Emissioni limitiamole anche in vigna

Una volta lo chiamavano
“greenwashing”, cioè
darsi una pitturata di
verde. È la tecnica, usata da molte
aziende, di assegnarsi meriti in
campo ambientale – che oggi sono
molto di moda – senza in realtà
fare nulla di concreto. Ma con il
tempo i consumatori si sono fatti
furbi e cercano sempre di più riscontri
concreti a quanto sbandierato
dalle imprese.
Dubbio legittimo
Alla tentazione del greenwashing
devono saper resistere anche le
aziende vinicole. Con la scusa di
un’attività legata al territorio, e
quindi orientata a preservarlo, le
cantine si presentano come paladine
dell’ambiente. Ma molte fasi
della filiera, dalla produzione delle
bottiglie alle spedizioni, hanno
un impatto negativo, soprattutto
in termini di emissioni inquinanti
di anidride carbonica e di altri
gas, come il metano, che alterano
il clima. Ora però anche in Italia
è stato sviluppato un sistema di
“contabilità” delle emissioni di gas
serra che consente alle case vinicole
di certificare la loro reale impronta
ecologica. Si chiama Ita.Ca
ed è stato sviluppato da Sata, uno
studio agronomico di Rovato, in
provincia di Brescia. È stato presentato
allo scorso Vinitaly in occasione
di un convegno, organizzato
dall’Informatore Agrario.
Hanno partecipato anche esperti
francesi e australiani, che hanno
collaborato con i tecnici italiani
per predisporre il sistema. In Francia
già dal 2000 funziona il sistema
Bilan Carbone, mentre l’International
wine carbon calculator
(Iwcc) è in fase di sviluppo in California,
Nuova Zelanda, Sudafrica
e Australia.
Su quale assunto si basano questi
sistemi? Innanzi tutto sulle indicazioni
dell’Ipcc, il gruppo internazionale
di climatologi secondo cui,
nell’ultimo secolo, la temperatura
media del pianeta è salita di quasi
2°C, contestualmente con la concentrazione
di anidride carbonica
(e di altri gas serra) in atmosfera.
Impegni vincolanti
Le previsioni dell’Ipcc sono che
non dobbiamo assolutamente superare
una concentrazione di CO2
in atmosfera di 450 parti per milione
(ppm). Attualmente siamo
a 384 ppm; prima della rivoluzione
industriale, a metà Ottocento,
eravamo a 270 ppm. Per evitare
che le emissioni crescano sono
stati definiti accordi internazionali,
come il famoso Protocollo
di Kyoto. In ambito europeo gli
obiettivi sono fissati dalla cosiddetta
direttiva 20-20-20, che mira
entro il 2020 a ridurre del 20%
le emissioni di gas serra e a portare
al 20% sul totale la percentuale
di energia prodotta da fonti
rinnovabili.
«Il sistema Ita.Ca – spiegano i suoi
due ideatori Pierluigi Donna e
Marco Tonni – consente per la prima
volta di valutare le emissioni dirette
di CO2 provocate dall’utilizzo
di combustibili fossili, tra cui il
consumo interno di energia o per il
lavori aziendali, l’energia acquistata
da fornitori esterni e tutto il ciclo di
vita dei prodotti e materiali che si
acquistano e si utilizzano durante il
processo produttivo, dai tappi alle
bottiglie». Consente anche di valutare
l’anidride carbonica recuperata
dal riutilizzo di sfalci e potature,
partendo dal presupposto che,
in vita, una pianta assorbe e sottrae
all’atmosfera tanta CO2 quanta
ne restituisce quando viene bruciata.
Produrre energia pulita dal
materiale che proviene dai vigneti
o dalle colture ha quindi un saldo
in pareggio, per quanto riguarda le
emissioni e riduce l’impatto di una
cantina sull’ambiente.

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