. Insomma, di cucina si parla sempre di più, forse troppo. Gli spagnoli - che credono fermamente nel marketing e nell'autopromozione - sono fra i più assidui frequentatori di festival, congressi e seminari: sui programmi degli ultimi anni ricorrono con una certa frequenza i nomi di Dani Garcia, Jordi Herrera, Martin Berasategui, Josef Roca, Juan Mari Arzak, Quique Da costa, dello stesso Ferran Adrià. Gli chef italiani di prima fila sembrano invece un po' meno presenzialisti e limitano le loro uscite a una media di due o tre appuntamenti l'anno. Ma ai congressi ci vanno volentieri. Perché i meeting di cucina d'autore sono diventati sì una moda, ma sono ancora recepiti come occasioni per aprirsi a nuovi orizzonti, per sperimentare tecniche innovative o così antiche da essere sparite dal vocabolario.

Un bilancio dei costi e benefici
Cerchiamo di vedere con quale rapporto costi-benefici. In generale, gli chef invitati in qualità di relatori sono spesati di tutto (viaggio, vitto, alloggio) e per la durata della loro presenza, che può andare da uno a tre giorni o più. Nei congressi che comportano anche dimostrazioni live, attrezzature e ingredienti sono quasi sempre messi a disposizione gratuitamente. Sotto forma di gettone di presenza o di rimborso spese forfetario, lo chef relatore percepisce una sorta di compenso indiretto, che va da poche centinaia a due-tremila euro nei casi più fortunati e per impegni che superano i due giorni di presenza. A suo carico restano le spese sostenute per eventuale personale al seguito e per i prodotti semilavorati che si porta da casa, e soprattutto il mancato guadagno derivante dalla eventuale chiusura del locale. «Credo che nessuno chef vada ai congressi per denaro, perché è comunque più quello che si perde di quello che si guadagna -spiega Norbert Niederkofler (St. Hubertus), stella del firmamento Michelin, reduce in qualità di relatore da Gusto in Scena, a Venezia -. Una forma di “indennizzo” è sempre prevista, ma non parlerei di compenso. Dal canto mio, intervengo a un paio di congressi l'anno, non di più, e solo quando il St. Hubertus è chiuso. Per rispetto dei clienti». Contrariamente a quanto accade in Francia o in Spagna, dove i ristoranti restano aperti praticamente tutto l'anno e si avvalgono di una perfetta organizzazione imprenditoriale. Accusato di essere più in giro per il mondo a parlare di cucina che tra i fornelli, Alain Ducasse, da perfetto imprenditore di se stesso, dice: «Quando una persona va al ristorante, deve preoccuparsi di mangiare bene, non di sapere chi c'è o non c'è in cucina». In Italia invece, nonostante tutti dichiarino di avvalersi di staff affiatati, è diffusa la convinzione che il cliente sia attirato dalla figura dello chef più che dal ristorante in sé. Ma congressi o meeting non sono gli unici momenti in cui lo chef esce dalle proprie cucine. Perché oggi il ristorante, assolta la sua funzione di luogo dove vengono somministrati i pasti, tende a diversificare il proprio business in svariate iniziative esterne in cui lo chef è protagonista assoluto. Come gli stilisti possono dar lustro con il proprio nome a piastrelle, profumi, penne, allestimenti speciali di automobili, anche gli chef sono diventati dei veri e propri brand, richiesti per firmare catering, consulenze, presentazioni di nuovi prodotti gastronomici, succhi di frutta, sughi, pentole.

Conviene cercare delle sponsorizzazioni
In tutte queste operazioni, i guadagni dipendono dai contratti stipulati singolarmente da ogni chef. Per quanto riguarda nello specifico i meeting di alta cucina, che in questo quadro rappresentano dunque, una voce assai meno ricca dal punto di vista degli introiti, va detto che più è prestigioso un congresso, meno c'è la necessità di “invogliare” uno chef già affermato con sostanziosi ingaggi (o rimborsi spese che dir si voglia). E a volte, più che la promessa economica, giocano la credibilità e l'autorevolezza del soggetto organizzatore. «Certo, oggi ci sono troppi congressi in giro, e non sempre veramente utili - dice Massimiliano Alajmo, rientrato da Identità Golose, manifestazione di cui è stato testimonial fin dalla prima edizione -. Per quanto mi riguarda cerco di bilanciare la necessità, la voglia di essere in cucina con l'altrettanto importante desiderio di partecipare ai momenti di aggregazione e confronto offerti dai meeting che contano, organizzati da persone competenti». Sul fronte delle spese da sostenere, a volte lo chef invitato a tenere una relazione ha la necessità di avvalersi - oltre che di personale e di ingredienti particolari - di supporti audiovisivi dedicati, che con il meeting esauriranno la loro funzione.«L'anno scorso siamo intervenuti alla prima edizione del congresso di Pamplona “Vive las verduras” - spiega Raffaele Alajmo, fratello di Massimiliano e manager delle Calandre -; per accompagnare la nostra relazione dedicata al radicchio abbiamo dovuto produrre un video-cd che ci è costato circa 2500 euro. Il congresso ci ha rimborsato le spese di viaggio e soggiorno, ma siamo riusciti a coprire i costi vivi del cd grazie al contributo del Consorzio del radicchio trevigiano. Ma certo nessuno ci ha rifuso del tempo impiegato per l'ideazione e la lavorazione del video. Le ricette le abbiamo poi inserite in menu, perciò è stato tempo speso bene».

All'estero sono coinvolte le istituzioni
L'impressione, comunque, è che in altri Paesi - specie dove l'alta cucina rappresenta una strutturata voce imprenditoriale - i congressi dispongano di budget piuttosto ricchi. Tanto per non andare troppo lontano, in Catalogna e nei Paesi Baschi, regioni dotate di forte autonomia, sponsor e istituzioni investono volentieri nel settore. E dato che la gastronomia è ritenuta bene da promuovere i congressi godono di finanziamenti pubblici. Ma anche oltreoceano gli chef sono molto coccolati. «Quando mi invitano, vado volentieri negli Usa - racconta Mauro Canaglia, chef della Trattoria all'Angelo di Piovene Rocchette (Vicenza) che in passato ha lavorato al Dining Room di Atlanta, a fianco dello stellato Guenter Seeger. Nel 2001 sono stato invitato al The Cloister, a Sea Island (Georgia), per il “17th Annual Food & Wine Festival”. Ogni chef doveva presentare un menu di 5 portate per 150 ospiti. È stato uno fra i migliori momenti di scambio culturale. In questo caso, The Cloister ha pagato tutte le spese di viaggio e soggiorno di una settimana per me e mia moglie. Ho dovuto chiudere il ristorante, ma ne è valsa la pena». E gli “juniores” cosa pensano dei congressi? Alberto Tonizzo, giovanissimo chef del ristorante Al Ferarut di Rivignano (Ud), ama frequentare fra il pubblico i più importanti appuntamenti nazionali: «Eventi come Alpe Adria Cooking o Identità Golose non solo offrono la possibilità di percepire le tendenze in atto, ma sono anche una vetrina per conoscere nuovi prodotti e nuove tecnologie». Gli fa eco Enrico Bartolini (Le Robinie di Montescano, Pavia): «I convegni sono la tribuna ideale per raccontarsi e farsi conoscere. Anche se non posso farlo spesso, mi piace andare ai congressi, sia da relatore che fra il pubblico. Come si comportano i clienti quando non ci sono? Qualcuno storce il naso, ma stiamo cercando di abituarli: la vera star non è il cuoco, ma il prodotto».

Drink virtuosi, con il ritorno del misurino

Alcol –

Chi usa il jigger non è imbranato, ma dimostra attenzione verso il cliente, verso il drink e, non da ultimo, usa al meglio i prodotti

Le scuole di mescita sono due: “free pouring” e “perfect pouring”. Nella prima si insegna a versare a occhio. Nell'altra si fanno le cose in modo “perfect” col misurino. Nel nostro Paese, convinti come siamo che il bartender debba saper versare a occhio, senza sbagliare la misura e senza perdere troppo tempo, il misurino non ha mai preso piede. Nei Paesi anglosassoni, nell'Europa dell'Est, in Asia il suo uso invece, non solo è consigliato, ma in molti casi è obbligatorio per legge.
Qualcosa però sta cambiando. Per esempio in locali frequentati da clientela straniera come il Gold di Milano, i drink vengono preparati col misurino. «Perché - dichiara il bar manager Andrea Zampolini, con una lunga esperienza all'estero -se uso il misurino, faccio vedere che sto attento alle dosi e rispetto le regole». Sulla stessa lunghezza d'onda è Anselmo Cazzarò, fondatore e istruttore di una delle più note scuole di flair del Sud Italia, la Wfbs. «In Canada dove ho lavorato per molti anni il misurino non solo fa parte della cultura locale, ma è obbligatorio per legge. Lì esistono regole ferree per la somministrazione. Non si può mai esagerare, altrimenti ti ritirano il patentino di barman (in Canada obbligatorio, nda). Bisogna stare entro i parametri previsti dall'International Bartender Association: per ogni cocktail 4 al massimo 7 cl di parte alcolica. Per questo il misurino è così diffuso. Chi sbaglia la misura, sa che perderà il lavoro, quindi non si azzarda».
Troppi errori se si versa a occhio

In Italia funziona diversamente. E spesso chi sta dietro al banco versa anche il doppio della dose prevista, commettendo almeno tre errori gravi. In ordine: incide sul benessere del cliente, sbaglia il cocktail e spreca il prodotto creando grossi danni al cassetto. Un esempio. Se in una sera si preparano trecento long drink, proposti a 10 euro l'uno, e si spreca a ogni cocktail un solo centilitro di spirit perderemo a fine serata tre litri di prodotto pari a 45 cocktail, ovvero 450 euro di mancato guadagno. Con un misurino in mano tutto sarebbe più semplice. Certo, qualcuno sentenzierà che si perde in velocità, ma vi possiamo assicurare che in Oriente o a Londra, c'è chi col misurino viaggia più veloce di Speedy Gonzales. Impariamo quindi a (ri)conoscere questo utile strumento, di solito in acciaio inox, a forma di doppio cono con una parte più capiente, e un'altra meno. La misura più larga è di solito (ma non sempre) pari a un'oncia e mezzo (circa 44 ml) è il “jigger” vero e proprio. Il cono più piccolo invece contiene (solitamente) un'oncia ed è detto “pony”.

Jigger con il manico

Alcuni jigger sono dotati anche di manico, che inizialmente è un po' difficile da maneggiare, ma con la pratica si trova la presa giusta. Uno degli aspetti positivi del manico è che se fate scivolare qualche goccia di liquore sul lato del jigger mentre versate le dita non si incolleranno. Un'ultima curiosità riguarda le origini del jigger col manico. Pare che questo particolare strumento di lavoro risalga all'età vittoriana della medicina. Con l'unica differenza che a quei tempi i jigger si usavano per dosare erbe come il laudano e altri narcotici, fondamentali per lenire i dolori. Lo stesso Angostura Bitter inventato dal medico Johann Siegert nel 1824, come rimedio contro i problemi di stomaco, fu creato miscelando le parti con l'aiuto di un jigger. Tradotto: i primi medici sono stati anche i primi mixologist della storia.

Il design mette radici in pizzeria

Arredo –

La pizzeria cambia look. Voglia di relax, socializzazione, lusso sono le nuove esigenze dei consumatori. E i nuovi locali nati dal corso Pizza Experience Design hanno dato le soluzioni

Da anni la pizza ha cittadinanza nei locali della ristorazione. Pizzerie in cui muri a calce, decorazioni rustiche, trecce di peperoncini alle pareti, tovaglie a quadretti e tutto l'anbaradan che fa folklore sono diventati il modo più usuale e banale per simboleggiare la tradizione partenopea di cui la pizza è il frutto. Si tratta di spazi in molti casi arredati dagli stessi gestori, illuminati con luci al neon, rumorosi e dal servizio piuttosto sbrigativo.
Le esigenze dei consumatori nei confronti delle pizzerie stanno però cambiando, tanto da diventare soggetto di studio del corso Pizza Experience Design organizzato dal Poli.design del Politecnico di Milano. Spiega Nicola Ticozzi, direttore del corso: «Anche le pizzerie, in sintonia con il mutare degli stili di vita e le nuove tendenze dei consumatori, stanno evolvendo in luoghi ad alto contenuto di design, in grado di intrattenere e di comunicare atmosfera ed emozioni». Un'evoluzione già in atto in molte grandi città, dove già iniziano ad aprire pizzerie che nulla hanno in comune con quelle che conosciamo. Nascono locali arredati con gusto scenografico, solitamente polifunzionali, attivi non solamente all'ora dei pasti, ma che puntano a trattenere la clientela anche in orari non consueti; posti da frequentare per un aperitivo o lounge in cui è piacevole trattenersi anche nel dopo cena».
«Si tratta di pizzerie a forte caratterizzazione estetica - continua Ticozzi - dove l'offerta di servizi e intrattenimento è esperienza multisensoriale. Perché prodotti, atmosfera, servizio e design d'ambiente si fondono e diventano il tutt'uno che costituisce l'offerta di quel punto vendita».
Convivialità, lusso, modularità, temi top

Sono nati così cinque progetti firmati da altrettanti team di designer internazionali, che hanno dato nuove identità alla pizzeria, ripensandone arredi, luci, materiali, la suddivisione degli spazi interni ed esterni. Ne abbiamo scelti alcuni, ricchi di spunti utili a tutti.
Punta alla convivialità e si rivolge a un pubblico di giovani il progetto Vivo di 7Pexpo. L'idea alla base è una pizzeria aperta dalla colazione alla cena e oltre, con un'atmosfera che si modifica grazie all'uso sapiente delle luci. Nella sala l'attenzione si concentra attorno al forno, la cui bocca è posta ad altezza occhi: è questo il punto focale, “nobilitato” dalla rivestitura di mosaico rosso. Particolare è il lungo tavolo da 100 coperti, che si snoda attraverso il locale e obbliga a sedersi tutti insieme. Sorge il dubbio: i progettisti avranno pensato alla difficoltà del cameriere, nel servire o sparecchiare? Ciò detto, in città dove l'esigenza di socializzare si fa sentire, l'idea è apprezzabile: in un contesto simile la conversazione è garantita, anche grazie alla controsoffittatura di fibra di vetro e resina che attutisce i rumori.
Stile urbano, target elevato e un progetto flessibile, dove l'atmosfera del locale si rinnova di continuo, sono i tratti salienti del progetto Stilemi, idealmente collocato in un quartiere d'affari e residenze di classe. Fin dall'ingresso si percepisce la centralità del fuoco: una “lingua” in Alulife (alluminio trattato per pavimentazioni) rosso disegna sul pavimento un percorso verso la cucina; nella zona forni la presenza del fuoco sullo sfondo è enfatizzata da “tagli” sulle pareti, attraverso cui si intravedono le fiamme. La sala principale è caratterizzata da un sistema di quinte mobili e vele modulari, in grado di essere spostate in relazione alle esigenze e a ogni cambio dei pizzaioli, tutti i mesi diversi, provenienti da ogni regione.
A cambiare i termini dell'equazione pizza=prodotto popolare è il progetto Exex. Qui i designer si sono rivolti a un target d'élite: solo 30 coperti, suddivisi fra esclusivi privé (vicino alla vetrina, per vedere e farsi vedere); una corte interna, dedicata all'happy hour, la zona bar e la sala. Il tutto arredato con cristalli, lampadari di Murano, legno laccato, oro e cotto, colonne rivestite in foglia d'oro e tendaggi in perline di cristallo.
E la pizza? In tutto questo lusso quasi “sparisce”: la lavorazione a vista qui non ha importanza, la qualità è data per acquisita, ciò che conta è l'esclusività del luogo. Di conseguenza anche il prezzo non sarà fra le principali preoccupazioni degli avventori. Perché è chiaro che la pizza in un locale tanto élitario avrà un prezzo paragonabile a quello di una cena al ristorante. Ma al cliente, giurano i designer, piacerà proprio così.

Oltre il forno, fritti e dolci

Pizzerie –

Margherite e focacce. Ma anche sfiziosità fritte e carni selezionate. A prezzi light. Dal Filodendro a Pinerolo

Pizza, fritti, carne e pasticceria home made, preparati con ingredienti di qualità e proposti a un prezzo light. È la formula con cui Marco Bonomi ha lanciato i suoi locali a Torino (Amici Miei, I Soliti Ignoti, Il Sicomoro e L’Opificio) e che da qualche mese ha “esportato” anche a Pinerolo, aprendo il Filodendro (100 coperti), che il patron definisce “pizzeria con cucina”.
Non solo pizze, quindi, ma anche carne di qualità e fritti che, conferma Bonomi: «Nessuno cucina più in casa mentre fuori sono un piacere irresistibile».
Il menu del Filodendro si apre difatti con “gli sfizi” una serie di piatti fritti come il fritto misto all’italiana (calzoncino ripieno di mozzarella di bufala, zucchine e crudo di Parma), alici e zucchine fritte, gnocco fritto con stracchino e culatello di Zibello. Ci sono poi “la griglia” con filetto, costata, tagliata (soprattutto fassone piemontese o carne argentina) e agnello alla griglia, oltre a una buona scelta di pizze: 28 varianti più 9 focacce. Per finire in dolcezza la carta include una serie di dessert tipici del sud, come sfogliatelle, zeppole, babà, cannolo e cassata, oppure i classici panna cotta, tiramisù, sorbetti e gelati. Tutti i dolci sono preparati nella pasticceria-laboratorio di Bonomi, nata solo per servire i vari locali di questo imprenditore ma che poi è diventata un vero e proprio punto vendita aperto al pubblico.
La qualità in cucina si accompagna a una politica di prezzi attenta. Una pizza margherita non può costare più di 4,50 euro, un’insalata 6 euro, per una cena con pizza si può spendere attorno ai 15 euro. Spiega Bonomi«Controlliamo i prezzi in modo da offrire il miglior rapporto qualità/prezzo. Preferiamo ridurre il ricarico, pur di aumentare il numero di clienti serviti. Una politica che finora ci ha dato ragione».

Venticinque risotti espressi e pure il single è servito

Tematici –

Una carta dedicata solo ai risotti, classici o fuori dagli schemi. Percorsi gastronomici con piatti a sorpresa. Da Cinzia, a Vercelli

Risotto, un punto dolente per molti cuochi. Le regole lo vogliono preparato al momento, la cottura richiede un’attenzione continua e basta un minuto di distrazione per trasformare un ottimo piatto in un colloso pappone. Così è diventato un piatto negletto in molti locali.
A fare proprio del risotto un punto di forza è invece il ristorante-risotteria Cinzia di Vercelli. Il locale (60 coperti) è condotto da Christian Costardi, trentenne esponente di 4a generazione della famiglia, da sempre titolare del “Cinzia”; accanto a lui il fratello Manuel, pasticcere. È Christian a spiegare la filosofia della sua cucina in cui il riso, solo italiano, è il protagonista: «Per molti chef il risotto è una seccatura; ma è un gap da superare, ci sono tipi di pasta che richiedono cotture altrettanto lunghe. E con un minimo di strategia anche l’attesa diventa piacevole: basta offrire uno stuzzichino e il quarto d’ora della cottura passa velocemente». Nessuna difficoltà, quindi; inoltre per Costardi puntare sui risotti è un modo per mettere in rilievo una specializzazione e un legame con la tradizione gastronomica locale, che vanta ricette come la panissa (a base di pancetta o salamino, fagioli borlotti e ovviamente riso).

Dieci fornelli dedicati solo al riso

Il menu prevede una carta dedicata solo a “I risi”. Ben 25 specialità, fra cui dei “classici” come il risotto ai porcini o il riso allo zafferano (da 12 a 19 euro). Nella lista naturalmente c’è la Panissa classica, ma pure quella destrutturata: «Per assaporare - spiega Christian - autonomamente i sapori fondamentali. E ho ideato anche la “Pastissa”: tagliolini cotti nel vino rosso, con un condimento che richiama la ricetta tradizionale». La carta continua coi risotti “Creativi”; ad esempio quello ai porri mantecato al taleggio e riduzione alla liquirizia; o quello ai gamberi e relativo carpaccio, servito con centrifugato di mela, finocchio e limone (19 euro). Tutti piatti espresso, preparati anche per un solo commensale, con un tempo medio d’attesa di 14 minuti. E per non rischiare “ingorghi” alle ordinazioni - gestite da 4 persone in sala e 5 in cucina - 10 fuochi sono riservati solo ai risotti.
Non mancano anche altre proposte. Ad esempio il menu “Passeggiata”: 10 piatti (a 100 euro) liberamente scelti dallo chef, che dice: «È il modo migliore per conoscere la mia cucina, un percorso culinario in cui propongo ricette che a volte non sono nemmeno in carta».

Vi racconto la mia sfida al big mac

Chef –

Lo chef Claudio Sadler reinventa i sandwich di Mc Donald’s. Un po’ per gioco, un po’ sul serio

Panino, cosa da cuoco stellato? Perché no. A dimostrarlo è Claudio Sadler, chef patron dell’omonimo ristorante milanese (due stelle Michelin), che ha raccolto la sfida lanciata da McDonald’s: preparare dei panini “limited edition”, sintesi fra creatività e materie prime, tecniche e processi di lavorazione tipici della grande catena. Un esercizio che insegna come il know-how dell’alta cucina possa essere applicato alla realtà del pasto veloce, di cui il panino è il simbolo.

Come gli insegnamenti dell’alta cucina possono essere d’aiuto a ogni professionista?

Alla base c’è la conoscenza delle materie prime. Ma serve anche individuare i prodotti più adatti alla fascia di prezzo in cui ci si vuole collocare. Per McDonald’s, ad esempio, ho scelto il salmone fresco, pesce dal costo piuttosto basso. Inoltre la cottura breve (un minuto), consente al pesce di reggere senza problemi l’attesa in caldo.

Come regolarsi nella scelta degli ingredienti?

È importante sapere come si comportano i prodotti. Un esempio? Bisogna conoscere le reazioni di una salsa quando si scalda il panino: non si devono scindere le componenti grasse; il gusto - al variare del calore - non deve prendere note sgradevoli e la salsa non deve diventare troppo liquida. Meglio fare varie prove, per ottenere dei risultati certi.

Cotture: cosa va sottolineato?

Ritengo importante l’attenzione all’equilibrio o ai contrasti. Una farcitura fritta, di buona consistenza e molto piacevole al palato, risulta più piacevole se è contrastata da note fresche e lievemente acide. L’esempio? Il panino con melanzana e provola impanate e fritte: la prima rimane consistente, l’altra fonde e dà morbidezza. Il tutto è bilanciato dalla nota fresca della ricotta e da quella acidula trasmessa dal pomodoro.

L’alta cucina è attenta a proporzioni e componenti del piatto. È un criterio valido comunque?

Certo, anche in un panino bisogna definire qual è l’elemento chiave, che determina gli abbinamenti. Se è molto saporito, meglio non aggiungere altro: un panino con la mortadella è perfetto con una foglia di insalata e un cetriolino, niente di più. E attenzione al numero degli ingredienti: quattro sono sufficienti, oltre si rischia di ottenere un “pastone” di sapori indistinguibili.

Quali le attrezzature che semplificano il lavoro?

Dotarsi di piastre performanti è un’ottima base di partenza. Utili quelle con superficie di cottura inferiore e superiore e timer. Utili anche coltelli elettrici, sac à poche, tagliauova, coltelli affilati e palette. Indispensabili infine le pinze, per prendere gli ingredienti senza toccarli con le mani.

Quali i consigli sull’organizzazione del lavoro?

Prima di tutto lo spazio. Ne basta poco, se è ben organizzato: ogni operatore deve avere di fronte a sè gli ingredienti già preparati, dentro a vari contenitori, con relativa pinza. Ed è bene, come nell’alta cucina, seguire procedure programmate, a garanzia di costanza e velocità di servizio.

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