Gin+, il miscelatore polacco ha qualcosa da prescrivere

Gin+
Damian Matuszyk, cofondatore di Gin+
Damian Matuszyk e Sidney Yeates firmano un London Dry che si presenta in una bottiglia da fisiologica. Dietro la provocazione, un progetto che punta a conquistare bartender e pubblico. Partendo dal ginepro, passando per il Martini

Al Korova Milk Bar il latte aveva perso l’innocenza. Alex e i suoi drughi lo bevevano corretto con sostanze che preparavano il terreno all’ultraviolenza. Era il Latte Più di Arancia meccanica: Stanley Kubrick trasformava la bevanda più rassicurante del mondo nel preludio di una notte da cui sarebbe stato meglio restare fuori. Il problema, evidentemente, era quel più.

Mezzo secolo abbondante dopo, il segno ricompare accanto alla parola gin. E quando chiediamo a Damian Matuszyk se tra Gin+ e il Latte Più ci sia una parentela, lui non cerca vie di fuga. «Sì, c’è un collegamento». Poi anticipa un’edizione limitata da mille bottiglie, prevista tra febbraio e marzo 2027, nella quale «si capirà molto, molto bene la direzione che abbiamo preso». Per ora lascia il seguito fuori campo. Damian, per chi frequenta i social del bere, è il Miscelatore Polacco. Nato in Polonia, cresciuto professionalmente in Italia, ha fatto del mestiere materia da intrattenimento, portandosi dietro tecnica, ironia e una discreta insofferenza per la tappezzeria. Uno che in bottigliera, come davanti a una telecamera, vuole farsi riconoscere. Con Sidney Yeates ha tradotto questa attitudine in un prodotto. E gli ha dato un contenitore che difficilmente si confonde con quello del vicino.

Gin+ si presenta infatti in una bottiglia da soluzione fisiologica. Il racconto delle origini fornito dai fondatori fa risalire l’idea a una disavventura finita in ospedale: guardando una flebo, i due avrebbero intravisto una futura bottiglia da bar. C’è chi da un ricovero esce con una prescrizione. Loro, a quanto raccontano, con un progetto imprenditoriale. «Abbiamo deciso di prendere questa bottiglia della fisiologica», spiega Damian, precisando che il progetto utilizza un vero contenitore di fornitura ospedaliera, con un design che dichiara di avere registrato. Persino l’etichetta riprende quella sanitaria, reinterpretata nella grafica. A completare l’immaginario c’è una confezione a forma di capsula: il “pillolone”, come lo chiama lui. La provocazione è studiata per arrivare anche a chi non passa le giornate a discutere di distillazione. «Il cliente, l’occhio vuole la sua parte». E la bottiglia, aggiunge con una sintesi poco accademica ma efficace, «fa la sua sporca figura».

Conquistare bartender e pubblico

Dietro il camice, però, Damian tiene una calcolatrice. Il progetto nasce con un obiettivo commerciale dichiarato: raggiungere un pubblico ampio. «Questo prodotto lo voglio vedere su tutti gli scaffali. Non mi interessa fare il classico gin premium a 49-59 euro e fare 3.000, 4.000, 5.000 bottiglie all’anno». Non indica qui il prezzo di Gin+, ma chiarisce il campo nel quale vuole giocare. La bottiglia deve attirare attenzione; il gin deve meritarsi il secondo ordine.

È su questo passaggio che l’intervista lascia la scenografia ed entra nel bicchiere. «Dato che ci ho messo la faccia in questo progetto e mi espongo molto, ho dovuto scendere a compromessi tra il farlo piacere al bartender e il farlo piacere al consumatore finale».

Per svilupparlo si è rivolto alla Distilleria Quaglia. La scelta è caduta su un London dry dal «ginepro marcato», con un bouquet che descrive come leggermente erbaceo, capace di avvolgere il palato. Il ginepro resta dunque il centro della ricetta. Attorno, le cinque botaniche sulle quali si costruisce l’identità del progetto: guaranà, ginseng, yerba mate, maca e rodiola. La scheda tecnica indica una gradazione del 40% vol. e il formato da 50 cl. Sono soprattutto quelle cinque botaniche a sostenere il linguaggio “energy” della comunicazione. Un punto sul quale conviene ascoltare proprio Damian: «Ovviamente non è un energy drink». Nell’intervista spiega che il richiamo alle piante associate all’energia appartiene alla direzione narrativa del marchio, precisando che i principi attivi si perdono in distillazione. L’immaginario farmaceutico resta quindi una scelta di branding, senza trasformare il gin in un prodotto dalle proprietà terapeutiche o stimolanti.

Focus su Gin Tonic e Martini Cocktail

E al banco? Qui il Miscelatore Polacco torna alle proprie abitudini. «Io bevo praticamente solo Martini, Bloody e Gin Tonic». Il discorso passa anche dal Red Snapper, il fratello più grande del Bloody Mary con il gin, ma è soprattutto su Martini e Gin Tonic che Damian concentra le indicazioni per Gin+. Con la tonica, racconta, la diluizione fa emergere gli aromi. Sul Martini si espone senza esitazioni: «È assolutamente perfetto». Un giudizio del suo autore, naturalmente, che mette il prodotto davanti a una prova impegnativa. Nel Martini il packaging rimane sullo scaffale. Nel bicchiere ci sono pochi posti dove nascondersi.

I primi numeri raccontati da Damian danno la misura dell’ambizione: cinquemila bottiglie in meno di un mese, senza includere nel conteggio gli accordi con distributori (in primis Metro), mentre la spinta commerciale passa anche dal sito e da Amazon.

Dal Korova alla farmacia, il giro è largo. Per arrivare al bancone servirà una strada più corta: un gin che funzioni, un drink fatto bene, qualcuno che lo ordini di nuovo. La bottiglia ha già ottenuto la sua parte. Adesso la parola passa al ginepro e agli altri cinque fratelli.

Lascia un commento

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome