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Uno, cento, mille calici

Tecnologia –

Per chi deve rinnovare la dotazione di bicchieri o per chi deve cominciare zero non c’è che l’imbarazzo della scelta. Per tipologia di vetri e forme in grado di migliorare la resistenza agli urti e garantire assaggi al top

Sono oggetti talmente comuni nella vita quotidiana di un barista che di rado viene da pensare alle tecnologie che consentono di produrre calici, tumbler ecc. Eppure lo sforzo di ricerca dei principali produttori è davvero notevole e ha portato negli ultimi anni alla realizzazione di nuovi vetri e allo studio di forme innovative, per migliorarne la resistenza e garantire condizioni ottimali nella degustazione. I bicchieri devono essere al tempo stesso trasparenti, tanto da consentire di avere una percezione nitida del contenuto, e soprattutto resistenti agli urti, ai lavaggi e ai graffi. A volte sono forniti gratuitamente dai distributori di bibite o di bevande alcoliche in seguito al primo ordine, ma sempre in quantitativi e in formati insufficienti a coprire tutte le esigenze. Impossibile quindi gestire un esercizio senza pensare di procedere all'acquisto di una consistente partita di bicchieri di varie forme: per acqua e succhi di frutta, per la birra, per i cocktail. Di solito non si tratta di spese eccessive, poiché le aziende sono in grado di mettere sul mercato prodotti sempre più concorrenziali e a basso costo. Per dare un senso alla spesa, però, è importante individuare bicchieri in grado di resistere il più a lungo possibile, tenuto comunque conto dell'alta percentuale di rotture spesso dovuta alla sbadataggine dei clienti o ai frequenti piccoli incidenti di servizio.

Vetri speciali per ogni esigenza

E qui la scelta si fa ardua, perché i vari marchi si danno veramente battaglia nel proporre vetri sempre più tecnologici, resistenti, sottoposti a trattamenti particolari oppure ottenuti con procedimenti innovativi. Una breve rassegna delle novità a disposizione non può per esempio non tenere conto del nuovo vetro Son.hyx realizzato da Bormioli Luigi, un vetro sonoro brevettato, senza piombo e resistente a oltre 4.000 lavaggi industriali, secondo quanto dichiara l'azienda. Nella produzione dei calici da degustazione Vinoteque, pensati specificamente per il vino e proposti in vari formati, dalla flûte al ballon, l'impiego di questo vetro sonoro è associato a un trattamento speciale, chiamato Titanium reinforced, che consiste nell'applicazione sulla superficie degli steli di uno strato di titanio, dello spessore corrispondente a poche molecole e quindi di pochi nanometri (milionesimi di millimetro), in grado di irrobustire questa parte così delicata dei calici, sempre stando a quanto dichiara l'azienda, di almeno sei volte rispetto a un prodotto comune. Ciò avviene perché lo strato protettivo applicato allo stelo riduce l'incidenza dei micrograffi che sono responsabili della maggior parte delle rotture.
Rcr Cristalleria Italiana ha invece sviluppato un nuovo vetro particolarmente trasparente e brillante, denominato Luxion. Si tratta di un vetro sonoro superiore realizzato con una miscela di materiali che lo rendono trasparente, incolore e con un indice di rifrazione più elevato rispetto a quello di un tradizionale vetro dello stesso tipo. Questa caratteristica aumenta la luminosità del vetro Luxion, che ha anche particolari doti di resistenza e stabilità ai lavaggi in lavastoviglie.
E ancora. Si chiama First il vetro sonoro superiore di Bormioli Rocco, prodotto senza piombo, con un indice di rifrazione molto elevato, vicino a quello del cristallo, e quindi particolarmente brillante. Si affianca al vetro temperato, ottenuto sottoponendo il vetro a un forte shock termico, con un passaggio repentino dai 700° C a temperatura ambiente. In questo modo le molecole si compattano all'interno della struttura del materiale, fornendogli una resistenza di due volte e mezza superiore rispetto a un vetro comune. Il vantaggio del vetro temperato sta anche nella possibilità di sottoporlo ad alte temperature, fino a 130° C, senza rischiare rotture, e nel garantire una sicurezza più elevata, perché in caso di rotture si infrange in piccoli frammenti, evitando il rischio di tagli. In vetro First Bormioli Rocco realizza diverse linee per il bar, tra cui la serie Palladio per la birra e la serie Y, con bicchieri dof, long drink e cooler, calici per acqua e vino, flûte, coppe da cocktail, margarita.
Le nuove tecnologie di lavorazione vanno però al di là della qualità del vetro e consentono di realizzare, anche con macchinari industriali, forme che un tempo erano ottenibili soltanto con la soffiatura artigianale. Così nel caso di Alberto Vineyard's di Alessi, progettato dallo studio di architettura austriaco Eoos, il lavoro sulla forma ha consentito di ottenere un calice utilizzabile sia per i vini rossi sia per i bianchi, con un bevante a doppia forma, che per metà si richiude all'interno e per l'altra ha un profilo a tulipano.
Abbattere il rischio di rottura

Per gli impieghi più “da battaglia”, dove le rotture possono essere più frequenti, come nei catering o nei servizi in dehors, in spiaggia e all'aperto, si può anche decidere per un materiale diverso dal vetro. In particolare il policarbonato, che meglio di altre materie plastiche associa caratteristiche di trasparenza e robustezza, abbinabili alla possibilità di dargli una pressoché infinta gamma di colori. Tra i produttori che più puntano su questo tipo di materiale Italesse ha introdotto quest'anno una serie di novità, come il Brew Beach per la birra, nei formati da 300, 450 e 540 cc, o come la coppetta da cocktail Martini Beach. Una novità in assoluto è invece il Kglass, una coppetta in policarbonato a due scomparti inventata dall'artista e designer torinese Paolo Lizzi. «Abbiamo studiato un ampio ventaglio di utilizzi e di colori - spiega Lizzi - e sono già numerosi gli eventi, legati a Fiat e Ferrari, in cui il nostro Kglass è stato utilizzato. Ora dobbiamo solo farci conoscere, ma sono convinto che la versatilità di questo prodotto piacerà a molti».

Si beve meno birra ma piace di più

Ricerche –

In Italia produzione e consumi di birra sono in discesa, mentre cresce l’export. L’immagine del prodotto però migliora. Un trend confermato dall’indagine Makno-Assobirra 2009

Continua a migliorare l'immagine della birra in Italia, grazie a una serie di iniziative mirate. Viceversa, complice la crisi economica, nel 2008 i consumi birrari arretrano in termini assoluti (-4%), con un livello procapite che torna sotto i 30 litri.
Questa tendenza è evidenziata dalla 13.ma indagine Makno “Gli italiani e la birra - 2009” realizzata per conto di Assobirra (l'associazione degli industriali della birra e del malto) su un campione di 1.500 italiani maggiorenni, con un focus sulla fascia centrale dei 18-44enni. Un aspetto intrigante è che, per i pasti slow fuoricasa (fine settimana e giorni festivi) la richiesta di birra sopravanza per la prima volta (42%) quella del vino (39%): un sorpasso storico. Il miglioramento d'immagine, dicevamo, è stato favorito da una serie di iniziative promozionali di Assobirra puntate sulla diffusione di una maggiore conoscenza di prodotto: l'identificazione dei “300 ristoranti Amici della birra” in collaborazione con le guide L'Espresso e Gambero Rosso (sito birragustonaturale.it); la pubblicazione di Birra Gourmet, raccolta di un centinaio di ricette sfiziose pensate per gli abbinamenti birrari; la diffusione della Carta di Servizio della Birra realizzata per gli operatori dei pubblici esercizi; la campagna “O bevi o guidi” in collaborazione con le autoscuole Unasca.
Crescono i Paesi emergenti

Una situazione che va inquadrata in quella internazionale. Secondo i dati forniti dalla principale fiera europea delle bevande, Drinktec di Monaco di Baviera (14-19 settembre), nel 2008 la produzione mondiale di birra è ancora aumentata fino a raggiungere i due miliardi di ettolitri. A spingere sono i Paesi emergenti come Cina (91 milioni di ettolitri, 50% dell'incremento sul 2007), seguita da Russia, Ucraina, Messico e Brasile.
La produzione italiana ha avuto invece un calo dei volumi, al pari degli altri Paesi europei, compensato in parte da un'ottima performance della quota export. Nel 2008 infatti la produzione è stata di 13,3 milioni di ettolitri (-1,4%), mentre le esportazioni sono balzate a 1,5 milioni di ettolitri (+41%). Anche la quota delle birre importate, sempre molto alta (34%), è calata a meno di 6 milioni di ettolitri (-2%). Da segnalare che sono da poco entrate a far parte di Assobirra una decina di microbirrifici di varie zone d'Italia, rappresentate nel consiglio da Teo Musso, fondatore di Unionbirrai.
«Il bilancio che si può trarre - commenta Piero Perron, presidente Assobirra - è duplice. Da una parte il calo di produzione e consumi sono l'effetto di una crisi economica che non sta mostrando segni di rallentamento. Le rilevazioni relative al primo quadrimestre di quest'anno indicano ancora una diminuzione delle vendite del 9%. Dall'altro lato, registriamo l'ennesimo tentativo di reperire risorse pubbliche ai danni del settore birrario, aumentando le imposte già rilevanti a carico di consumi e produzione».
Fermi i consumi fuori casa

Per quanto riguarda i prodotti, a prescindere dal canale distributivo, risultano in costante crescita le birre premium e le specialità (43% del mercato). Poco spazio invece per birre di primo prezzo (3,5%) e private label (1,1%), così come per le analcoliche (1%), nonostante le promozioni. Lo stile preferito è sempre la classica pils (70% della prima preferenza), seguita da lager (30%), ale (4,8%) e weizen (2%, ma 8% tra i 18-44 enni). Il formato preferito è la bottiglia in vetro da 33 cl (34%), seguito dalla spina (28%) e dalla bottiglia 66 cl (18%). La crescita dei consumi fuori casa di birra si è fermata al 45%, anche se a valore pesano molto di più, visto l'alto ricarico a cui viene venduta la birra nei pubblici esercizi.

Caffè Cagliari compie cento anni

News Aziende –

Iniziative coinvolgenti per celebrare l’evento

Caffè Cagliari
1909-2009:
la nota torrefazione
di Modena
compie
cento anni e
ha organizzato
una serie di
eventi. Concorso fotografico “Facce da bar” che
premierà le 3 migliori foto sulla vita da bar. Concorso
“Cocktail dei Cent'Anni” dedicato al miglior
drink a base di caffè scelto da una giuria di barman
Aibes. Grande Concorso “100 Anni insieme
- 100 premi per te” per premiare consumatori e
gestori di bar serviti da Caffè Cagliari. In palio 100
macchine per caffè espresso a capsule e viaggi
in Brasile per due persone. www.caffecagliari.it

Nuova linea Onda De Blasi a Host

News aziende –

Arredi su misura per tutte le esigenze

Dal locale hight-tech
al caffè di quartiere,
l'azienda De Blasi
(Fano, Pu) è in grado di
realizzare qualsiasi arredo
su misura. Presente
a Host 2009 (Milano
Fiera, 23-27 ottobre,
pad 23 stand B25-C26-
C34), presenta innovativi sistemi di prodotto e il
restyling della linea Onda (in foto), studiata per vetrine
pasticceria e gelateria top di gamma con un
nuovo sistema di sbrinamento. www.deblasi.it

Mongelo punta sui croissant

News Aziende –

Maxi formato da 90 g per il nuovo Grancroissant Nocciola e Cacao di Mongelo, di semplice preparazione.

Marchio specializzato nella croissanterie
congelata del gruppo GranMilano,
Mongelo continua ad allargare
la gamma dei prodotti destinati al canale horeca.
Sono diventate infatti oltre 40 le referenze
(dolci e salate) distinte in tre linee: Da Lievitare,
Pronto Impiego, Snack. In questo modo
Mongelo punta a diventare uno dei leader di
mercato. Acquisito da GranMilano nel 2002
quando era un semplice laboratorio della tradizione
pasticcera con sede a Cornaredo (alle
porte di Milano), oggi Mongelo può contare suuna nuova e tecnologica linea produttiva
installata nella sede storica
Tre Marie (altro marchio di punta di
GranMilano), in via Bistolfi a Milano.
Grazie alla qualità dei prodotti, lo stabilimento
è stata certificato Iso 9000 e ha ottenuto
la certificazione internazionale Brc. Inoltre i
prodotti Mongelo non contengono ingredienti
geneticamente modificati né grassi idrogenati.
Sulle confezioni sono riportate anche le indicazioni
per il loro smaltimento differenziato.
Il prodotto di punta per i bar è la linea Pronto
Impiego, croissant congelati (farciti o non
farciti), confezionati in buste singole (scatole
da 15 pezzi) di semplice preparazione: estratti
dal freezer vanno solo scaldati per 20 minuti
in forno a 180° C. L'ultima novità è il maxi
Grancroissant da 90 g farcito con una golosa
crema di nocciola e cacao. www.mongelo.it

Tanto gusto con zero zuccheri

Novità caramelle –

Alto livello d’innovazione nel più tipico dei prodotti da banco

Tipico prodotto d'impulso, le caramelle si confermano un comparto ad alto livello d'innvazione.
Le novità si concentrano su sugar free, mix di gusti e funzionali.

Così il bar di provincia sfida quelli di città

Polifunzionali –

Due fratelli, Luigi e Sergio Sacchi, scuotono la tranquilla vita di Castelleone dando vita a uno format metropolitano. Con tanto di happy hour alla milanese. Succede al Civico 4

Ore 11,30: riunione di redazione. La posta in gioco è alta: si tratta di selezionare i locali da recensire sul numero di settembre. Occorre vagliare tutto con calma, analizzare ciascun modello di business. La discussione assume subito toni accesi. Sul tavolo, una miriade di proposte, segnalazioni dei nostri collaboratori più fidati e le tante visite sul campo. Passano le ore. C’è chi spera di far crollare gli altri sotto i morsi della fame. Poi la folgorazione: la storia di Luigi e Sergio Sacchi, titolari del Civico 4 di Castelleone (Cr), convince tutti. Non capita spesso di imbattersi in due quarantenni, caparbi e coraggiosi, che dalla sera alla mattina decidono di aprire un bar caffetteria in provincia. Un’impresa azzardata, almeno all’apparenza. Tanto più se si pensa che il Civico 4 sembra rispondere più a logiche metropolitane e poco a quelle di una tranquilla cittadina di 10.000 anime contate, con una densità media di due bar ogni 1.000 abitanti. A conti fatti invece l’impresa si è rivelata tutt’altro che arrischiata: il Civico 4 ha aperto i battenti lo scorso maggio ed è già diventato un punto di ritrovo per l’ora dell’aperitivo e non solo. Con una media di 100 scontrini giornalieri nel week end.

Un esordio più che positivo

«Era il nostro sogno di gioventù - esordisce Luigi Sacchi -, sebbene il destino ci abbia riservato ben altro». Luigi, titolare di un negozio di abbigliamento per bambini, e Sergio, agente di commercio, hanno ben poca dimestichezza con la gestione di un bar. «Eppure quando ci si è presentata l’occasione, non abbiamo perso tempo. Vagliate alcune proposte, abbiamo scovato questo locale, in pieno centro, dove prima sorgeva un’oreficeria». Non riesce a nascondere l’entusiasmo Luigi. E ne ha tutte le ragioni, nonostante le comprensibili difficoltà di rodaggio: il sito Internet non è ancora attivo, ottenere un plateatico si sta rivelando un’impresa epica a causa di un’infinita serie di cavilli burocratici e il pomeriggio si dimostra piuttosto fiacco. «Volevamo attrezzare lo spazio esterno con un gazebo, renderlo più accogliente e differenziarci dagli altri - ammette candidamente Luigi -. Il sole batte costantemente sulle nostre vetrine, un gazebo avrebbe protetto meglio il locale rispetto a una semplice cappottina, oltre a darci una maggiore visibilità. Difficile attrarre nuova clientela in queste condizioni. Senza contare che i pochi temerari che frequentano i bar nelle ore più calde sono anziani che si ritrovano per giocare a carte. Un target che poco a che vedere con il concept da noi messo a punto. Speriamo invece di cavarcela meglio in inverno con la sala da tè per le signore».

Fornitori selezionati

Escluso il tempo della “siesta”, gli affari vanno a gonfie vele. Il locale sa sfruttare bene il momento delle prime colazioni con una proposta di brioche di pasticceria (quattro o cinque a rotazione) e una selezione di corn flakes, graditi agli adepti della dieta e ai curiosi. Mentre nella carta dei caffè fanno capolino i più “metropolitani” ginseng e orzo.
Anche la pausa pranzo sta regalando ai due fratelli ampie soddisfazioni grazie alla collaborazione con una gastronomia di Crema. «La vicinanza consente forniture giornaliere - spiega Luigi -. I prodotti, già cotti, sono confezionati sottovuoto. Non resta che rinvenirli in microonde, se necessario, e spiattarli». Tra le proposte, insalata di orzo con i gamberi, insalata di farro con le melanzane, paella, polipo con patate e carne salada, caprino e carciofi alla romana (tra i 5 e gli 8 euro).
Ma è l’ora dell’aperitivo che rivela l’anima metropolitana del Civico 4, quando sul banco fanno bella mostra di sè taglieri di tartine, pizzette, focaccine e chi più ne ha più ne metta. «Non vogliamo scimmiottare i bar di città. L’obiettivo è attrarre la clientela più giovane stuzzicandola con proposte originali. Così per il servizio al tavolo cerchiamo sempre di proporre stuzzichini abbinati al drink o al vino scelto: affettati misti con un bianco (sono 25 i vini in mescita, ndr) oppure gustosi würstel e crauti con la birra». Anche la proposta a buffet ha il suo perché: quando tutti i locali della zona si apprestano ad abbassare le saracinesche, al Civico 4 l’atmosfera si riscalda: dalle 20,30 in poi ecco arrivare sul banco primi piatti caldi e frittate, secondo l’estro. E i prezzi? Il listino del Civico 4 darebbe filo da torcere a qualsivoglia bar di tendenza (2,50 euro un calice di rosso, 8 la flûte di Champagne). Insomma: un locale sui generis per Castelleone. Una formula che doveva necessariamente rispecchiarsi nella giusta cornice.
Un’immagine coerente con l’offerta

Gli artefici del progetto sono gli architetti Santina Caizzi e Carlo Schira dello studio Pan di Crema, che hanno saputo realizzare un tasting bar di forte personalità, a cominciare dal grande logo realizzato in forex grigio antracite, che domina sulla parete di fondo del banco bar, ripreso nella saletta retrostante e nel piccolo cortile esterno. L’ideazione ha rispettato due elementi preesistenti: il soffitto, realizzato in legno a vista, e la pavimentazione in cotto. L’arredo, minimale, pone l’accento su tavoli squadrati, laccati grigio antracite in contrasto con panche e pouf imbottiti in pelle bianca, per aumentare la luminosità dell’interno. Il banco bar laccato bianco lucido e grigio antracite riprende, amplificandolo, il motivo delle pareti, creando una uniformità d’immagine, mentre la “barra” destinata alle consumazioni, con la parte superiore realizzata in vetro acidato retroilluminato da Led, dà vita a un’atmosfera calda, che valorizza l’insieme.
Particolare attenzione infine si è posta all’illuminazione: luce fredda lungo le pareti perimetrali, con l’inserimento di Led, luce calda al centro del locale grazie a una serie di lampade artigianali a discesa, di diversa lunghezza, realizzate con struttura e rete in acciaio ossidato e firmate Artplayfactory di Milano. Ennesimo tocco metropolitano, manco a dirlo.

Porte aperte alla Bar University

Formazione –

Un’occasione unica per un approfondito aggiornamento professionale e per conoscere la redazione di Bargiornale



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    concorrenza e sviluppare il business
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    come essere sicuri di offrire un servizio sempre all'altezza

Martedì 6 ottobre 2009
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presso la redazione di Bargiornale
Via G. Patecchio, 2 - 20141 Milano


Per informazioni: Segreteria Bar University
0362 805134 - int. 32

Scoperte nella terra dei rum

dal mondo –

Un abitante su cinque ai Caraibi vive sul rum. Ogni distillato riflette la varietà dei territori e dei popoli che li abitano. Da Barbados a Martinica tanti stili di rum diversi svelati e raccontati per voi, attraverso le parole di alcuni protagonisti

Vi crollerà un mito, ma il rum non esiste. Esiste al limite una famiglia molto allargata, composta da distillati diversi, che a partire dal XVII secolo dai Caraibi si è sparpagliata in ogni direzione: dal Centro al Sudamerica, dal Pacifico all'Atlantico.
E in ogni Paese una produzione diversa, che riflette la varietà dei territori di produzione e dei popoli che li abitano. La culla dei rum si trova in un punto imprecisato tra Giamaica, Martinica, Barbados. Inutile cercarla, nemmeno il pirata Jack Sparrow saprebbe indicarvi il punto esatto. Il nostro viaggio alla fonte del rum, comincia da qui, dal Tropico del Cancro, in un ambiente umido, tra palme che ti guardano dall'alto, mari da cartolina e un esercito di canne da zucchero che ondeggiano al vento.
Il clima è ideale per la coltivazione della canna da zucchero, madre di tutti i rum, importata ai Caraibi dall'Asia dai primi coloni. La storia è andata più o meno così.

Lo sbarco a Los Barbudos
Gli inglesi sono sbarcati a Barbados nel 1625. Si trattava di un gruppo di signorotti con codazzo di 40 moschettieri e un centinaio di braccianti bianchi, poco abituati al sole e presto ribattezzati “red legs”, gambe rosse. E zac. Colpo su colpo, per motivi di sopravvivenza, hanno fatto fuori una giungla di acacie, cactus, agavi ed enormi ficus dalle radici aeree, simili a lunghe barbe, “los barbudos”, da cui il nome Barbados. Dopo il disboscamento si sono dedicati a trapiantare la canna da zucchero, considerata per secoli l'oro dei Caraibi, insieme al tabacco e al cotone.
L'economia diviene presto fiorente, si costruiscono case monumentali come St. Nicholas Abbey (1658). Al suo interno c'è ancora la “gentleman's chair”, la poltrona dell'ultimo proprietario della piantagione. Il capo non usciva, sedeva lì, leggeva, dormiva, impartiva ordini alla servitù. Intanto all'esterno della casa, di stile georgiano, ai “red legs” si era sostituito un esercito di schiavi (60.000 nel 1690), portati in catene dall'Africa. Gli stessi che tre secoli più tardi, dopo sofferenze e lotte durissime, sono diventati proprietari dell'isola e della sua principale ricchezza, il rum.

Una risorsa per gli abitanti
Una risorsa che oggi dà da vivere non solo ai proprietari delle distillerie, ma a gran parte della popolazione di Barbados e di molti altri stati caraibici. Secondo stime recenti un abitante su cinque delle Indie occidentali lavora, direttamente o indirettamente, con il rum.
«Prima del viaggio nel Caribe per scrivere il mio libro sul rum avevo studiato come un secchione. Ero convinto di sapere tutto sul rum. Mi sbagliavo. La vera essenza l'ho scoperta attraverso i sapori della frutta, la musica reggae, i rum-shacks (baracche bar, ndr) e i rum punch, i pesci volanti e i delfini. Ho amato il rum grazie alla sua gente: proprietari, master blender, barman, operai, contadini. Ho scoperto il rum attraverso le parole di chi suda nei campi e chi fatica in distilleria». Dave Broom - occhiali neri, baffi stile d'Artagnan e camicia hawaiiana - è ispirato. L'aspro accento scozzese di Broom, autore di “Rum”, una vera enciclopedia del distillato, lascia spazio a toni più dolci quando si parla di rum. «Da ragazzo a Glasgow il consumo dei rum iniziava a superare quello dei whisky. Un po' come se da voi in Italia i consumi di birra superassero quelli di vino. Un fatto incredibile. Da noi si beveva solo rum navy, tipico della Giamaica, sia nei pub sia nei nuovi bar tiky, in stile polinesiano, che presto presero il posto di molti pub. Lo si beveva liscio e in cocktail, con tanto di ombrellino e decorazioni ultra colorate. Sognavamo spiagge bianche, palme, suoni di ukulele, una dolce Piña Colada con la ragazza dei sogni. Poi siamo cresciuti, qualcuno ha continuato, come un corsaro, a bere pinte di rum navy. Altri hanno scoperto la qualità. Io mi sono innamorato degli invecchiati e da lì ho iniziato il mio percorso di ricerca».
Un percorso di conoscenza
Che poi è lo stesso percorso che dovrebbe seguire qualsiasi appassionato. Si parte inizialmente dalla conoscenza degli stili dei rum: essenzialmente quelli spagnolo, francese e inglese.

Questione di stili
Lo stile britannico nasce in Guyana, primo Paese destinato alla produzione di rum di qualità, che può contare su una canna da zucchero a cinque stelle, la Demerara, che cresce sulle sponde del fiume omonimo. Per tirare fuori il miglior distillato da questo zucchero gli inglesi hanno importato in Guyana strumenti e tecniche che usavano per il whisky, ovvero l'alambicco pot still e la tecnica del blending, mezzi e metodi ancora oggi impiegati dalle 11 distillerie presenti nella ex colonia britannica sudamericana. Ogni Paese colonizzatore, con le sue tradizioni, ha influenzato la produzione di rum. Se la Guyana e gli altri stati anglofoni dei Caraibi usano pot still e blending, le ex colonie spagnole si differenziano per il metodo di invecchiamento (Solera) e per la “mezcla”, un'aggiunta, in genere di caramello e spezie, che avviene prima dell'imbottigliamento e che ha lo scopo di rendere il ron, come lo chiamano gli spagnoli, più scuro, morbido, beverino. A fare la differenza nello stile francese, rispetto a quelli spagnolo e inglese, è la materia prima. Per i rhum agricole, che si producono solo nei territori francesi d'oltremare (Martinica, Guadalupa, Marie Galante e Guyana Francese), si usa succo di canna fermentato e non melassa come avviene per i rum o per i ron. Da questa materia prima si ricavano prodotti in genere corposi, più adatti alla meditazione che alla miscelazione.

Regole ed eccezioni
È utile sottolineare che niente vieta a un produttore di tradizione inglese o spagnolo di usare il succo al posto delle melasse. Semplicemente non lo fa. Alla regola, però, corrisponde sempre l'eccezione. Come testimonia la vicenda di Larry Warren, proprietario, a Barbados, della storica St. Nicholas Abbey: «Abbiamo - illustra il distillatore - una piccola produzione realizzata a partire dal succo di canna da zucchero e non dalle melasse. Le canne sono tagliate, raccolte e inserite nella macchina di spremitura a mano. Usiamo alambicchi di pregio portati dall'Italia e invecchiamo in botti selezionate. Puntiamo su prodotti artigianali, di qualità, curati anche dal punto di vista dell'immagine. Ogni bottiglia, per esempio, può essere personalizzata. Il nostro cliente tipo è un edonista e facciamo di tutto per soddisfare il suo palato».
Che tradotto significa: il mercato chiede eccellenza e i produttori si adeguano a standard sempre più elevati. «In termini di marketing, il mercato è caratterizzato dall'arrivo di un gruppo emergente di consumatori, i cosiddetti “new authentics”, desiderosi di scoprire nuovi gusti e prodotti da intenditori. I new authentics sono alla ricerca di marchi di qualità che possano vantare una reale storia e tradizione».

Un'associazione per i rum

Così sintetizza Frank Ward, presidente della West Indies Rum and Spirits Association Inc. (Wirspa), associazione ombrello che raccoglie marchi, noti e di nicchia, tutti autenticamente caraibici. Parliamo di brand come Angostura, Appleton Estate Jamaica, Barbancourt, Barcelò, Borgoe, Brugal, Chairman's Reserve, Clarke's Court, Cockspur, Doorly's, El Dorado, English Harbour, Mount Gay, Mount Gilboa, One Barrell Rum, Sunset Captain Bligh, Westerhall Plantation e Xm Royal. «Questi distillati - sottolinea Frank Ward - sono i tesori delle isole che danno da vivere alla nostra popolazione. Distillerie che spesso sono gestite da piccoli produttori, artigiani che non hanno fondi sufficienti per investire in ricerca, né per la modernizzazione tecnologica delle distillerie, né per farsi conoscere dal grande pubblico. Per questo motivo la nostra associazione, insieme con l'Unione europea, ha intrapreso, a partire dal 2002, i primi interventi per aiutare le aziende più in difficoltà e più di recente un'intensa campagna di marketing, pubblicità su media europei e americani per lanciare il marchio Authentic Caribbean Rum, un bollino che usiamo per certificare la provenienza e la qualità dei nostri rum».
Investimenti sostanziosi, pari a 135 milioni di euro, co-finanziati con 65 milioni di euro dagli imprenditori locali e per i restanti 70 milioni dall'Europa. «Un debito morale verso le ex colonie che l'Unione intende ripagare anche così», ha spiegato Bo Hjalmefjord, rappresentante europeo all'ultimo evento organizzato a Barbados da Wirspa lo scorso maggio.

Un evento per tutti i competitor

Evento dicevamo, perché in quella serata, tra i cannoni che secoli fa difendevano la fortezza di Fort Charles a Barbados, era presente tutta la crema della distillazione caraibica. Dietro i banchetti di degustazione non c'erano hostess, ma personaggi illustri come Thierry Gardère, ovvero monsieur Barbancourt, che da Haiti non si muove neanche sotto tortura, Yesu Persaud, presidentissimo della Demerara Distillers Ltd della Guyana Britannica e Laurie Barnard, della Saint Lucia Distillery. E poi c'erano quelli che i rum li fanno, dalla materia prima alla botte: i master blender. Presenti al forte grossi calibri come George Robinson del rum El Dorado, Fitzoy Smith di Mount Gay e David Morrison, senior blender del rum Appleton. È un fatto straordinario osservare da vicino i produttori dei rum da quindici territori caraibici tutti insieme, gomito a gomito. Non era mai successo, perché la rivalità è tanta e ognuno è orgoglioso del proprio rum e geloso dei propri segreti.
Certo, non è stato tutto rose e fiori: la sera dell'evento solo due delle 20 etichette in degustazione si presentavano col bollino di autenticità su cui punta la Wirspa. Ma, come dicevamo all'inizio, il rum non esiste. Esistono tante realtà, ognuna con le sue peculiarità. La famiglia Wirspa ha tante frecce al proprio arco, l'importante sarà mirare nella stessa direzione. Aiutata dai partner, i competitor, con spirito di gruppo, che non guasta mai.

Rimini Fiera rilancia il fuori casa

aziende –

Nasce un nuovo format per le sei rassegne dedicate all’alimentazione extradomestica. L’anno prossimo saranno tutte riunite sotto un unico brand: Sapore-Tasting Experience. In calendario dal 21 al 24 febbraio 2010

Rimini Fiera celebrerà nel 2010 i primi quarant’anni del Mia - Mostra Internazionale dell’Alimentazione, il primo salone dedicato al fuori casa, con una nuova denominazione: Sapore-Tasting Experience. Attenzione, non un semplice cambio di nome ma un vero e proprio marchio ombrello con tanto di logo e visual che caratterizzerà non solo la storica mostra alimentare, ma tutti i saloni dedicati all’extradomestico: Mse Seafood&Processing, Divino Lounge, Frigus, Oro Giallo e Pianeta Birra Beverage&Co. Una comunicazione comune e coordinata ideata per “facilitare” i contatti tra gli addetti ai lavori. «Arriviamo a Sapore - spiega Patrizia Cecchi, direttore della Business Unit 1 di Rimini Fiera - come sbocco naturale di un lungo percorso, durato addirittura 40 anni, che ha visto maturare dall’iniziale Mia ben sei saloni nei diversi ambiti del fuori casa. Sostanzialmente sotto l’aspetto espositivo gli eventi manterranno la loro autonomia organizzativa. Però abbiamo ritenuto maturi i tempi per una comunicazione d’insieme verso i nostri visitatori professionali. La fruizione della proposta fieristica è infatti complessiva, riguarda tutta l’offerta e non è limitata a un singolo salone. Vogliamo parlare a tutti i canali di distribuzione, esplorare tutte le tendenze e le innovazioni che riguardano il consumo alimentare fuori casa, individuare nuove modalità di consumo. Allo stesso tempo continueremo a svolgere delle azioni specificamente ideate per valorizzare i diversi settori espositivi». Un altro cambiamento è rappresentato dalle giornate di svolgimento, con apertura domenica 21 febbraio 2010 e chiusura mercoledì 24 (prima l’inizio cadeva di sabato): un calendario deciso di concerto con le imprese per facilitare l’affluenza dei gestori e, allo stesso tempo, non penalizzare il trade. Cambia la comunicazione e si arricchiscono i contenuti. Tante, infatti, le novità previste per il 2010, molte delle quali ancora in fase di studio. Intanto, la fiera ospiterà un concorso per valorizzare le aziende e premiare il miglior nuovo prodotto dell’anno. Nel padiglione dell’innovazione verranno esposti, in apposite teche, i migliori prodotti e ci sarà anche un’area dedicata ai format di locali più innovativi con il design a fare da protagonista.

Dibattiti, premi e nuovi format

A Pianeta Birra Beverage&Co. verrà dato spazio come tradizione a tutte le novità del settore, con una sezione specifica per valorizzare le birre artigianali e le specialità meno note. In collaborazione con Unionbirrai sarà organizzato un concorso per premiare la migliore birra artigianale. Novità anche per Divino Lounge, l’evento B2B dedicato a vino, spumanti e Champagne. L’appuntamento proporrà nuove modalità di consumo con un format diviso in tre aree: area food (abbinamenti a cibi gourmet in collaborazione con noti chef), area wine (degustazioni guidate in collaborazione con Ais) e area business (appuntamenti prefissati con buyer esteri e italiani, postazioni Internet per vendite on line).

Un progetto frizzante, apre il bar Ferrarelle

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Nel centro di Napoli ha inaugurato il primo locale di proprietà dello storico marchio partenopeo. Un format elegante, rispettoso dell’ambiente e che presto potrebbe fare proseliti in città

Dalle bottiglie di acqua alle insegne di un locale pubblico: è questo l’inedito percorso di Ferrarelle, una delle marche italiane più note nel mondo delle minerali. Ha aperto a Napoli, in largo Vasto a Chiaia, il Bar Ferrarelle, la prima uscita pubblica del brand fuori dal mondo dei supermercati.
La scelta di Napoli non è ovviamente casuale: deriva dalla volontà di consolidare il duplice legame con la città che è terra d’origine sia di Ferrarelle sia della nuova proprietà dell’azienda, ma contemporaneamente nasce dalla considerazione che Napoli rappresenta un’eccellenza culinaria italiana.

Valorizzare l'identità del brand
«L’apertura del Bar Ferrarelle rientra in un percorso che ci permette di far vivere la marca in altri settori rafforzando ancora di più l’identità del brand», spiega il direttore marketing Antonio De Caro (nella foto). Il nuovo locale è un esperimento pilota che, se darà i risultati sperati, dovrebbe essere solo il punto di partenza per una rete di bar da aprire a Napoli. Ma non solo: il bar è anche il primo passo di una piattaforma di innovazione che l’azienda definisce molto originale, ma che per il momento resta ancora top secret. Dunque il bar è stato identificato come il format ideale per valorizzare Ferrarelle, che accompagna gli italiani dal 1893, dando vita a un luogo dove autenticità, non convenzionalità e gusto della sperimentazione si legano spontaneamente. Con il Bar Ferrarelle l’azienda vuole riproporre lo spirito e i valori del passato, legando le origini del locale alla riscoperta delle tradizioni, enfatizzando la continuità di un’eredità storica che affonda le sue radici nelle abitudini dei monaci cistercensi dell’Abbazia della Ferrara che usavano l’acqua Ferrarelle, direttamente prelevata dall’oasi delle sorgenti di Riardo, per la preparazione dei cibi e per le coltivazioni. Dalla tradizione conventuale sono state riprese alcune delle antiche ricette per la preparazione delle pastelle, della panificazione, dei dolci rigorosamente preparati con l’acqua effervescente naturale.
E comunque l’intera offerta del bar punta sulla tipicità locale, visto che propone i classici della tradizione napoletana, ma reinterpretati in forma mignon per evocare le bollicine dell’acqua. Il Bar Ferrarelle inoltre dà la possibilità ai consumatori di entrare in contatto con il mondo del glamour e del design attraverso l’esperienza “polisensoriale” offerta dalla Platinum Edition, la bottiglia dedicata all’alta ristorazione studiata dagli architetti di Hangar Design Group. All’interno del bar è possibile anche gustare l’acqua Ferrarelle nel bicchiere Effe, soffiato a bocca e rifinito a mano, creato su progetto del designer Carlo Casagrande con lo scopo di preservare la volatilità tipica delle bollicine.
E così questo punto vendita funge anche da vetrina per far scoprire al pubblico le innovazioni su cui l’azienda sta puntando negli ultimi anni, come l’attenzione ai temi ambientali e alla tutela delle risorse naturali. Per questo il Bar Ferrarelle è il primo bar di Napoli a Impatto Zero: aderisce al progetto impatto zero di Lifegate che, per non alterare l’equilibrio del nostro ecosistema, compensa le emissioni di anidride carbonica generata dalla sua attività con la creazione e la tutela di foreste in grado di assorbirle

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