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Governante

Operatrice turistica, inglese fluente offresi come governante o cameriera ai piani per hotel di Capri, Ischia, Penisola Sorrentina, Costiera Amalfitana.349 3918390

Operatrice turistica, inglese fluente offresi come governante o cameriera ai piani per hotel di Capri, Ischia, Penisola Sorrentina, Costiera Amalfitana.
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Cuoco pizzaiolo

Cuoco pizzaiolo con 15 anni di esperienza si offre per lavoro in Italia o all’estero.320 8153481

Cuoco pizzaiolo con 15 anni di esperienza si offre per lavoro in Italia o all’estero.
320 8153481

Consulente

Direttore esperto di ristorazione e dell’ospitalità alberghiera, consulente in Italia e all’estero per l’avvio, il riavvio, il rinnovo o la gestione di alberghi e caffetterie valuta proposte di lavoro come consulente.335 8392899

Direttore esperto di ristorazione e dell’ospitalità alberghiera, consulente in Italia e all’estero per l’avvio, il riavvio, il rinnovo o la gestione di alberghi e caffetterie valuta proposte di lavoro come consulente.
335 8392899

Maxi crisi? C’è la maxipizza

Pizzerie –

A Roma, Mary Pizza punta sul target famiglie. E lo fa con una pizza per quattro persone a prezzo bloccato. Farcitura a piacere e consegna gratis. E il business decolla

Crisi dei consumi, ma la pizza rimane ancora un porto sicuro, un’occasione per le famiglie che non vogliono rinunciare al fuori casa. Lo sa bene Michele Marturano, 34 anni, proprietario a Roma di sette punti Mary Pizza e ideatore della formula “Pala Family”, una pizza a forma di pala per quattro persone: pesa 1,5 kg e viene venduta a 10 euro. Rossa, capricciosa o margherita non fa differenza, il prezzo non cambia.
Il cliente può scegliere tra 40 tipi di pizza e sempre a sua scelta può farla preparare in tre gusti diversi, tutto sulla stessa “pala”. Si può consumare sul posto, portar via, oppure aspettarla comodamente a casa. E, senza costi aggiuntivi, c’è la consegna a domicilio.
«Questa formula è stata introdotta quattro anni fa e ha avuto un immediato successo. Nell’ultimo anno però anche a causa del costo della vita abbiamo registrato un incremento del 25-30% di ordinazioni, con dei picchi tra il 20 e il 30 di ogni mese, quando lo stipendio sta per finire - sottolinea Marturano, che aprirà a breve due nuovi Mary Pizza nella capitale -. Il nostro guadagno è di appena di 1 euro a “pala”, però riusciamo a recuperare i nostri margini con la vendita di bevande e altri cibi, come supplì e crocchette. La pizza al taglio invece ci permette di recuperare un margine del 35%».
Mary Pizza è una classica pizzeria al taglio con alcuni posti a sedere. I sette locali sono accomunati da un logo comune in rosso, da interni gialli e da una trentina di coperti. Il grosso del business di Mary Pizza proviene dalla pizza al taglio, però la “Pala Family” inizia a rosicchiare “quote di mercato”: ogni giorno ne vengono infatti sfornate in media un centinaio a punto vendita. Per l’impasto la base di partenza è la farina di grano tenero “manitoba” del Nord America ricca di proteine e in grado di assorbire più acqua e di rendere più elastica la base. Per la farcitura sono utilizzati solo prodotti freschi.

Modulo villaggio, svago assicurato

Club –

Strutturato come un resort a cinque stelle, il Pes.Co di Venezia gioca con gusto la carta dell’intrattenimento, spaziando tra sfilate, dj set e serate a tema. E il food non è da meno

Da Slow Food a Show Food. Blunotte, celebre gruppo di imprenditori veneti attivi dal 1992, ha unito i concetti di cibo e spettacolo in una proposta originale di ristorazione “animata” che costituisce il punto di forza di Pes.Co, il nuovo locale polifunzionale nato a Tessera (Ve), poco distante dall’aeroporto Marco Polo. 13000 mq di shop, serra e parco di proprietà di Benetazzo Group sono stati convertiti per un concept innovativo, un villaggio votato all’intrattenimento aperto tutti i giorni (tranne il lunedì sera), simile a un resort a 5 stelle.

Per le consumazioni c’è la drink card

L’accesso al locale, dalle 9 alle 2, è libero e strutturato con il pratico metodo della drink card da utilizzare per i vari tipi di consumazione. Il fulcro dell’offerta rivolta a un target di pubblico trasversale è la cucina di qualità. Per questo motivo, spiega Fabio Quadrelli di Blunotte, è stato scelto uno chef executive esperto come Remo Marchiori, con il compito di guidare la brigata di 8 chef e creare piatti “multisensoriali”. Il Food Classic, con menu à la carte, aggiornato ogni 15-20 giorni, presenta pasta fatta in casa, piatti vegetariani, pietanze a base di pesce e carni selezionate provenienti da allevamenti del Nebraska, fiorentine, tagliate, spiedi alla griglia (conto, 35-40 euro). I vini d’accompagnamento sono locali, italiani e internazionali (da 12 a 600 euro), disponibili anche al calice.
Per il pesce freschissimo (Zanon Seafish) si segue un preciso rituale: il cliente lo sceglie dal banco della “pescheria” per una grigliata ad hoc, cotta a vista. Particolare successo riscuote inoltre l’alternativa orientale, il sushi, per il quale è stata creata appositamente un’ambientazione etnica. Le materie prime fanno la differenza anche nelle pizze classiche e e creative che preferiscono la mozzarella di bufala e altri prodotti di nicchia, da abbinare a una selezione di birre artigianali italiane e belghe.

Spettacoli per tutti i gusti
Bocconi raffinati anche nel buffet e in versione finger food, serviti con aperitivi, drinks e cocktails innovativi. Rispetto alla versione estiva con piscina e solarium, l’aspetto invernale del Pes.co è improntato su sale interne e giardino botanico, arredati secondo uno stile sempre in bilico tra passato, presente e futuro. I vasti spazi comprendono due bar scenografici, zone dedicate alla ristorazione, salotti confortevoli, aree per esposizioni. Al ristorante si associa dunque l’intrattenimento in una formula che supera il tradizionale dinner&dance: ad esempio, balletti sfilate di moda e concerti anticipano l’immancabile dj set. Al momento dell’aperitivo si svolgono spesso presentazioni d’arte, moda e design, mentre le serate a tema trasformano completamente il locale che, improvvisamente, cambia colori e scenografie.

Descrivere il cocktail è un atto di vendita

Menu –

Presentare il cocktail in lista con il solo nome non basta. Descrivendolo bene si aiuta il cliente nella scelta, migliorando anche il business. Come capita al Toi Même di Monza

Elenco di nomi e cose o il foglio di carta sul quale è scritto tale elenco: questa è la definizione, secondo il vocabolario della lingua italiana, della parola lista. Definizione generale però, che non contiene un importante caratteristica che molte liste, in particolare quelle che presentano ai clienti di un locale i drink o i piatti tra i quali scegliere, devono avere. Tra cui, in primis, la capacità di comunicare e suggerire una scelta. E poi presentare un “prodotto” in modo che colpisca la fantasia di chi legge, spiegare davvero cosa si va a proporre, anche nei dettagli se è necessario, catturare in modo positivo l’attenzione del cliente. «La cosa più difficile non è attirare un cliente, ma convincerlo a ritornare». In questa frase del barman David Colombo si esprime l’importanza della comunicazione all’interno della compilazione di una lista di drink per un locale e, anche, si riassume la filosofia di lavoro che sta alla base del progetto Toi Même Bistrot di Monza.
Polifunzionale con spa inclusa

Spazio lounge e raffinato, il Toi Même si interseca nell’omonima spa - struttura che offre trattamenti estetici e di remise en forme, hammam, piscina e idromassaggio - e con la quale dà vita a un ambiente polifunzionale dove tutto è pensato per completare la soddisfazione degli ospiti. Il locale stesso è uno spazio a 360°, aperto dalle 10 del mattino per la colazione, alla sera tardi per la cena e il dopocena.
«Dare un suggerimento al mio cliente, colpirlo nel suo desiderio, è il primo scopo del lavoro che faccio quando preparo un menu e di conseguenza ancora prima quando creo un cocktail - sppiega Colombo». E detta da un professionista che ha inventato circa 200 mix in appena tre anni e che ha vinto la giornata Luxardo della Barfestival Cocktail Competition, questa dichiarazione d’intenti fa ancora più impressione. Ma David Colombo va oltre. «Il menu deve essere chiaro e comunicativo al massimo. È per questo che ho deciso di fare una lista dove i miei cocktail sono raccontati davvero al cliente, attraverso la descrizione precisa di come sono preparati. Ovvero scrivendo ad esempio i nomi “reali” degli ingredienti e non le marche dei prodotti». Il Negroni shakerato alla gelatina di arancia per esempio viene descritto come “il classico a base di vermouth rosso, campari bitter e gin, shakerato con gelatina di arancia e gocce di angostura bitter”. Della filosofia creativa di David Colombo fa poi parte l’idea che il menu debba anche raccontare il momento giusto per ordinare quel certo cocktail. Come quelli speciali creati insieme allo chef Andrea Longo che vengono serviti al posto del dolce per concludere una serata: per esempio lo Sweet Caramel, un mix che unisce succo di lime, caramello e vodka in un drink che esprime il profumo e l’essenza del creme caramel.
Laboratorio di idee

Insomma, come si racconta e come si presenta una lista di cocktail sta diventando sempre più un vero lavoro di sviluppo del settore bar e ristorazione. E in questa dimensione più ampia del semplice lavoro di gestione di una struttura, David Colombo porta avanti la sua opera con gli amici Beppe Fondacaro e Gianmarco Nardo e la società di consulenza e gestione No Way. I quali, chiamati poco prima dell’estate dai titolari della spa Toi Même a dare una direzione allo spazio caffetteria e ristorante interno al centro benessere hanno dato vita a un vero laboratorio di proposte e idee per un nuovo modo di fare ristorazione.

Ticket a10 euro, uno sprint ai consumi

Buoni pasto –

Elevare il valore esentasse dei buoni pasto a 10 euro farebbe ripartire il settore. Ne è convinta tutta la filiera che auspica una riforma per velocizzare pagamenti e rimborsi

Ritorna caldo il fronte dei buoni pasto con la battaglia per elevarne la soglia di defiscalizzazione almeno fino al valore di 10 euro (oggi la soglia è 5,29 euro). Un’iniziativa caldeggiata dalla Fipe, Federazione italiana dei pubblici esercizi, per ridare una boccata d’ossigeno ai pubblici esercizi e ai consumi fuori casa che soprattutto nel momento strategico della pausa pranzo stanno scontando i rigori di una crisi che si annuncia di lungo termine. Una misura che solo un mese fa sembrava a portata di mano con l’ipotesi di finanziare l’innalzamento del valore esentasse dei tagliandi sostitutivi del servizio mensa con i fondi raccolti tramite le sanzioni decise dall’Antitrust nel 2008.
Un’ipotesi che è rimasta tale. Gli incassi derivanti dalle multe fatte dal garante per la concorrenza andranno, infatti, ad integrare la dote della “social card”, la carta prepagata destinata agli anziani a basso reddito per effettuare acquisti scontati. «La social card è un’iniziativa molto importante - osserva il presidente della Fipe, Lino Stoppani - e anche ai pubblici esercizi è stato chiesto di entrare a far parte della rete di punti vendita visitati dagli anziani più bisognosi. Questa iniziativa però non è sufficiente a far ripartire i consumi. Per questo chiediamo che sia riproposta la defiscalizzazione del buono pasto fino a 10 euro. Non comprendere i bisogni di due categorie in difficoltà allo stesso modo e mettere in conflitto le loro aspettative significa non capire le esigenze della società». Si spera che il provvedimento sia solo rinviato. Anche perché a volerlo non c’è solo la Fipe ma tutti gli operatori della filiera (società emettitrici, sindacati e consumatori finali) che vedono nell’innalzamento del valore esentasse un primo passo verso quel rilancio della domanda che tutti, almeno a parole, auspicano.
Non è infatti un mistero che un ticket oggi non si riesce a comprare neppure un pasto completo, dal momento che basta appena per un tramezzino e un succo di frutta ed è sempre più spesso utilizzato come “buono spesa” al supermercato: un utilizzo alternativo “improprio” che per il fuori casa rappresenta un ulteriore emorragia di fatturato. Considerato che gli utenti giornalieri sono circa 2 milioni e oltre 150 mila i bar e ristoranti convenzionati con le diverse società emettitrici, aumentare il valore dei buoni pasto aiuterebbe non solo gli esercenti ma anche in particolare i dipendenti del settore privato, annullando la discriminazione rispetto ai colleghi del settore pubblico che già godono di un trattamento decisamente più generoso (ad esempio, 10 euro per i dipendenti Inps, 10,79 per quelli Inail, 7 per i ministeriali ecc.).

L’obiettivo è raggiugere standard europei

«Alzare il valore nominale e defiscalizzato del buono pasto, fermo dal 1997, significa adeguarlo al costo della vita - dice Carlo Pileri, presidente dell’associazione difesa e orientamento dei consumatori Adoc. Negli altri Paesi europei l’adeguamento è già stato fatto: in Spagna il valore defiscalizzato è di 9 euro, in Francia 8 e in Portogallo 7 euro». Gli fa eco Gianfranco Cerasoli, segretario nazionale delle attività culturali della Uil: «Con questi valori superati ormai è un problema anche inserire i buoni pasto nelle contrattazioni aziendali. Avanti di questo passo si corre il rischio che il sistema s’inceppi».
Le aste al ribasso deprimono i coupon

Già, il rischio è forse proprio questo: che, come è successo per le Borse mondiali, il sistema dei buoni pasto finisca per avvitarsi su se stesso.
Al di là della soglia esentasse, secondo diversi emettitori bisogna intervenire contro gli effetti perversi delle gare al ribasso e della ricontrattazioni. «Le gare d’appalto chiedono il 16 e anche il 19% di sconto sul valore del titolo - spiega Giovanni Scansani, amministratore delegato di RistoChef che con BuonChef è uno dei principali attori nazionali. Questo incide sul valore nominale scaturito dalla trattativa originaria fra il datore di lavoro e i dipendenti e snatura la funzione stessa del buono pasto che, come anche recentemente ribadito dalla Corte dei Conti, è di tipo sociale e assistenziale».
Non meno grave è il problema della solvibilità e della competizione “senza regole” tra le aziende emettitrici: «In Francia operano solo quattro emettitori in concorrenza fra loro, mentre in Italia ci sono poche barriere in entrata e il settore è ancora troppo frammentato - osserva Graziella Gavezotti, amministratore delegato di Accor Services che con Ticket Restaurant è leader in Italia con il 46% di quota di mercato. La soluzione del miglior offerente non premia la qualità ma il prezzo e ciò impoverisce il servizio».
Una centrale per assicurare i rimborsi

Anche a valle della filiera, non mancano i problemi. Baristi e ristoratori si lamentano dei crescenti costi della burocrazia per commissioni diversificate, mancati rimborsi, cancellazioni, pagamenti in ritardo ecc. La soluzione potrebbe essere la costituzione di una centrale dei rimborsi per sveltire i tempi di pagamento agli esercenti. In Francia già esiste.
Una sorta di “camera di compensazione”, un organismo centrale di garanzia per i rimborsi.
Come funziona? Ciascuna società emettitrice dovrebbe aprire un conto corrente presso un istituto bancario terzo (da noi potrebbe essere la Banca d’Italia) alimentato dagli importi che i clienti-datori di lavoro pagano per l’acquisto dei buoni pasto.
In questo modo si costituirebbe con certezza la provvista per pagare gli esercenti. Il vantaggio per il barista-ristoratore nel caso esistesse una centrale simile è evidente: nel momento in cui incassa un buono pasto, sa che il corrispettivo in denaro è già versato in banca. In questo modo si ovvierebbe così all’annoso problema del ritardo nei pagamenti che tanto affligge molti esercenti.

Tovaglia e menu mutano al tocco

Tecnologia –

Il ristorante digitale è già realtà. All’Inamo di Londra i clienti gestiscono attraverso tavoli interattivi comande, clima e colori della mise en place. Basta solo sfiorare un monitor

Appena inaugurato a Londra, il ristorante Inamo propone una soluzione centrata attorno al concept del “customer control” e della “display technology”.
Si tratta di un ristorante completamente interattivo che offre al cliente la possibilità d gestire attraverso la tecnologia touch screen la propria esperienza gastronomica. Ciò avviene grazie a strumenti come il tavolo interattivo, che permette di ordinare direttamente i piatti in cucina o di manovrare i proiettori sul soffitto e mutare completamente il clima del proprio spazio personale all’interno del locale. Il cliente può anche variare il look della propria tavola cambiando il design della sua “e-tovaglia” (tovaglia virtuale) disponibile in 7 design e colori diversi e “spiare” lo chef grazie all’apposita “chef cam” (una webcam puntata sui fornelli in cucina) attivabile con un semplice tocco. I tavoli fungono da menu e mostrano, a richiesta, immagini appetitose di ogni piatto elencato sulla lista, che può poi essere ordinato con un semplice sfioramento della superficie.
Il tavola opera come una vera e propria mappa “aperta”: si possono, dunque, visionare cartine della città, chiamare un taxi o chiedere il conto e in futuro ci si potrà anche sintonizzare su canali televisivi di news, musica o entertainment o controllare la propria posta elettronica. Dietro a questa originale idea ci sono due imprenditori inglesi, Danny Potter e Noel Hunwick, che hanno commissionato la progettazione del locale allo studio di designers e architetti Blacksheep, che ha già vinto diversi premi con locali come il Whisky Mist o lo Zeta Bar.

Tecnologia intuitiva

Ai fornelli di Inamo c’è Anthony Sousa Tam, noto chef di cucina fusion, ex-Nobu e Hakkasan. Dall’esterno il locale ricorda una moderna taverna giapponese. E anche gli interni sono d’ispirazioni orientali con luci basse e soffuse. Nonostante il massiccio utilizzo di tecnologia, il fattore umano ha comunque un ruolo importante: lo staff di servizio gira continuamente tra i tavoli, serve le portate e illustra ai clienti le specialità in menu.
I tavoli hanno una base nera e un piano bianco in Corian con un pannello touch screen creato appositamente da Blacksheep per attivare i comandi e la selezione di applicazioni grafiche presenti su ogni monitor-tavolo. Spiega Benjamin Webb, project designer di Blacksheep: «La tecnologia che abbiamo applicato all’Inamo è di immediata comprensione. Basta un pizzico di intuizione e anche i clienti meno tecnologici sono in grado di navigare con facilità all’interno del menu interattivo». Il ristorante con 60 coperti e un bar con 30 posti a sedere è in breve tempo diventato una delle mete più gettonate della capitale inglese: un prototipo, secondo diversi analisti, di come potrà essere la ristorazione del futuro.

Controllo impossibile senza il computer

Gestione –

Solo il 9,5% di hotel e ristoranti italiani ha un livello “high-tech”. Addirittura uno su quattro non ha il pc. Ma senza informatica non è possibile una gestione al passo con i tempi

Gestori di ristoranti, di bar, di alberghi e, in generale, la stragrande maggioranza dei piccoli e medi imprenditori italiani fanno una gran fatica a capire qualcosa di innovazione, soprattutto quando si parla di tecnologie digitali. I dati sono impietosi: un’indagine del 2007 di Assintel, l’associazione delle imprese che forniscono servizi informatici, evidenziava il dato che una micro o piccola impresa italiana su quattro non è nemmeno dotata di un computer. E sono proprio i pubblici esercizi a dimostrare la minore propensione a rinnovarsi dal punto di vista tecnologico: secondo i dati Assintel, ben il 40,1% di tutti i locali italiani ha un profilo “low-tech”, cioè a bassa tecnologia; il 50,4% è “medium”, cioè con una dotazione tecnologica minima, mentre solo il 9,5% può essere considerato “high-tech”. Dati confermati dall’Osservatorio Ict & Pmi della School of Management del Politecnico di Milano, che al recente Smau di Milano ha presentato una sua ricerca sul livello tecnologico delle imprese italiane. Ebbene, secondo l’Osservatorio, le pmi italiane e quindi, tra queste, anche hotel, ristoranti e locali, investono in tecnologie da 700 a 1.200 euro per addetto: una cifra bassissima, che ci colloca agli ultimi posti in Europa.

Le scelte dei gestori

Eppure le tecnologie offrono agli imprenditori dell’ospitalità eccezionali possiblità di crescita. Ha tentato di spiegarlo, sempre allo Smau, un convegno organizzato da Confcommercio sul contributo dell’innovazione tecnologica per l’hospitality, dove si è parlato di ristorazione e di hotel. Molti gli esempi presentati. Per le catene, imprese ad alto fatturato ed elevato numero di dipendenti, la svolta tecnologica è più facile, ma anche più strategica. La tendenza è quella di creare una rete che, sfruttando l’intelaiatura e i servizi di internet, colleghi i vari punti cassa a un unico nodo centralizzato, dove tutto può essere aggiornato e tenuto sotto controllo. Autogrill lo ha fatto per l’intera rete di 3.031 Pos, dislocati in tutta Italia tra gli otto marchi di ristorazione che controlla. Il Gruppo Cremonini ha effettuato la stessa operazione su oltre 400 Pos. I sistemi adottati consentono di controllare in tempo reale dalla sede centrale gli incassi, scorporarli per prodotto consumato, fare analisi di mercato, controllare scorte e magazzini velocizzando i processi di decisione e i cambiamenti di strategia. Cir Food, che gestisce grandi mense e locali in tutta Italia, è andata oltre, con il tentativo di creare, attraverso badge e tessere personali, un legame diretto con il cliente. Per esempio, offrendogli un caffè il giorno del suo compleanno, gestendo automaticamente i buoni pasto e perfino (ma per il momento solo in teoria) attivando servizi di pagamento con il telefonino.

Valutare l’assistenza prima dell’acquisto

Per quanto riguarda la piccola ristorazione la rivoluzione è quella dei sistemi per la gestione delle comande con palmari o altri terminali tecnologici. In questo ambito i grandi passi avanti riguardano soprattutto l’affidabilità. I sistemi davvero all’avanguardia sono quelli che garantiscono la massima stabilità, cioè la prerogativa di non andare mai in “crash”, che deriva solo da un appropriato abbinamento tra hardware e software. E poi è fondamentale poter contare su un’assistenza in grado di intervenire al volo nel caso di eventuali malfunzionamenti e di risolverli subito. La vera innovazione sta quindi nei servizi, che il gestore deve imparare a valutare attentamente prima di procedere all’acquisto.

L’energy mette radici (e non solo nelle disco)

Bevande –

Energizzanti e stimolanti. Per il corpo e per il mercato. Gli energy drink si muovono con una crescita record. Giro da 4,8 miliardi di dollari nel mondo. E il boom è anche in Italia

Negli ultimi tre anni, secondo AcNielsen, i consumi pro capite a livello mondiale sono quasi triplicati. E solo nel 2007 il giro d’affar degli energy drink è salito del 19% rispetto all’anno precedente, arrivando a 4,8 miliardi di dollari, contro il +6% del settore del food&beverage nel suo complesso. Dunque è una performance da record quella messa a segno in tempi recenti da questi drink le cui vendite continuano a crescere in tutti i cinque continenti.
Queste bevande energetiche che contengono un mix di sostanze stimolanti (come caffeina, taurina, ginseng) sono prodotti giovani, presenti sul mercato da meno di 20 anni, e sono diventate molto popolari tra i consumatori, che ne apprezzano la capacità di combattere la stanchezza, apportando forza e vitalità. Un prodotto moderno d’immagine ma anche di “sostanza”. Questo sono gli energy drink, bevande funzionali accompagnate dalla promessa di dare la “carica” all’organismo.
Secondo uno studio della società inglese Business Insight in Europa si tratta di un mercato da 3,7 miliardi di dollari che diventeranno quasi 5 nel 2011. I mercati più importanti sono Regno Unito, Germania e Spagna, che rappresentano più della metà del mercato europeo. Ma se guardiamo ai consumi pro capite allora in vetta alla classifica balza l’Austria con i suoi 4,5 litri, seguita rispettivamente da Irlanda (3,7 litri) e Svizzera (2,2 litri).
I tassi di aumento più significativi sono stati registrati però nei paesi emergenti, come Brasile e Polonia. Ma la prospettiva di crescita più alta nei prossimi 3 anni è quella dell’Italia: secondo Business Insight nel nostro paese il mercato degli energy drink arriverà nel 2011 a 249 milioni di dollari contro i 154 fatturati nel 2006. In Italia gli energy drink sono sbarcati da anni. Rivolti a un pubblico giovane, con un core target dai 18 ai 29 anni e un target allargato che si rivolge agli adulti fino a 39 anni ed oltre, gli energy drink hanno trovato il loro palcoscenico naturale nell’horeca. Discoteche, disco pub, locali aperti la notte in cui le bevande energizzanti hanno saputo spendere la loro capacità di fornire energia “pulita” ai ragazzi impegnati a fare le ore piccole. Tuttavia, com’è accaduto anche per i ready to drink, oggi sono aumentate anche le vendite nei supermercati e distributori automatici. Anche per questo il mercato è in continua espansione. Soltanto nel 2007 il consumo pro capite è cresciuto del 55% (fonte AcNielsen) e, secondo il consorzio Cda, nei primi sei mesi del 2008 le vendite sono cresciute sia nei bar (+7,1%) che nella ristorazione (+3,1%) che nei locali serali/notturni (+9,7%).

Un leader ancora incontrastato

Il leader incontrastato è Red Bull, che detiene una quota pari all’80% e il cui consumo pro capite annuo è aumentato del 35% nel corso del 2007, raggiungendo la soglia delle 1,5 lattine procapite. Il “Toro Rosso” non è il numero 1 solo in Italia, ma a livello mondiale dove è presente in oltre 140 Paesi e ha superato i 3,5 miliardi di lattine vendute. In effetti è stato proprio Red Bull a creare dal nulla la categoria degli energy drink, di cui è la marca più nota e venduta e quella trainante per tutto il settore degli energy drink: AcNielsen stima che il 37% della crescita registrata dal mercato mondiale nel 2007 vada attribuita proprio a questo prodotto. Red Bull è stato creato in Austria nel 1984, ma è stata lanciata solo tre anni dopo con una strategia di comunicazione innovativa e mirata, che ha saputo affiancare alla pubblicità classica anche una miriade di iniziative di marketing. Niente sponsorizzazioni di atleti o squadre famosi, quanto piuttosto la creazione di nuovi team Red Bull nel calcio in Austria e negli Stati Uniti e di due scuderie di Formula Uno (Red Bull e Toro Rosso).

Nuove referenze, nuovi concorrenti
 Ovviamente, però, visto il favore con cui i consumatori hanno accolto queste bevande, l’arena competititiva si è fatta via via più affollata, registrando l’ingresso di colossi del beverage come Coca-Cola con Burn. L’offerta degli energy drink si è fatta così più diversificata. Per soddisfare la predilezione dei consumatori per i prodotti light, che oltre al gusto privilegiano gli aspetti legati alla salute, sono state lanciate le versioni light come Red Bull SugarFree. Sempre in chiave salustistica sono stati sviluppati degli energy drink che puntano sulla massima naturalità degli ingredienti (dall’açai al ginseng, dall’avena alle bacche tibetane di goji) capaci di assicurare sia energia che sostanze utili per il benessere, come vitamine e antiossidanti.

Corner e minishop, venditori molto brillanti

Specialità –

Oggi somministrazione e vendita al dettaglio vanno a braccetto all’interno di ristoranti o bar. E corner o spazi dedicati allo shopping sono qui a dimostrarlo. L’esempio dei mini shop Domenis

Minishop dove vendere prodotti di qualità a tiratura limitata (magari artigianali e locali), selezionati dallo chef. Corner dove proporre una scelta di vini e liquori tra quelli presenti nel listino del locale. Angoli con banchi gastronomia dove raccogliere degli assaggi della propria cucina da confezionare per il take away. Non si tratta più di casi isolati. Considerata dalla parte dell’esercente, questa innovazione diventa un modo nuovo per aumentare le entrate del locale ma anche per fornire un servizio ai consumatori, che così possono acquistare i loro prodotti preferiti direttamente dove li hanno scoperti e assaggiati. Infatti abbinare l’attività di vendita a quella di ristorazione è un approccio innovativo alla distribuzione, capace di andare incontro alle nuove esigenze di un mercato che richiede diverse metodologie di vendita per rispondere alle sfide dei nuovi modelli di consumo, in particolare per quanto riguarda i vini e i distillati. Un modello? Quello della Distilleria Domenis che da qualche tempo realizza i Mini Shop Domenis, eleganti angoli “bottiglieria” con le forme dell’inconfondibile contenitore dei più famosi distillati aziendali, da inserire nei locali. Scelta analoga per realtà che puntano a target specifici come T’a, azienda dolciaria, che ha aperto all’interno di alcuni locali chic di Milano corner che espongono i suoi prodotti posizionati nell’area del lusso.
L’idea del corner shop sembra avere un futuro anche nel mondo dei prodotti tipici, in un’ottica di filiera corta. Difatti la Regione Toscana nel suo programma per la valorizzazione dei prodotti agricoli toscani, ha stanziato un budget per avviare 36 iniziative, tra cui 3 accordi fra categorie per aprire corner shop in ristoranti, alberghi e negozi della Toscana.

Nel lounge si gioca a poker

Giochi –

Negli Usa è scoppiata la febbre da poker, con tornei seguitissimi in tv e un hotel di Las Vegas arriva addirittura a creare una poker lounge. Dove giocare, cenare e divertirsi

Negli Stati Uniti il poker è il gioco di carte più popolare sul grande schermo e in tv. Perfino il suo gergo è diventato parte importante della cultura americana con frasi o modi di dire come “blue chip” o “wild card” entrati nel linguaggio di ogni giorno, anche di chi ne ignora le origini.
Un fenomeno che sta appassionando sempre più persone. E due sono gli eventi che testimoniano questa nuova stagione. Il torneo United States Poker Championship (Uspc), teletrasmesso dal canale sportivo Espn, è diventato una delle manifestazioni più importanti del settore che attrae un numero di amatori e appassionati sempre più vasto. Si tiene ogni anno al Trump Taj Mahal di Atlantic City, in New Jersey, e l'ultima edizione è culminata in un “no-limit” Texas Hold 'em da 10mila dollari.
Il secondo evento emblematico non poteva che accadere Las Vegas, la città del gioco per antonomasia: qui l'Hard Rock Hotel&Casinò ha introdotto la prima Poker Lounge, aperta 24 ore su 24. Costata 30 milioni di dollari, occupa 650 mq e comprende 18 tavoli da poker, di cui 5 “private”.
«Abbiamo ingaggiato poker manager di rinomanza mondiale e famosi grandi giocatori del settore per il lancio della nostra Poker Lounge, unica in tutta Las Vegas», spiega il marketing manager Steve Cyr. La Poker Lounge è, infatti, l'ultimo ampliamento del programma di espansione e ristrutturazione del casinò Hard Rock e si caratterizza come un lounge vero e proprio con tanto di “bottle service” e servizio al tavolo.
Il ristorante è aperto per i giocatori 24 ore al giorno e c'è pure un chiosco per le scommesse sportive. Lo staff femminile, al servizio dei clienti vip, ha ricevuto un training specifico per il gioco poker. Non mancano, infine, slot e video poker machine e aree riservate con televisori al plasma e postazioni iPod dove è possibile organizzare piccole riunioni di giocatori.
Tanti i motivi di attrazione: il clienti del Poker Lounge hanno ad esempio diritto a biglietti gratuiti per concerti (che si svolgono nell'arena dell'hotel) o a lettini presso la piscina. O ancora a sconti sul brunch domenicale.
E, se non bastasse, per i principianti ci sono lezioni gratuite.
In più la Poker Lounge intende diventare anche sede di eventi: questo mese ospiterà un nuovissimo torneo a squadre, il Dream TeamPoker, co-fondato e progettato da 3 superstar del tavolo verde: Edward Fishman, Larry Cohen e Jimmy Delshad, ex sindaco di Beverly Hills.

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