Home Blog Pagina 36

Elisabetta Canalis testimonial di San Benedetto Bar Specialist

Elisabetta Canalis testimonial di San Benedetto Bar Specialist
I nuovi spot tv che vedono protagonista Elisabetta Canalis hanno dato un forte impulso al successo di vendite della gamma San Benedetto Bar Specialist.

Il lancio della gamma San Benedetto Bar Specialist ha contribuito a rafforzare il ruolo di protagonista nel settore horeca dell'azienda di Scorzé (Venezia) oltrepassando il 21% del mercato delle bevande gassate e succhi di frutta.

Una ulteriore spinta al successo della gamma San Benedetto è venuta dagli spot tv (di diversa durata 7", 10" e 15") realizzati con la simpatica showgirl Elisabetta Canalis ambientato in un ideale bar tropical. Ideati dall'agenzia The Beef con la creatività di Vincenzo Celli, gli spot sono realizzati dalla casa di produzione Akita Film, diretti dal regista Federico Brugia e sono giocati su un tormentone ironico (Notizia sorprenden-Thè!) come quello usato per gli spot di San Benedetto Thè, rafforzandone la memorabilità.

Elisabetta Canalis nello spot San Benedetto Bar Specialist

Confezionati in bottiglie di vetro da 20 cl con tappo twist-off, la gamma comprende 5 originali mix di frutta San Benedetto Succoso Zero zuccheri aggiunti come Pesca/Banana, Frutti Rossi, Ace, Pera/Banana/Ananas, Albicocca/Banana e tre varianti di Thè San Benedetto con infuso di thè come Pesca. Limone, Verde Matcha.

Gamma San Benedetto Bar Specialist

«San Benedetto Bar Specialist è il frutto di una strategia orientata a presidiare con decisione il canale bar - precisa Vincenzo Tundo, Direttore Commerciale e Marketing Italia San Benedetto - con una offerta che sappia distinguersi e creare valore. Una proposta pensata per rispondere alle nuove esigenze del canale fuori casa e che coniuga gusto e attenzione ai dettagli. Con queste nuove e originali referenze andiamo a completare il nostro ventaglio di proposte avvicinandoci a nuovi target di consumo diventando sempre più un partner strategico per i professionisti di settore. Coin questi nuovi spot proseguiamo un percorso comunicativo che dal 2021 ci vede affiancati a Elisabetta Canalis, volto che incarna in modo autentico i valori di naturale bellezza, equilibrio e stile di vita sano».

Vincenzo Tundo, Direttore Commerciale e Mkt Italia San Benedetto

 

Los dos italianos perdidos en Mexico – La Punta Documental: guarda l’episodio n. 4

L'episodio numero 5 del viaggio in Messico di Cristian Bugiada e Roberto Artusio, fondatori de La Punta Expendio de Agave a Roma

Dieci anni di viaggi in Messico, oltre settanta ore di video girati in loco, innumerevoli distillerie di tequila e mezcal visitate. Roberto Artusio e Cristian Bugiada, fondatori de La Punta Expendio de Agave di Roma e fra i massimi esperti italiani dei distillati di agave sono gli autori di “Los dos italianos perdidos en Mexico”.

Un viaggio documentario in cui "I due italiani perduti in Messico" esplorano il mondo del mezcal, della tequila, del pulque: in una parola, dell’agave. La quarta puntata approda nello stato di Puebla, alla ricerca dei mezcal Papalometl selvatici. L'episodio segue le prime due puntate a Città del Messico (guarda la prima e la seconda puntata) e il passaggio a nell’affascinante città di Puebla (guarda la terza puntata).

Danil Nevsky: «Farete un milione di errori, ed è giusto così»

Cocktail Menu Collection Indie Bartender Danil Nevsky
Danil Nevsky, fondatore di Indie Bartender

Se c’è qualcosa di nuovo, interessante, di tendenza, controverso o utile nel mondo del bar, è molto probabile che sia passato o passerà sotto gli occhi, e quindi per il parere, di Danil Nevsky. Cocktailman, come è noto sui social, è al tempo stesso comunicatore, mentore, ambassador e soprattutto bartender, noto per il contributo infaticabile che fornisce al comunità grazie al suo sito Indie Bartender, per la sua comunicazione senza filtri e per la sua infinita passione per l’universo del bancone. È lui l’ospite della nuova puntata di Off the Record.

Sei forse il comunicatore più conosciuto nel settore del bar. Come giudichi la qualità della comunicazione della industry? 

Orrenda. Credo i bartender siano molto a proprio agio quando sono dietro al banco, ma quando si trovano dall’altro diventano timidi, non sanno come comportarsi, è quasi triste.

Quale può essere uno dei problemi principali?

Non si ascolta più, si aspetta il proprio turno di parlare. Quindi non c’è dialogo, e poi davanti alla telecamera non ci si sbilancia mai, l’industria diventa una stanza piena di eco, di lamentele non costruttive.

«è più facile chiedersi perché gli altri stanno avendo successo (e magari attaccarli) piuttosto che imparare come mandare correttamente una mail»

Come se gli altri non esistessero, in un’industria che invece parla di inclusione e ospitalità.

Esatto, è una continua ricerca di conferme per il proprio ego, e soprattutto i bartender dimostrano che è più facile chiedersi perché gli altri stanno avendo successo e magari attaccarli, piuttosto che imparare come mandare una mail correttamente e in tempo, o sforzandosi di migliorare nella vita di tutti i giorni.

Allora cosa serve per cambiare le cose?

Un buon esempio, ed è uno dei motivi per cui faccio quello che faccio. Di certo non sono Gesù, ma faccio ogni giorno un tentativo per stimolare una discussione costruttiva e contribuire.

Ci riesci?

Non sempre. Ti faccio un esempio: sul mio sito è disponibile gratuitamente la Bar Bible del Milk&Honey, un contenuto che da solo può fare davvero la differenza anche per bartender già esperti. Non immagini quanto minimo sia il numero di download, perché la pigrizia è una delle piaghe di questo settore.

Nella tua rubrica "My two cents", sponsorizzata da Three Cents,  fai finalmente opinione sui fatti salienti dell'attualità nel mondo del bar. Pensi ci sia sufficiente opinione nel settore? 

Il giornalismo di settore è pessimo, con tutto il rispetto. Anche Imbibe, che per me era un esempio eccellente e aveva firme molto interessanti, ora non lo è più. A pensarci bene io ho praticamente il monopolio della comunicazione di un certo tipo, e credo dipenda dal fatto che sono pochi a capire cosa davvero vuol dire opinione: non significa solo lamentarsi, significa fare ricerca, raccontare, discutere i pro e contro, cosa succede, condividere.

E a cosa è dovuto questo problema?

Siamo in realtà una comunità molto piccola e ce ne sentiamo spesso responsabili, come se avessimo paura di incidere sul lavoro o sulla vita di qualcun altro con la nostra opinione.

Vale anche per il giornalismo?

Il giornalismo di settore è spinto dai brand, quindi…

Cosa rende un comunicatore credibile, e quindi meritevole di essere ascoltato nella sua opinione?

Opinioni supportate da critica e fonti, conoscenza e competenza. Evidenziare cosa è negativo, ma al tempo stesso contestualizzarlo, cercando delle spiegazioni e analizzandole. E poi prendersi certe responsabilità: sappiamo tutti dei problemi di droga nel settore e si potrebbero fare in nomi di leggende dell’industria che addirittura sono morte per questo. Lo stesso capita per le molestie sul luogo di lavoro.

Sei stato in passato molto aperto circa l'aver sofferto un burnout. Pensi sia un tema ancora poco affrontato? 

Penso sia molto difficile, perché è soggettivo. Io sono un workaholic, penso di essere invincibile e in continuazione mi rendo conto di no, pagando e le conseguenze. Ma ci sono modi diversi per soffrirne: c’è chi dice che burnout è quando non ti frega nulla più, altri che è quando sei l’unico a credere in un progetto. Io propendo più per la seconda, ma è diverso per tutti; ci sono anche differenze anche culturali, in Vietnam la gente dorme sul lavoro, in Germania dopo sette ore in ufficio ti mandano uno psicologo. Più in generale, credo non si possano conoscere i propri limiti finché non si toccano, bisogna quasi andare in burnout per capire cosa significa e non cascarci più. A me è capitato tre volte, è come sperimentare sei o sette relazioni tossiche prima di crescere definitivamente.

«I cocktail non sono arte.
La includono, certo, ma essenzialmente sono design.
E noi dobbiamo sentirci
dei designer» 

L’ultimo tuo grosso progetto riguarda la creazione di un archivio di menù. Che risorse mancano nel settore a supporto del cosiddetto menu building?

A volte esageriamo con la parola “arte”. Per definizione un artista ha bisogno di creare arte per vivere, non ha un vero e proprio scopo se non quello dell’espressione: puoi venderla, chiaramente, ma non è quella la sua natura. I cocktail non sono arte. C’è dell’arte nei cocktail, ma non lo sono: i cocktail sono design, i designer hanno uno scopo e i cocktail anche, come aperitivo, digestivo, rinfrescante, e al tempo stesso devono essere godibili. Noi dobbiamo essere designer.

Ovvero?

Capire che non possiamo nasconderci dietro espressioni come “sono un artista, faccio quello che voglio”, perché per noi i consumatori sono necessari. I bartender vedono menu, ingredienti e ricette perché non pensano come designer, ma come artisti: paragonano sempre quello che vedono con quello che pensano, ma non hanno idea dei contesti in cui quel singolo drink vive, magari quello specifico cocktail ha senso in quello specifico bar, in quella specifica parte di città. Il contesto è la chiave della discussione perché i bartender possano lavorare sui cocktail meglio.

È un problema di formazione in generale?

Forse sarebbe interessante se i bartender leggessero volumi sul Rinascimento invece di Liquid Intelligence, e se cominciassero a studiare Canva e le sue potenzialità invece di fissarsi sui bicchieri minimalisti.

A proposito di formazione: come descriveresti il livello attuale della professione dei bartender?

Siamo regrediti, penso, ma non in modo lineare. Abbiamo, in teoria, più risorse di quante ne abbiamo mai avute, ma c’è una sorta di paralisi perché ogni singola azienda ha una piattaforma professionale, eppure pochissime sono quelle che poi davvero ci si impegnano. Mancano contenuti tangibili, anche, sembra quasi che sia o troppa teoria o  troppa scienza: serve trasmettere concetti applicabili, contemporanei, freschi. E soprattutto pratici: su Indie Bartender abbiamo un tool per calcolare quanto richiedere come compenso per una guest shift o una collaborazione con un brand, per dirne una.

Tra le priorità dei bartender, troppo spesso, rientrano le classifiche di settore, che tu più volte hai commentato. In che direzione pensi stia andando il sistema 50Best? Come far sì che rimanga un ponte di connessione e non di divisione?

C’è una sorta di tribalismo, ed è un problema. Quando i 50 Best vennero introdotti per la prima volta c’era più comunità, più sostegno reciproco. Oggi si supportano solo i propri amici, c’è molta più politica. Va, però, detto che è comprensibile perché i 50 Best possano essere un obiettivo, in fondo anche il bartending può rischiare di diventare un lavoro routinario, per cui uno stimolo in più fa bene.

Se avessi la possibilità di strutturare un metodo o una classifica di valutazione dei bar, come pensi dovrebbe funzionare?

Rimarrei sulla formula dei 50 Best, ma con la decisione del 2017, con i giudici dichiarati e non anonimi. Farei luce, pubblicamente, su chi viene colto in casi corruzione, senza necessariamente prevedere conseguenze per nessuno, né giudici né bar coinvolti, ma almeno si manterrebbe pulizia. E poi più trasparenza, non c’è chiarezza nemmeno sulle valutazioni: non sarebbe interessante vedere che differenza di punteggi ci sono tra il primo e il secondo, o il primo e il cinquantesimo?

«C'è un elefante nella stanza
del bartending: il consumo
di droga»

C'è qualcosa che proprio non ti piace, del settore? 

Il consumo di droga, è l’elefante nella stanza per una marea di motivi. Ogni volta che viene fuori una storia su comportamenti folli, misogini, razzisti, violenti c’è una storia di droga dietro. Vorrei davvero si comprendesse l’impatto che può avere: se lavori sei giorni alla settimana e sei depresso, e al settimo giorno ti sfondi di cocaina, stai solo passando il tempo e nascondendoti, perché la droga si trasforma in un aiuto a non gestire o affrontare i problemi.

C'è qualcosa che invece apprezzi più di altre?

La nuova generazione di bartender. Il Covid ha eliminato molto del cosiddetto middle management, chiunque fosse già noto prima del Covid lo è ancora, come fossimo sopravvissuti; chi era giovane tanto da poter cambiare lavoro, lo ha fatto. Questo ha creato un vuoto di talenti, per cui i giovani adesso sono troppo giovani per essere manager o head bartender: vuol dire che la nuova generazione farà milioni di errori nei prossimi tre-cinque anni come è giusto che sia, ma chi imparerà potrà arrivare a vette altissime.

Hai un messaggio per queste nuove generazioni?

Vorrei trasmettere le due regole che stanno dando forma alla mia vita. La prima, insegnatami dalla mia mamma che non ho idea di dove l’abbia trovata: chi non rischia non beve Champagne. Mi piace perché finora qualsiasi cosa abbia fatto è stato un rischio, che sia stato fisico o economico, anche se non tutto è andato bene come avrei voluto, l’ho fatto e non me ne pento (almeno, di alcune cose meno di altre!).  E poi un vecchio detto scozzese che mi ha insegnato il mio primo mentore: “Hai due occhi, due orecchie e una bocca: usale in questa proporzione”.

Athanasia, lo spirito immortale del bere artigianale e di qualità

Athanasia
Il tanaceto come firma botanica e identitaria della gamma del giovane marchio piemontese, che dalle Alpi ha conquistato i giudici internazionali dell’Iwsc 2025 di Londra, aggiudicandosi quattro medaglie, tra le quali la prestigiosa Gold Outstanding

Dal cuore delle Alpi piemontesi nasce un progetto che punta a elevare l’esperienza del bere nel mondo del fuori casa. Si chiama Athanasia e porta avanti questa mission con un’offerta di prodotti artigianali che uniscono territorio, qualità e versatilità, pensati per locali e bartender che vogliono distinguersi con una proposta autentica, dai sapori unici e capaci di fondere tradizione e innovazione.

Fondato nel 2022 da Manuela Cavallo, il marchio prende il nome dalla parola greca Athanasia, “immortale”, appellativo attribuito al tanaceto, pianta alpina nota anche come “erba dell’immortalità” per le sue proprietà curative. Ed è proprio questa pianta l’ingrediente distintivo e il filo conduttore di ogni creazione dell’azienda.

Dalla ricetta di famiglia al successo internazionale

Tutto è cominciato con la riscoperta dell’arquebuse, un antico digestivo della tradizione piemontese, che Manuela ha deciso di produrre recuperando una ricetta di famiglia e coltivando il tanaceto con metodi naturali nei terreni aziendali, situati sopra gli 800 metri di altitudine. Da lì, l’offerta Athanasia si è evoluta, anche grazie alla collaborazione con Patrizio Zappavigna, consulente strategico con 20 anni di esperienza nell’hospitality. Insieme hanno ampliato la gamma con prodotti pensati per coprire tutti i momenti della giornata: dall’aperitivo al dopo cena, sempre con un’identità chiara e distintiva.

Oggi Athanasia conta cinque referenze, realizzate artigianalmente presso l’Antica Distilleria Quaglia, sinonimo di qualità ed eccellenza nel panorama liquoristico italiano: Arquebuse Liquore al Tanaceto, Gin al Tanaceto, L'Aperitivo, Il Bitter Amaro e Il Liquore Originale. Prodotti che stanno registrando un importante apprezzamento da parte dei professionisti del fuori casa e dei loro clienti, così come della critica internazionale, come testimoniano le quattro medaglie conquistate all’Iwsc 2025, tra le quali la prestigiosa Gold Outstanding per il Liquore Originale.

Cinque referenze, un’identità comune

Capostipite della famiglia Athanasia, l’Arquebuse Liquore al Tanaceto (medaglia di bronzo all’Iwsc) è un tributo alla tradizione e una celebrazione del tanaceto: l’unico ingrediente di questo liquore essenziale e sorprendente. Rivisitazione moderna dello storico digestivo piemontese, offre un’esperienza più delicata e raffinata, esaltando la ricchezza aromatica della pianta. A basso contenuto zuccherino, dal profilo balsamico e intenso, è ottimo da servire come digestivo, anche in accompagnamento al caffè, ma si presta anche a un uso creativo in miscelazione.

Dall’infuso di tanaceto prende vita anche il Gin, distillato in cui la pianta alpina è l’unico ingrediente botanico, insieme al ginepro. Il risultato è un distilled gin dalla struttura pulita e dal profilo aromatico distintivo, dove il tanaceto conferisce note balsamiche e floreali, impreziosendo la classica base con una personalità tutta alpina. Pensato per la miscelazione, conquista anche in purezza o on the rocks, grazie alla sua finezza e profondità.

Più valore all’aperitivo

Al mondo della mixology guarda anche L’Aperitivo (oro all’Iwsc), concepito per elevare il momento dell’aperitivo. Un prodotto che unisce note floreali, date da camomilla, gelsomino e sambuco, e agrumate di bergamotto, pompelmo e cedro, in una composizione fresca, elegante e versatile. Il profilo aromatico è ricco ed equilibrato: al naso si percepiscono sentori fioriti e di rabarbaro, mentre al palato emergono sfumature di frutti rossi, tè Earl Grey e arancia amara, su una base gentile e persistente data dal tanaceto. Di color rosa tenue, con gradazione alcolica contenuta, è perfetto per dare vita a cocktail signature, ma anche per miscelarsi con una semplice tonica o soda, garantendo un risultato raffinato e di alto impatto sensoriale.

Una struttura complessa ma armoniosa caratterizza il Bitter Amaro (oro all’Iwsc) che offre una visione contemporanea di due pezzi da novanta della tradizione liquoristica italiana, l’amaro e il bitter, in un unico prodotto. Note vivaci di arancia amara, accompagnate da un coro di erbe e spezie catturano l’olfatto, mentre al palato rivela un raffinato bilanciamento di rabarbaro ed erbe verdi pepate, con un finale lungo e pulito che rievoca il profilo dei classici aperitivi amari. La parte amara è data da tanaceto, rosmarino, genziana, rabarbaro, alloro e china, mentre assenzio e pepe garofanato contribuiscono al carattere rude e complesso. Schietto e armonioso, è ideale liscio, con soda, o come base per cocktail d'autore.

Il Liquore Originale: struttura e profondità

Il Liquore Originale (oro con Outstanding all’Iwsc), ultimo nato di Athanasia, regala un viaggio sensoriale dove, con una perfetta alchimia di sapori, il tanaceto si accompagna ad aromi speziati e pungenti. Un liquore strutturato, dal tenore alcolico sostenuto (42%) che seduce il naso con le note vibranti di mela verde e fiori bianchi, e il palato con la deliziosa speziatura di semi di finocchio e un tocco pepato, culminando in un finale floreale, arricchito da sentori di scorza d'arancia e spezie terrose. Un prodotto di grande eleganza, da assaporare lentamente in purezza o da utilizzare per dare un tocco distintivo in miscele ricercate.

Smile a Roma, la piazza (con il bar al centro) torna protagonista

Riccardo Gambino ha avuto l'idea di Smile, poi l'innesto di Marco Fedele e Biagio Gennaro hanno fatto esplodere questo bar spontaneo della Garbatella

Tutto succede in pochi metri quadrati. Poi c’è la piazza. Ed è subito bar di paese. E quando è inverno: «Siamo tutti qui dentro stretti stretti. E c’è ancora più atmosfera», dice Marco Fedele. Tutto questo è Smile, bar bomboniera della Garbatella, il quartiere ex popolare di Roma, riportato alle cronache dai Cesaroni, che fra l’altro in questi giorni hanno ricominciato le riprese.

Da sinistra, Biagio Gennaro, Riccardo Gambino e Marco Fedele

Aperto da un paio d’anni da Riccardo Gambino, ha ritrovato nuova linfa con l’ingresso in società di Marco Fedele e l’arrivo del bartender Biagio Gennaro. Un trio d’amici che ha messo il suo stile in ogni angolo. Quel che colpisce è che sia tutto molto spontaneo: mentre parliamo con Fedele qualcuno inizia a fare le bolle di sapone, una ex cliente promossa cameriera dà una mano a sbarazzare i tavoli in piazzetta, per ordinare e pagare ci si alza e si va in cassa, intanto arriva il momento di cambiare il vinile e la scelta è collegiale. Anche l’estetica del locale è autentica e per chi è cresciuto negli anni Novanta è una specie di capsula del tempo del trash moderno (chi è passato per lo stand Molinari al Roma Bar Show ne aveva avuto un assaggio). «È stata un’idea di Riccardo - racconta Fedele -, riportare qui la sua cameretta. Poi siamo arrivati noi e abbiamo aggiunto quello che ci rappresentava». Il risultato è un accumulo adolescenziale di passioni sui muri, giustapposizioni di memorabilia anni Novanta, che vanno dall’altarino ad Ambra, alla parete dedicata al Palermo calcio («qui siamo tutti siciliani», chiosa Fedele).

In un universo di tale spontaneità (loro la definiscono “anarchia positiva”), anche il repertorio cocktail non presuppone schemi fissi, ma una sorta di jam session dei prebatch, che si concretizza con una drink list scritta di volta in volta sul frigorifero. I tre bartender preparano i miscelati, proposti a 8 euro, oltre a uno Spritz alla spina venduto a 5 euro. C’è anche un sano lavoro di recupero degli scarti: si rilavorano i vini in mescita aperti da un po’, inoltre Biagio crea dei succhi di frutta e verdura, dando una seconda possibilità agli invenduti del vicino mercato della Garbatella. Il food qui è basico, olive e noccioline, salvo far riferimento all'enoteca La Mescita, giusto accanto, con cui è nato un sano rapporto di vicinato e collaborazione.

I prezzi popolari stimolano il secondo assaggio, oppure il passaggio veloce per un bicchiere di vino o di birra prima di proseguire serata altrove. O ancora la possibilità, per molti amici di Fedele e co. di arrivare magari dopo il lavoro e godersi un dopolavoro in piazzetta. Alla faccia dei non-luoghi teorizzati dall'antropologo Marc Augé, Smile riporta in vita il concetto di piazza, il luogo per eccellenza, il muretto contemporaneo in cui anche i nativi digitali hanno bisogno di trovare un porto sicuro e una faccia amica. «Qui ci passano tutti gli amici della bar industry, perché apprezzano l’atmosfera rilassata». Pochi metri quadrati bastano (anche se Fedele ha già in mente di allargarsi alla vicina ex edicola). E la piazza torna protagonista. È il bar all’italiana, che non smette di brillare.

Dimmi di che segno sei e ti dirò cosa bere: il rooftop bar romano con la drink list delle stelle

Succede all'Uliveto Roof Garden dell'hotel Diana di Roma: qui il bar manager Gianluca Storchi ha presentato la sua drink list a tema Zodiaco

Un ulivo che accoglie i visitatori all’uscita dell’ascensore è il segnale che siamo arrivati, L’Uliveto Roof Garden è un gradevole rifugio a due passi dalla stazione Termini, a Roma, in cima all’hotel Diana, elegante quattro stelle di proprietà della famiglia De Angelis. La novità, oltre a una drink list ispirata ai segni zodiacali, è nell’arrivo, da qualche mese, del bartender Gianluca Storchi, il veste di bar manager. Già si era fatto notare negli anni da Giulia, ristorante di buon livello in pieno centro storico, dove aveva lavorato per diversi anni, con l’obiettivo di affiancare miscelati intriganti ai piatti della cucina. Anche all’hotel Diana le possibilità sono molteplici, si può cenare, fare l’aperitivo o anche solo concedersi il bicchiere della staffa. Una versatilità molto apprezzata dai tanti turisti che affollano questa terrazza riservata e piacevole.

Ma torniamo alla proposta beverage di Storchi, che, una volta dato l’assetto al bancone, ha dato vita alla sua carta signature, prendendo spunto dai consigli delle stelle e dalla sua conoscenza dei cocktail classici, più o meno noti. Il risultato è una drink list in 12 proposte, una per ogni segno, pensate individuando le affinità fra le tipologie astrali e i miscelati. «Alcuni segni hanno caratteristiche più complesse e a volte contraddittorie - spiega Storchi - ed è stata necessaria una ricerca più accurata. Ma alla fine abbiamo stilato una drink list in congiunzione con lo Zodiaco. Del resto siamo quassù, su una terrezza giardino sotto il cielo di Roma, impossibile non essere ispirati». Il risultato è una specie di gioco del tipo “dimmi di che segno sei e ti dirò qual è il drink che fa per te”. Ma niente impedisce, ovviamente, di attingere dalla lista scegliendo un cocktail attribuito a un altro segno.

Andando a vedere la lista, con la curiosità di chi vuole scoprire qual è il suo miscelato d’elezione, si parte naturalmente dal primo segno dello zodiaco, l’irruente Ariete, schietto e solare: potrà sorseggiare un Garibaldi, grande classico della tradizione italiana: il contrasto tra l’amaro del Bitter Campari e la dolcezza agrumata dell’arancia crea un equilibrio che rispecchia il temperamento arietino, risoluto e affabile al tempo stesso. Per il tenacissimo Toro, sempre alla ricerca di sicurezza e stabilità, anche nei rapporti umani, è vivamente consigliato il Bourbon & Ginger Ale, fresco long drink a base di bourbon e mixer allo zenzero. Ai Gemelli, anime flessibili, intelligenti e dinamiche, il barman de L’Uliveto Roof Garden dedica invece una rivisitazione del più richiesto dai turisti, L’Uliveto Spritz, realizzato con Martini Bianco, liquore di cedro, menta e vino spumante. Per i Cancro, primo segno dell’estate, dall’animo sensibile, abbinato a imprevedibili sbalzi d’umore, il cocktail di riferimento è il very British Pimm’s & Lemonade (amatissimo sugli spalti di Wimbledon), a base di Pimm’s n°1, liquore di chinotto e lemon soda, arricchito qui con menta fresca, amarognolo e sofisticato. Segue il re della foresta, ma anche dello Zodiaco, il Leone, ambizioso e carismatico, che vince una personale e stimolante versione del Margarita, l’Hot Passion Daisy, a base di tequila, triple sec, lime, passion fruit, arricchito di note piccanti grazie alla tintura di jalapeño, il peperoncino messicano. Arriviamo alla Vergine, segno razionale e concreto, a cui Storchi dedica un rassicurante Rob Roy, cocktail classico, sobrio ed elegante, della New York di fine Ottocento, realizzato con scotch whisky, vermouth rosso e bitter. Per i diplomatici e creativi Bilancia, calmi, socievoli, capaci di attrarre l’intero zodiaco, il barman de L’Uliveto Roof Garden ha pensato a un cocktail ad hoc, twist del più famoso French 75: il Fleur 75 è a base di St. Germain, liquore di camomilla, limone e spumante. Chi, se non gli spigolosi e misteriosi Scorpione, potevano meritare di essere associati al drink di bondiana memoria, ovvero il Dry Martini?
Per il Sagittario, dal temperamento libero e intraprendente, amante dei piaceri della vita, Storchi si è divertito a ripescare un cocktail dimenticato, il Barracuda (rum ambrato, Galliano, ananas e vino spumante), esotico ed estivo negli ingredienti, nato sulle navi da crociera sul finire degli anni Sessanta. Decisi e ostinati, dal profondo senso di responsabilità, i Capricorno sono il segno più meditativo dello zodiaco. Ad essi si addice un cocktail elegante e di carattere, come l’Amaretto Sour, a base di amaretto, zucchero e limone. Agli Acquario, personalità estrose ed originali, difficili da ingabbiare in regole precostituite, L’Uliveto Roof Garden suggerisce invece il Paper Plane (Bourbon, Aperol, amaro Nonino e limone), cocktail che ha vissuto una recente riscoperta e che valorizza l’utilizzo della grappa in miscelazione. Last but not least, ai Pesci, con la loro proverbiale sensibilità, è dedicato il Diana Mai Tai, a base di aged rum mix, ananas, orzata e lime, drink avvolgente e armonioso, dalla delicata nota tropicale.

Le 5 cose che i giovani chiedono al lavoro (e che gli imprenditori faticano a metabolizzare)

Giovani Lavoro
I gestori fanno fatica a trovare giovani disposti a lavorare nei locali. Ma fanno ancora più fatica ad accogliere (e accettare) le loro richieste, figlie di nuove sensibilità. Un esperto racconta le cose principali che i giovani chiedono e come trovare una quadra tra le loro esigenze e quelle dell'imprenditore (cambiando ottica)

Non si trovano giovani disposti a lavorare nei bar, almeno non quanti ne occorrerebbero. E lo stesso problema si presenta nella stragrande maggioranza dei settori, siano produttivi o di servizi. Gli imprenditori si lamentano della situazione e, sempre più spesso, faticano a trovare profili che corrispondano alla loro idea di collaboratore perfetto (leggi Le 5+1 cose che un imprenditore cerca nel (futuro) dipendente).

Abbiamo chiesto a Oscar Galeazzi, fondatore di LavoroTurismo.it, sito di ricerca di personale online, di raccontarci, dal suo privilegiato punto di osservazione (il suo servizio è usato da circa 6.000 aziende e 200mila persone) quali sono le principali richieste che fanno i giovani durante i colloqui di lavoro e che gli imprenditori faticano a comprendere.

I giovani? Sempre meno

Partiamo da alcuni dati di realtà. I numeri fotografano una realtà impietosa: dal 2011 al 2023, sono emigrati all'estero 550mila giovani italiani di 18-34 anni; 377mila di loro sono rimasti fuori Italia.
Il contesto è un Paese dove la natalità è ai minimi storici, in calo dal 2013, dove la popolazione si riduce ogni anno di 300mila persone e vanta un'età media tra le più alte del mondo: 46,8 anni.
Secondo la Banca d'Italia, entro il 2040 la popolazione tra i 15 e i 64 anni si ridurrà di 5,4 milioni di individui (-14,4%).

Come racconta l'ultimo rapporto del Cnel, "il 35% dei giovani residenti nel Nord Italia è pronto a trasferirsi all'estero. Tra le motivazioni principali, spiccano le migliori opportunità lavorative (25%), le opportunità di studio e formazione (19,2%) e la ricerca di una qualità della vita più alta (17,1%)". Puntano soprattutto agli Stati Uniti, o ai principali Paesi europei. Per i loro coetanei, invece, l'Italia non è una meta ambita: "Per ogni giovane che arriva in Italia dai Paesi avanzati - racconta il rapporto del Cnel -, otto italiani fanno le valigie e vanno all'estero. L'Italia si piazza all'ultimo posto in Europa per attrazione di giovani, accogliendo solo il 6% di europei, contro il 34% della Svizzera e il 32% della Spagna".

Aspettative non corrisposte

Oscar Galeazzi, fondatore di LavoroTurismo.it

Bisognerà allora cercare di tenersi buoni quei pochi che rimangono, facendo di necessità virtù? «Capire chi sono e come ragionano è fondamentale - afferma Galeazzi - se si vuole ingaggiarli. Possiamo discutere all'infinito sul fatto che il loro modo di ragionare sia giusto o sbagliato, ma il dato di realtà è che chi continua a ragionare con le categorie di sempre fa sempre più fatica a trovare collaboratori». Le catene sono state più veloci ad adeguarsi: il rischio è che si accaparrino le risorse migliori, lasciando ai gestori indipendenti chi rimane.
E la prima differenza sostanziale è che, «contrariamente alla generazione dei loro genitori - spiega Galeazzi - per loro l'aspetto economico non è più l'elemento più importante».

Le 5 cose che i giovani chiedono al lavoro

Ecco allora, in ordine di importanza, le cinque esigenze/richieste più diffuse tra i giovani in sede di colloquio di lavoro e le possibili risposte da dare per trovare la quadra tra le richieste dei candidati e le necessità dell'impresa, bar o ristorante che sia:

1. Flessibilità (orari, luogo, modalità di lavoro)

Un primo grande ostacolo è la richiesta, comunissima, di non lavorare tutte le sere o tutti i weekend, o di non volere l'orario spezzato. Incomprensibile, per l'imprenditore legato al modello tradizionale di lavoro. Ma sempre più locali offrono un lavoro su turni non spezzati,5 su 7 o 6 su 7, con 1 o 2 sabati e domeniche al mese free. C'è anche chi, specie tra le catene,  riesce a offrire flessibilità di orari (scegli tu quali orari coprire) o una piccola parte di remote working (ad esempio, per la gestione delle prenotazioni).

2. Crescita personale e professionale 

«Possibilità di crescere, percorsi formativi, sentirsi valorizzati sono esigenze molto comuni tra le nuove leve - afferma Galeazzi -: "cosa imparo e quanto imparo" sono domande che ricorrono in fase di colloquio. Un problema, per tutte quelle piccole aziende che non hanno mai creduto nella formazione del personale ritenendolo un costo anziché un investimento».
«Oggi - prosegue l'esperto -, grazie alle tecnologie, la formazione può essere poco costosa e molto impattante. Ma non va sottovalutata l'importanza della formazione interna, che può essere un'occasione per valorizzare il proprio personale attraverso il cross training, una parola difficile per dire una cosa semplice: se un dipendente è bravo in una cosa, ad esempio la latte art, anche se magari lavora da noi da poco tempo può insegnarla ai colleghi. È un modo intelligente per far emergere le competenze dei collaboratori: si dà un riconoscimento in denaro a chi fa il corso, gli si dà lustro, si comunica a tutti che chi sviluppa capacità distintive viene premiato e ne nasce anche una sorta di team building informale. I corsi non per forza devono essere strettamente legati al lavoro: l'importante è che sviluppino competenze, conoscenze e connessioni che poi hanno una ricaduta positiva sul modo in cui le persone svolgono il proprio lavoro».

3. Senso e impatto del proprio lavoro 

«Le aziende oggi fanno fatica a motivare le persone - spiega Galeazzi -. Al contrario, i giovani sono interessati al tipo di aziende per cui lavorano e prediligono quelle con una missione chiara e un impatto positivo sulla società o sull'ambiente. Pochi gestori si preoccupano di definire e di comunicare i valori e la missione della propria azienda. Quelle il cui concetto è "si lavora per guadagnare" faranno sempre più fatica a coinvolgere i giovani, ai quali il solo beneficio economico non basta (ammesso che ci sia); lo stesso vale per le "aziende che giocano sporco", che non sono chiare e trasparenti verso i propri collaboratori. Occorre coinvolgere i giovani nei progetti, trasmettere loro una missione ("Lavoriamo per far star bene le persone che vengono da noi"), favorire la loro partecipazione attiva nelle decisioni importanti, riconoscere e sottolineare il valore del contributo che danno. Sono molto apprezzati anche i progetti sociali o ambientali in cui le aziende coinvolgono i dipendenti. Le catene di ristorazione lo hanno capito e lo stanno facendo; il rischio, se non imparano a farlo anche i gestori indipendenti, è che le catene si accaparrino i più validi e i più motivati».

4. Tecnologia e digitalizzazione

«Le nuove generazioni sono nativi digitali - sottolinea l'esperto -: non accettano di lavorare in modo sbagliato o stupido. Perché un cameriere dovrebbe ancora fare chilometri avanti e indietro quando con un palmare può mandare gli ordini in cucina e ricevere via auricolare l'informazione che il piatto o il cocktail è pronto? Chiaro, per chi è abituato a lavorare come ha sempre fatto tutto questo è difficile da accettare. Ma si perdono un elemento: spesso i giovani sanno meglio di loro come si potrebbe semplificare un'attività. Basta chiederglielo o ascoltarli. Introdurre strumenti collaborativi e digitalizzare i processi renderebbe anche più efficiente l'attività».

5. Ambiente di lavoro umano/inclusivo

«I giovani sono cresciuti in un ambiente protetto. Hanno e fanno poca esperienza e sono poco abituati a reggere alle tensioni  - sottolinea l'esperto -: motivo in più per evolvere nella direzione della creazione di un ambiente di lavoro sereno, fondato sul rispetto delle persone, sull'apertura alla diversità, su conivisione e ascolto. I giovani scappano da luoghi di lavoro "tossici": un'urlata fuori posto o una scenata davanti ai clienti sono motivi sufficienti per andarsene».

Al contrario, conclude l'esperto, «apprezzano le aziende che si curano del benessere dei dipendenti, magari offrendo supporto psicologico, eventi aggregativi o attività di team building».

Un piccolo test per riflettere

Chiudiamo con un invito e un esercizio finale. Che fungono da conclusione aperta.

L'invito è ad astrarsi - per il tempo dell'esercizio - dalla propria attuale situazione, dalle difficoltà, dalla comprensione delle nuove generazioni.

L'esercizio è il seguente: se il mio bar (la mia azienda) avesse più flessibilità negli orari, garantisse una crescita personale e professionale ai dipendenti, fosse in grado di dare un senso al proprio lavoro e di avere un impatto positivo sulla società, fosse sufficientemente digitalizzata e avesse un clima di lavoro sereno, avrei un'azienda migliore o peggiore di quella che ho oggi?

 

La7Vidas: un viaggio nell’universo J.Rose, tra raffinato Tequila e l’esclusivo fumetto su Alma Beltrán

La7Vidas apertura
J.Rose firma una nuova esperienza multisensoriale: un tequila 100% Agave Azul, nelle versioni Blanco e Reposado, con etichette disegnate da Milo Manara e accompagnato da una graphic novel che celebra la cultura messicana. In arrivo anche la Limited Edition del London dry gin dedicata agli 80 anni del Maestro

Ci sono storie che si bevono come un buon tequila. Altre che si leggono, pagina dopo pagina, con la stessa lentezza con cui si assapora un sorso prezioso. La7Vidas Tequila nasce proprio da questo incontro: un’esperienza multisensoriale, un tributo artistico, una dichiarazione d’amore per l’identità messicana e le sue molteplici sfaccettature. Il raffinato Tequila La7Vidas, creato da J.Rose, è realizzato con Agave Azul e nasce nel cuore di Los Altos de Jalisco, una delle terre più rinomate per la coltivazione di agave di alta qualità. La7Vidas prende vita da una lavorazione artigianale che unisce la tradizione messicana a una visione contemporanea, valorizzando ogni fase del processo produttivo: dal campo alla bottiglia.

Due forme d’arte

Nel suo cofanetto esclusivo, La7Vidas unisce due forme d’arte: da un lato, un raffinato tequila 100% agave, disponibile nelle varianti Blanco e Reposado, prodotto con cura artigianale nel cuore del Messico. La distillazione è discontinua doppia, effettuata in alambicchi in acciaio, per esaltare la purezza dell’Agave Azul e la nobiltà del tempo. Dall’altro, un fumetto illustrato che racconta la vita – o meglio, le sette vite – di Alma Beltrán, una donna fiera, libera e ribelle che incarna la forza femminile. Un racconto visivo intenso, dove ogni tavola si trasforma in una piccola opera d’arte e la trama ti tiene incollato alle pagine, senza mai distogliere lo sguardo dal testo.

Un packaging iconico

A rendere La7Vidas ancora più prezioso è il packaging iconico del brand J.Rose, dall'estetica raffinata e distintiva, le cui etichette decorative materiche e artigianali sono impreziosite dalla firma di Milo Manara, che dona un tocco d’arte e sensualità all’intera esperienza. Infatti, per le bottiglie La7Vidas, il Maestro dell'Eros ha creato due illustrazioni inedite, la cui protagonista è Alma Beltrán, ispírate a El Día De Los Muertos e alla tradizione mariachi, due capolavori assoluti.

Chi desidera vivere l’esperienza del distillato nella sua forma più pura può scegliere il tequila J.Rose anche in bottiglia singola. In alternativa, è disponibile nella sofisticata Gift Box, il cui coperchio si trasforma in un quadro, perfetto da esporre come un vero oggetto d’arte.

Un omaggio al maestro Milano Manara

E le sorprese in casa J.Rose non finiscono qui: è stata appena lanciata la nuova collezione del London dry dedicata al mondo della danza, Follow The Flo, con l'affascinante etichetta decorativa Flamenco, realizzata dall'artista Francesco Palma. Inoltre, è stata presentata la prima J.Rose Limited Edition, un omaggio al Maestro Milo Manara in occasione del suo 80° compleanno. La Limited Edition sarà svelata il prossimo 12 settembre e potrà essere acquistata esclusivamente presso i migliori negozi di spirits che dovranno ordinarla entro il 10 agosto.

Nel panorama delle proposte 2025, La7Vidas si distingue e va ben oltre il concetto di distillato: è un’opera da collezionare, da assaporare, da vivere, pensata per chi ama le storie autentiche, i sapori veri e la bellezza che lascia il segno. Perché in ogni sorso, come in ogni pagina, prende vita una nuova Alma.

Parata di top bartender per i 12 anni di Milord Milano

Cristian Lodi tra Alessandro Belometti e Mario Santilli del Bar Termini di Soho-Londra
Un vero e proprio summit della miscelazione milanese e internazionale ha festeggiato i dodici anni di attrvità di Milord Milano, creato e gestito dall'eclettico Cristian Lodi.

Per festeggiare il 12° Anniversario di attività di Milord Milano, il suo titolare e bar manager Cristian Lodi ha coinvolto una vera e propria parata di una dozzina di amici-top bartender milanesi e di livello internazionale. A cominciare dai ragazzi di Campari Academy e di Bar Termini di Soho/Londra, per vari anni tra i The World's 50 Best Bar.

Un risultato eccezionale frutto di indubbie capacità manageriali, unitamente a una capacità comunicativa insolita e a una proposta mixability originale e sempre in evoluzione.

«Miscelare bene i cocktail e fornire saporiti abbinamenti food non basta - sottolinea Cristian Lodi, titolare e dinamico bar manager di Milord Milano - se il tutto non è condito da un buon sorriso e dall'interessamento sincero alle richieste dei clienti che a volte cambiano, affidandosi alla nostra esperienza professionale».

A soddisfare la sete di invitati e clienti, dalle h.18 a notte fonda infatti l'altro giorno si sono alternati nomi famosi con ricette speciali come:
Edris Al Malat (Dry, Milano) con Hibiscus Margarita (Tequila Espolòn, Mezcal Montelobvos, ciordialòe hibiscus & lemoingrass);
Luca Marcellin (Drinc, Milano) con Aus Negroni (Campari, Vermouth del Professore, Bulldog London Dry Gin, liquore al cumino, acqua di pomodoro e chiodi di garofano);
Matteo Melara (brand ambassador Ron Brugal) con Pornstar Daiquiri (Ron Dominicano Brugal 1888, sciroppo di vaniglia, succo di lime e passion fruit);
Luca Ardito (Casa Brera, Milano) con Red Line (Campari, Metropolitan Cordial da base di caffè, assenzio e peperoncino, Crodino);
César Araujo (Bob, Milano) con Siren of The Summer (Bulldog London Dry Gin, Red Fruit & Lapsang Tea Cordial, Tonic Water);
Martino Premi (Cà-ri-co, Milano) con Our Mary (Skyy Vodka, succo filtrato di pomodoro rosso e giallo, spicy secret mix);
Alessandro Belometti e Mario Santilli (Bar Termini, Soho/Londra) con Negroni Robusto (London Dry Gin, Vermouth Rosso, Campari); Spritz Termini (Gin, cordiale al rabarbaro, Aperol, Prosecco); Marsala Martini (Gin, Vermouth Dry, Marsala Dolce, Bitter alle Mandorle);
Alberto Corvi (Casa Tobago, Milano) con Basil Peach (Ron Dominicano Brugal 1888, basil & peach cordial);
Alessandro Melis (Pandenus, Milano) con Cinquemilalire (Campari, Vermouth Rosso del Professore, velluto di caramello salato e sale kamat);
Franco Tucci Ponti (Etta, Milano) con Umami Pain Killer (Ron Dominicano Brugal 1888, succo di ananas, arancia, cocco, Campari, umami, oliva al cioccolato bianco);
Gigi Tuzzi e Riccardo Cammi (Dirty, Milano) con Tommy Mda (Mezcal, Apricot Brandy, Agave Syrup, Chocolate Bitters, succo di lime).

Ad allietare la serata la colonna sonora è stata assicurata dalla giovane dj Stella cha ha sfoggiato anche una morbida voce soul tipo Sade Adu (Smooth Operator).

Milord Milano Cocktail & Lounge Bar è stato inaugurato da Cristian Lodi dodici anni fa sull'alberata piazza Bernini, nel cuore di Città Studi di Milano, diventando presto un punto di riferimento per studenti e professori dei vicini istituti universitari, dalle Facoltà Scientifiche della Statale a quelle del Politecnico.
In seguito Milord Milano ha cominciato ad essere frequentato anche da una clientela dai gusti più raffinati ed esigenti, grazie alla propria offerta food & beverage, con proposte classiche internazionali unitamente a una drink list sempre integrata con proposte speciali e originali.
Oltre a un ampio dehors, il locale di 400 mq circa è suddiviso su tre livelli: piano terra con il lungo banco bar con sgabelli, piano rialzato con salottino dagli eleganti arredi anni Venti e poster Campari alle pareti, piano interrato con un altro banco bar e biliardo.
Ricordiamo solo alcuni cocktail di maggior successo, a cominciare dal Negroni e dai suoi twist come Milord Negroni, Negroni Vintage (rinforzato con Biancosarti); Negroni Mule (con Cynar e Ginger Beer). Per non parlare di sparkling cocktail come Milord Morango Caipiriña (con Cachaça Blu Amburana). Non mancano anche proposte analcoliche come Gin Basil Smash O%.

Pieno di medaglie per Quaglia Antica Distilleria all’Iwsc 2025

Quaglia Antica Distilleria
Liquori, amari e vermouth: le specialità artiginali della distilleria piemontese conquistano sei medaglie, tra le quali due ori Outstanding, nell'edizione 2025 del prestigioso concorso internazionale

Nuovo successo per Quaglia Antica Distilleria all’International Wine & Spirit Competition 2025 (Iwsc). Dopo i cinque riconoscimenti conquistati lo scorso anno (leggi Cinque medaglie per Antica Distilleria Quaglia all’Iwsc), nell’edizione 2025 del concorso, tra i più autorevoli al mondo dedicati agli spirit, la distilleria del Monferrato ha fatto ancora meglio. Son infatti ben sei le medaglie che si è aggiudicata: due medaglie d’oro con menzione Outstanding, un oro, un argento, e due medaglie di bronzo.

Ad aggiudicarsi l’oro Outstanding i liquori alla Camomilla e al Rabarbaro, entrambi con un punteggio di 98/100, e parte della Linea Vintage, la gamma di liquori artigianali premium preparati con antiche ricette della casa ma con sguardo rivolto al futuro. Frutto di un blend di ingredienti italiani di alta qualità che rispetta la purezza delle materie prime che ne compongono la ricetta, il primo (alc 28% in vol), di colore giallo brillante, si caratterizza per l’aroma leggermente agrumato e per la speziata delicatezza, mentre il secondo (alc 20% in vol), dal colore scuro e ambrato, ha un aroma legnoso e leggermente affumicato ed è morbido al palato dove sprigiona la tipica nota amarognola del rabarbaro.

Premiato con la medaglia d’oro, nella categoria Alternative Drinks, il Vermouth di Torino Bianco (alc 17% in vol) a marchio Bèrto, dall’inebriante bouquet di fiori bianchi e vaniglia con sentori di cannella e uva passa, e dal sapore finemente amaro, dalla persistenza speziata.

Un palmares completo

La carrellata di medaglie prosegue con l’argento, andato all’Amaro Balsamico 1890 (alc 19% in vol), un amaro morbido e profondo, che si distingue per le note balsamiche di menta e delicatamente dolci e speziate ben bilanciate da quelle amare di rabarbaro e cacao.

Completano il palmares i due bronzi. Uno assegnato al Liquore alla Nocciola (alc 25% in vol), altra raffinata espressione della Linea Vintage, il cui profilo è dominato da intense note di frutta secca tostata e che conquista il palato con una consistenza setosa e un retrogusto consistente. L’altro al Ninebar Espresso Coffee Liqueur (alc 20% in vol), un liquore a caffè elegante e complesso, che nasce dall’incontro tra caffè espresso monorigine 100% arabica brasiliano, tostato artigianalmente con legna di betulla, e brandy invecchiato.

Tutti prodotti espressione dell’approccio artigianale e del particolare accento posto nella selezione delle materie prime, privilegiando l’uso di eccellenze del territorio e da aree ad alta vocazionalità, da sempre marchio di fabbrica di Quaglia Antica Distilleria. Nel caso dei prodotti premiati: camomilla italiana e rizoma di rabarbaro dal caratteristico aroma affumicato per, rispettivamente i liquori alla Camomilla e al Rabarbaro, nocciole 100% piemontesi per il Liquore alla Nocciola, caffè Santos monorigine dal Cerrado Mineiro per Ninebar. Il tutto esaltato da infusioni lente e lunghe in alcol 100% italiano e cereali selezionati.

Ricca di appuntamenti l’estate “Ready to Chill” di Boem

Boem gamma
Il brand di hard seltzer 100% italiano per tutta l'estate porta in tour la sua idea di convivialità tra chioschi urbani, spiagge e grandi festival musicali

Ricca di appuntamenti l’estate di Boem. Per tutta la stagione calda l’hard seltzer made in Italy, lanciato dai rapper Fedez e Lazza e dai loro soci, gli imprenditori Leonardo Maria Del Vecchio, erede del gruppo Luxottica, e Camillo Bernabei del Gruppo Bernabei, sarà protagonista di una serie di eventi che toccheranno tutta la Penisola all’insegna del Ready to Chill.

Dall’identità fresca, con un basso contenuto alcolico (4,5% in vol) e calorico (meno di 30 kcal per 100 ml), sugar free e vegano, l’alcoholic sparkling drink non solo interpreta i trend emergenti della nuova generazione, che ama godersi la vita in modo più consapevole e i cui consumi si indirizzano sempre più verso le bevande low alcohol. Ne parla la stessa lingua, facendosi portatore di un modello di convivialità, la Chill culture, fatta di divertimento senza eccessi, che celebra il relax, il benessere, la spontaneità, la musica e i legami veri.

Valori che Boem porta in tour con un format, il Chillinguito, che reinterpreta lo spirito dei chiringuiti, gli iconici punti di ritrovo e di socialità urbana, facendone ancora di più dei luoghi dove vivere momenti rilassati e all’insegna della condivisione e del gusto.

Il Chillinguito Tour

Dopo la tappa di esordio a Milano, a giugno, il Chillinguito Tour proseguirà per tutta estate dalle città alle coste, trasformando bar, beach club e chioschi in micro-oasi, dove vivere momenti di divertimento consapevole, con dj set e altre attività e brindare con leggerezza con i tre gusti Boem, Zenzero, Pompelmo Rosa, Mango (distribuiti nel fuori casa da Velier). Palermo, Bari, Riccione, alcune delle località toccate dal tour, che si concluderà, “omaggio dovuto”, a Bordighera, nel primo chillinguito d’Italia, l’originale chiosco sulla spiaggia della cittadina ideato da Lorenzo Casadei e chiamato, appunto, Chillin’guito.

Ma non solo, perché lo spirito “chill” di Boem è protagonista anche dei principali festival musicali italiani. Il marchio è infatti sponsor di eventi quali il Kappa FuturFestival, svoltosi a Torino dal 4 al 6 luglio, del Mengo Music Fest, tenutosi ad Arezzo dall’8 al 13 luglio, del Vulkanik Fest, alle Isole Eolie dall’ 8 al 10 agosto, del Panorama Festival, a Lecce dal 14 al 17 agosto, e del Red Valley Festival, a Olbia dal 13 al 16 agosto. In ogni tappa il brand è presente con aree chill, attivazioni esperienziali, talent e contenuti digitali.

Baritalia riparte da Torino. Manda la tua ricetta entro il 7 settembre

La città piemontese ospiterà la quarta tappa di Baritalia 2025. In palio altri 17 posti per la finalissima di Venezia. Scopri i prodotti del paniere e candida la tua ricetta

Dopo la pausa estiva, ripartirà il tour di Baritalia lungo la Penisola e per la quarta tappa dell’edizione 2025 la carovana di Bargiornale arriverà a Torino lunedì 29 settembre, città che nelle scorse edizioni ha ospitato ben tre volte il laboratorio di miscelazione. Un appuntamento da non perdere per bartender e professionisti del fuori casa, che, come sempre, troveranno ad attenderli una ricca giornata di sfide e di masterclass, possibilità di confronto, incontro e networking.

Durante la tappa torinese proseguirà la selezione dei finalisti di Baritalia Lab: in fondo all’articolo c’è il form da compilare per candidare la propria ricetta.
Per farlo c’è tempo fino al 7 settembre e in palio ci sono altri 17 posti per la finalissima in programma il 24 novembre a Venezia.

MANDA LA TUA RICETTA

L’arte dell’essenzialità

Anche questa stagione di Baritalia è incentrata sul tema del “Back to Basics”: la semplicità nella miscelazione unita all’arte dell’ospitalità. Un invito a ricoprire le fondamenta della miscelazione, a concentrarsi sugli elementi essenziali che rendono grande il mestiere del bartender e che fanno di questa figura un maestro di ospitalità.

A questa filosofia dovranno ispirarsi i concorrenti, dando vita a drink innovativi attraverso un approccio semplice o a originali rivisitazioni dei classici, reinterpretandoli in modo da esaltarne la purezza e la sobrietà, senza però alterare il fascino intramontabile delle loro storie. In ogni caso i cocktail dovranno essere creati utilizzando massimo 4 ingredienti (garnish esclusa) ed esaltando le qualità dei prodotti sponsor.

LEGGI IL REGOLAMENTO DI BARITALIA 2025

Bartender maestro di ospitalità

Ma i concorrenti dovranno dare prova anche della loro arte dell’ospitalità. I giudici premieranno infatti non solo l’abilità tecnica e la qualità del drink, ma anche la capacità di trasformare il servizio in una performance memorabile, dove ogni dettaglio contribuisce a far sentire il cliente il vero protagonista.

MANDA LA TUA RICETTA

 


css.php