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Un locale con musica live non si improvvisa

Tempo libero –

I concerti attirano il pubblico: nel 2007 gli italiani hanno speso 143 milioni di euro

La musica dal vivo è in forte crescita. Nel 2007 gli italiani hanno speso 143 milioni di euro in biglietti per concerti, oltre il 15% in più rispetto al 2006. Per i gestori è fondamentale capire che tipo di musica vorrebbe ascoltare la clientela del proprio locale. In generale, le cover band funzionano nei locali di medie dimensioni di provincia, mentre i gruppi underground piacciono nei piccoli club delle grandi città. «È importante che i clienti sappiano che tipo di musica ascolteranno quella specifica sera della settimana - racconta Daniel Cerbone dello Xel di Seriate (Bg) e del Pamperos di Cologne (Bs) -. Da noi per esempio il giovedì è la serata dei tributi rock, il venerdì tocca alle cover band». Il cachet di una buona cover band va dai 500 ai 1.500 euro, ma non è detto che sia sempre meglio utilizzare i gruppi “top”. «È invece importante fare proposte graduali, meglio far suonare due band di medio livello che un ottimo gruppo seguito da uno mediocre», spiega Cerbone. Per quel che riguarda il rock, band italiane come Marlene Kuntz, Afterhours e Baustelle sono delle certezze per i locali di medie dimensioni che li ospitano anche se costano sugli 8-10.000 euro. I club più piccoli invece utilizzano gruppi emergenti italiani o internazionali che si accontentano di un cachet rimborso spese (500 euro, cena e alloggio). La community online myspace.com è una miniera di nuovi talenti, ma anche le agenzie specializzate, come la torinese Casasonica, Jam for Live o Dna Concerti, sono preziose alleate.

Prima e dopo il concerto
Non va sottovalutato l'accompagnamento musicale del prima e del dopo concerto. Più che affidarsi a dj da migliaia di euro a notte, è utile partire dal genere musicale del live e poi salire con il ritmo.

Il palco e l'acustica
La musica dal vivo va diffusa attraverso un buon impianto audio. Fondamentale è anche non esagerare con il volume, soprattutto in locali in cui non tutto il pubblico ascolta con attenzione. L'ideale è servirsi di un fonico in ogni momento: in fase di progettazione si perfeziona l'acustica del locale con pannelli e altri accorgimenti, poi la sera si gestisce il suono del gruppo in modo professionale.

La burocrazia
Chi ha intenzione di organizzare un concerto deve rivolgersi all'ufficio Siae competente. Che il pubblico paghi o meno un biglietto, la tariffa applicata è in genere il 10% circa dell'incasso complessivo del locale, ma sono possibili forme forfettarie, specie per i locali piccoli. È poi molto importante che il programma musicale (borderò) sia compilato con attenzione onde evitare multe.

Italiani più abitudinari che sommelier

Consumi –

Una ricerca Swg per Santa Margherita spiega gli atteggiamenti dei nostri connazionali in fatto di vino. Sì ai consigli, no a prezzi troppo alti

Più abitudinari che sperimentatori, molto più sensibili al passaparola che ai consigli di Internet. E molto attenti al portafogli (costo della vita o parsimonia?) ma ben disposti a spendere di più per il vino da regalare. Però anche esigenti al ristorante, e forse un po' stufi della rigidità dell'offerta di molti locali: oltre alla classica bottiglia da 0,75 litri gradirebbero infatti una proposta più ampia di mezze bottiglie, vini sfusi e al calice.

I diversi aspetti
Sono alcuni degli aspetti che emergono da una ricerca sulle abitudini di consumo, i criteri di scelta e gli atteggiamenti degli italiani rispetto al vino, condotta dall'azienda Santa Margherita in collaborazione con Tomorrow Swg. La ricerca è stata effettuata su un campione di 800 italiani, maschi e femmine dai 18 ai 64 anni. Rispetto alle abitudini di consumo, il vino è presente nel 75,7% delle famiglie italiane (600 bevitori su 800 intervistati) e vede ancora la supremazia della casa (58,7%) rispetto al fuoricasa (21,1%) come luogo di consumo.

Pasti
Quasi sette persone su 10 lo bevono solo ai pasti, il 17% anche in altri momenti, il 14,6% soltanto in altri momenti. La frequenza media di consumo è di 3 volte a settimana, ma tre persone su dieci (anche le donne) bevono vino tutti i giorni o quasi, in particolare nella fascia di età tra 55 e 35 anni, più al nord che al sud e più tra i pensionati, i dirigenti e i colletti bianchi rispetto alle altre categorie. Tra i canali di informazione prevale nettamente il passaparola, ma anche la pubblicità, la stampa specializzata, la stampa generalista, radio e tv non vanno male.

Internet
 Chi invece non passa l'esame è internet, agli ultimi posti come mezzo di informazione sul prodotto vino, nonostante la grande offerta del web e contrariamente a quanto ci raccontano molte agenzie online cresciute come funghi in questi anni. Un altro argomento della ricerca aveva come tema l'acquisto. Più di sei persone su dieci quando entrano in un negozio, più o meno specializzato, hanno già in mente un vino, il 36,1% del campione (386 responsabili di acquisto su 800 intervistati) decide invece al momento.

Prezzi
 Sui prezzi il 41,7% è disposto a spendere qualcosa in più rispetto al suo prezzo soglia, ma il 41,2% spende al massimo 3 euro a bottiglia e il 30,9% tra i 3 e i 5 euro per il consumo a casa e in famiglia. Quando però si tratta di regalare un vino l'italiano scuce qualcosa di più: il 76,5% spende da 5 euro a oltre 10 euro a bottiglia. Nel consumo fuoricasa si beve più a cena che a pranzo, più al ristorante e in trattoria che in bar, winebar, enoteche e locali notturni. A tavola il consumatore si lascia in genere consigliare (38,3%), consulta attentamente la carta (26%), ordina il vino della casa (19%), oppure indica al sommelier una generica tipologia di vino (16,7%).

Consumo
 Quando invece l'acquisto è per il consumo personale, in casa, il 37,9% compra quasi sempre lo stesso vino, il 35,8% sceglie tra due/tre vini che già conosce o che ha già comprato, appena il 26,4% decide volta per volta, per sperimentare.

Addio piastrella, benvenuta resina

Interni –

Carte da parati che diventano pavimenti, superfici ultraresistenti. Tutto grazie alla resina. Per creare ambienti unici

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Bargiornale giugno / pdf / Numero pagine: 3 / Lingua: italiano / di Paola Leone

Al Water House lezione d’ambiente in stile british

Sostenibilità –

Un nuovo ristorante di Londra sviluppa all’estremo l’idea di locale ecologico: non inquina, non consuma e impiega gli utili per fini sociali

Per ristoranti ecocompatibili, quelli con le credenziali sempre più verdi, il trend sta crescendo esponenzialmente in Inghilterra. L'ultima apertura in questa categoria - che sarà di nicchia ancora per poco - è Water House, che sorge sulle rive del Regent's Canal a Londra, nel modaiolo quartiere di Shoreditch, a est della City. Water House - pubblicizzato come il primo ristorante a zero emissioni nocive della storia - è il fratello più giovane di Acorn House, l'altro tempio britannico dell'eco-ristorazione ambientale, nato nel 2006 dalle menti “verdi” di Arthur Potts-Dawson (capo chef) e Jamie Granger-Smith (manager e fondatore). La “mission” di questo locale è semplice: offrire il meglio dei prodotti locali, cucinati in modo fresco e moderno, in un ambiente che non solo non inquina, ma aiuta anzi a ridurre le emissioni di gas nocivi nell'ambiente. Da Water House non si butta via niente, si ricicla tutto con metodi addirittura sperimentali e ci si preoccupa di non gravare sulle cause del cambiamento di clima e del riscaldamento globale; tutti argomenti di straordinaria attualità che ben impressionano la clientela eco-consapevole del neonato locale.

Tutta l'energia viene autoprodotta
Grazie alla propria location, Water House utilizza le acque del Regent's Canal per creare energia idro-elettrica, cioè elettricità con cui viene effettuata tutta la cottura dei cibi, servendosi di piastre a induzione. Il locale gestisce poi tutte le proprie necessità di climatizzazione (sia riscaldamento, sia condizionamento) grazie ad un sistema scambiatore di calore (o a pompa di calore) collocato sotto il livello del canale. Mentre una serie di pannelli solari termici montati sul tetto forniscono l'energia necessaria per produrre l'acqua calda utilizzata dal ristorante. Tutti i frigoriferi sono dell'ultima generazione, e non utilizzano i famigerati gas fluorurati HCFC bensì quelli a idrocarburi (HC) che non solo diminuiscono i consumi (fino al 64% in meno dei tradizionali frigoriferi) ma non sono dannosi per l'ambiente. Per i rifiuti Water House ha tre sistemi: una “worm factory” (bidone di lombrichi) per il cibo crudo, un sistema di compostaggio a caldo per la maggioranza degli altri scarti organici e un sistema sperimentale Bokashi che trasforma l'olio di frittura usato in sostanza riciclabile.

Soltanto cibo locale e biologico
Nel locale stesso, che propone un look modernissimo, quasi scandinavo, i menu sono “paperless”, ovvero senza carta - scritti di giorno in giorno su ampie lavagne. L'acqua servita è filtrata con un sistema speciale in collaborazione con Belu, i vini sono biologici o biodinamici e tutto il cibo è stagionale e al più possibile locale (nulla viene importato per via aerea). Naturalmente, tutto il pesce proviene esclusivamente da allevamenti sostenibili. Lo stesso principio del “senza carta” si estende poi anche alle toilette, attrezzate con un nuovo tipo di sanitari giapponesi che fanno a meno della carta igienica, offrendo un servizio completo di pulizia senza “sprechi inutili”. E per finire, gli introiti vengono spesi per fini socialmente utili, visto che proprietaria del locale è un'associazione non governativa, il Shoreditch Trust, impegnata nella riqualificazione ambientale del quartiere londinese.

Extra spazio

Esterni –

L’esterno è uno spazio fluido che comunica senza soluzione di continuità con l’interno. Un ambiente vivo tutto l’anno dove il locale esprime la sua personalità

Allegati

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Bargiornale giugno / pdf / Numero pagine: 4 / Lingua: italiano / di Fabrizio Gomarasca

Le banconote false si possono riconoscere

Esercizi commerciali –

In Italia vengono ritirati circa 120mila pezzi contraffatti ogni anno. Tra i più esposti al rischio ci sono i negozianti

Vi siete ritrovati in cassa una banconota falsa? Pensate di “riciclarla”? Attenti a prendere decisioni affrettate. Rischiate da tre a dodici anni di carcere per spendita di monete false ai sensi degli articoli 453, 455 e 457 del Codice Penale. «La legge non ammette ignoranza e un esercente ha il dovere civico di imparare a conoscere bene il denaro - spiega il colonnello Alessandro Gentili, comandante dei Carabinieri Antifalsificazione Monetaria -. Chi lo fa in buona fede non corre rischi. Ma chi insiste o usa le maniere forti per rimettere in circolazione una banconota contraffatta, è soggetto alle stesse pene del falsario». Il rischio è alto. Nel 2007 la Banca d'Italia ha riconosciuto false 119 mila banconote di diverso taglio, in lieve calo rispetto alle 135 mila ritirate nel 2006 nel corso di sequestri penali eseguiti dalle forze di polizia e di sequestri amministrativi operati da banche e uffici postali. Ma i falsi in circolazione sono molti di più.

Come difendersi dai falsi
 Gli esperti consigliano di difendersi imparando a riconoscere le “patacche” dai soldi buoni. Come? Consultando i manuali della Banca d'Italia e le “animazioni” sul sito della Banca europea, oppure tenendo a portata di mano la lampada di Wood o altre “macchinette” capaci d'individuare il denaro sospetto. Non costano tanto (da 49 a 300 euro) e sono facilmente reperibili sul mercato. La lampada di Wood è forse la più diffusa tra gli esercenti. Agisce con i raggi ultravioletti che determinano reazioni degli inchiostri. Esponendo le banconote, la bandiera europea azzurra sul davanti diventa verde, il giallo delle stelline diventa arancione e sul corpo di tutta la banconota emergono piccoli punti fluorescenti, che sulla banconota falsa non ci sono. Altre sofisticate “macchinette” applicano il principio delle casse automatiche dei caselli autostradali e rifiutano le banconote che semplicemente “ritengono” non genuine. Attenzione però, il rifiuto non ha valore legale. Il giudizio di falsità può darlo esclusivamente la Banca d'Italia. Le macchinette aiutano il cassiere a compiere una prima verifica ed eventualmente a rifiutare la banconota sospetta. In ogni caso, sono utili.

Bar, pizzerie e tabaccai sotto tiro
 Gli esercizi più a rischio di vedersi rifilare soldi falsi sono bar e pizzerie affollate, discoteche quando c'è ressa alla cassa, edicole, tabaccai. Disattenzione, confusione e caos sono complici dello spacciatore così come la sbadataggine, la stanchezza, l'età e i problemi di vista del cassiere dove c'è poca luce. Eppure i falsi si possono riconoscere con poche elementari operazioni. Si deve toccare, guardare in controluce e ascoltare il fruscio che il biglietto produce forzandolo con i polpastrelli per valutarne la consistenza. L'esercente disattento o disposto a chiudere un occhio non fa un buon servizio a nessuno, men che meno a se stesso: «Chi è sbadato rischia di diventare un punto di riferimento del falsario e di essere preso di mira di nuovo - spiega Piero Maraffa, tenente colonnello dell'Ufficio Falso Monetario del Servizio di cooperazione internazionale di Polizia -. Nei ristoranti e negli alberghi circola meno denaro contante e i rischi diminuiscono, ma gli altri esercenti devono fare davvero molta attenzione».

Aperitivo, i clienti apprezzano le nuove proposte

Locali –

Serate a tema, eventi, iniziative speciali: sono tanti i modi per aumentare il giro d’affari dell’happy hour

Offrire, prima di tutto, esperienze: sembra essere questa la “formula magica” capace di moltiplicare gli affari di un locale. Una formula che vale anche, se non soprattutto, per l'aperitivo. «Nelle grandi città del mondo - spiega Oscar Cavallera, direttore di Bar University - i nuovi locali vengono pensati tutti con un tema di fondo molto forte. E il tema è la chiave giusta per fare dell'aperitivo un momento di grandi affari. Meglio ancora se si propongono temi diversi nei diversi giorni della settimana, in modo da riuscire a movimentare clienti di vari target. Senza dimenticare comunque l'importanza di usare la leva del prezzo speciale per attirare gente o incrementare i consumi».
Da dove partire per riempire di contenuti un aperitivo? Da buone idee (magari non originali, ma comunque nuove per la propria “piazza”), dalle proprie passioni, dalla possibilità/capacità di attrarre determinati gruppi di persone (gli studenti universitari, i giovani artisti, gli appassionati di fotografia, la compagnia di amici del figlio ecc.). Da non sottovalutare anche i vantaggi che possono scaturire da accordi con altri negozi (si può parlare di Paesi lontani, ospitare sfilate, presentare libri). C'è poi tutto il filone degli “aperitivi benefici”, organizzati per raccogliere fondi per qualche giusta causa, magari legata strettamente al proprio territorio: lì per lì non ci si guadagna, ma di certo ci si fa conoscere (e apprezzare). Come insegnano le storie dei barman di successo, il segreto è far andare a mille, insieme allo shaker, anche il cervello.

I consigli utili

1) Legare l'aperitivo a un tema forte permette di attrarre nuovi clienti. L'ideale sarebbe proporre temi diversi nelle varie serate, in modo da andare a colpire una pluralità di target di clientela. Oltre a organizzarli, gli aperitivi “speciali” vanno anche comunicati nel modo e nei luoghi giusti: all'università se è per studenti, nei blog di appassionati di cinema se ne fate uno che ha per tema i film ecc.

2) Soprattutto nei paesi e nelle cittadine, le iniziative congiunte con altri esercizi commerciali possono funzionare bene e tornare a vantaggio di tutti. Ad esempio, si può organizzare un aperitivo in collaborazione con un'agenzia di viaggi che presenti una destinazione con diapositive e materiale, offrendo cocktail e stuzzichini a tema (il più facile? Serata cubana + mojito & daiquiri).

3) Creare minieventi legati a uno specifico prodotto. Può essere una proposta legata al territorio (il culatello in Emilia, le friselle in Puglia ecc.) oppure più esotica (il foie gras, il sushi ecc.); l'ideale è studiare (e proporre) gli abbinamenti giusti, sia con i vini che con i cocktail. L'importante è che il prodotto scelto sia di qualità. Magari fornito da piccoli produttori con cui stringere un accordo.

Il vino italiano vince la gara dell’export

Settori –

Il rapporto 2007 dell’Oiv piazza il nostro paese davanti a Spagna e Francia. Ma i primi dati relativi al 2008 segnalano un netto arretramento

L'Italia è il primo paese al mondo per esportazioni vinicole, davanti a Francia e Spagna. Lo segnala il rapporto mondiale 2007 dell'Oiv (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino), presentato in occasione del recente congresso di Verona. Lo studio dell'Oiv fa innanzitutto il punto sulla superficie viticola mondiale: rispetto al 2006 l'estensione globale si è leggermente ridotta, attestandosi a 7.910 milioni di ettari (2 milioni in meno rispetto al 2006). A livello di singoli paesi, la Spagna è la nazione che destina più spazio ai vigneti: 1.169 milioni di ettari, ben il 14,85% del totale globale. Seguono la Francia (867 milioni di ettari) e l'Italia (800 milioni). Per quanto riguarda invece la produzione mondiale di vino nel 2007, l'Oiv la stima intorno ai 271 milioni di ettolitri, ovvero 15,68 milioni in meno rispetto al 2006. La Francia si conferma il maggior produttore al mondo, con 48.400 migliaia di ettolitri, pari al 17,86% del totale mondiale. L'Italia la tallona da vicino, con 47.981 migliaia di ettolitri, ovvero il 16,61% globale. Al terzo posto si trova la Spagna, e al quarto gli Stati Uniti, che grazie al crescente successo della produzione californiana, controllano ormai una quota del 7,39% (oltre 20.000 migliaia di ettolitri).

Il rapporto sul vino dell'Oiv 

Aumentano i consumi mondiali
La ricerca segnala un leggero aumento del consumo mondiale di vino, che si è attestato nel 2007 a quota 241 milioni di ettolitri, circa 3,3 milioni in più rispetto all'anno precedente. I francesi sono i maggiori consumatori mondiali: l'anno passato ne hanno acquistato 32 milioni di ettolitri; seguono gli italiani con quasi 27 milioni e al terzo posto gli americani (con 26,5 milioni). La Germania è invece il più grande importatore al mondo di questa bevanda, con oltre 14 milioni di ettolitri; seguono Regno Unito, Stati Uniti e Russia (7,9% dell'import globale). I dati migliori per il settore vinicolo italiano arrivano dall'export: l'Italia nel 2007 ha esportato 18.800 migliaia di ettolitri di vino, pari al 20,56% del volume complessivo mondiale. Il dato assicura al nostro paese il primato globale dell'export, nettamente davanti a Spagna (15.293 migliaia di ettolitri) e Francia (15.151).

Battuta d'arresto nel primo trimestre 2008
Segnali d'allarme per l'export italiano arrivano però dai dati preliminari diffusi dall'Istat relativi al primo trimestre 2008: l'Italia ha spedito nel mondo 3,9 milioni di ettolitri di vino, ovvero il 9,1% in meno rispetto al corrispondente periodo del 2007. Il valore dell'export è stato pari a 798 milioni di euro (+7,7%), trainato da un prezzo medio in aumento del 18,6%, pari a 2,02 euro al litro. Secondo quanto dichiarato al sito Winenews dal ministro per le Politiche agricole Luca Zaia, è necessaria una riflessione generale del settore, perché «il rischio è di perdere la fascia bassa del consumo».

Piatti più belli ma meno nutrienti con gli additivi

Alimentazione –

Sono alla base di molte ricette fantasiose, ma vanno usati con giudizio, come spiega il farmacologo Francesco Scaglione

Dimmi quanti additivi usi e ti dirò che cuoco sei. Francesco Scaglione, farmacologo clinico presso l'Università degli Studi di Milano nonché chef per passione, ha un'idea fissa in testa: dimostrare che nell'alta cucina odierna gli additivi sono utilissimi, ma non devono diventarne i protagonisti assoluti.

Le ricerche di Scaglione sono indirizzate soprattutto a un aspetto: quello della salute. Per dimostrare che, se assunti entro certe quantità, gli additivi non fanno male (certi, come gli antiossidanti, possono essere addirittura benefici). In soggetti particolarmente sensibili, però, possono essere fonte di allergie o causare spiacevoli effetti lassativi, come nel caso d'ingestione eccessiva di gelificanti quali alginati, pectine, glicerina, mannitolo, sorbitolo, sostanze oggi molto utilizzate nella cucina “tecnoemozionale”.

Estetica o valore nutrizionale?
Semmai, è sul piano nutrizionale che sorgono i dubbi. Con il termine additivo s'intende tutto ciò che viene aggiunto a una preparazione alimentare. A seconda della loro funzione, queste sostanze sono suddivise in categorie, a ciascuna delle quali è associato un codice identificativo, valido in tutta Europa (generalmente composto da una E seguita da tre o quattro cifre). Coloranti, antiossidanti, acidificanti, esaltatori di sapidità, edulcoranti, conservanti, emulsionanti, addensanti, gelificanti sono oggi protagonisti assoluti della ristorazione industriale, ma da qualche anno sembrano diventati indispensabili anche nella cosiddetta cucina d'autore.

Gli chef se ne servono per rendere più gradevole alla vista un piatto, aromatizzarlo, dargli una consistenza che non avrebbe utilizzando esclusivamente gli ingredienti tradizionali; o ancora, per attenuarne o enfatizzarne un sapore, o addirittura per nascondere possibili difetti. Ma nella maggioranza dei casi, l'additivo serve a creare stupore con giochi di forme, aromi, sapori, consistenze. Una tendenza che sembra ormai indissolubilmente legata all'alta cucina contemporanea, come insegnano i grandi chef baschi e catalani che hanno aperto alla chimica le porte dei loro laboratori di cucina.

Falsi alimenti e prodotti del territorio
Afferma Scaglione: «È curioso pensare che con xantano (polisaccaride derivato dalla coltura di un piccolo microrganismo, ndr), acqua, aromi e ciclammato si possa realizzare un gelato senza latte, oppure che con agar agar (un altro gelificante molto utilizzato in pasticceria, ndr), acqua e colorante si possa ottenere un dolce dall'aspetto spettacolare. Il punto è che piatti come questi non hanno alcun valore nutrizionale, perché le sostanze di cui sono composti non sono assimilabili dal nostro organismo. L'effetto è un po' quello di un falso alimento».

Additivi bocciati, dunque, sotto il profilo dietetico, se da strumento per migliorare la lavorazione di un piatto si trasformano nei protagonisti occulti di un menu. Certo, l'idea del “falso alimento”, così come quella della sperimentazione in cucina, non è una novità. Già presso gli antichi romani era in voga il “pesce finto”, un piatto che nulla aveva a che vedere con pietanze di origine ittica. Il timore oggi è che l'estro e lo sperimentalismo in cucina, quando sono fini a se stessi, siano ideati per un consumatore che del cibo considera più l'aspetto estetico che quello alimentare. E allora, stabilito con Scaglione che gli additivi in linea di principio non fanno male, anche se non nutrono, ecco l'interrogativo finale: la cucina, per essere considerata d'alto livello, deve necessariamente stupire con “effetti speciali” o può essere la magistrale interpretazione di prodotti del territorio e materie prime d'eccellenza?

Quelle etichette tutte da sfogliare

Packaging –

Informazioni quasi illeggibili. Caratteri troppo piccoli. Ora però c’è l’etichetta che, srotolandosi, ha tutto lo spazio che serve a spiegare davvero il vino

L'etichetta racconta, ma con “Vino Parlante” racconta meglio. È un’iniziativa di AutoctonO, giovane società dedita ai vini autoctoni, in collaborazione con il Seminario permanente Luigi Veronelli e l’Università di Milano. Più precisamente è una controetichetta multipagina, che descrive il territorio di origine, le caratteristiche dell’uva, del vino e dell’azienda. Se all’etichetta frontale di un vino, nonostante le informazioni da riportare per legge, è affidato il compito di identificare visivamente il prodotto e suscitare emozioni e suggestioni per spingere il consumatore all’acquisto, la nuova controetichetta “parlante” agisce in un secondo momento, cioè in fase di consumo, per rendere il bevitore più informato e consapevole.

Differenze. Alla vista e al tatto non ci sono differenze con le normali controetichette: dimensioni analoghe, stessa posizione sul retro della bottiglia, solo un leggero rilievo dovuto alla sovrapposizione di più pagine. Le “paginette” sono tenute ben salde alla superficie del vetro grazie a un supporto adesivo trasparente. Acquistato il vino, una volta a casa o al ristorante si può strappare l’adesivo e sfogliare l’etichetta pieghevole. Ovviamente la si può anche conservare.
L’esigenza di raccontare più a fondo il vino ha visto in passato iniziative analoghe, ad esempio con aggiunte di piccoli “collarini” attaccati o legati al collo di bottiglia come mini protesi di carta. Non sembra che abbiano avuto grande diffusione. Avverrà lo stesso anche per Vino Parlante? Troppo presto per tirare le somme, di certo il progetto di AutoctonO è partito con l’adesione di 22 cantine. Queste le caratteristiche tecniche della controetichetta: è conforme alle norme sull’etichettatura, si può applicare con tutte le etichettatrici a tecnologia adesiva, ha una copertina personalizzabile, è sovrastampabile con tutte le stampanti a trasferimento termico, ha due ante del pieghevole a disposizione della cantina per informazioni da aggiornare di anno in anno. Alcune aziende hanno optato per una controetichetta solo in lingua straniera.

Traduzioni. Un’altra caratteristica è infatti la possibilità di affiancare all’italiano le stesse informazioni in un’altra lingua. Che anche l’etichetta sia un medium, da utilizzare in modo più comunicativo o informativo a seconda dei casi, lo conferma la scelta di Venica, grande realtà del Collio, in Friuli Venezia Giulia. Venica è una delle cantine che ha sposato il progetto utilizzando la nuova controetichetta per celebrare 30 vendemmie di Collio Friulano.

Le bottiglie mettile in vista

Esporre –

Per vendere il vino bisogna farlo vedere. Ecco allora che designer e architetti lo mettono sempre di più al centro del locale, in vetrine o cantine tecnologiche. Trasparenti, ma studiate per una conservazione ideale

Una delle regole più elementari nella vendita, qualunque sia il prodotto, è far vedere bene la propria merce. Tanto elementare che viene quasi da chiedersi chi mai possa aggiungere qualcosa di nuovo a una materia tanto conosciuta. Eppure c’è perfino una specializzazione del marketing, il cosiddetto visual merchandising, che se ne occupa. E si tratta di una disciplina in continua evoluzione. Il vino si presta in modo contraddittorio al visual merchandising. Metterlo in mostra è importante, ma per loro stessa natura le bottiglie preferiscono luoghi bui e ad umidità costante, le cantine. Quanto di più lontano si possa immaginare rispetto agli scaffali luminosi di una vetrina o di un espositore.

Strategia. «Eppure il vino, soprattutto quello tipico e che punta sulla qualità e sul territorio, si deve mostrare», osserva Andrea Rea, professore di marketing all’Università La Sapienza di Roma e responsabile dell’Osservatorio marketing del vino della Sda Bocconi di Milano. «Per semplicità - ha spiegato Rea nel corso di un incontro sul marketing del vino organizzato dal Rotary di Cesena - possiamo contrapporre due marketing antagonisti: quello legato alle varietà e ai territori, proposto dalle aziende dei Paesi produttori tradizionali (Francia e Italia in testa), e quello dei vitigni “internazionali”, praticato dai nuovi competitor dei paesi emergenti, come Australia, Stati Uniti e Cile. Il primo è un marketing di nicchia, basato sul prodotto, sulla cultura e sulle persone; il secondo fa principalmente leva sul prezzo e sulla distribuzione».

Territorio. Qual è la conclusione? «In entrambi gli approcci - avverte l’esperto - aumenta il peso della comunicazione, ma in proporzione più per i primi, che sfruttano meno il potere di persuasione della grande distribuzione». Chi propone i vini del territorio, i vini della nostra tradizione e di qualità deve quindi farli vedere, mostrarli.
Non è un caso, quindi, se i nuovi wine-bar ed enoteche stanno sposando sempre di più il concetto del tutto in vista, magari sfruttando la tecnologia per preservare il vino più a lungo. Nascono quindi scaffalature illuminate, ma con i Led per esempio, che non riscaldano e non deteriorano il contenuto delle bottiglie. Si affermano vetrinette che filtrano i raggi ultravioletti, ravvivate all’interno da una luce blu che non intacca le qualità organolettiche dei vini. Cominciano a essere disponibili soluzioni espositive modulari, pensate ad hoc per il vino, che non devono quindi più essere commissionate su misura e, per questo motivo, hanno costi più accessibili. Cominciano a vedersi sempre di più, in ristoranti e wine bar di un certo livello, locali climatizzati completamente trasparenti, con pareti in vetro, che all’interno mantengono la temperatura di conservazione ideale e che, viste dall’esterno, si trasformano in scenografiche vetrine, in cui le bottiglie non soltanto sono ben visibili, ma si trasformano a loro volta in elementi di arredo.

Esposizione. Soluzioni che, peraltro, alternano la classica suddivisione ad alveare, che consente di tenere le bottiglie in orizzontale, con mensole o riquadri per l’esposizione di qualche esemplare in piedi, in modo da mostrare tutta la bottiglia e l’etichetta. Accorgimenti semplici, ma fondamentali, per rendere più efficace la presentazione del prodotto. Di certo le attenzioni dell’oste o del sommelier non per questo devono diminuire: le bottiglie sugli scaffali non vanno abbandonate a se stesse, ma sottoposte a una cura quasi quotidiana. È sempre meglio ruotare con una certa frequenza quelle in esposizione con quelle in cantina, per evitare che le condizioni non ideali degli scaffali luminosi possano alterare le qualità del contenuto. E le bottiglie devono luccicare: quelle ricoperte di polvere piacciono solo se sono di antiquariato. ￾

L’enoteca che ho in mente

Formule –

Stretta collaborazione con le cantine vicine, niente carta, ma scaffali a libero servizio. E giusti prezzi. Da Zaira nel bolognese

Sono le enoteche e i wine bar, di solito, a invitare le aziende vinicole alle degustazioni e alle presentazioni presso il locale. Curioso, invece, il contrario: che un’enoteca organizzi eventi direttamente sul territorio, presso una cantina… Buona idea quella dell’enoteca La Zaira, aperta da poco più di un anno a Bazzano (Bo).

Organizzazione. La cosa, peraltro, si lega all’idea di fondo e al posizionamento che Belinda Cuniberti e il marito Fabrizio Baldi (di origine marchigiana) hanno voluto dare alla loro piccola (26 posti) ma dinamica enoteca. Cioè, creare un punto di riferimento nel paese più importante e centrale di un comprensorio ricco e con una certa tradizione vinicola - i Colli Bolognesi, a metà tra Bologna e Modena -, ma dove curiosamente in un ampio raggio mancava completamente un posto dove bere e comprare bene. Hanno poi puntato a instaurare un feedback stretto con le realtà della zona e le cantine stesse. Ecco quindi, soprattutto d’estate, quando generalmente i locali del vino subiscono un forte rallentamento, l’organizzazione di degustazioni e cene a tema: ad esempio, Pignoletto e zucca presso la vicina azienda La Mancina di Montebudello o altre.

Esperienze. Del resto, la coppia proveniva da differenti e non banali esperienze in vari settori commerciali. E anche l’apertura del locale, pur dettata da un vecchio sogno e da una passione, è stata preceduta da riflessioni, studi e analisi del mercato per quasi due anni. «Abbiamo capito che, pur in tempi di crisi, il 30-50enne appassionato non si priva del piacere di uscire e di conoscere il vino: ecco che la discriminante diventa il prezzo onesto». E allora, l’accorgimento fondamentale per mantenere l’attività entro una giusta soglia è stato individuato nell’assortimento, basato non sui vini di blasone - bollicine a parte, che sono state introdotte in un secondo tempo, a grande richiesta - ma su quelli caratterizzati da un prezzo ragionevole.

Assortimento. «È vero - dice Blinda - non vantiamo grandi numeri: abbiamo solo da 150 a 180 etichette e una carta di piccola ristorazione (piatti freddi) a base di prodotti di alta qualità. Ma ne siamo ben felici. Così riusciamo a far ruotare tutto l’assortimento per 3 volte l’anno». La maggior parte delle battute di bottiglie è da 8 a 20 euro. Altissima è anche la rotazione al calice, di cui si offrono una ventina di etichette generalmente a 3,5 euro (inferiore alla media dei prezzi di Modena e Bologna).

Scelte. Un’altra scelta controcorrente, permessa dal basso numero di referenze: non c’è la carta dei vini. «Invitiamo il cliente a scegliere dagli scaffali. Ogni vino è in vista e così rimane spazio anche per i nostri consigli», spiega Fabrizio Baldi. Per i calici ovviamente rimane la lavagna.
Capitolo a parte merita l’approccio ai vini locali dei Colli Bolognesi, a cui Belinda e Fabrizio hanno voluto dedicare uno spazio significativo e differenziato in scaffale (da 5,5 euro per il Pignoletto frizzante a 18-20 euro dei Cabernet Sauvignon riserva più titolati). Un mercato particolare, però: il cliente di queste parti li conosce già (o crede di conoscerli). E allora tende ad ordinare quell’azienda a cui è affezionato. «Noi però abbiamo fatto una selezione di quelle 7-8 aziende che ci piacciono e che riteniamo più dinamiche e pronte a recepire le nostre idee, anche in termini di collaborazione». ε

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