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Cocktail a base di grappa sempre più misurati

Ricettario –

Alla Francoli Cup 131 studenti Ipsar si sfidano nei miscelati da aperitivo e nei notturni a base di grappa. Per la cultura del servizio responsabile

Al Palazzo dei congressi di Stresa si è svolta una sfida tra i barman di domani. Centotrentuno finalisti in rappresentanza di 74 scuole alberghiere italiane, ma anche irlandesi, tedesche e maltesi. Tema in classe: i cocktail a base di grappa. Svolgimento da 10 in condotta. I concorrenti si sono sfidati in cocktail “happy hour” e “after hours”, due categorie dai nomi giovani, come i protagonisti della gara.
 «La preparazione dei nostri finalisti Rita Ferrigno (classe 4a) e Gaetano Esposito (classe 3a), è iniziata un mese prima. Prima di preparare le ricette ci siamo concentrati sull’esecuzione tecnica del drink, sui dosaggi, la postura e su tutte quelle piccole ma fondamentali regole che se non rispettate si trasformano in punti di penalità». Ha le idee chiare Anna Di Sandro, docente dell’Ipsar di Castellamare di Stabia e protagonista nelle gare di cocktail. «Le ricette proposte rispettano la regola che un buon barman deve far sua: far bere bene, con gusto, equilibrio e moderazione».
Sono nati così un aperitivo e un notturno saporiti, ma dal tenore alcolico moderato, come Vesevus (3 cl Bitter D’Amante, 2,5 cl grappa alle fragoline, 0,5 cl vodka Menta Deep, 1 cl di succo lime) e Velvet Sensation (1 cl grappa Francoli Cru di Brachetto, 3 cl grappa al cioccolato, 2 cl Opal Nera, 1 cl vodka Menta Deep). Non sono ricette isolate, al contrario. Molti cocktail in gara profumavano di leggerezza.
Messaggio chiaro: si possono realizzare drink di qualità, senza strafare.
«La Francoli Cup - spiega il direttore marketing Alberto Francoli - ha un compito formativo. Intendiamo trasmettere ai futuri professionisti il messaggio di un prodotto, la grappa, che senza demonizzazioni deve esser vissuto come uno strumento di lavoro. I ragazzi ne sono consapevoli e sono stati protagonisti in gara, così come lo sono, coscienziosamente, tutti i giorni in un mondo che attacca l’uso di alcol scambiandolo per abuso».
Appuntamento a marzo 2010. Per gli aggiornamenti basta connettersi con la community di Francoli e il gruppo Francoli su Facebook, creati dal brillante organizzatore Stefano Francoli, che ha fatto già il pieno di “amici”, giovani e meno giovani.

Prosecco senza solforosa, mai più mal di testa

Nuove proposte –

La cantina di Santo Stefano di Valdobbiadene ha ideato un vino che non utlizza l’additivo a base di zolfo

Nella ricerca di vini sempre più naturali e sempre meno artefatti, si distingue l'iniziativa di Bisol (bisol.it), la cantina di Santo Stefano di Valdobbiadene (Tv) che ha lanciato all'ultimo Vinitaly un nuovo prosecco senza l'aggiunta di anidride solforosa. Si chiama noSO2 ed è definito dai suoi stessi ideatori “il Prosecco per i palati più sensibili”, rivolto alle persone intolleranti all'additivo a base di zolfo che abitualmente viene aggiunto al vino, a termini di legge e di disciplinare, per prolungarne i tempi di conservazione. In alcuni casi la solforosa può provocare allergie, che si manifestano soprattutto con mal di testa e, più di rado, con eruzioni cutanee nei soggetti più sensibili. Per ovviare alla mancanza di questa sostanza, indispensabile per la lunga vita del vino, è stata poi pensata una confezione originale, interamente in carta di alluminio, per impedire ai raggi solari di penetrare la bottiglia e di intaccare la struttura delicata di questo Prosecco. Il noSO2 si distingue per un perlage molto fine e persistente, frutto di una spumantizzazione a contatto con i lieviti lunga circa tre mesi. Il profumo è pulito, il colore di un giallo acceso.

Le altre iniziative della cantina
Desiderio Bisol, direttore tecnico della cantina, parla di «un risultato che ci ha stupito ed entusiasmato, che deriva da molti anni di studio, sperimentazione e lavoro». Intanto proseguono le iniziative dell'azienda vinicola legate all'alta ristorazione. L'ultima in ordine di tempo è Jadavagando del 3 maggio, in cui, nel prestigioso relais Duca di Dolle di proprietà di Bisol, a Rolle (Tv), la giovane chef bellunese Paola Budel ha proposto una serie di sue creazioni abbinate ai vini della cantina. Il sodalizio tra Bisol e Paola Budel dura da tempo e ha già portato alla realizzazione di una linea cofirmata di specialità gastronomiche, Jada. Da tempo si dice che Paola Budel, quotata chef cresciuta alla scuola di Gualtiero Marchesi, sia destinata ad assumere in toto la responsabilità della cucina del Duca di Dolle, di cui è consulente già da tempo. Il passaggio, dato per imminente, ancora però non ha una data precisa.

Warsteiner punta su beer mix, birra zero alcol e tradizione

Mercati –

Il mercato dice bene per le premium. Così Warsteiner rilancia, si veste di nuovo e aggiunge due prodotti, tra cui un’analcolica

Le birre premium e super premium valgono il 65% del mercato e hanno buoni tassi di crescita (rispettivamente +1,7% e +9,5%), che fanno da traino all’intero comparto birrario. Così documenta un’indagine Nielsen (AT 08/03/’09). Il terreno in Italia è dunque fertile per chi produce birre di qualità.
Si fa forte di numeri come questi Warsteiner Italia, controllata del gruppo tedesco Warsteiner, dal 1753 di proprietà della famiglia Cramer. Nell’ultimo anno la filiale italiana guidata dall’ad Simone Corso ha fatturato a volume 211mila ettolitri di birra. Regina di vendite è Warsteiner Premium Verum, pils brassata secondo l’Editto di Purezza del 1516 con materie prime di qualità e codificate, che ha recentemente modificato bottiglia ed etichetta. I caratteri gotici del marchio, in particolare, sono stati affiancati da lettere più leggibili da un pubblico latino. Oltre al marchio Warsteiner Premium Verum, fiore all’occhiello dell’azienda, il portafoglio è stato ampliato con due nuovi prodotti: Warsteiner Premium Lemon (un beer mix) e Warsteiner Premium Fresh 0,0% alcool, birra completamente analcolica. Per queste referenze, e per accrescere la brand awareness, sono state messe in campo varie iniziative di marketing. A partire da questo mese.
Dal 13 maggio il marchio Warsteiner è a fianco della 1000 Miglia, storica gara di automobili d’epoca. «L’idea - spiega il direttore marketing Paolo Dal Gallo - è di legare l’evento alla nuova Warsteiner Premium Fresh 0,0% alcool, per educare al bere responsabile. Abbiamo fatto grandi investimenti per promuovere l’unica birra a zero gradi alcolici presente sul mercato italiano, che va ad ampliare le occasioni e le frequenze di consumo».

La stretta sui fidi mette in crisi la filiera

Credito –

In tempi di crisi diventa più difficile ottenere aperture di credito: si allungano i tempi per i rinnovi e si fanno più selettivi i criteri. La denuncia dei Confidi e dei distributori e le possibili vie di fuga

Accesso al credito sempre più difficile. La conferma arriva da Biagio Marsiglia, responsabile di Fidicomet Milano, la cooperativa fidi dell’Unione del commercio che associa 9.500 piccole e medie imprese meneghine del terziario, turismo e servizi: «Fra gennaio e marzo sono aumentate del 25-30% le richieste di fido per esigenze di liquidità aziendale e consolidamento dei debiti a breve termine - sospira preoccupato -. Più grave è la situazione dei programmi d’investimento, non c’è fiducia e attesa di ritorno nel futuro. Sono fermi il rinnovo delle attrezzature e la ristrutturazione dei locali». Il perché è presto detto. Ernesto Ghidinelli, responsabile del settore credito di Confcommercio, segnala l’aumento rilevante degli spread nella concessione dei fidi e spiega: «Gli spread vanno a incidere sul costo del credito in modo diretto e ci sono problemi anche per i rinnovi: tempi più lunghi, maggiore selettività, soprattutto per gli operatori contrattualmente più deboli».
Il ruolo delle istituzioni

Il problema coinvolge tutti gli attori della filiera. A cominciare dai grossisti e distributori, che spesso sono costretti a concedere di tasca propria crediti ai clienti. «È importante che l’onda della crisi moralizzi un mercato che per anni è stato trascurato - polemizza Giuseppe Cuzziol, presidente di Italgrob -. Lo Stato deve rivedere il ruolo dell’esercente e parificarlo a quello di artigiano. Il barista trasforma, dà valore aggiunto al prodotto e deve avere la stessa possibilità di contrarre fidi che ha l’artigiano. Ormai non esiste quasi più il bar che vende solo bottiglie, senza servizio». E le misure sono tanto più urgenti quanto più concreto si fa il rischio di cadere nelle mani degli strozzini. A Milano, Fidicomet sta usando il 30% in più dei fondi di prevenzione antiusura (che entrano in gioco quando l’impresa va in banca e si sente rifiutare il credito pur in presenza di una garanzia del Confidi). «In questi casi - spiega Marsiglia - la garanzia prestata sale dal 50 all’80%. È in aumento il numero delle aziende che versano in una situazione talmente grave (meno fatturato, meno credito dai fornitori), che il sistema bancario chiude i cordoni e s’irrigidisce sui rinnovi degli affidamenti».

La bolla dei ticket

Che fare dunque per far fronte alle esigenze di liquidità? Sono ancora attuali le ipotesi di utilizzare carte di credito al consumo per agevolare gli acquisti dell’esercente e i buoni pasto “spesi” come denaro contante e fatturati per i pagamenti? «Sui buoni pasto non sono d’accordo - risponde Cuzziol -. Veicolare un pezzo di carta che non è moneta crea una bolla economica virtuale che prevede passaggi e costi. Il buono pasto toglie marginalità al barista che aspetta 60, 90 o 120 giorni per incassare. La carta di credito al consumo invece va bene, il barista dispone di una certa cifra e paga con la credit card. Davanti al fido prepagato, il distributore è sicuro di portare a casa i soldi e potrà fare uno sconto maggiore (3-5%, in rapporto a quello che vende), magari con la possibilità di rateizzare. Se la Fipe si mette in moto, noi siamo pronti ad accettare questa formula».
Tante sono le ipotesi allo studio per migliorare i rapporti economici tra i vari attori della filiera: albi di solvibilità per mettere al riparo le transazioni da brutte sorprese, accordi con le camere arbitrali delle Camere di Commercio per risolvere in tempi più rapidi i contenziosi con i creditori, ricorsi e ingiunzioni più rapide. «Italgrob è favorevole a lavorare a queste soluzioni, a patto di farlo insieme alla Fipe - conclude Cuzziol -. Il tavolo di lavoro è fermo da qualche mese, ma dovremo riprenderlo presto».

Le catene all’attacco in attesa di Starbucks

Scenari –

Si espandono in Europa le insegne delle caffetterie a marchio. Guida la classifica il Regno Unito, con il 40% del mercato continentale. Nel mirino dei gruppi più grandi c’è anche l’Italia

La crisi economica europea non frena l’avanzata delle caffetterie. Anzi, continuano a crescere a due cifre (+13% negli ultimi 12 mesi), sono sempre più alla moda e stanno conquistando un numero sempre più ampio di Paesi. Tanto che si prevede che continueranno ad aprire nuovi locali al ritmo dell’8% annuo di qui al 2012. La previsione viene da Allegra Strategies, la società di ricerche londinese che segue da un decennio il settore del caffè attraverso il suo “Project Café8 EU - European Coffee Shop Market 2008”.
Tra ottobre 2007 e ottobre 2008 nei 22 Paesi analizzati hanno alzato la saracinesca 1.200 nuove caffetterie, portando così il totale a 8.863 punti vendita. Ma nel 2012 saranno già diventate 12.000, perché il fenomeno di espansione è solo agli inizi. Guida la crescita il Regno Unito, con ben 3.578 punti vendita che costituiscono il 40% del mercato delle caffetterie a marchio in Europa e che ha ancora un margine di crescita calcolato sul 6% all’anno. Negli ultimi dieci anni la diffusione di queste caffetterie ha trasformato completamente lo sviluppo dei negozi del centro introducendo tra i consumatori l’abitudine di prendere cappuccino, latte e scegliere tra vari tipi di caffè. Proprio questo modello di sviluppo, favorito da uno stile di vita in perenne movimento e caratterizzato da una maggiore curiosità del consumatore, secondo gli esperti di Allegra, si estenderà a tutta l’Europa.

In Italia una crescita del 12%

Ad oggi, la maggior parte del mercato europeo è ancora frammentato e dominato dagli indipendenti ma già nell’ultimo anno le catene (come Starbucks, Caffè di Roma, Ritazza o McCafé) hanno mostrato performance significative: in Francia hanno segnato un incremento del 45%, in Svezia del 33%, in Germania del 32%. E mentre l’Irlanda è il Paese con più alto numero di coffee shop per abitante, il Portogallo va in assoluta controtendenza al trend europeo registrando una contrazione del 7%. Del resto, a dispetto delle peculiarità storiche, delle identità nazionali, delle abitudini sociali e degli stili alimentari di ogni Paese europeo, è indubbio che attorno al caffè nelle sue molteplici varianti si sta coagulando una fascia di consumatori omogenea, cosmopolita e aperta alle innovazioni. A favorire lo sviluppo del consumo di caffè e la crescita del ruolo sociale delle caffetterie è soprattutto l’impegno delle grandi catene di caffetterie. Su tutte Starbucks che, presente in 14 Paesi, detiene una posizione leader in Europa con i suoi 1.119 pdv. Avanza McDonald’s con i McCafé, oggi presenti in 13 Paesi tra cui l’Italia, che nell’ultimo anno ha aperto 770 punti vendita di cui 183 solo in Germania. Tra gli altri, agguerriti, player si conta Costa Coffee, catena inglese fondata da un italiano e ora di proprietà del gruppo Withbread, che dispone di 849 caffetterie in 11 Paesi, Italia esclusa. Caffè Nero è al quarto posto nella classifica dei top 10 Brand Player, con 388 punti vendita in un solo Paese, il Regno Unito. L’italiana Segafredo Zanetti Espresso, che ha da poco festeggiato l’apertura del suo centesimo negozio in Germania, è presente in 13 Paesi, con 277 punti vendita che le fanno guadagnare il quinto posto.
Per trovare un’altra azienda italiana bisogna arrivare al decimo posto, dove si insedia Lavazza con i suoi 152 negozi tra Austria, Belgio, Germania, Repubblica Ceca e Italia. Nel Belpaese la crescita del settore ha registrato nell’ultimo anno un +12%, ma sono solo 3 le top ten presenti: Mc Caffè, Segafredo Zanetti Espresso e Lavazza, per un totale di 497 pdv. Su tutti incombe il fantasma di Starbucks, sempre dato per pronto a sbarcare in Italia (ma finora rimasto fuori).

Il decreto anticrisi introduce il meccanismo dell’Iva per cassa

Fisco –

La possibilità per le aziende di pagare l’imposta nel momento in cui si incassa il corrispettivo varrà solo per chi ha realizzato o prevede di realizzare un volume d’affari inferiore a 200mila euro

Con provvedimento firmato lo scorso 14 aprile e in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, il ministero dell’Economia ha reso operativa la norma di cui all’art. 7, D.L. 29 novembre 2008, n. 185 (c.d. decreto anticrisi), convertito nella L. 28.1.2009, n. 2. Consente a imprese e professionisti di differire il versamento dell’Iva a debito al momento dell’incasso del corrispettivo esposto in fattura, rispetto a quello dell’emissione del documento fiscale (com’era fino a oggi). La previsione, già introdotta in via sperimentale solo per gli anni solari 2009, 2010 e 2011, è stata ora inserita a regime.
Nell’attuale contesto di crisi del mercato internazionale, l’intervento del legislatore mira a tutelare il delicato equilibrio finanziario dei contribuenti con un limitato volume d’affari (piccole e medie imprese). Grazie alla modifica introdotta, questi ultimi, per pagare l’imposta, non saranno più costretti a ricorrere all’indebitamento o all’utilizzo di risorse proprie.
Il nuovo sistema si applica alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi effettuate nei confronti di cessionari o committenti che agiscono nell’esercizio di impresa, arte o professione.

L’agevolazione, più in dettaglio, interessa quei soggetti che, nell’anno solare precedente, abbiano realizzato o, nel caso di inizio dell’attività, che prevedano di realizzare un volume d’affari non superiore ad € 200mila euro. Le operazioni il cui valore supera detta soglia restano escluse dalla nuova disciplina. Pertanto, nel corso dell’anno, il contribuente deve tenere monitorato il proprio volume d’affari, onde verificare fino a quando può godere del beneficio.
Sono esclusi dall’agevolazione i contribuenti che si avvalgono di regimi speciali di applicazione dell'imposta o abbiano posto in essere operazioni verso cessionari o committenti che assolvono l'imposta mediante il sistema dell'inversione contabile (c.d. reverse charge).
L’imposta diventa, comunque, esigibile per l’erario e detraibile per il cessionario o committente decorso un anno dalla data di effettuazione dell’operazione a imposta differita. Questo limite temporale non si applica se il cessionario o il committente, prima del suo sopraggiungere, sia assoggettato a procedure concorsuali o esecutive.

Sulla fattura che si sottopone al nuovo regime si dovrà annotare la seguente dizione: “operazione con imposta a esigibilità differita ai sensi dell’art. 7, D.L. 185/2008”. In assenza di questa indicazione, l’imposta si intenderà ad esigibilità immediata. Il cedente o il prestatore di lavoro computa ciascuna delle operazioni che godono del beneficio finanziario nella liquidazione periodica (mensile o trimestrale) del periodo in cui abbia incassato il relativo corrispettivo, o allo scadere di un anno dalla sua effettuazione. Analogo onere ricade sul cessionario o sul committente. Questi, infatti, potranno portare in detrazione l’imposta loro addebitata in fattura solo dal momento in cui la corrispondono al fornitore. La stessa logica vale se i pagamenti sono parziali: il cedente verserà il tributo in proporzione di quanto incassato, mentre all’autore del pagamento spetterà un diritto alla detrazione in egual misura. Il provvedimento si applica alle operazioni effettuate dal giorno successivo a quello della sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
L’Iva per cassa dovrebbe favorire un più celere pagamento da parte dei cessionari di servizi e dei fruitori d’opera. Si pensi, tuttavia, alle ipotesi di operazioni esenti o che scontino un’indetraibilità ex lege: in questi casi il debitore non ha interesse a onorare l’obbligazione.

Il caffè visto da baristi e clienti

Zoom –

Una ricerca di ApertaMente indaga sul rapporto tra gli italiani e l’espresso. E rivela che: un consumatore su tre ha un locale di fiducia, che le donne sono più fedeli degli uomini e che i baristi sono convinti di usare un’ottima marca

Oggi come ieri l’espresso si identifica con un concetto di piacere che fatica ad appropriarsi di parametri oggettivi in grado di definire e valutare la sua effettiva qualità, un terreno sul quale la strada da compiere è davvero molta. È quanto emerge da uno studio di mercato articolato in due parti che hanno coinvolto l’una il barista, l’altra il consumatore finale e che è stato condotto da ApertaMente, unità di ricerche di marketing ad hoc di Talos-AM, e presentato in occasione del quarto Forum Scientifico sul Caffè organizzato dall’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè in collaborazione con il Centro Studi Assaggiatori.
La prima parte, dunque, ha riguardato il bar e il suo rapporto con l’offerta, analizzata attraverso cento operatori di tutta Italia. Il giudizio degli intervistati sulla marca utilizzata nel proprio locale, su una scala di 5 punti, da 1 (pessimo) a 5 (ottimo), ha visto una forte concentrazione sul voto massimo (66%), mentre il 44% ha detto che è buono (la voce immediatamente precedente). Nessuna sufficienza né tanto meno bocciature. Nella valutazione del caffè utilizzato sono state esaminate le caratteristiche dell’espresso (tutte con giudizio molto positivo), del prodotto caffè (con una decisa flessione sull’aspetto dei grani, la tostatura e l’origine del verde che probabilmente l’operatore non conosce o si è solo sentito “raccontare” dal produttore), del fornitore (giudicato serio e competente, ma a volte caro), infine il gradimento del cliente, nuovamente molto alto. Il 77% dei baristi intervistati ritiene di utilizzare la migliore marca disponibile sul mercato. Interessanti i motivi per cui la ritengono tale. Il 23% afferma che è la migliore perché “piace ai clienti”, il 14% “perché è oggettivamente un buon caffè”, il 30% “per il suo sapore”, non eguagliabile da altre miscele.

Uno su tre è un habitué

La ricerca in esame risponde anche al rapporto tra il consumatore e il bar grazie a interviste qualitative telefoniche su un campione di 500 individui e quattro focus group. E mette subito in luce che l’espresso viene consumato una o più volte al giorno dal 30% degli intervistati e almeno una volta la settimana dal 50%. E che ben un intervistato su tre ha un bar “preferito”, dove si reca con regolarità per il proprio espresso. Una prerogativa, questa, che sembra più femminile che maschile, ma che in termini di giudizio paga molto. In generale, gli habituè hanno infatti una valutazione decisamente alta del bar che frequentano (i giudizi buono/ottimo raggiungono un notevole 87%). I più assidui bevitori si trovano in prevalenza nel nord ovest e nel centro Italia. I consumi decrescono con il crescere dell’età: i minori sono relativi ai 55/65enni, mentre i giovani tra 25 e 44 anni hanno una frequenza di consumo decisamente più elevata che raggiunge l’apice - 1 o più volte al giorno - nei 45-54enni.

Pulizia e personale gli elementi più apprezzati

Le motivazioni per cui un italiano sceglie un bar piuttosto che un altro? Diverse. In cima alla classifica però troviamo l’ambiente pulito e l’affabilità del personale. Tanto che un locale che fa sentire a proprio agio è anche quello che fidelizzerà più clienti. Non sembrano così importanti per la maggioranza (anche se per qualcuno lo sono) invece, l’eleganza dell’ambiente o la presenza di diverse varietà di miscele o monorigini.
Infine va sottolineato che, nonostante tra le caratteristiche del bar che influenzano positivamente la valutazione globale da parte del consumatore finale vi siano un caffè fatto molto bene e di ottima marca, emerge che solo il 53% sa la marca che sta consumando, una condizione che non permette la creazione di un approccio critico e di una selezione nei confronti di un non meglio specificato “caffè della casa”. A conti fatti, però, il rito della tazzina è abitudine che scandisce la giornata e riferimento sicuro nella mente del consumatore che merita sempre attenzione da parte dell’operatore.

Come organizzare una festa privata

Da sapere –

I locali sono spesso le location migliori per eventi a porte chiuse. In questo caso il gestore può riservare un’intera sala senza specifiche autorizzazioni. Diverso è il caso di serate da ballo o quando è previsto un dj o una band che suona musica dal vivo. I consigli degli esperti

Una laurea o un compleanno. Per celebrare occasioni come queste ci si sente spesso rivolgere la richiesta di poter riservare un ambiente del locale. Il titolare di un bar che accetta deve aver molto buonsenso. «Non esiste alcuna specifica normativa - spiega Angelo Luni, segretario di Appe Padova - l’unico consiglio che diamo è quello di esporre all’ingresso del locale, o della sala che si intende riservare, un cartello con la scritta: “festa privata” o “a invito”».

Le autorizzazioni necessarie

Vediamo, però, alcuni obblighi nel dettaglio. Accogliere nel proprio bar i clienti, siano singoli o in gruppo, rientra nell’attività dei pubblici esercizi come previsto dalla licenza ex articolo 86 del Tulps. Dunque, nessun’altra autorizzazione. Una sentenza della Corte costituzionale (sentenza 15 dicembre 1967, n. 142) ha giudicato illegittimo l’articolo 68 del Tulps laddove prevede l’obbligo di richiedere una licenza del Questore per spettacoli e intrattenimenti in luogo pubblico, nell’ipotesi della festa da ballo. Un problema di permessi, invece, può nascere se l’organizzatore della festa ha in mente di riservare nel locale uno spazio per il ballo. «Se si organizza un vero momento di danza - spiega Marcello Fiore, responsabile dell’ufficio legislativo della Fipe - valgono le stesse norme che per una discoteca». In particolare, scatta l’obbligo di una preventiva ispezione da parte della Commissione provinciale di vigilanza sui locali di pubblico spettacolo. Per una capienza che supera le cento unità, poi, è obbligatorio il certificato di prevenzione incendi previsto dal Dm 16 febbraio1982.

Gli obblighi per i concertini

Veniamo agli adempimenti per la musica. Il bar rientra, ai sensi dell’articolo 15 della legge 633/41, in quegli ambienti nei quali l’esecuzione di musica comporta il pagamento di diritti d’autore. Ma occorre distinguere: per la musica d’ambiente, radiodiffusa o riprodotta attraverso lettori cd o impianti, non esiste un particolare adempimento legato al singolo evento. Basta un abbonamento periodico, calcolato a partire dal tipo di apparecchio utilizzato e dalla tipologia del locale, a carico dell’esercente del locale. In occasione di eventi più complessi, con la presenza per esempio di dj o orchestra, invece, esistono tariffe che gravano sull’organizzatore della festa (spesso lo stesso festeggiato). «La differenza, rispetto al trattamento per la musica d’ambiente - spiega Salvatore Solimeno, titolare dell’agenzia Siae di Padova - scatta a partire dall’esistenza di una programmazione della musica. Si tratti di un dj alla consolle o di un concertino. L’organizzatore della festa deve pagare alcuni compensi calcolati sulla base delle presenze». L’importo dipende dalla possibilità di riservare uno spazio al ballo.
In questo caso le tariffe locali prevedono il pagamento di 166,40 euro fino a 100 invitati, altrimenti si pagano 100,30 euro. Al cliente il compito di provvedere al pagamento del forfait (anche prima della festa, purché segua la consegna del programma musicale su moduli Siae con la firma dell’organizzatore e dell’esecutore: il 107/sm per musica registrata e il 107/or per musica dal vivo). L’esercente deve verificare che il permesso Siae sia stato ottenuto, pena una corresponsabilità in sede civile e penale per l’uso abusivo di proprietà intellettuale (l’eventuale contenzioso è in genere chiuso con il pagamento del dovuto aumentato del 50%). Accanto ai diritti Siae, occorre pagare anche i diritti discografici: «Anche se sarebbe tenuto al pagamento chi materialmente organizza la festa - spiega Sergio Paolella, direttore gestione diritti di Scf, consorzio fonografici - è più facile che a pagare sia l’esercente, riversando poi i costi nel saldo finale per la festa». La tariffa, in questi casi, prevede una quota onnicomprensiva a evento di 30 euro aumentata di altri 15 nel caso di duplicazione dei brani su cd o altri supporti.

Fisco più morbido a causa della crisi

Studi di settore –

Gli studi di settore 2009 terranno conto della contrazione dei ricavi a causa della recessione. Un lieve scostamento dalle stime di Gerico non deve perciò allarmare i gestori alle prese con la dichiarazione dei redditi. Ma occhio al redditometro: un’auto di lusso può far scattare l’accertamento

Con la crisi economica il Fisco è più morbido. Gli studi di settore 2009 terranno infatti conto della contrazione dei ricavi a seguito della recessione iniziata a fine 2008. I correttivi a Gerico sono già stati annunciati da parte della Commissione degli esperti della Sose (la società che edita gli studi di settore). Una seconda correzione congiunturale arriverà a redditi già dichiarati. Un lieve scostamento tra quelli che si ritengono essere i propri ricavi e ciò che invece stima il software fiscale, dunque, non deve allarmare l’esercente alle prese con la dichiarazione dei redditi. Ma attenzione: quest’anno, al tempo stesso, in funzione anti-evasione le Entrate potranno incrociare i dati di Gerico con il redditometro, strumento di accertamento che misura il reddito complessivo di un contribuente a partire da alcuni indicatori del suo tenore di vita: possesso di automobili di lusso, incrementi patrimoniali, costi significativi per viaggi, scuole, aste, leasing ecc.

I nuovi studi di settore
Per bar, gelaterie e pasticcerie, poi, la correzione congiunturale si somma al normale programma di revisione triennale degli studi di settore, avvenuto nel corso del 2008. Il nuovo studio valido per il 2009, in relazione all’anno d’imposta 2008, è l’UG37U, erede del precedente modello TG37U. Anche la revisione, così come la correzione straordinaria decisa per la crisi, agisce sugli indicatori presi in considerazione per la stima dei ricavi.
Ma vediamo nel dettaglio. Come funzionano gli studi di settore? Sulla base di una funzione statistica, calcolano i ricavi presunti di un’attività economica a partire da alcuni parametri utili a inquadrarla: per quanto riguarda un bar si considerano i metri quadrati di superficie del locale, il numero di tavoli e di posti a sedere, i servizi offerti (dalla torrefazione alla sala giochi), fino a dettagli come i chilogrammi di caffè consumati nell’attività. Naturalmente, questo non basta a stimare i potenziali ricavi di un locale: pur con lo stesso numero di tavoli, un bar del centro di Roma non avrà gli stessi guadagni di uno alla periferia. Per questo la popolazione di contribuenti interessata da uno studio di settore viene suddivisa in gruppi omogenei detti cluster, identificati da caratteristiche simili (dimensioni, tipologia di vendita principale, collocazione), ai quali si applica la stessa formula per il calcolo dei ricavi. Un coefficiente di territorialità distingue inoltre i contribuenti che si trovano nello stesso cluster a seconda del contesto socio-economico in cui si trovano (per esempio, un’area a forte benessere o, al contrario, periferica). Alla presentazione della dichiarazione dei redditi, ogni esercente è tenuto a comunicare alle Entrate tramite l’intermediario fiscale (Caaf o commercialista) i dati che inquadrano la propria attività.

I dati da fornire

Tra i dati da fornire troviamo: numero di dipendenti, apprendisti, collaboratori, familiari, soci; tipologia di esercizio: superfici, periodi di apertura, posti a sedere interni o esterni, alcuni prezzi praticati; possesso di beni strumentali: bancone bar, banco frigo, granitori, forni elettrici ecc. A questi e ad altri elementi si associano quelli contabili, gli ammortamenti, le scorte in magazzino. Sulla base di questi indicatori, immessi in Gerico (programma aggiornato di anno in anno), la funzione ricavi calcola il valore di guadagni atteso per quel tipo di attività economica. Da questo dato, e dal confronto con i redditi dichiarati, deriva la definizione di contribuente congruo (quando c’è corrispondenza) e non congruo (quando invece quanto dichiarato non è in linea con la stima dei ricavi). Che cosa succede se si risulta non congrui? Secondo le indicazioni fornite dalle Entrate, i dati di Gerico hanno il valore di una presunzione semplice, cioè sono solo un’indicazione di cui il Fisco può decidere di tenere conto (specie se lo scostamento è ampio). In parole semplici, a una situazione di non congruità non segue immediatamente l’accertamento fiscale, ma il contribuente viene invitato dalle Entrate a un contradditorio in cui giustificare la propria situazione. Cause diverse possono avere inciso infatti sui ricavi di un’attività: l’apertura di un altro locale nelle vicinanze, l’interruzione per lavori della strada su cui l’attività si affaccia. Situazioni che vanno segnalate già nello studio di settore e ribadite al momento del contraddittorio, nel modo più documentato possibile (anche con fotografie e ogni altro atto ufficiale).
Se il contribuente rifiuta di partecipare al contradditorio o fornisce giustificazioni ritenute non sufficienti, potrà seguire l’accertamento, che apre la strada a un possibile contenzioso tributario.

L’industria dei giochi batte la crisi e vola sul web

Osservatorio –

Il fatturato del settore è in continua espansione: nel 2008 ha totalizzato una raccolta di 47,5 miliardi, in crescita del 13%. Quest’anno si prevede un’ulteriore boom grazie ai giochi online

Tra i (pochi) settori che continuano a dimostrarsi assolutamente impermeabile ai rovesci dell’economia c’è sicuramente quello del gioco. Una realtà che conferma il proprio “appeal” nei confronti di un pubblico ormai sempre più attentamente studiato e conosciuto per abitudini e tipologia di gioco. L’assioma, il punto di partenza, è semplice. La passione antica per il gioco in Italia si è tramutata - soprattutto nel corso degli ultimi anni - in una consuetudine di acquisto: si compra con più facilità un prodotto che “promette”, almeno in prospettiva, una vincita in denaro. L’Osservatorio “Gioco & Giovani” creato da Nomisma - istituto che da oltre 25 anni svolge la propria funzione di osservatorio locale, nazionale e internazionale sui fenomeni economici - ha di recente raccolto, in un unico documento dal titolo “Il gioco in Italia: un mercato ad alto impatto sociale”, i dati salienti di uno studio interamente dedicato alle dinamiche economiche, sociali, tecnologiche e normative del settore. Uno dei dati che maggiormente dà il senso della crescita del gioco nel nostro Paese è, senza dubbio, quello relativo al numero dei “consumatori”, cioè degli acquirenti del “prodotto gioco”: circa 28 milioni di italiani, come riferisce lo studio di Nomisma. Ma qual è la molla che spinge questo esercito a investire risorse economiche nel gioco? La motivazione più ricorrente riguarda la speranza di vincere denaro: la logica è quella del massimo risultato con il minino sforzo, si cerca di spendere il meno possibile per raggiungere un jackpot capace di mutare la propria condizione economica (i giochi di riferimento potrebbero essere considerati il Lotto, il SuperEnalotto e le lotterie tradizionali e istantanee, ndr). “Una prospettiva così allettante - si legge nella ricerca - costituisce la ragione principale per tentare almeno una volta la fortuna”.

I nuovi giochi puntano a intrattenere

In molti casi i meccanismi di gioco, almeno quelli di ultima generazione, puntano a intrattenere (vedi i giochi di abilità online, primo fra tutti il poker o le scommesse sportive, ndr), esaltando la dimensione prettamente ludica: “Il gioco - riferiscono i ricercatori di Nomisma - può essere un’espressione secondaria di interessi, hobby e passioni e può coincidere con la partecipazione a eventi collettivi e aggregativi (…); inoltre - anche all’interno di piccole comunità e gruppi di riferimento - può divenire un rituale socializzante”. Attenzione però a considerare solo gli aspetti positivi. Il rovescio della medaglia, infatti, è costituito dall’idea - più diffusa di quanto non si creda - che il gioco d’azzardo rappresenti una perdita di soldi, o peggio, una strada spianata verso il problema della dipendenza. Sempre in considerazione dei potenziali rischi connessi al gioco è indicativo che il 19,1% dell’opinione pubblica dichiari di conoscere, tra amici e conoscenti, chi si è ritrovato in situazioni di grave difficoltà economica a causa del gioco.
Ma andiamo ai numeri chiave che fotografano un’industria in piena espansione. Si parte dal dato complessivo relativo al 2008: lo scorso anno il comparto dei giochi pubblici ha raccolto 47,5 miliardi di euro, con un incremento rispetto al 2007 del 13%.
Intanto però i mesi sono passati e l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato ha reso noto l’andamento della raccolta aggiornata al mese di marzo 2009. Le new slot (320mila apparecchi collegati in rete distribuiti in circa 100mila esercizi pubblici) con i loro 2 miliardi di raccolta, confermano la loro “leadership”, continuando a rappresentare uno dei segmenti più vitali del comparto giochi, una realtà attesa ad un’ulteriore crescita. A marzo Gratta&Vinci e lotterie tradizionali hanno generato entrate per 888 milioni di euro: interessante notare come in particolare le “tradizionali” (si pensi, ad esempio. alla Lotteria Italia), grazie a una serie di interventi legislativi, abbiano manifestato incoraggianti segnali di ripresa.
Giochi a distanza in espansione

Nonostante i segnali di flessione complessiva, il Lotto ha fatto registrare a marzo 2009 una raccolta di 464 milioni di euro, seguito dal SuperEnalotto (202 milioni), dai giochi su base ippica (194 milioni), dal Bingo (128 milioni). Un capitolo a parte va scritto per due attività “sorvegliate speciali”, le scommesse sportive e i giochi di abilità, che stanno mostrando i muscoli nel segmento online.
La premessa riguarda, in primo luogo, l’andamento generale del gioco a distanza, passato da una raccolta di oltre 262 milioni di euro nel gennaio 2009, ai 270 milioni di febbraio, chiudendo a marzo con un fatturato superiore ai 317 milioni di euro (un record assoluto). Al termine del mese di marzo due sono state le indicazioni di fondo: la crescita della raccolta è rimasta costante (un elemento che in proiezione futura è stato confermato da diversi analisti del settore), mentre lo scontro per la supremazia sul mercato del web conferma - come accennato in precedenza - un “testa a testa” tra scommesse sportive e poker. Senza considerare l’avvio in forma ufficiale nel 2008, nel primo trimestre 2009 il Texas Hold’em sottoforma di torneo online è cresciuto esponenzialmente fino a superare - nel solo mese di marzo - i 182 milioni di euro. E le scommesse sportive a distanza, seguendo il proprio ritmo di crescita, a marzo hanno superato i 117 milioni di euro.
Sulla scorta di queste indicazioni, i tornei di Texas Hold’em hanno assunto una posizione dominante sul mercato dell’online, tanto da rappresentare oggi una fetta pari al 57,4% del totale, seguiti solo dalle già citate scommesse sportive, cui spetta nel periodo considerato un consistente 37%.

Nel 2009 53,8 miliardi di raccolta

Le conclusioni a cui giunge lo studio di Nomisma concordano nella sostanza con diverse analisi internazionali riguardanti il settore giochi: la crescita della raccolta sui cosiddetti “canali interattivi”, Internet su tutti, verrà favorita proprio dal successo del poker e, più in generale, degli skill games (giochi d’abilità), come testimonia il recente approdo sul mercato italiano di un colosso del calibro di King.com (che ha creato, inoltre, una partnership con Lottomatica). Complessivamente il 2009 sarà ancora un anno di crescita per alcuni segmenti. L’Osservatorio Gioco&Giovani stima che nel 2009 la raccolta raggiungerà 53,8 miliardi di euro (+13,3% rispetto al 2008), grazie al vero boom delle scommesse sportive e dei giochi di abilità online, oltre alle conferme dei segmenti più importanti (newslot e Gratta&Vinci soprattutto). A partire dal 2010, infine, Nomisma ha previsto un consolidamento delle dimensioni dell’industria del gioco: il segnale potrebbe essere fornito da un lieve rallentamento generalizzato, dovuto alla contrazione dei consumi dopo l’exploit 2009 e al ridistribuzione delle puntate tra i diversi segmenti di gioco.

Spirit e mix come natura crea

Biologico –

Cavalcare l’onda del biologico? Due formule straniere insegnano come fare, abbinando somministrazione di cibi e bevande e vendita al dettaglio anche via Internet

La novità è che il mondo della produzione biologica si sta estendendo in molti settori e la nicchia di consumatori sensibili è sempre più ampia. Offrire prodotti bio nel proprio locale aiuta a catturare l'attenzione di una particolare fascia di clientela (generalmente ad alto-medio reddito) e aumenta le opportunità di generare nuovo business. La tendenza bio si è estesa infatti anche al fuori casa, con la nascita nelle principali metropoli di bar, gelaterie, pasticcerie, fast food e yogurterie a tema. Particolarmente brillante è la performance del biologico sul mercato britannico dove, nel 2006, le vendite di prodotti naturali e biologici hanno superato la soglia di 2 miliardi di sterline (circa 3 miliardi di euro). Oggi il Regno Unito, crisi permettendo, rappresenta uno dei mercati del biologico con il più rapido tasso di crescita in Europa.
Buoni modelli da Londra e New York

Non è un caso, dunque, che il primo modello che abbiamo scelto ¿parli¿ inglese. È il Daylesford Organic a Londra: si tratta di un bar con rivendita di prodotti biologici che fa parte di una catena che ha in Gran Bretagna nove punti vendita tra ristoranti, bar, caffè e negozi. L'ambiente ha colori tenui che spaziano dal bianco al crema e fanno subito percepire l'attenzione alla qualità. L'offerta food spazia da formaggi a insalate, da salumi a terrine. E tutto è rigorosamente biologico e certificato. Come pure tutte le bevande. Una formula che combina con intelligenza somministrazione e vendita al dettaglio, modello molto comune nei Paesi anglosassoni. Interessante anche il sito web, che permette al consumatore di viaggiare nella realtà Daylesfood Organic standosene comodamente seduto e fare shopping on line.

Oltreoceano, e precisamente a New York, spicca invece la formula Gustorganics, con cibi e bevande bio al 100%. Si tratta del primo esercizio a essere certificato dalla rigorosa Usda (Dipartimento dell'Agricoltura degli Usa). L'offerta spazia dal breakfast con yogurt, omelette, brioche, torte e biscotti, alla pausa pranzo e alla cena dove vengono proposte insalate, pizze, sandwich, pollo grigliato, polpettine, riso e pasta. Particolarmente interessanti risultano i mix analcolici tipo il ¿Puravida¿, preparato con banana, sciroppo di agave, succo di arance e fragole. Il menu informa che questo drink è ricco di vitamine A, B6, C, oltre a manganese, potassio e fibre. Anche nella preparazione di cocktail classici quali la Margarita vengono usati esclusivamente spirit bio. Così come il rum impiegato per la preparazione del Basil Daiquiri, una variante del Daiquiri a base di rum chiaro, basilico fresco, succo di lime e di arancia. Molta attenzione è infine data ai bambini che hanno un menu dedicato.

Da Palermo a Milano, uniti contro il pizzo

Protagonisti –

Vincenzo Conticello della Focacceria San Francesco è un simbolo della lotta alla mafia. Ora con Rocco Princi ha aperto una succursale al Nord. All’insegna dello street food siciliano doc

 È diventato un simbolo della lotta alla mafia. Da quando Vincenzo Conticello, esponente della quinta generazione dell’omonima famiglia che gestisce l’Antica Focacceria San Francesco (il tempio dello street food palermitano), ha denunciato i suoi estorsori e ha iniziato a fare attività di informazione antimafia nelle scuole alberghiere e presso le associazioni dei commercianti. Una scelta coraggiosa, pagata in prima persona. «Da quando mi sono ribellato al racket - racconta - il lavoro è diminuito di un 15% anche se nessuno apertamente si è mai schierato contro di me o ha contestato la mia scelta». Conticello, che vive sotto scorta, è ormai un personaggio noto, un testimonial della legalità (la sua storia è raccontata anche nel libro appena uscito “L’Isola che c’è”, edito da Round Robin Editrice). Nonostante la notorietà, le intimidazioni sono continuate e anche negli ultimi mesi Conticello è stato destinatario di minacce di morte. Dall’inizio del 2009 vive a Milano, dove, lo scorso febbraio, grazie alla partnership con Rocco Princi, ha aperto l’Antica Focacceria San Francesco Princi.
A Palermo il suo locale è diventato un simbolo della legalità e della lotta alla mafia.
Anche la focacceria di Milano conserva questa connotazione?

Sì, tanto che vi si possono comprare i prodotti Libera Terra, realizzati dalle aziende confiscate alla mafia.

Pensa che l’iniziativa di Milano sia l’inizio di un nuovo programma di espansione?

Per il momento parlare dell’apertura di altri punti vendita è davvero prematuro, anche se non è da escludere, perché gli affari del locale di Milano stanno andando bene.

Come e quando è nato il progetto dell’Antica Focacceria San Francesco a Milano?

La formula del fast-food è nata in Sicilia e ha avuto come protagonista proprio il cosiddetto cibo di strada, che unisce tre caratteristiche fondamentali: genuinità, semplicità e velocità. Partendo da questi presupposti abbiamo voluto creare un locale rivolto a chi non vuole rinunciare al gusto della tradizione anche se va di fretta. Il progetto era sulla carta sin dal 2002, ma poi, a causa delle ben note vicende di mafia, abbiamo dovuto rinviare e solo all’inizio del 2009 siamo stati pronti ad aprire.

Perché avete deciso di aprire a Milano?

Si tratta di una città strategica per il contesto italiano e di un’eccezionale vetrina internazionale. E quindi rappresenta il luogo perfetto per far conoscere la cucina tradizionale italiana e soprattutto per difenderla dalla minaccia delle cucine etniche e internazionali che si stanno diffondendo sempre di più.

A farvi propendere per Milano è stata anche l’individuazione di Rocco Princi come partner del progetto?

In effetti è stato determinante, visto che è stato proprio Rocco Princi a cercarmi dopo aver visto una mia intervista in televisione. Quando l’ho conosciuto ho scoperto che aveva sviluppato un concept innovativo per Milano: panetterie sempre aperte, dove gustare semplici e saporite specialità mediterranee in un ambiente moderno e raffinato. La nostra collaborazione è nata da una comunanza di idee, pensieri e attività imprenditoriali. Anche lui come noi sposa qualità e tradizione, facendo un incessante lavoro di ricerca delle migliori e più selezionate materie prime (a partire dal lievito madre), selezionando i fornitori che lavorano con i criteri di una volta e utilizzando tecniche tradizionali (come la cottura nel forno a legna). Siamo due imprenditori che, giorno dopo giorno, tramandano il gusto della memoria.

Qual è la formula del locale?

È innovativa, perché unisce fast e slow food: infatti propone sia la velocità del cibo di strada che il piacere della cucina più tradizionale. Però il denominatore comune di queste filosofie è uno solo: l’attenzione massima alla genuinità e alla bontà rustica delle ricette popolari.

Cosa proponete nel menu?

Abbiamo un listino abbastanza completo perché, oltre allo street food, serviamo anche primi e secondi tipici, insalate e dolci. Ovviamente la parte del leone la fanno le ricette dell‘antica tradizione gastronomica siciliana: come il classico pani ca’ meusa, ossia la buona pagnotta ripiena di milza e altri grassetti appetitosi fatti sfrigolare nello strutto caldissimo, o come le arancine di riso, la focaccia maritata (ripiena di fettina di milza o vitello), lo sfincione (pizza siciliana con acciughe, cipolle, pomodori e caciocavallo) e la pasta con sarde fresche, finocchietto selvatico, uva passa e pinoli. E poi caponatine, cannoli dolci, mousse di pistacchi e gelo di meloni, che, a dispetto del nome, è a base di anguria aromatizzata con gelsomino e cannella. Piace molto anche l’esclusivo trionfo di San Francesco, un dolce “di recupero” perché è fatto con le buccie dei cannoli non perfetti, che vengono impastate con ripieno di ricotta e cioccolato fondente.

E in termini di servizio cosa offrite?

Un plus importante è il prolungato orario di apertura: dal lunedì al sabato restiamo aperti dalle 8 alle 23, mentre la domenica operiamo dalle 10 alle 21. Questo ci consente di coprire momenti di consumo molto diversi e di far fronte alle esigenze di target eterogenei.

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