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Bargiornale settembre 2008

Archivio copertine Horeca –

NEWS                                                                         Consigli Legali, prodotti e tecnologie novità, even…

NEWS                                                                         
Consigli Legali, prodotti e tecnologie novità, eventi


16 commercio
Deroghe alla chiusura anticipata dei pub.
Contributi comunali per i locali storici


18 -20 market
Alleanze in nome degli intolleranti al lattosio. Corner Champagne al ristorante. Acquisizioni fra brand. E i numeri dell’andamento stagionale della gelateria artigianale.Gli show itineranti che hanno animato l’estate. Rum premiati. Prodotti ittici garantiti. Sinergie di business Italia-Francia


22 normative
Assegni, nuove regole. Torna il lavoro a chiamata. Licenze per la pay tv. Contabilità nei bar tabacchi. Scontrino, un dovere pure per i contribuenti minimi


28 visti e presi
Nuova vodka alla pera e drink salutisti. Zuppe pronte da bar. Dessert artistici. Stuzzichini per l’aperitivo


30 tecnologia
Forni per grigliate multiple senza fatica. Corner chic per la pasta. Banchi touch screen a tutto colore


32 giochi
Boom delle scommesse, i numeri. Software per gestire le vincite e totem per le puntate, dedicato al bar


34 multimedia
Una rivista catalogo per attrezzature in versione web. Il Gambrinus si promuove in rete. Performance dei dj


36 made in italy
Corner pizza in 2 mq. Dinastie di fornitori. Il made in Italy visto da un art designer


38 globe
Un big del vino si dà alla ristorazione. Provette da buffet


40 agenda
Eventi, fiere e appuntamenti da non perdere



ATTUALITA'                                                            
Tendenze, Inchieste, Ricerche di Mercato, Stili di Consumo


44 esercenti I gestori di locali cinesi sono in aumento. Pagano cash e hanno talento da imprenditori. Lo scenario del settore


48 imposte Al vaglio della Ue la riduzione dell’Iva per la ristorazione. Il punto con il direttore di Fipe


50 società In aumento il numero dei giocatori e scommettitori al bar. I numeri e gli scenari futuri


52 internet L’acquisto on line prende piede anche fra i professionisti. Siti e portali utili


54 dj Campagne per il bere responsabile, anche i dj scendono in campo, contro lo sballo


56  -57 benessere In arrivo la cucina degli sportivi che fa bene a tutti. Da proporre nei locali. L’unione fa la forza. Così a Melzo il lounge bar si allea con il Centro Benessere


58 ricerche La contrazione dei consumi è una realtà che tocca pure i gestori. Le strategie per contrastare la tendenza esistono. Ma bisogna imparare a fare i manager


62 credito Per ottenere un finanziamento non c’è solo la banca. Alla scoperta dei Consorzi Fidi


64 economia Fare squadra premia. I distretti produttivi, un sistema utile anche per l’alimentare


66 distretti In Friuli la Via dei Sapori si allarga e i ristoratori si fanno vetrina di produttori di nicchia


 68 alberghi È pronta una nuova bozza per la classificazione degli alberghi. Ma il vero problema restano i controlli


70 commercio Effetto Expo 2015: a Milano è in arrivo la borsa telematica per l’agroalimentare


71 business Matching, la fiera che fa incontrare aziende e fornitori. E crea nuove opportunità di lavoro




LOCALI                                                                         
Formule, Protagonisti, Modelli di Gestione e buone idee


108 cocktail Il gin torna di moda, nella versione luxury. Dieci noti bartender dettano nuove ricette che faranno tendenza


112 spirits Nasce un marchio di qualità e origine per il rum dei Caraibi  per orientare i consumatori e per creare una nuova categoria di distillati premium


113 whisky Ha sedi in tutto il mondo, con soci in aumento. La Scotch Malt Whisky Society


114 café Ligera, locale polifunzionale ispirato alla “mala” milanese


116 bar A Venezia Frulalà è un locale vegetariano, che punta su frullati, smoothies, drink vegetali. All’insegna della frutta fresca


118 caffetterie 15 punti vendita in due anni. E ora l’apertura da Harrod’s a Londra. È Ca’ Puccino


120 tecniche Il primo campionato di gelato estemporaneo lo dimostra: usare l’azoto liquido è (quasi) un gioco da ragazzi


122 gelaterie Gelati privi di emulsionanti, coloranti, aromi artificiali. Succede da Avalon, a Bolzano


123 gelaterie Alla Carapina di Firenze un artigiano con l’occhio attento alla tecnologia e al marketing


124 dolci La sua ricetta è segreta. C’è il tipo agli agrumi o alle amarene. È la torta Pistocchi, ora in monoporzione. E piace ai ristoratori




QUADERNO                                                                       
Ricette, Consigli, Approfondimenti, Prodotti e Attrezzature

FARE 

74 caffè Il cappuccino perfetto e le sue regole. Qual è il latte da usare, come si monta la schiuma e si decora. E i passi per farlo certificare


76 snack Il toast è un evergreen al bar. I consigli di preparazione. E una gustosa variante francese


78 cucina Marinare per tempo i legumi, condire al momento, aggiungere fiori. E l’insalatona si rinnova


80 antipasti Come abbellire le entrée con vegetali. O pasta choux. I consigli pratici e di conservazione


 82 alforno La pizza ortolana è un classico. Ma ogni verdura richiede una cura diversa. Come fare


83 pizza Le specialità dolci: ricette e segreti per la loro realizzazione


84 frutta I frullati sono sempre graditi al bar. Abbinamenti insoliti, consigli di preparazione e servizio


86 gelateria Una bella vetrina attira. Allo scopo, utili i “pettini”. O la frutta, purché trattata. Ecco come
SAPERE


90 formazione Tutti i corsi e i centri di formazione dedicati alla cultura della birra


92 acqua I sistemi di trattamento dell’acqua potabile. E quelli per risparmiare, riciclando l’acqua piovana


94 chioschi Nuovi corner di somministrazione autosufficienti


95 tecniche Affumicare da sé piace agli chef. Metodi e utensili giusti


PROVARE

100 caramelle Senza zucchero o a basse calorie. Per fumatori o bambini. I nuovi bonbon da banco


102 surgelati Puntano alle ricette regionali e alle specialità etniche i nuovi secondi pronti per il bar


104 vini Il valore delle uve autoctone nei nuovi bianchi frizzanti


106 birre Chiare limited edition  o doppio malto, regine della notte



10 Bargiornale Business Media 24
136 Eventi, Regolamenti, Iscrizioni - Barfestival, Gran Prix Pasticceria, Snackfestival, Pizzatime
140-142 Baruniversity
143
-144 Spot
145  Annunci

Sull’isola c’è la miglior carta dei vini del mondo. In Sardegna

Locali –

Lo dice Wine Spectator. Ma se qualcuno si aspetta una carta internazionale rimarrà deluso. Qui, un vino su sei (in tutto 450 etichette), è sardo. Perché nel ristorante del Cala di Volpe di Porto Cervo il primo sforzo è quello di far conoscere l’enologia isolana ai propri ospiti

Durante i mesi invernali Mario Lutzoni va alla ricerca dei cibi e dei vini che meglio esprimono l’eccellenza enogastronomica sarda. Visita piccoli artigiani e cantine, frequenta fiere e sagre di paese, e alla fine seleziona alcuni rari prodotti alimentari tipici dell’isola, oltre a una settantina di etichette. Mario Lutzoni è Food and beverage manager di uno dei più celebri alberghi sardi, il Cala di Volpe di Porto Cervo, della Starwood Hotel, e questa attenta selezione di specialità enogastronomiche, testimonia la crescente attenzione al concetto di tipicità da parte delle grandi strutture alberghiere.

Ricerca di tipicità
La ricerca di prodotti e vini tipici sardi da parte dell’hotel Cala di Volpe, che si trova nel cuore della Costa Smeralda, e che ogni anno attira un 70% di clientela estera, è iniziata tempo fa, e in estate gli ospiti di questa struttura oggi trovano ad attenderli in camera un cesto di fragole biologiche accompagnato da una bottiglia di Metodo classico della cantina Antonio Lisca di Ittiri (Sassari). «È un piccolo produttore che ho conosciuto per caso - commenta Mario Lutzoni - e che ogni anno produce circa 2 mila bottiglie di spumante, ottenuto da uve vermentino e cannonau». Uno dei maggiori problemi che spesso contraddistingue le piccole cantine sarde è proprio la scarsa disponibilità di prodotto, unita a una certa reticenza nel commercializzare le etichette su nuovi canali di vendita, alternativi a quelli tradizionali.

Riconoscimenti internazionali
Gli sforzi di Mario Lutzoni sono stati però ricompensati, e la carta dei vini del ristorante dell’hotel Cala di Volpe, che oggi comprende circa 70 etichette sarde su un totale di 450 referenze italiane ed estere, è stata recentemente premiata dalla rivista statunitense Wine Spectator come milgior carta dei vini del mondo anche per l’attenzione prestata ai produttori dell’isola.
«L’aumento del numero di etichette sarde in carta - spiega - incontra sempre più i favori della clientela, che i primi giorni comincia spesso con l’ordinare vini prodotti del Continente, ma che poi si lascia facilmente tentare da bottiglie isolane. Il nostro compito consiste proprio nell’aiutare i clienti ad ampliare le loro conoscenze». Qualche volta la clientela è talmente esigente che chiede all’albergo di ricevere in anticipo, all’inizio di ogni stagione, una copia della carta dei vini, in modo da potersi assicurare con certezza un certo numero delle loro bottiglie preferite.

Corsi per la clientela
«La ricchezza di vitigni autoctoni rende unica la nostra isola - conclude Mario Lutzoni - ma ci costringe anche a uno sforzo supplementare nella selezione e nella proposta alla clientela. La voglia di sperimentare nuovi gusti, tuttavia, è tanta, e alcuni clienti spesso chiedono al nostro sommelier di organizzare corsi di degustazione appositamente per loro».

Consumi ridotti all’osso, è tempo di reagire

Ricerche –

Le famiglie faticano ad arrivare alla quarta settimana: meno caffè al bar e poche uscite al ristorante o in pizzeria. Reagire alla crisi si può, trasformandosi in manager

Allegati

/wp-content/uploads/sites/4/2014/10/consumiridotti.pdf” target=”_blank”>Consumi ridotti all’osso, è tempo di reagire
Settembre 2008 / pdf / Numero pagine: 4 / Lingua: Italiana / di Sergio Redaelli

Frullati e centrifugati, tutti i segreti

Frutta –

Preparati al momento con frullatori o centrifughe, i succhi mix di frutta e verdura abbinano gusti piacevoli, colori intriganti, proprietà salutari

Un pieno di vitamine, minerali, antiossidanti, oltre a gusti e colori naturali. Sono i nuovi mix di successo a base di frutta e verdura, declinati in varie versioni: frullati (succo con fibre), frappé o milkshake (frullato con ghiaccio e latte), smoothie (frullato con banana o yogurt), centrifugato (solo la parte liquida del succo). Sempre più richiesti, il loro gradimento è dovuto al potere energizzante, al basso contenuto calorico, all’effetto rinfrescante, dissetante e disintossicante. La loro preparazione richiede una tecnica semplice (pulire, sbucciare, spezzettare) con l’utilizzo di un coltello affilato, ma una buona dose di attenzione per quanto riguarda la scelta della grammatura degli ingredienti e il loro abbinamento. Non tutti gli accostamenti sono compatibili. Come per la macedonia, anche nei mix di frutta e verdura si deve scegliere un frutto o una verdura di “riferimento”, con un gusto che prevalga sugli altri ingredienti che spesso aggiungono solo corpo e densità. Questo principio è confermato dalle recenti scoperte realizzate nel campo biochimico della gastronomia molecolare. Gli accostamenti più riusciti sono determinati dalla condivisione di uguali molecole aromatiche tra i due ingredienti. Esempi: banana-albicocca, mela-melone, carciofo-ribes, fragola-pomodoro (foodpairing.be). A seconda della densità voluta, sono necessarie due macchine da lavoro: frullatore (a campana o mixer a immersione) e centrifuga. La prima permette di conservare la polpa fibrosa della materia prima, rendendo più denso e pastoso il prodotto, la seconda invece estrae un succo molto liquido, spesso limpido, più facilmente miscelabile. Attenzione: alcuni prodotti come more, banane, avocado, fichi e melanzane non possono essere centrifugati per ricavarne succo per l’elevata percentuale di fibre. Questi prodotti possono essere lavorati solo nel frullatore, aggiungendo latte, ghiaccio, gelato o semplicente acqua. I preparati vanno serviti in bicchieri grandi come tumbler o calici (da 30 a 50 cl) con aggiunta di ghiaccio o pezzi di frutta.

Le nuove stelle, già coperte di nebbia

Alberghi –

Arrivano le nuove stelle. Pronta una bozza di riordino degli attuali standard di classificazione. Punto critico: chi controlla e le eventuali sanzioni

Sarà vero che il multiforme sistema di classificazione degli alberghi, affidato fino a oggi alla competenza delle Regioni, sta per andare in pensione? A sentire Michela Vittoria Brambilla, sottosegretario al Turismo parrebbe proprio di sì.
«Dopo 24 anni - ha dichiarato Michela Brambilla - finisce il caos in questo settore poiché vareremo un nuovo sistema nazionale che riguarda le imprese turistico-ricettive».
La bozza di decreto, infatti, affronta uno dei capitoli più contestati dagli operatori turistici esteri, riportando sotto la responsabilità del Dipartimento del turismo di Palazzo Chigi la materia della classificazione dei 33.700 alberghi italiani e rendendone omogenei i requisiti minimi.

Solo 11 Regioni hanno standard minimi

Dopo la riforma del Titolo Quinto della Costituzione, ciascuna Regione stabilisce infatti i criteri di classificazione in maniera autonoma e disomogenea. Per fare un esempio, in un albergo a tre stelle la tv in tutte le camere è obbligatoria in Sicilia e in Emilia-Romagna, ma non in Lombardia e in Campania. Con il risultato di alimentare confusione, allontanando il consumatore da una chiara identificazione di ciò che deve aspettarsi. Allo stato dei fatti, però, solo 11 Regioni hanno adottato degli standard minimi.
La bozza di decreto dunque prevede non solo omogenietà a partire dalle strutture di nuova costruzione, ma anche delle sanzioni per chi non osserverà la norma nazionale. Sul sistema di rating si conferma il sistema delle stella, ma si introduce una certificazione volontaria accessoria con l’introduzione di lettere che si aggiungono alle stelle. Positivo il commento di Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi-Confturismo, che, oltre a inserire nell’offerta, che rappresenta 27 mila strutture: «Siamo sempre stati favorevoli alla determinazione di standard minimi e soprattutto al loro innalzamento, quindi ritengo soddisfacente il testo della bozza così com’è. Certo bisognerà capire bene che cosa significa e come funziona il sistema di rating prima di aderirvi, visto che è su base volontaria».

Lo spinoso problema dei controlli

Più articolato il commento di Elena David, da poco eletta presidente di Aica, l’associazione delle catene alberghiere di Confindustria (31 associati per 48 mila camere), che, pur apprezzando il fatto che si è dato avvio al riordino della materia, rileva una serie di aspetti critici sia sul metodo («come associazione avremmo preferito essere coinvolti nella fase di stesura del testo»), sia su alcuni contenuti, che presentano il rischio di incrementare le barriere allo sviluppo di nuove e moderne strutture perché introduce restrizioni particolarmente penalizzanti per gli alberghi in fase di costruzione o ristrutturazione. Non mancano però altri motivi di critica. In particolare, sottolinea Elena David: «La bozza si concentra ancora su criteri quantitativi e non qualitativi e non prevede un sistema di controlli periodici per verificare il mantenimento nel tempo dei parametri previsti. Un albergo a 4 o 5 stelle crea delle aspettative nei consumatori che devono essere garantite nel tempo».
una classificazione fuori dall’Europa
Aggiunge inoltre la David: «Se l’obiettivo della nuova classificazione era quello di introdurre un sistema basato sulla trasparenza, la confrontabilità e la protezione del consumatore, l’introduzione di un rating espresso in lettere e associabile alle stelle, al quale ciascun albergatore aderisce su base volontaria, va esattamente nella direzione opposta». Proprio il rating è, secondo gli estensori della bozza, una sorta di marchio di qualità, ma sul blog Tourism Cafè il direttore commerciale di Atahotels Monica Lira annota che: «Se parallelamente alla certificazione non si attivano gli organi di controllo, l’iniziativa viene vanificata e la credibilità della qualità del made in Italy viene meno».
E Bernabò Bocca rileva che: «Senza controlli le regole non hanno senso. Resta, poi, ancora da capire se ci saranno e chi farà questi controlli».
È poi assente qualsiasi riferimento alla normativa europea. Proprio recentemente una votazione del Parlamento Europeo ha avviato l’iter legislativo per l’adozione di criteri comuni nell’attribuzione e valutazione delle stelle e per garantire al consumatore un livello minimo di qualità in tutti i Paesi della comunità. «Il non allineamento della classificazione italiana a quella europea penalizza la destinazione Italia e potrebbe rivelarsi pericoloso per il nostro sistema turistico», sottolinea il presidente di Aica.

Distretti, fare sistema diventa realtà

Economia –

Aree territoriali caratterizzate da imprese fra loro integrate in un sistema produttivo. Sono i distretti, reti di piccole e medie imprese vocate all’export e allo sviluppo locale

Sono 240 e continuano ad aumentare. Raccolgono oltre 212.000 imprese con 2 milioni di addetti e rappresentano il 46% delle esportazioni italiane. Ecco perché sono considerati l’asse strategico del made in Italy. Gli economisti li chiamano “distretti produttivi”, ossia zone geografiche caratterizzate dalla concentrazione di piccole e medie imprese specializzate in un preciso settore, che diventa il fulcro dell’economia del territorio.
Intorno all’alimentare ruotano 17 distretti
In questo scenario il food&beverage gioca un ruolo centrale: tra prodotti alimentari e vini ci sono 17 distretti, dai derivati del pomodoro nel Salernitano alla pasta in Abruzzo, che complessivamente nel 2007 hanno realizzato all’estero 5,1 miliardi di euro di fatturato, il 5% in più rispetto all’anno precedente. Nel 1991 la legge ne ha sancito il valore, riconoscendo ai distretti industriali il ruolo di strumento della politica economica a sostegno delle piccole e medie imprese, e ha attribuito alle Regioni il compito sia di individuarli, sia di definire risorse e iniziative per promuoverne lo sviluppo.
In questo modo, anziche muoversi in modo anarchico e individuale, i piccoli imprenditori, gli artigiani e le imprese più piccole sono messi nella condizione di allearsi tra loro, con le istituzioni locali e gli operatori del territorio per sviluppare una strategia comune, che rafforzi la competitività di tutti. Dunque i distretti sono una buona occasione per mettere in rete centinaia di aziende (e non solo manifatturiere, ma anche commerciali o di servizi), creare rapporti più consolidati tra imprese, territorio e istituzioni e usufruire di fondi statali (di recente il Governo ha stanziato alle Regioni 50 milioni di euro per promuovere i distretti produttivi) per finanziare investimenti e progetti di sviluppo. Un esempio illuminante è quello del territorio di Conegliano Valdobbiadene, che nel 2003 è stato riconosciuto come primo distretto enologico del Veneto e come primo distretto spumantistico d’Italia. «Questo ha comportato due grandi opportunità: da un lato il riconoscimento a realtà economica di primo piano per l’intero Veneto, dall’altro il superamento del naturale individualismo delle piccole e medie aziende che hanno accettato di assumere la connotazione di un’unica grande impresa che lavora per crescere assieme» spiega il direttore del Consorzio di tutela, Giancarlo Vettorello. È nato così il piano di sviluppo distrettuale, che ha promosso il rafforzamento dell’immagine e lo sviluppo economico del Prosecco Doc di Conegliano Valdobbiadene. Qualche cifra: nel quinquennio 2003-2007 sono stati realizzati 12 progetti per un valore totale superiore a 4,7 milioni di euro, in parte finanziati dalla Regione. Tra le iniziative anche la nascita dell’Osservatorio sulle tendenze di consumo, creato insieme con il metadistretto della calzatura veneta e il distretto del mobile classico di Verona. Questa struttura ha il compito di analizzare l’evoluzione della società e le macrotendenze dei consumi, che accomunano prodotti anche molto diversi fra loro come vino, scarpe e mobili, e ha già portato alla realizzazione di uno studio sui 18 mega-trends del momento condotto da Astra Ricerche nel 2007.

Evoluzione, da distretto a metadistretto

In Alto Adige, invece, il distretto eno-alimentare ha puntato sulle attività di informazione e comunicazione. Difatti i consorzi dei produttori di mele Igp, speck Igp e vini Doc si sono alleati e hanno elaborato un progetto, in parte finanziato dall’UE.
Per tre anni, fino al 2010, svolgeranno azioni finalizzate a diffondere la conoscenza dei marchi di qualità europea. Ma c’è anche chi pensa più in grande e si concentra sui “metadistretti”, aggregazioni che, in nome della tecnologia, superano il confine del territorio e dialogano anche con imprese lontane. Come accade nel metadistretto alimentare veneto (17.000 addetti e 4,8 miliardi di euro di fatturato), che parte dai frutteti passa attraverso le industrie di conserve e marmellate e finisce in quelle dolciarie che le usano nei loro prodotti. Ma che include anche chi fa packaging o macchine per il confezionamento, e tanti altri prodotti alimentari con annessi e connessi. Di tutt’altro genere il neonato progetto Muda (Museo diffuso dell’Astigiano), promosso da due comunità collinari “Tra Langa e Monferrato” e “Vigne e Vini”, con il sostegno della Regione Piemonte. Il vino è uno dei 4 assi portanti del Muda, che prevede la creazione di un distretto agro-alimentare di qualità (con 61 Comuni, la totalità delle imprese eno-meccaniche e oltre il 90% dell’industria enologica astigiana) e di un centro servizi sperimentale per i viticoltori. La stretta integrazione tra produzione agricola, trasformazione artigianale e industriale, turismo del gusto e tutela dell’ambiente dovrebbe permettere di ottimizzare le risorse. In chiave turistica, il recupero e la sistemazione dei vigneti consentirà di istituire percorsi didattici con il corollario di adeguate strutture ricettive, improntate ai principi della bioarchitettura e dell’ecocompatibilità.

Terme e cultura, la scommessa di Abano

In prospettiva sempre più il distretto diventerà un luogo che permette di trasferire conoscenze ed esperienze. Di fare sistema. Basta vedere cosa succede a Modena, dove con Motorvalley l’automobilismo e il motociclismo sono diventati un asse di sviluppo turistico, che collega diversi luoghi legati ai motori, dalle fabbriche ai musei, dalle collezioni private ai circuiti, dalle gare agli autonoleggi, dagli alberghi alle autofficine, con pacchetti ad hoc per appassionati di Ferrari, Lamborghini e Ducati.
Invece in Veneto il distretto termale euganeo si è alleato con il sistema alberghiero veneziano per creare una rete turistica integrata da 16 milioni di presenze l’anno. Un progetto appena partito con la nascita di “AbanomontegrottoSì”: una rete di 8 desk dove prenotare soggiorni che abbinano le bellezze della città lagunare con il piacere wellness delle terme di Abano Montegrotto, “nuova spa” di Venezia.

Febbre da gioco, un fenomeno ormai di massa

Società –

Cresce il numero di giocatori, complici la liberalizzazione delle scommesse sportive e i casinò virtuali. Ed è già allarme sociale. C’è chi mette sotto accusa bar e ricevitorie e chi ne sostiene il ruolo di controllo. La nostra analisi dei possibili scenari

Tutto è nato da uno studio dell’Anit, l’Associazione nazionale per l’incremento turistico, intitolato “Il gioco pubblico in Italia - Dati, analisi, proposte”. Il documento, che ha sollevato un vero e proprio polverone con tanto di interpellanze parlamentari e disegni di legge, traccia un profilo del mondo del gioco in Italia alquanto preoccupante. Un documento di 59 pagine, che mostra come ancora una larga fetta delle scommesse e del gioco d’azzardo in Italia sia in mano alla criminalità organizzata e come stia crescendo il numero di adulti, soprattutto donne, affetti da sindrome da gioco compulsivo. In pratica persone che non riescono a rinunciare al gioco e rovinano se stessi e le loro famiglie.

L’effetto negativo della deregulation

La causa di questo fenomeno che ha i contenuti di una vera e propria emergenza sociale, secondo l’Anit, starebbe nella schizofrenia legislativa dello Stato italiano che in molti ambiti è rigidamente monopolista e restrittivo, ma che per quanto riguarda il settore del gioco d’azzardo ha dato il via a una liberalizzazione assolutamente pericolosa. L’unica soluzione, sempre secondo l’Anit, sarebbe quella di confinare le macchine da gioco con vincite in denaro nei casinò, strutture oggi in crisi ma che andrebbero riformulate, valorizzate ed estese su tutto il territorio nazionale (sono attualmente solo quattro i casinò italiani, Saint Vincent, Campione d’Italia, Sanremo e Venezia, e tutti concentrati nel nord del Paese). Strutture che, secondo alcuni analisti e opinion leader, dovrebbero diventare gli unici luoghi deputati dove un italiano può giocare d’azzardo.
La “denuncia” dell’Anit ha suscitato un tale putiferio che in Senato, attualmente, sono depositati ben otto disegni di legge sulla creazione di nuovi casinò, ma tutti quanti orientati a rendere più restrittiva l’attuale normativa sul gioco. Inutile dire che gli esercenti non sono d’accordo. La Fipe, con un suo comunicato, ha sottolineato che “togliere le slot machine per confinarle in sale esclusive è proprio il sistema migliore per stimolare il gioco compulsivo. Fino a prova contraria gli impianti installati nei pubblici esercizi sono tutti collegati direttamente in rete con l’Agenzia delle entrate, sono tutti controllati dai Monopoli di Stato e sono studiati proprio per disincentivare il gioco d’azzardo. I bar hanno vetrine e tutti, anche i clienti non giocatori possono ben controllare quanto avviene all’interno dei locali. E i nostri baristi sanno ben riconoscere i maggiorenni dai minorenni”.

Il boom delle cosiddette lotterie istantanee

Polemiche a parte che il gioco “tiri” sempre di più non è certo un mistero. I dati del primo semestre 2008 forniti da Agipronews parlano di ben 23.062 milioni di euro raccolti tra macchine da gioco, scommesse, gratta e vinci e lotterie. Un affare anche per lo Stato, che si è ritrovato in cassa a fine giugno la bellezza di 3,9 miliardi, frutto dei prelievi erariali sui vari tipi di gioco. A fine 2008 si potrebbero superare i 46 miliardi, circa 4 in più del 2007. Il successo più significativo va ascritto al settore delle scommesse, con una crescita di oltre il 30%, seguito dalle lotterie istantanee, come il Gratta & Vinci, che ha fatto registrare un incremento del 25%. Bene anche gli apparecchi da intrattenimento (+ 11,54%), mentre il Lotto si mantiene stabile e il Bingo fa registrare un incoraggiante +4%.

Giovani attratti dai giochi via Internet

Per studiare meglio il fenomeno, Nomisma ha creato un Osservatorio Gioco&Giovani, integralmente dedicato alla tematica. Già ad aprile l'istituto aveva pubblicato i primi risultati di uno studio dedicato all’identikit dei giovani scommettitori, tra i 18 e i 26 anni. A luglio è stata poi pubblicata una seconda “tranche” dell'indagine, che identifica ancora meglio il profilo delle nuove generazioni di giocatori. Da questa seconda indagine si evince che, alla faccia di proibizionisti o liberizzatori, è soprattutto Internet a far presa sulle giovani leve. In futuro, vista la dimensione e gravità del fenomeno, il vero sforzo sarà quello di attuare qualche forma di controllo sociale su questi giovani. Una soluzione, subito praticabile, potrebbe essere quella di rendere più confortevoli i luoghi pubblici dedicati alle giocate e alle scommesse. Quello che i giovani giocatori amano meno di Internet è, oltre al rischio percepito nell’utilizzo della carta di credito per le transazioni on line, la mancanza di socializzazione. Il bar, come il luogo di aggregazione sociale per definizione, potrebbe rivelarsi in certi casi un’ancora di salvezza.

Malti scozzesi, un club con 20mila soci

Whisky –

Con sedi in tutto il mondo, la Scotch Malt Whisky Society imbottiglia rari malti cask strenght e fa cultura del distillato con tasting guidati da donne

Adispetto delle mode e dei trend del mercato, il whisky conserva i suoi appassionati, affascinati da storie di distillerie e prodotti artigianali unici. Food from Britain promuove questo gioiello della produzione d'oltremanica sostenendo, in tutto il mondo la nascita di club come il Single Malt Club italiano che, aperto circa 8 anni fa, conta 8.500 soci. Ma ne esistono moltissimi in tutto il mondo e molto esclusivi, come la Scotch Malt Whisky Society, fondata nel 1983 a Edimburgo (la sezione italiana è a Schio, Vi). Ogni anno la società imbottiglia con il suo marchio i whisky provenienti da casks (botti) di qualità il cui contenuto viene imbottigliato alla concentrazione originale, senza diluizione e filtratura a freddo, creando edizioni limitate che possono essere acquistate solo dai membri del club. La sede di Edimburgo ha la sua sala a volte con ampi divani in pelle, il pavimento in tessuto e disegni tartan e accoglie i soci in una atmosfera cordiale in perfetto stile britannico. È un punto di riferimento nella vita mondana e culturale della capitale scozzese. Si vedono spesso scrittori come McCall Smith e l'affascinante Ian Rankin padre dell'ispettore John Rebus. A differenza di altri club britannici la società è frequentata anche da donne la cui sensibilità sensoriale è molto apprezzata. In una sala appartata del club tra boiserie e tartan, si effettuano le degustazioni, e sono spesso le donne a guidarle e a suggerire gli abbinamenti. La società ha 20 mila membri in tutto il mondo e nel Regno Unito ha tre sedi: due ad Edimburgo e una Londra.

La cucina degli sportivi servirà anche ai pigri

Benessere –

Due anni fa l’idea, presentata a Rimini Wellness: studiare menu per chi fa sport. Le macchine per cotture salutari ci sono. Ora la scuola Alma progetta corsi di cucina del benessere

Poteva la moda del mangiarsano lasciare indifferenti i ristoratori? Certo che no. Così si è visto e sentito di tutto: dal sindaco di Ascea (Sa) che impone di inserire le calorie nei menu dei ristoranti del territorio comunale, alla Asl 17 di Padova che ha aiutato i cuochi a costruire piatti poveri di calorie e grassi saturi; dal medico che si è inventato la “dermocolazione”, che aiuta a mantenere la pelle giovane, al lunch box con tre menu (energy, healthy e vegan) da abbinare ciascuno a un trattamento ad hoc del Bulgari Hotel.
Di tutt'altra matrice è il progetto RistoWellness, nato due anni fa alla fiera di Rimini, allo scopo di far lavorare insieme tecnici e chef per sviluppare proposte di ristorazione veloce che rispondano alle esigenze di chi è attento alla forma fisica o pratica sport. Il risultato è un nuovo format, ideale per palestre e centri benessere, sviluppato da Eventi&Qualità (azienda specializzata in nuovi progetti nel settore dell'ospitalità, info: eventiequalita@tim.it) con la consulenza di Alma, la Scuola internazionale di cucina italiana. Dalla combinazione tra la tradizione regionale italiana e i nuovi metodi di cottura più sani (come il sottovuoto, la cottura a bassa temperatura o a vapore, consentite dai forni di nuova generazione), sono nati 4 menu: ipocalorico, ad alto valore proteico, uno per i giorni d'intenso allenamento fisico e uno goloso ed equilibrato sul piano nutrizionale.
Nuove tecniche per rispettare i cibi

«Oggi la tecnologia consente di abbreviare i tempi di preparazione dei piatti, esaltando i sapori e i colori dei cibi - spiega lo chef Massimo Ogliotti, docente di Alma e responsabile tecnico del progetto -. L'idea è di applicare ampiamente il sottovuoto e la cottura a bassa temperatura, così da salvaguardare al massimo le proprietà organolettiche del prodotto. I consumatori ci chiedono cosa abbiamo aggiunto in termini di ingredienti, in realtà la tecnica consente di mantenere il primitivo sapore, evitando proprio di aggiungere condimenti». Un esperienza in fase di studio, per ora, ma il progetto procede e chissà che prima o poi non si trasformi in un'attività di ristorazione. Intanto Alma sta progettando corsi di cucina del benessere: consulenze formative per chi vuole dare un'impronta gastronomica al proprio centro wellness e progetti di formazione dedicati al tema.
menu per ipertesi
Ma passare dal pensiero alla pratica non è semplice. «Gli chef devono ripensare il modo di cucinare e i consumatori devono intervenire sul loro stile alimentare - commenta il professor Giorgio Calabrese, nutrizionista all'Efsa, autorità europea per la sicurezza alimentare -. Si inizia dagli step più semplici, come la riduzione del sale, visto che l'ipertensione è uno dei maggiori problemi della nostra società». Considerato che a un iperteso sono sconsigliati la maggior parte degli alimenti che trova fuori casa (dalla brioche al pane, dalla maionese ai salumi ai salatini), elaborare una proposta gastronomica a ridotto contenuto di sodio può rappresentare una valida opportunità per conquistare nuovi clienti.
E il professor Carlo Cannella, presidente dell'Inran (Istituto Nazionale di Ricerca degli Alimenti e della Nutrizione) sottolinea il successo delle campagne d'informazione sui 5 colori e le 5 porzioni del benessere, avviate dalle associazioni dei produttori di ortofrutta e appoggiate da alcune industrie alimentari. E si chiede: «Perché la ristorazione non cavalca il trend, proponendo piatti in linea con questa filosofia?».

Gelato all’azoto per tutta la famiglia

Tecniche –

L’azoto liquido non è più solo appannaggio della gastronomia molecolare. lo dimostra il primo campionato di gelato estemporaneo organizzato a Fontanellato. Per non professionisti

Bastano trenta secondi e il gelato è fatto. Tutto merito dell'azoto liquido a -196°C, che consente di fare in pochi istanti gelati e sorbetti. Non sono alchimie alla Adrià, ma (quasi) un gioco da ragazzi. A dimostrarlo, Michele Ricco, dodicenne di Busseto che affiancato dal papà Andrea è stato il più giovane partecipante al primo campionato di gelato estemporaneo all'azoto, organizzato lo scorso giugno a Fontanellato (Pr).
L'iniziativa, nata per far conoscere gli utilizzi dell'azoto in cucina, è stata coordinata dal professor Davide Cassi, docente di Fisica dell'Università di Parma, con l'appoggio di Sapio, azienda produttrice di azoto liquido. Suo è il merito, nel 2002, di aver introdotto in Italia l'uso di azoto liquido nella ristorazione, in pool con lo chef Ettore Bocchia (Grand Hotel Villa Serbelloni di Bellagio, Co). In pochi anni i professionisti conquistati dall'uso “gastronomico” dell'azoto sono cresciuti e hanno inventato cose strabilianti.

Il gas che rende possibile l'impossibile
Un esempio? La “lasagna” di sfoglia di riso condita con ragù all'azoto di Andrea Berton, chef del ristorante Trussardi alla Scala (Mi). O ancora “X-fresh”, sciacquabocca da fine pasto ideato da Carlo Cracco, patron dell'omonimo ristorante milanese. Si prepara tagliando due fette di lime, fra cui si pone una caramella X-fresh; si copre con zucchero, poi si passa in azoto. Ripulisce il palato come un dentifricio ma è molto più gustoso.
A beneficio degli scettici, va detto che l'azoto è un gas non tossico e non lascia residui sugli alimenti. Ma usato in cucina ottiene vari effetti. Raffredda, in primo luogo; inoltre il suo volume si dilata fino a mille e più volte, con la conseguenza di gonfiare le materie prime a cui è aggiunto. Infine, surgelando un prodotto con azoto, il tempo rapidissimo di raffreddamento consente di preservare le caratteristiche dei prodotti.
Tutte doti studiate dal prof. Cassi, che spiega: «Abbiamo fatto grandi passi avanti sull'uso dell'azoto in cucina. Solo un esempio: per i primi gelati “azotati” usavo miscele tradizionali su cui versavo azoto liquido, semplicemente mescolando con una frusta. Poi ho capito che non era necessario usare stabilizzanti, come si fa in gelateria. Così si preparano gelati del tutto naturali. E pure la consistenza è gestibile: si può ottenere da un gelato cremoso come un dolce al cucchiaio, fino ad arrivare alla “polvere” di gelato».
Come fare? Si comincia versando molto azoto sulla miscela, per velocizzare il raffreddamento, poi si versa con cautela, fino alla cremosità giusta. Quanto alle dosi, con un litro di azoto si realizza circa un litro di gelato.
Con questa tecnica è possibile preparare “gelati” di ogni tipo, da quello all'olio a quello di grappa; o ghiaccioli di succhi di frutta ghiacciati fuori e liquidi all'interno. O versare una crema da una tasca da pasticcere nell'azoto: il risultato sono ghiaccioli dalla forma di spaghetti contorti, ideali per decorare dessert.

La carica dei cinesi

Esercenti –

Aumentano i gestori cinesi e il relativo indotto. Dalla loro il fatto che pagano in contanti e un fiuto per le nuove aree di business. Un problema il frequente turn over e la lingua

Sono abili cuochi, ma soprattutto, grandi imprenditori. Continua a crescere in Italia il numero dei ristoratori cinesi, così come aumentano i cinesi che gestiscono ristoranti giapponesi, pizzerie, sushi bar (un business in crescita, dove sono ormai la maggioranza) e bar italiani.
Abili imprenditori, si diceva, con un’arma segreta, che è poi il segreto di Pulcinella: pagano cash. Di fronte ai contanti, chi vende non sa dire di no. Da Milano a Roma, da Torino a Bologna, gli immigrati dalla Repubblica Popolare di prima, seconda o terza generazione sono i protagonisti assoluti della compravendita di pubblici esercizi. Qualcuno inciampa nei guai. A Terni, il valzer delle licenze è finito nel mirino della Guardia di Finanza per violazione delle norme antiriciclaggio. Ma quella è tutta un’altra storia.
I gestori cinesi hanno iniziato a rilevare i bar dopo l’allarme della Sars e “l’influenza dei polli” (ricordate?): clienti italiani spaventati, ristoranti cinesi deserti. Entrato al bar, qualcuno ha puntato sul prezzo (il Chinese Box di Milano propone drink a prezzi bassi - 3,50/5 euro - nel rione superfashion Garibaldi-La Foppa). Altri si sono buttati sul business del momento, il sushi bar: «Si tratta di un terreno delicato - ammonisce il comandante dei Nas di Milano, capitano Paolo Belgi -. Il sushi è un alimento ad alto rischio microbiologico, può contenere microrganismi e metalli pesanti. Va detto però che la sicurezza nei locali orientali è molto migliorata rispetto al passato».
In Italia, secondo Unioncamere, i soli ristoranti gestiti da cinesi nel 2007 erano 1.591, cresciuti di ben 300 unità rispetto a dicembre 2004. Una situazione che riguarda un po’ tutta Italia e vede la Lombardia al primo posto per numero di imprese alberghiere e di ristorazione con titolare nato in Cina, iscritte al Registro delle imprese individuali. Perché questo boom? Semplice: per i popoli con grandi tradizioni gastronomiche è il mestiere più facile da iniziare in un Paese straniero (lo fecero anche gli italiani in America). A Milano, moderna Babele, un abitante su dieci è immigrato e tra vent’anni saranno 600 mila (fonte Ismu, Fondazione sulla multietnicità), tanti quanto i “milanesi”.

Milano è la città con più ristoranti cinesi

Insomma, Milano è la città più cinese d’Italia, con la storica China Town in via Paolo Sarpi e il quartiere della Comasina, che ormai parla mandarino. Secondo i dati 2007 forniti da Unione del Commercio i ristoranti cinesi ammontano a 160 unità e detengono la quota più elevata fra tutti i locali delle differenti etnie presenti nella città (unionemilano.it).
Le statistiche dicono che oltre la metà dei clienti che scelgono di mangiare etnico va nei ristoranti cinesi; nelle preferenze seguono - ma a notevole distanza - giapponesi, messicani e indiani.
I locali cinesi di fascia bassa puntano sui prezzi stracciati: i menu strillati in vetrina promettono involtino primavera e wanton fritti, riso cantonese, pollo o maiale, mezzo litro d’acqua o tè cinese e caffè a 7-8 euro. Prezzi difficili da ritrovare nei locali nostrani e che possono indurre a pensare ad una proposta di altrettanto bassa qualità.
Un segnale d’allarme? Non sempre. I listini “low cost” dipendono dal tipo di alimenti, dalle spese generali, dai costi di gestione. Risparmiare è la parola d’ordine per tutti, di questi tempi. Certo, i cinesi hanno un concetto tutto loro dell’igiene. «A volte le cucine sono bugigattoli e lavorano in promiscuità - dicono i Nas -. Usano carni che “macerano” più giorni, le cospargono di spezie e preparano piatti tradizionali ricchi d’intingoli e aromi». Cresce, però, il numero di chi affida i libri contabili e le buste-paga dei dipendenti alle associazioni di categoria, di chi s’iscrive ai corsi di lingua e di formazione: «Cento aziende etniche a Milano sono già completamente integrate sotto l’aspetto contabile», confermano all’Unione del commercio.

Prodotti ittici importati, per risparmiare

Importante, comunque, capire da dove arrivano i cibi. Saranno garantiti e controllati come gli altri? Molti esercenti acquistano gli alimenti freschi come qualunque ristoratore italiano, altri preferiscono le specialità d’importazione, soprattutto il pesce che costa meno. A Milano, Brescia e Verona operano aziende che importano alimenti non solo dalla Cina e riforniscono industrie nazionali. Come la Uniontrade di Peschiera Borromeo, da 20 anni sul mercato, che tratta oltre 3.000 alimenti etnici importati da Shanghai, Taiwan, Hong Kong, Singapore e da Paesi di tutto il mondo, dotata di un magazzino di 8.500 mq, cash & carry da cui si forniscono ristoranti, grossisti, negozi e supermarket.
Sui ristoranti cinesi se ne dicono tante: che preparano involtini primavera facendoli asciugare sulla Gazzetta dello Sport, che fanno scaldare l’olio mettendo sul fuoco direttamente le taniche, che le pulizie lasciano a desiderare. Quali sono i veri punti deboli? Secondo Massimo Artorige Giubilesi, specialista d’igiene e sicurezza alimentare per la ristorazione e vicepresidente dell’Ordine dei tecnologi alimentari di Lombardia e Liguria, sono gli stessi di tutta la ristorazione etnica: «Scarsi pre-requisiti culturali e igienici per esercitare un’attività alimentare, frequente cambio di titolarità, modalità d’approvvigionamento di prodotti importati d’origine animale».
Che fare allora? «Si deve dialogare con le comunità e sviluppare professionalità per le imprese etniche, nel rispetto della legalità. Creare team specializzati, dare formazione e assistenza madre-lingua in pool con le associazioni di categoria, l’autorità competente, gli uffici commerciali delle ambasciate. Ci stiamo organizzando»

Disco fondente, che dessert

Dolci –

Nata 18 anni in un famoso ristorante fiorentino, la torta Pistocchi è un jolly per carte dessert stanche. Oggi anche in versione monoporzione

Si scioglie in bocca come fosse un cioccolatino. La prima sensazione è quella amara del cacao in polvere che ricopre il dessert, subito stemperata, con rara eleganza, dal dolce del cioccolato. Solo un altro ingrediente, la crema di latte che contribuisce a donare a questa delizia una morbidezza unica. Se dovessimo catalogarlo dovremmo porlo tra le ganache.
Si chiama Torta Pistocchi, dal nome del suo creatore Claudio Pistocchi: prodotta in modo artigianale (senza aggiungere zucchero, né uova, farina, grassi vegetali, conservanti o sostanze geneticamente modificate) ha l’aspetto di un disco nero in cui si intersecano tre tipi di cioccolato fondente al 75% provenienti dal centro America, dal centro Africa e dall’Asia. Ormai è maggiorenne: nata 18 anni fa in un famoso ristorante di Firenze dalla collaborazione tra Claudio Pistocchi, allora chef di cucina, e il pasticcere Michele Mezzasoma, è oggi tutelata da un marchio registrato ed è prodotta in un laboratorio di 200 mq. La segretissima ricetta della torta è conosciuta solo dallo staff, tutto di famiglia.

Sei varianti e c’è anche la monoporzione

Oggi la produzione si aggira attorno alle 90.000 unità (3 anni fa era di 2.400 pezzi). È Il 2005, l’anno che segna in casa Pistocchi la sterzata imprenditoriale: la famiglia, proprietaria da più di dieci anni di una gastronomia in cui avevano ritagliato un piccolo spazio per la produzione della torta, vista l’ottima risposta di pubblico al prodotto, decidono di dedicarsi completamente ad essa. Così si progetta e nasce l’attuale laboratorio nella periferia di Firenze, uno stabile dove 20 mq sono dedicati alla vendita delle torte, in 6 varianti: alla pera coscia, l’ultima arrivata, al caffè Sidamo dell’Etiopia, agli agrumi di Sicilia del mastro pasticcere Corrado Assenza, alle amarene, al peperoncino e naturalmente quella classica, imbattibile per vendite e gradimento.
Ad allargare la gamma dei formati - 250g (13 euro), 400g e 750g (29 euro) - ha contribuito la più recente novità, la monoporzione da 40g (3,50 euro), pensata, principalmente, per soddisfare il mercato della ristorazione. La torta, da degustare a temperatura ambiente, magari abbinandola ad un ciuffo di panna montata o a un biscotto alle nocciole, è una soluzione dessert ideale per dare uno sprint alla carta dei dolci. Non solo, non contenendo glutine è indicata per clienti celiaci e può generare per il ristorante interessanti sinergie anche sul fronte dei matrimoni con distillati, vini e birre. Cliccando sul bottone “contatti” del sito è possibile comunicare direttamente con il laboratorio per avere informazioni sul prodotto, sui distributori più vicini o richiedere una spedizione.

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