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Dalla Calabria alla Grande Mela

Top Management –

Caffè Mauro, storica torrefazione reggina, aprirà presto a New York il suo primo concept bar. Operazione che rientra nel piano di rilancio del brand studiato dal nuovo management guidato da Fabrizio Capua

Siamo a Reggio Calabria, precisamente a Villa San Giovanni, e qui ha il suo quartier generale la Caffè Mauro, una di quelle aziende che vengono prese a modello dalle tv straniere per spiegare la forza e il dinamismo dell'industria alimentare italiana. Una media azienda, 66 dipendenti e un fatturato di circa 15,5 milioni di euro, che affonda le sue radici nel primo dopoguerra quando Demetrio Mauro ebbe l'intuizione di far installare in un magazzino nei pressi del porto di Reggio Calabria una macchina torrefattrice di 20 kg. Da allora, Mauro diventa sinonimo di caffè e d'italianità non solo in Calabria, ma in tutta la penisola.
È una delle prime realtà a distribuire un prodotto confezionato con tanto di marchio (allora il caffè veniva venduto solo sfuso) e a scommettere su promozioni e sulla pubblicità in televisione: è, infatti, del 1964 il primo spot pubblicitario della Caffè Mauro con protagonisti i messicani Chico e Manolo, diventati oggi un'icona della tv degli anni del boom economico. Da allora, con l'avvicendarsi alla guida dell'azienda di figli e nipoti del fondatore Demetrio, si aprono nuovi fronti di business e la Mauro si crea una solida reputazione anche come fornitore della grande distribuzione. Nel 2008, una parte dei discendenti del fondatore decide di cedere le proprie quote alla Indipendent Investments, holding d'investimento fondata da Fabrizio Capua (ex amministratore delegato del Gruppo Socib, società d'imbottigliamento Coca-Cola per il Sud Italia e la Sardegna, ceduta nel 2008 a Coca-Cola Hbc). Capua acquisisce dunque il 60% di Caffè Mauro (il restante 40% resta nelle mani del ramo della famiglia Mauro facente capo a Maurizio Mauro, nipote del fondatore, che oggi ricopre la carica di presidente della società) e si pone subito come obiettivo il rilancio del brand in termini di notorietà e visibilità, avviando allo stesso tempo un piano di riorganizzazione radicale delle aree aziendali. Viene inserito un nuovo management, proveniente in buona parte dalle file della Socib, e creata una nuova divisione commerciale. Obiettivo: raddoppiare la produzione (arrivando a 6 milioni di kg) e raggiungere un fatturato di 35 milioni di euro nei prossimi 3 anni. «Non è un obiettivo impossibile - esordisce Fabrizio Capua, amministratore delegato della “nuova” Mauro - ma calcolato. Siamo partiti già l'anno scorso con il programma di rinnovamento rivedendo il logo, rinnovando il packaging e riorganizzando le diverse linee di prodotto. Oggi operiamo su tutti i canali distributivi - dalla gdo al bar, dalla ristorazione al vending - e vogliamo riportare, soprattutto nel fuori casa, il brand Caffè Mauro ai fasti del passato. Oggi, fatto 100 il nostro giro d'affari, il 13% viene generato dalle vendite nei canali horeca: una percentuale che vogliamo portare a breve al 17%. Contemporaneamente, vogliamo crescere anche nella grande distribuzione - soprattutto come marca e non tanto come terzisti - e all'estero. Nel giro dei prossimi due anni quasi un terzo del fatturato sarà generato dall'export».
Un progetto di internazionalizzazione su larga scala che prevede anche l'apertura di filiali o di concept store?

Con i nostri prodotti siamo già presenti in 35 Paesi e intendiamo sviluppare il brand nell'est europeo (Russia) e in particolare negli Usa dove inaugureremo entro quest'anno a New York, e precisamente a Manhattan, una filiale commerciale, un concept bar Mauro e la nostra Accademia del Caffè che proporrà nuovi modi di vivere l'esperienza dell'espresso con corsi dedicati ai professionisti e ai consumatori americani.

C'è inoltre bisogno di dare visibilità a un brand che ultimamente era quasi scomparso dai palinsesti.

Lo sappiamo bene e siamo appena ritornati in tv con un nuovo spot firmato da Klein Russo e una campagna coordinata da Action Brand, la nostra agenzia di comunicazione integrata a cui abbiamo affidato la direzione marketing, che è andata in onda ad aprile e maggio su Sky Sport. Questo spot è stato l'apripista della campagna 2010 in onda sempre su Sky Sport durante le partite dei Mondiali di Calcio e sulla La7 fra settembre e ottobre. Ad oggi l'investimento pubblicitario complessivo è stato superiore ai 5 milioni di euro e, inoltre, abbiamo messo in campo un piano triennale di comunicazione pari a 11 milioni di euro. La nuova campagna di comunicazione intende coniugare modernità e tradizione e il claim “se aspetti, c'è più gusto” vuole esprimere quell'attitudine, tipica della specificità produttiva di Mauro, a rispettare i tempi naturali, per una maggior qualità.
In Italia operano circa 700 aziende torrefattrici e la concorrenza nei diversi canali è molto agguerrita. Come intendete distiguervi e ritagliarvi un ruolo di azienda leader all'interno di un settore così polverizzato?

Siamo perfettamente coscienti delle difficoltà. Ma, grazie alla concretezza e all'esperienza del nuovo management, puntiamo a posizionarci tra i primi 10 brand del settore, appena dietro i grandi marchi italiani come Lavazza o illycaffè. Abbiamo adottato la filosofia di un'azienda multinazionale con processi che mirano a valorizzare la qualità dei prodotti e il brand, puntando su miscele premium e, sopratttutto, adottando politiche di sviluppo che pongono al centro il consumatore finale e la sua soddisfazione. Vogliamo in questo senso differenziarci dalla moltitudine di piccole aziende a conduzione famigliare che popolano il settore e abbiamo l'ambizione di diventare un polo di eccellenza del caffè a livello nazionale e, in particolare, della Calabria e di tutto il Sud Italia.

Conquistare il consumatore finale significa diventare un marchio riconosciuto anche nel fuori casa che rappresenta una vera e propria area test per chi vuole consolidare la brand reputation.

Il fuori casa è infatti uno dei pilastri del nostro business e sappiamo che uno degli snodi strategici per conquistarsi una posizione di forza è rappresentato dalla formazione dei professionisti. È a loro che ci rivolgiamo con la nostra Accademia del Caffè, localizzata all'interno del nostro headquarter: un centro di formazione creato per diffondere la cultura del caffè attraverso corsi full immersion mirati a trasformare gli operatori in ambasciatori della qualità del caffè e, ovviamente, del brand Mauro.

Lei è a capo di una società d'investimento, la Indipendent Investments, che controlla il pacchetto di maggioranza dell'azienda. Si tratta di una partecipazione tattica finalizzata a riportare la Mauro ai vertici del settore o di un'intervento a lungo termine?

Siamo una holding d'investimento e non un fondo chiuso o di private equity. In ambito industriale operiamo attraverso l'acquisizione di quote di controllo di imprese e marchi già noti nel panorama italiano in momenti particolari della loro vita aziendale con una vision di lungo periodo.
Si tratta di investimenti strategici rivolti prevalentemente a pmi con un fatturato massimo di 30 milioni di euro che hanno come peculiarità quella di mantenere associato al business l'imprenditore o la sua famiglia per assicurare continuità e coerenza nella gestione.
Per quanto riguarda la Caffè Mauro devo dire che mi lega all'azienda e, in particolare, al suo presidente Maurizio Mauro un lungo e profondo rapporto di amicizia e di stima. Detto questo, il nostro obiettivo è quello di valorizzare al massimo la società e il brand. E di mantenerne il controllo per lunghissimo tempo.

Mediterranei nella City

Dal mondo –

Francesco Mazzei, celebrity chef de L’Anima di Londra, e il barman, Christian Aragone, conquistano il pubblico con specialità che parlano italiano

Lui, come ha scritto il quotidiano The Guardian, è “la celebrità dei fornelli che ha portato la gioia della n’duja a Londra”. Al pubblico britannico è noto come il cuoco italiano, più precisamente calabrese, che ha prestato volto (e ricette) all’ultima campagna pubblicitaria della grande catena Pizza Express. Lo chef in questione è Francesco Mazzei. Classe 1973, originario di Cerchiara di Calabria, ex del Dorchester di Londra e dell’Eden Terrazza di Roma. Nel suo L’Anima, spazio di charme nel cuore della City, ha riscritto il made in Italy, proponendo ricette di casa nostra, in molti casi rielaborate e modernizzate. Un metodo di lavoro che ha fatto il successo della sua cucina, ma anche del suo “trendy bar”. Al banco propone cocktail, dall’accento mediterraneo, e abbinamenti inediti. Il bar è seguito da Christian Aragone, 36 anni milanese, che proviene da esperienze allo Smith’s of Smithfield (tempio londinese della cucina di carne) e al giapponese Sake No Hana. Spazi dove la ristorazione è il core business dell’attività e per farsi conoscere il bartender deve ingegnarsi. Christian Aragone, dietro la supervisione di Mazzei, lo ha fatto sviluppando un ventaglio mirato di ricette in sintonia con i menu dei locali dove ha lavorato.
Dietro il suo banco in granito nero e marmo, col fronte dai riflessi fluorescenti, l’offerta è ampia e diversificata. Va dai vini ai cocktail pre dinner. Tra i marchi di fabbrica un “burroso” signature cocktail. Si tratta di una variante dell’Espresso Martini dalla consistenza simile a una birra Guinness. Un drink dolcificato col liquore alla vaniglia del Madagascar al posto dello zucchero (nella pagina seguente trovate la ricetta). Tra gli altri esperimenti di Aragone un’interessante aperitivo a base di grappa, preparato con un distillato maturato in barrique di Bepi Tosolini, che viene shakerato, filtrato e bilanciato grazie all’aggiunta di una scorzetta di pompelmo. Gli ordini di cocktail sono abbastanza numerosi, specie se confrontati con locali omologhi. Sono 40 cocktail nelle giornate di punta e vengono proposti a 10 sterline (12 euro circa) un prezzo in linea coi cocktail bar più ricercati della città. Ai cocktail si aggiungono le tante richieste di spumante Franciacorta, Prosecco e l’immancabile birra, che piace soprattutto al cosiddetto cliente “regular”, quello comune. I “Bellinis” occupano ampio spazio nella carta. Tra i più apprezzati spiccano il Canaletto (Prosecco e frullato di lamponi) e il Tintoretto con spumante e succo di melograno.
La ricerca di Aragone, come sottolinea lui stesso, è stata influenzata da trend setter del bere miscelato come Giuseppe Gallo, oggi brand ambassador Martini ed ex bar manager del Sanderson Hotel. Non sorprende quindi di trovare nella lista denominata “Bar & All Day Menu”, accanto ai vini calabresi e al Vermentino di Gallura, anche ricette come il Pear Martini o un insolito Campari con lemongrass, ma anche martini aromatizzati con ingredienti come salvia, basilico e aceto balsamico. Specialità che vanno a braccetto con gli appetizer della casa. Al banco, e tra i comodi sgabelli in pelle bianca intorno ai tavoli dello spazioso bar (circa 120mq), sono offerte delle chicche, in “salsa calabrese”, della premiata maison Mazzei. Come i fritti di calamari (12,75 sterline), i peperoni arrostiti con burrata (9,75 sterline), il prosciutto di Norcia su pane cunzato (16,50) prodotti da forno, home made, come pizze e bruschette. Specialità ruspanti in un ambiente che, paradossalmente, ha una veste molto contemporanea.
Gli interni de L’Anima richiamano i loft newyorchesi con grandi vetrate sull’esterno e ampi soffitti, che regalano un ambiente luminoso. L’architetto Claudio Silvestrin si è ispirato alle qualità emozionali degli elementi della natura usando porfido, pietra calcarea e marmo. Un risultato minimal, geometrico, nel complesso austero

Da cocktelero a impresario

Liquid chef –

Partito come lavapiatti, Junior Merino ha saputo mettere a frutto la sua arte nel fare i cocktail creando una scuola itinerante e una linea di prodotti gourmet

Ai recenti saloni newyorchesi “The Bar Show” e “Fancy Food”, il 34enne mixologist Junior Merino, meglio noto come “The Liquid Chef”, era più occupato che mai: in camice bianco a illustrare con il suo team, in una serie di seminari, le sue svariate tecniche, offrendo in assaggio ai presenti capsule di Mojito («apritele e lasciate cadere la polvere sulla lingua» consigliava) e fiori pieni di sapori; o, elegante, in giacca e cravatta, dietro al bancone degli stand, a promuovere un'intera linea di prodotti per mixologist (sciroppi, mixer e sali per bordature, vedi box in alto).

Lezioni di mixability dentro un Tir

Merino ha anche creato Alchemix, la prima scuola itinerante al mondo di mixology, ospitata su un tir. È dotata di un grande schermo al plasma e di scaffali in plexiglass con base illuminata che ospitano le diverse file di bottiglie; dieci stazioni per 20 bartender, ciascuna col proprio plasma, con doppio lavandino, tavoli retrattili, cucine a induzione, frullatori e tanti liquori, bitter e sciroppi.
Merino ha ideato innumerevoli cocktail per ristoranti e bar in tutto il mondo, dai lounge di Walt Disney World in Florida a diversi hotel in Giappone. Ha lavorato per diversi produttori di spirit, partecipando anche al lancio del tequila di Justin Timberlake, il “901 Tequila”; l'anno scorso ha persino elaborato una carta di cocktail per la linea aerea Mexicana Airlines (con tanto di 'Sweet Turbulence', a base di tequila Cazadores, soda di lime, granatina, lime e succo d'arancia) e una per la compagnia crocieristica Celebrity Cruises.

Un laboratorio da alchimista

«Molti dei miei drink - racconta Merino - contengono il nettare d'agave, la pianta messicana usata per il tequila, che ha livelli glicemici, calorie e carboidrati assai contenuti. Così anche i diabetici possono berli senza problemi».
Nel suo laboratorio del Bronx, battezzato “Liquid Lab”, è circondato da una miriade di liquori, provenienti da tutto il mondo, e organizzati in categorie: ci sono il Pimm's No. 3 Cup, il tequila Scorpion Mezcal, bitter peruviani, vodka preparata con sciroppo d'acero oltre a varie sue creazioni molecolari. E poi refrattometri, idrometri, salimetri, pH meter, deidratori, sifoni ecc. E ancora spezie, erbe, frutta di stagione, purè vari, verdure, fiori, tè, aceti, estratti, vini, birre, soda, oltre naturalmente ai suoi prodotti.
Una volta al mese, The Liquid Chef organizza un paio d'incontri, con 5-7 persone del settore, accuratamente selezionate. Il prossimo passo sarà un libro che intende insegnare ai lettori a creare nuovi cocktail, invogliando ad armeggiare con nuovi sapori e a dar vita nuove combinazioni.

Gli artigiani della vodka

Aziende –

Visita in Olanda alla Distilleria Nolet. Qui si produce Ketel One spirit artigianale già bestseller negli Usa

Una pala getta del carbone nell'alambicco in rame Numero 1. È la mia. L'ho solo presa in prestito. La uso giusto il tempo di un paio di lanci. Poi la restituisco all'addetto che osserva la scena un po' geloso. Gli operai della Nolet, come in un rituale pagano, alimentano quella fiamma nel Distilleerketel N. 1 a Schiedam, Olanda meridionale, da oltre un secolo. Dicono che sia la dea protettrice di ogni produzione della vodka Ketel One.
Sotto la guida sicura di Bob Nolet, erede insieme al fratello Carl, di una famiglia di distillatori che da oltre trecento anni si dedica alla distillazione, siamo giunti all'alambicco dopo aver assistito alle fasi preparatorie. La visita nella sede della Ketel One parte dalla materia prima, che è cento per cento frumento, non geneticamente modificato, per la maggior parte di varietà invernale. Il frumento viene fatto fermentare insieme all'acqua e ai lieviti, affronta un viaggio di 15 ore in quattro colonne di distillazione, è diluito, filtrato e, infine, arriva all'alambicco dove è scaldato, con gentilezza, a fuoco lento. Al termine di questo giro la vodka riposa in piccole vasche d'acciaio prima di essere sottoposta alla prova del nove: l'assaggio del presidente Carolus o dei fratelli Nolet. «Non si tratta di una boutade romantica. Nei nostri impianti usiamo le tecnologie più all'avanguardia per il controllo del prodotto, ma alla fine l'assaggio è l'unico modo per garantire standard elevati». Bob Nolet, ovvero l'undicesima generazione di manager col pallino dell'artigianalità, dimostra di avere le idee chiare come il colore della sua vodka. «Nell'alambicco di rame - dice - troviamo una selezione esclusiva. Dopo quattro passaggi in colonna e un bel taglio di “teste” e di “code”, qui arriva solo il grande cuore del prodotto». Questo metodo di lavoro, unito a un certo senso del business, ha permesso ai distillatori di espandersi. Il loro primo mercato sono gli Stati Uniti dove le vendite complessive hanno raggiunto negli ultimi anni 2 milione di casse. Nel 2008 Nolet Group ha creato una società, la Ketel One Worldwide B.V., insieme con Diageo, che si occupa della distribuzione. Anche in Italia. Intanto mentre il cipollone di bronzo continua a bruciare a Schiedam tutto scorre placido. Sembra di essere stati catapultati in un quadro di qualche pittore fiammingo. Tra un dedalo di polder, tratti di mare prosciugati, dighe, canali e fiumi, ci s'imbatte nei mulini a vento più alti del mondo. Fra loro girano anche delle pale relativamente nuove. Sono quelle inaugurate nel 2006 della famiglia Nolet, per il loro mulino di nuova generazione: un sistema capace di generare una grande quantità di energia pulita per la turbina eolica della distilleria.

Un museo nel nuovo mulino
L'interno del mulino è un parco-giochi per adulti. C'è un cinema, un bar per turisti con trofei e memorabilia e un altro bar che si raggiunge grazie a un ascensore che sale in obliquo lungo la parete. Gli intimi lo chiamano “Bob's Bar” e si accede attraverso a una porta-vetrina colma di coppette da cocktail regalate ai Nolet dagli appassionati di tutto il mondo. Saranno un centinaio, tra la coppetta pop-porno del mixologist Charles Vexenat e quella autografata dalla squadra di baseball dei New York Yankees.

Miscelati a tutto bio

Drink list –

Cresce la domanda di cocktail biologici. La risposta dell’industria c’è stata, quella dei bartender anche. Ecco come e dove

aturali, salutari, carichi di sostanze nutritive. Chi li usa fa più verde il pianeta e promuove uno stile di vita più sostenibile. E se non bastasse, tende pure una mano alle aziende agricole che hanno ridotto (o eliminato) le emissioni dannose per l'ambiente. Queste solo alcune delle motivazioni di chi spinge per il prodotto biologico. Non una moda, non una roba da eco-fricchettoni, ma un'esigenza sempre più sentita e diffusa.
Secondo una ricerca di Deloitte “Aziende e consumi, scenari e prospettive del mercato internazionale del beverage”, il consumo responsabile pare essere il vero pallino dell'ultima generazione. Parlare quindi di cocktail biologici o organic, significa trattare un tema caldissimo. Prima di addentrarci nell'argomento, va fa fatta un'importante distinzione. Nei nostri locali il termine biologico è spesso associato ai cocktail che “sanno di naturale”. Long drink preparati con frutta fresca, centrifughe e smoothie sono spesso assimilati all'idea di biologico. Ed è, per restare in tema, come mettere insieme mele e pere. Frutti sì, ma non per questo assimilabili. A New York, dove oggi per essere di tendenza devi essere anche green, i bartender hanno sposato la causa del biologico. Al Raines Law Room gli ingredienti dei cocktail arrivano dal piccolo orto sul retro del locale. Gustorganics, sempre nella Grande Mela, ha costruito il suo business su cibi e bevande biologiche. Lì anche il Margarita o il Daiquiri sono preparati con ingredienti esclusivamente organic, rum e tequila compresi. «Preferisco usare prodotti del mio giardino, perché il gusto della menta appena colta è molto diverso da quello conservato in vaschetta. L'importante è puntare su frutta ed erbe aromatiche non stoccate e soprattutto seguire la stagionalità degli ingredienti». Lo afferma Mattia Pastori, bartender in forza al Park Hyatt di Milano. Anche lui come molti giovani professionisti, ha il pallino del naturale.

Scelte naturali per i martinis
 «La scelta biologica può essere applicata a ogni aspetto della nostra vita. Anche i nostri martinis possono essere sostenibili». Lo slogan è di Jaxon Valentine, “the organic mixologist” dell'australiana The Organic Cocktail Company. Un'azienda che ha fatto della scelta biologica il suo credo. Offre, tra l'altro, bar catering tutti al naturale e ricettari personalizzati. Sul loro sito si trovano schede di cocktail come l'Organic Bella Martini o l'Apricot Honeybush Martini, preparati con puree, succhi, spumanti, liquori e distillati solo biologici. In Italia il correntone biologico ha stuzzicato anche i produttori. È il caso per esempio di 0.1 la vodka biologica creata nella distilleria di Origine Laboratorio Liquori Valbormida a Cengio (Sv). O del lungimirante Giorgio Negri di Rg Commerciale, che ha intitolato la terza edizione del suo Summer Drink Festival, realizzato in collaborazione con Fabbri e Aibes, proprio ai “Biococktail”. A Castell'Arquato (Pc) una trentina di barman si sono sfidati in una gara di analcolici a base di frutta. «Ho scelto di puntare sul drink analcolico, salutista, a base di frutta. Non l'ho fatto per vendere più centrifughe o frullatori, ma perché credo che i cocktail benessere sono pronti a fare le valigie. Usciranno dai centri benessere per approdare indistintamente, e in massa, sia nei bar eleganti sia nei locali qualunque». La visione di Negri è condivisibile. Intanto nel riquadro sopra vi illustriamo la ricetta di Teo Rizzolo, allievo di Dario Comini del Nottingham Forest di Milano. Convince la giuria per quel tocco in più. Parliamo del sapiente lavoro di miscelazione di una base frutta con due ingredienti: lo zucchero filato e la ginger beer. Rigorosamente fatti in casa, intelligentemente biologici.

Un banco organizzato al meglio

Tecnica –

Se attrezzato nel modo giusto, il bancone è il migliore alleato del bartender e gli consente di velocizzare i tempi per accelerare al massimo il servizio. Ecco come gli esperti suggeriscono di organizzarlo

Due minuti al massimo per un cocktail: il cliente non deve aspettare di più. È questa la regola base, non scritta, del vero bartender, quella che distingue il vero professionista dall’improvvisato. Ma per riuscirci non c’è bisogno di essere Superman, basta essere organizzati, ordinati e, soprattutto, puliti. Eppure trovare una workstation come Dio comanda non è così facile: troppo spesso si bada all’estetica verso la clientela senza badare al sodo. Quella che vedete in queste pagine è del “boutique bar” Rita di Milano, un’istituzione, in via Fumagalli, affacciata sui Navigli, dove i drink sono preparati e serviti a centinaia in tempi supersonici.
Ci sono regole standard da seguire, «ma ognuno tende a personalizzare», dice Marco Canova, esperto di flair, capace quindi di evoluzioni acrobatiche sulla pedana. «Un punto chiave è lo speed rack, posto proprio davanti al bartender, una “tasca” dove si collocano i distillati di prima fascia, come rum, vodka, gin, tequila, cachaça e magari qualche liquore come il Triple Sec». Qui si tengono i prodotti standard, quelli da utilizzare se il cliente non richiede una marca particolare. Tutti gli altri vanno posti nella bottigliera posteriore, secondo un ordine gerarchico con le etichette più usate più vicine al barista. Sul piano di lavoro non devono mancare le vasche per il ghiaccio, in posizione centrale, un piano d’appoggio con una salvietta e tutti gli strumenti di mixaggio a portata di mano. Vaschette per la frutta e alloggiamenti per i succhi devono essere disposti in modo da raggiungerli semplicemente allungando una mano. Sulla destra tenete i bicchieri di uso più frequente e sulla sinistra la soda gun e un piccolo lavello a una vasca. E se siete mancini… siete liberi di rovesciare tutta la disposizione.

Piano frontale
È la parte del banco più vicina al cliente che deve assolvere a una triplice funzione: interfaccia tra barista e pubblico, attraverso la quale l’ordine deve giungere preciso e intelligibile; punto di servizio del drink che qui viene appoggiato dal barman e prelevato dal destinatario; vetrina su cui predisporre una mise en place di stuzzichini di accompagnamento. Per svolgere a dovere tutti questi compiti il top del bancone deve essere sempre pulito, ben organizzato in ogni dettaglio e libero al centro per il passaggio dei bicchieri.

Bottigliera
Concepita su più ripiani  disposti come i gradini di una scala, questo spazio collocato alle spalle del bartender assolve a una duplice funzione. Da una parte è vetrina per il cliente, che può adocchiare un suo liquore preferito e chiederne espressamente l’utilizzo. Dall’altra serve al barista per collocare in modo strategico e scenografico le bottiglie. Sul ripiano più basso andranno i prodotti a più alta frequenza di utilizzo e consumo, sul secondo quelli a media frequenza e sugli altri tutti quelli che vengono impiegati soltanto sporadicamente.

Retrobanco
Attrezzato con celle frigorifere serve a contenere tutte le bibite o i prodotti che devono stare in fresco. Il contenuto delle celle frigo va organizzato dal barista in base ai prodotti che impiega maggiormente, in posizioni memorizzate e fisse, in modo da non dover aprire tutti gli sportelli ogni volta per trovare quello che si cerca. Può tornare comoda una luce fredda che illumini l’interno dei vari vani.  Se il bar non è dotato di una spillatrice per tonica o cola, uno spazio privilegiato del retrobanco
va lasciato a questi prodotti, che entrano nella composizione di molti mix particolarmente richiesti.

Set up
È il punto chiave della workstation dove vanno disposti tutti gli attrezzi e gli ingredienti di base. Con l’esperienza ognuno trova la sua configurazione ideale, ma alcune regole sono fisse: al centro, di fronte all’operatore, vanno sempre messi shaker, mixing glass, gli stirrer tenuti in un contenitore pieno d’acqua. Sempre
a disposizione il ghiaccio, i liquori di utilizzo fisso e frutta per le guarnizioni, con tagliere, coltellino e pinzette.

Vino, la Cina traina la crescita dell’export italiano

Comparti –

In questa prima metà del 2010 le esportazioni nazionali sono aumentate dell’8% a livello mondiale

Il comparto vitivinicolo italiano, dopo un 2009 non facile, mostra confortanti segnali di salute: è quanto evidenzia uno studio condotto dall'Area Research di Banca Monte dei Paschi di Siena. Secondo l'analisi in Italia il settore vitivinicolo fattura 13,5 miliardi di euro all'anno, di cui 3,5 di export (la prima voce dell'export alimentare italiano), a cui si aggiungono circa 2 miliarldi di indotto, a cominciare dall'enoturismo (in grande crescita). L'Italia, con oltre 47 milioni di ettolitri, copre il 17% della produzione mondiale e circa il 30% dell'Ue. Un risultato frutto anche di una crescita qualitativa con circa il 60% dei raccolti destinati alla produzione di vini Doc, Docg e Igt. Il consumo di vino in Italia continua però a diminuire: dai 45 litri pro-capite all'anno del 2007 si è passati ai 43 del 2009 e con la prospettiva di scendere sotto i 40 nel 2015 (negli anni '70 si sfiorava i 120 litri pro-capite). Per questo motivo il futuro del settore vitivinicolo è sempre più legato all'export, in presenza di una costante crescita del consumo di vino nei paesi emergenti, a cominciare dai Bric (Brasile, Russia, India e Cina) caratterizzati da una forte crescita del Pil e della quota nel commercio mondiale.

Corre l'export
In questa prima metà del 2010, oltre alle performance verso Usa e Canada, spicca infatti il balzo della Cina con un incremento in valore di oltre il 70% (pur partendo da una base piccola), grazie anche a una crescita del prezzo medio (più export di prodotti di qualità). In Asia, il consumo del vino sta aumentando a una velocità pari a 4 volte quella media mondiale: tra il 2009 e il 2013 il consumo in Asia è atteso in crescita del 25%. In tutto il pianeta le esportazioni del vino made in Italy sono cresciute di oltre l'8%, sia in termini di volume che di valore, sotto la spinta dei Paesi Terzi (+16,4%) a fronte di un recupero più contenuto dell'Ue, pari al +2,4%.

Cresce l'indice Liv-ex
I segnali di recupero del settore vitivinicolo a livello mondiale sono evidenziati dall'andamento del Liv-ex (London International Vintage Exchange) 100 Fine Wine Index, uno dei principali benchmark del settore. L'indice, su base mensile, rappresenta l'andamento dei prezzi di 100 fra i vini più ricercati, per i quali esiste un vivace mercato secondario. La maggior parte di vini sono Bordeaux anche se sono rappresentati prodotti di altri regioni francesi e italiane. Dopo il recupero del 2009, nel 2010 l'indice ha registrato un'accelerazione (+27,3% a giugno su dicembre 2009) e già in aprile aveva superato il precedente massimo del giugno 2008. Negli ultimi 5 anni, l'indice è cresciuto del 190% e negli ultimi dieci anni ha registrato una performance annuale media di quasi il 20%.

Guida Banqueting & Catering – Guida ai servizi d’eccellenza

Nuove opportunità –

I servizi di ristorazione per il mondo aziendale hanno una nuova vetrina per farsi conoscere

La guida Banqueting & Catering 2011 è il nuovo strumento di comunicazione e promozione che il bimestrale Ristorazione Collettiva- Catering del Gruppo 24 Ore, mette a disposizione delle società di servizi di ristorazione di qualità (convention, riunioni, meeting, cene natalizie, anniversari aziendali) destinati al mondo delle aziende .

Unica nel suo genere per la numerosità e qualità del target di potenziali utilizzatori che consente di raggiungere, la Guida Banqueting & Catering costituisce un valido strumento di promozione per le imprese che offrono servizi di catering di qualità in grado di intercettare l'interesse in ripresa da parte del mondo dell'utenza aziendale per il mercato degli eventi.
La Guida sarà infatti diffusa a livello nazionale tra 50.000 destinatari professionali selezionati tra le principali aziende abbonate a Il Sole 24 Ore,  i manager delle aziende abbonate alle riviste professionali del Gruppo 24Ore e gli influenzatori d'acquisto (agenzie di comunicazione, agenzie di eventi, PR) d'interesse per il settore.  Le società di servizi di ristorazione che aderiranno alla Guida, avranno a disposizione una redazione dedicata che le affiancherà  nella realizzazione della presentazione dei loro servizi. La Guida Banqueting e Catering è  in uscita ad ottobre 2010.

Informazioni e richiesta di adesioni Il Sole 24 Ore SPA: tel. 0239646.1  Servizio Marketing
Segeteria commerciale Horeca

A Siena è partito “Barrissimo”

Iniziative –

L’iniziativa ideata da Confesercenti Siena e dal quotidiano locale La Nazione che mette in palio una tappa di Bar University on tour

Da metà luglio ha preso il via “Barrissimo – vota il tuo bar preferito”, l’iniziativa ideata da Confesercenti Siena e dal quotidiano “La Nazione” per valorizzare il lavoro dei professionisti dei locali della provincia e seguire l'evoluzione dei consumatori. Ogni giorno per due mesi, all’interno dell’edizione di Siena del quotidiana, sarà pubblicato il coupon riportato nell'immagine che i lettori potranno compilare ed inviare indicando il loro bar preferito tra quelli di Siena e Provincia. Oltre che ‘tastare il polso’ della clientela locale sui locali attualmente più gettonati, Barrissimo avrà anche una funzione di sondaggio sulla evoluzione dei gusti della clientela: ogni lettore avrà modo infatti di specificare qual è il motivo che lo induce a preferire un bar invece di un altro. L’iniziativa si concluderà a settembre con un evento finale, nel quale saranno assegnati riconoscimenti ai due bar più segnalati, ed ai lettori più “assidui” nel seguirla. I riconoscimenti sono stati individuati con la collaborazione di realtà locali e nazionali, abitualmente attente al segmento-bar: Bargiornale, Sma, Caffè Batani. Il primo riconoscimento per il lettore consisterà in un kit Caffè Batani, storico marchio della torrefazione senese, composto da una macchina da caffè e da una fornitura di caffè formato famiglia. I secondi riconoscimenti saranno predisposti da Etruria Sma (buoni spesa utilizzabili nei punti vendita della provincia di Siena) mentre grazie alla partnership instaurata con la rivista Bargiornale, il bar più votato si aggiudicherà la partecipazione ad una delle tappe del “Bar University on tour”, con soggiorno annesso. Aggiornamenti e maggiori info sulle edizioni di Siena de La Nazione, e su www.confesercenti.siena.it.

L’anima slow del bar rivive con un libro

Attività –

Ritorna a settembre “Leggevamo Quattro Libri Al Bar”: iniziativa di portata nazionale che valorizza il ruolo sociale dei pubblici esercizi

C'erano una volta i bar con tanto di campo di bocce (anche in piena città) o con ampi spazi dedicati al gioco delle carte o del biliardo. Allora il bar era un vero e proprio dopolavoro e luogo di riunione e di aggregazione sociale per tutto il quartiere. Insomma, molto di più di un semplice luogo di consumo. Oggi, spesso tra l'indifferenza delle amministrazioni locali, questa tipologia di esercizi è quasi del tutto scomparsa almeno nelle grandi città. Soppiantata da banche o da spazi “mordi e fuggi” come take away o fast food. Ebbene, forse non tutto è perduto. C'è infatti chi si batte per il ritorno dello spirito partecipativo che animava i bar del passato. Si tratta dell'onlus L'Arte del Vivere con Lentezza che il prossimo settembre (dal 22 al 30) rinnova l'appuntamento “Leggevamo Quattro Libri al Bar”, iniziativa di lettura a voce alta, organizzata nei pubblici esercizi. «Siamo giunti alla quarta edizione di un evento - spiega Bruno Contigiani, presidente dell'associazione - che cresce di anno in anno sia in termini di partecipanti, sia nel numero dei locali coinvolti. La proposta in fondo è semplice: si tratta di mettere in campo la propria creatività organizzando incontri di lettura che non sono mai dei monologhi, ma veri e propri reading collettivi. L'obiettivo è infatti quello di offrire alle persone la possibilità di incontrarsi e di svelarsi attraverso la letteratura. Senza contare che grazie a questi meeting, dove gli autori operano più come tutor che come promoter editoriali, si riscopre il valore sociale del bar come punto di riferimento della comunità».
Si conquistano nuovi clienti
L'iniziativa che ha già coinvolto oltre 400 bar di tutta Italia e circa 20mila partecipanti risulta molto gradita anche dai gestori.
«La risposta è quasi sempre positiva - precisa Contigiani - anche perché, grazie alla distribuzione di inviti o locandine e alla pubblicità sui giornali, i locali godono di una forte visibilità mediatica. Inoltre, in molti casi gli esercizi si sono trasformati in club letterari e hanno allargato la loro clientela». Senza dimenticare che grazie a un libro il bar può tornare, anche solo per un'ora, a essere un laboratorio culturale al servizio della collettività.

Faremo la spesa di lusso e benessere

Mercati –

Si evolve il profilo del beverage mondiale. Più attenzione per la qualità e la salute

Prodotti premium, drink benessere, prodotti biologici. Queste le principali direzioni seguite dall'industria internazionale del beverage. A conferma una ponderosa indagine sul campo condotta da Bargiornale e coordinata dal direttore di Bar University Oscar Cavallera. Negli 800 locali del mondo che fanno tendenza appare evidente la crescita della vodka, mentre il tequila è la categoria con la crescita più rapida, in particolare la fascia premium e ultrapremium. Questo processo è noto anche come “premiumization” e investe, non solo il tequila, ma tutto il comparto degli spirit. Altro tema caldo del periodo è l'incremento della richiesta di prodotti biologici. Decollano categorie come gli smoothie, booster e le bevande funzionali come i nuovi relaxation drink, pensati per combattere lo stress.
Biologici
Il discorso vale anche per gli alcolici. Sulla scia delle birre e dei vini “green”, sta crescendo la domanda di spirit biologici. Volendo leggere fino in fondo il trend, potremmo concludere che il consumatore ha smesso di papparsi quello che passa il convento ed è sempre più critico e attento. Preferisce le bevande ben vestite e col pedigree. «I fattori che stanno influenzando il consumatore sono diversi. A fronte di una minore propensione ai consumi non necessari c'è una maggiore attenzione al benessere-psico fisico, al consumo responsabile, ai temi della sostenibilità ambientale». A sottolinearlo è Dario Righetti, responsabile nazionale consumer business di Deloitte, nel corso dell'evento Barmood a Milano. E scattata la fotografia di gruppo di quelli che ha definito “consumatori post-crisi”, Righetti entra nel dettaglio dei trend per area geografica. L'analisi di Deloitte dal titolo “Aziende e consumi, scenari e prospettive del mercato internazionale” parte dal Nord America, la piazza di riferimento.
Lo scenario internazionale

Negli Usa e in Canada, il momento d'oro dei premium che dura ormai da una decina d'anni, ha subito un rallentamento solo nel biennio 2008-2009. Un calo che secondo gli analisti è da imputare alla crisi che ha incrementato la sensibilità ai prezzi dei consumatori. In Sudamerica, in particolare in Argentina ed Equador, continua il forte sviluppo del mercato del vino. Il mercato della birra regge in Brasile e continua a crescere in Messico. Il vino, soprattutto il rosso, sta ottenendo buoni risultati in Europa. In generale però si assiste a un rallentamento dei trend di crescita soprattutto in termini di volumi. In Africa la popolazione, mediamente più giovane rispetto ai principali mercati e con un potere d'acquisto in aumento, contribuisce alla crescita del mercato degli alcolici, birra in testa. E poi ci sono altri potenziali colossi mondiali. La Cina, dove sembrano pronti a decollare i vini d'importazione vista la scarsa reputazione del vino prodotto localmente e la Russia, dove cala il consumo di vodka sempre a favore del vino. Varia anche la classifica dei big internazionali del mercato degli alcolici (vedi tabella). Al primo posto c'è AB-Inbev seguita da Heineken (era al quarto nel 2009). Infine si conferma su scala mondiale, secondo una ricerca di Business Insights, il primo posto del whisky che contribuisce a circa un quarto delle entrate dell'industria.

Il pranzo oggi e domani

Zoom –

Maggiore efficienza, razionalizzazione delle risorse, più attenzione ai prezzi e accorciamento della filiera. La ricetta per superare l’attuale stagnazione dei consumi

Torniamo a parlare di pausa pranzo al bar. Non è la prima volta e non sarà certo l’ultima. Del resto nel 2009 ben nove milioni sono stati gli italiani che per necessità hanno consumato abitualmente il pranzo fuori casa. Sempre nel 2009 sono stati serviti circa un miliardo e ottocentomila pasti che hanno generato un fatturato complessivo pari a 12 miliardi e mezzo di euro. Numeri che valgono bene una riflessione.
A offrirci il destro per tornare sull’argomento è questa volta la ricerca del Centro Studi Fipe “I luoghi, i prodotti, i modelli di consumo nel settore del fuori casa”: una fotografia puntuale dei consumi negli ultimi quindici anni. A cominciare dagli anni Novanta, tempi di vacche grasse per tutti i pubblici esercizi (bravi e meno bravi), per finire ai giorni nostri. Tre lustri che hanno visto i consumi prima crescere a dismisura e poi, con l’introduzione della moneta unica e la crisi economica, avviarsi lentamente verso una stagnazione che lascia ben poche speranze per il futuro.
«Dobbiamo prendere atto di questa situazione - sottolinea in una nota alla stampa il presidente Fipe e vice presidente Confcommercio, Lino Stoppani - e dobbiamo studiare nuove formule più accattivanti per un consumatore attento e sensibile alle esigenze salutistiche. Anche il canale bar, dove maggiormente si consumano i pasti funzionali più importanti della giornata, deve continuare a fare attenzione sulla qualità dei prodotti alimentari impiegati per la preparazione delle pietanze. Nelle scelte di approvvigionamento va bene privilegiare le filiere corte, ma l’importanza maggiore deve essere riposta nella razionalizzazione delle risorse per rendere più efficiente il sistema di produzione dei pasti veloci e offrire un prezzo competitivo e sostenibile a livello quotidiano».
Un consumatore sempre più attento

Conclusioni simili emergono anche dall’indagine realizzata dal Centro Studi Turistici di Firenze, per conto di Fiepet-Confesercenti, sui comportamenti di consumo degli italiani presso i pubblici esercizi, che ha coinvolto un campione di 1.008 unità rappresentative della popolazione italiana. La necessità di risparmio e il bisogno di sicurezza economica - secondo i ricercatori - spingono i consumatori al cambiamento, all’insegna di una nuova sobrietà e frugalità, che si manifesta nel tipo di alimenti acquistati, nei luoghi in cui si fa la spesa o si consuma, nell’attenzione alla provenienza dei cibi e nella lettura delle etichette. Alcune di queste nuove abitudini resteranno legate alla crisi e scompariranno con essa, altri tipi di consumi stanno trovando invece una loro solidificazione nel tempo, e sopravviveranno alla crisi.

I lavoratori, il target su cui scommettere

Da un punto di vista sociologico, in futuro avremo un consumatore più selettivo, più esigente, più nomade negli acquisti e più difficile da soddisfare. La contrazione sarà probabilmente più attenuata laddove si saprà presentare la qualità dei prodotti, proposte tematiche e un’offerta di intrattenimento, fortemente auspicate dai consumatori di tutte le fasce di età ma soprattutto dai giovani: il 36,1% del campione gradirebbe musica d’ambiente, il 36,1% proposte di degustazione, l’8% la tv satellitare, l’8,3% slot machine. Una curiosità: sembra ridimensionato l’interesse verso la ristorazione etnica (8,7% del campione), circoscritto essenzialmente alla cucina cinese, giapponese, indiana e messicana.
Una ricetta infallibile per tutti i bar? Quasi. Perché è necessario fare alcuni distinguo. A condizionare i consumi non è solo l’età ma soprattutto il lavoro e lo studio che fanno sì che la consumazione avvenga fuori dalle mura domestiche. Dalla ricerca Fipe risulta che prediligono la pausa pranzo fuori casa il 38,6% degli occupati. Intuitivo a questo punto che i bar metropolitani siano più avvantaggiati rispetto a quelli di un piccolo centro. E scomponendo i dati per area geografica la frequentazione di bar e ristoranti risulta più elevata nelle regioni del nord Italia: Piemonte e Lombardia in testa.
Risultati che valgono come indicazione, ogni gestore dovrebbe conoscere le potenzialità del proprio business, il proprio target di riferimento e saper prendere le giuste contromisure, indipendentemente che egli si trovi a Milano o a Barletta. Buon lavoro a tutti.

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