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Una nuova location per Roma Bar Show 2026

Roma 19-07-2016 Apertura in anteprima per la stampa del 'La Nuvola' ideata dall'architetto Massimiliano Fuksas. Per l'occasione l'opera e' stata illuminata per la prima volta con spettacolari proiezioni. Opening for the press and lighting of 'The Cloud', the new Eur Convention centre by the famous archistar Massimiliano Fuksas. The Cloud's history began 18 years ago, wen the project began, its construction started in 2008, but, due mainly to the huge cost of the opera, the project took almost 10 years to be realized. Photo Samantha Zucchi Insidefoto
Roma Bar Show, la manifestazione romana dedicata al mondo beverage si sposta alla Nuvola di Fuksas e annuncia le nuove date 2026: 14 e 15 settembre

Era nell'aria, la crescita progressiva dei numeri della manifestazione romana dedicata al mondo del beverage e della mixology imponevano un cambio di location. Ecco che arriva la conferma ufficiale: nel 2026 Roma Bar Show abbandona il Palazzo dei Congressi e si sposta poco più in là, sempre in zona Eur, alla Nuvola di Fuksas. Altra novità, il cambio mese per questa manifestazione che tradizionalmente si era svolta nel mese di maggio: dal 2026 sarà a settembre e, precisamente, il 14 e 15 settembre.

Location più grande e più prestigiosa, quindi, in un centro congressi all'avanguardia, costruito con un approccio eco-compatibile e servizi tecnologicamente avanzati. Ma anche un esempio di architettura contemporanea dall'alto valore artistico, firmato da un'archistar di livello internazionale, che ha rotto gli schemi in città, dando nuova linfa al polo fieristico dell'Eur. Uno spazio articolato su tre livelli, con un livello sale congressuali di 9mila metri quadrati, un livello "forum" di 7.300 metri quadrati di spazio polivalente e un auditorium da 1.800 posti.

Un'immagine dell'edizione 2025 del Roma Bar Show

Il format, ideato nel 2019, ha raddoppiato i numeri ogni anno, arrivando a quota 17mila ingressi e 180 aziende partecipanti. Nell'ultimo anno, inoltre, con l'ingresso di Fiere di Parma nel capitale, la volontà di crescere ulteriormente era stata dichiarata espressamente dal co-fondatore e ceo, Andrea Fofi. «Quando abbiamo lanciato il primo Roma Bar Show - ha commentato Fofi, a margine della chiusura dell'ultimo Roma Bar Show - volevamo riunire l'intera industry in un unico progetto, rendendo Roma e I’Italia protagoniste al pari dei già consolidati eventi internazionali di settore, con numerosi eventi e ospiti provenienti da tutto il mondo. Abbiamo raggiunto il nostro primo obiettivo e abbiamo fatto di più: con l’ingresso di Fiere di Parma adesso vogliamo crescere e diventare il punto di riferimento a livello internazionale, non solo per le aziende di settore e per gli addetti ai lavori, ma per l’intero segmento».
Nell'ultimo anno si era aperto anche un canale di collaborazione con l'Ice (Istituto Commercio Estero), che aveva dato modo all'evento di aprirsi ancora di più a livello internazionale, lanciando il primo Buyers Program, che ha favorito l'arrivo nella capitale di 50 buyer internazionali.

 

 

Il marchio Stampa, con il suo Sassolino, entra nel portfolio Casoni

Un’icona del gusto emiliano si aggiunge alla collezione di Casoni di marchi storici del territorio, con l’obiettivo di rilanciare il Sassolino

C’è un Sassolino nella scarpa di Casoni. Calembour facile, leggendo del completamento dell’acquisizione da parte di Casoni Fabbricazione Liquori del marchio Stampa, storica realtà di Sassuolo, famosa proprio per la produzione del Sassolino. Una scelta non casuale, che prosegue nel solco già tracciato della valorizzazione della tradizione emiliana e dei marchi storici del territorio emiliano-romagnolo, da vermouth e bitter ai classici da fine pasto, dall'Amaro del ciclista al Gin Tabar.

L’obiettivo, dicono da Casoni, è di preservare l’identità di questo liquore per dolci dal caratteristico aroma di anice stellato e una gradazione alcolica di 40% vol. “Liscio, nel caffè, insuperabile nei dolci”, recita un vecchio claim pubblicitario. Nell’immaginario emiliano, il Sassolino è interpretato come fine pasto, simbolo di convivialità, ma anche come aroma inconfondibile per dare carattere a dolci e caffè. La storia racconta che Lucio Bazzigher, svizzero originario del Cantone dei Grigioni, insieme a un gruppo di connazionali, si trasferì nel modenese nella seconda metà del Settecento. Molti di loro erano speziali e drogheri, abili nella distillazione, ed elaborarono la ricetta di quello che inizialmente era conosciuto come “rinfresco d’anice”. La ricetta prevede la distillazione di questo liquore in alambicchi di rame, dove viene introdotto anice stellato essiccato, importato da oltre due secoli dalla Cina meridionale. Cuore cinese, cervello svizzero e nome modenese, perché poi fu a inizio Ottocento che il Sassolino prese questo nome, grazie all’intuizione dei cadetti dell’Accademia militare di Modena.

Da sinistra, Piergiorgio Pola e Paolo Molinari, rispettivamente presidente e amministratore di Casoni Fabbricazione Liquori

Una storia importante alle spalle, quindi, da rilanciare con una visione moderna e un piano di sviluppo dei prodotti a marchio Stampa, dicono da Casoni, che ha come obiettivo il canale horeca e il mercato estero. Il Sassolino e le altre specialità della linea dolci saranno da subito integrati nell’offerta Casoni. «Il Sassolino - affermano Piergiorgio Pola e Paolo Molinari, rispettivamente presidente e amministratore di Casoni Fabbricazione Liquori - è un prodotto simbolo della nostra terra, e vogliamo ridargli il posto che merita, anche grazie a una nuova fase di sviluppo innovativo. Casoni ha l’opportunità di far brillare nuovamente il Sassolino sui mercati nazionali e internazionali, portando avanti una tradizione che sa rinnovarsi, senza perdere mai le proprie radici».

Vodka Moskovskaya cambia abito per festeggiare i primi 125 anni

La nuova ed elegante bottiglia di Vodka Moskovskaya con la drinlk list per i 125 anni
Nuovo ed elegante design della storica bottiglia di Vodka Moskovskaya, certificata Osobaya (originale, non aromatizzata) dallo zar Alessandro III° a fine Ottocento a Mosca, Di proprietà oggi di Amber Beverage Group, è distribuita in Italia da Velier.

Distribuita in oltre 60 Paesi del mondo in 440mila casse da 9 litri, Vodka Moskoskaya (Vodka di Mosca) ha festeggiato il traguardo dei 125 anni di presenza sul mercato, una protagonista premium del settore che ha stabilito un vero e proprio standard di qualità.
Nell'occasione la storica bottiglia in vetro chiaro da 70 e 100 cl ha ricevuto un restyling dell' etichetta minimalista che l'ha resa famosa, acquisendo un'immagine più moderna ed elegante, caratterizzata da un verde intenso e da dettagli in rame.
Passata di proprietà nel 1925 all'ente di Stato Sovietico Soyuzplodimport, la gamma di Vodka Moskovskaya dal 2015 è entrata a far parte del portafoglio prodotti del grande gruppo lettone Amber Beverage Group.
A cura del distributore nazionale Velier di Genova, la presentazione italiana della nuova bottiglia e immagine è avvenuta di recente a Milano  presso il raffinato lounge bar Café Madeira di viale Monte Nero 3, i cui bartender hanno proposto una serie di cocktail in tema da una rivisitazione del
Moscow Mule
5 cl Vodka Moskovskaya
5 cl un insolito succo di mela al posto del classico succo di lime
top 7,5 cl Ginger Berr Fever-Tree
e
Moscow 125
3 cl Vodka Moiskovskaya
gocce di assenzio
1,5 cl succo di limone
1,5 cl sciroppo di zucchero
6 cl Prosecco Segura Viudas.

Oltre il secolo di storia

Dall'inizio del Novecento, il marchio Moskovskaya (Vodka di Mosca) può vantare la classificazione Osobaya (originale, non aromatizzata e ). Dal 1938 Vodka Moskovskaya è prodotta con distillazione continua di un blend di grano e segale, oggi con uno dei sistemi multicolonna più all'avanguardia, dotato di 7 colonne con distillazione a pressione controllata. Il risultato è un distillato purissimo a 96° alcolici che viene poi ridotto con acqua purissima di sorgente a 40° alcolici, quindi rettificata con l'impiego di filtri naturali come sabbia di quarzo e carbone attivo, dando vita a un prodotto di particolare morbidezza con un finale dolce e note di erbe aromatiche.

Autore della Tavola Periodica degli Elementi, al chimico russo Dimitrij Mendeleev va il merito di aver fissato il punto esatto di equilibrio nella purezza della vodka: 40% in volume alcolico come risultato dalla distillazione di cereali russi.
Rielaborata da alcuni chimici alimentari dell'Università di San Pietroburgo, la ricetta di "Vodka Originale Russa" è stata legalizzata nel 1894 dallo Zar Alessandro III con una apposita legge imperiale, a cui si dovevano attenere le 300 distillerie russe in attività a fine Ottocento, e da allora essa rappresenta l’indicazione di assoluta autenticità nella produzione di vodka dai più alti standard.

Los dos italianos perdidos en Mexico – La Punta Documental: guarda l’episodio n. 5

L'episodio numero 5 del viaggio in Messico di Cristian Bugiada e Roberto Artusio, fondatori de La Punta Expendio de Agave a Roma

Dieci anni di viaggi in Messico, oltre settanta ore di video girati in loco, innumerevoli distillerie di tequila e mezcal visitate. Roberto Artusio e Cristian Bugiada, fondatori de La Punta Expendio de Agave di Roma e fra i massimi esperti italiani dei distillati di agave sono gli autori di “Los dos italianos perdidos en Mexico”.

Un viaggio documentario in cui "I due italiani perduti in Messico" esplorano il mondo del mezcal, della tequila, del pulque: in una parola, dell’agave. In questo episodio, i due fondatori de La Punta si immergono nella cultura del mezcal di Santa Maria Xoyatla, Puebla, incontrando i produttori locali, per scoprire il processo di produzione tradizionale dei distillati di agave.

L'episodio numero 5 segue le precedenti avventure dei due italiani perduti in Messico: nei primi due episodi il viaggio è iniziato da Città del Messico (guarda il primo e il secondo episodio), per poi approdare nell’affascinante città di Puebla (guarda il terzo episodio) e iniziare il pellegrinaggio alla ricerca dei mezcal Papalometl selvatici (guarda il quarto episodio).

Discoteche italiane all’insegna della stabilità

Il rapporto Siae 2025 mostra i dati delle discoteche italiane, il leggera crescita grazie a eventi e superguest, ma diminuisce il numero delle imprese

Come stanno le discoteche italiane? Se fossero titoli quotati in borsa si potrebbero definire stabili: non si rilevano variazioni significative rispetto all’ultimo censimento che conti davvero. Ci riferiamo in particolare al Rapporto Siae, uscito a metà luglio 2025 e che fotografa e inquadra i numeri dello spettacolo in Italia, facendo come sempre riferimento a dati raccolti nell’anno precedente. Nel 2024, il settore ha mostrato segnali incoraggianti rispetto all’anno precedente, con lievi espansioni sia nel livello di offerta che in quello di partecipazione – si legge nel rapporto -. Se gli eventi sono aumentati dell’1,8%, superando quota 200mila, la crescita delle presenze ha seguito un ritmo più lento, con un aumento dello 0,5% che ha portato a oltre 34milioni di partecipanti nell’anno. Sul fronte economico, la spesa ha registrato un incremento dell’1,3%, arrivando a un giro d'affari di quasi 500 milioni di euro. Aumentano gli organizzatori: 20.148 nel 2024 (+7,4%).
Di sicuro il settore delle discoteche è in costante evoluzione, in quanto il concetto tradizionale di intrattenimento serale e notturno viene declinato in sempre più diverse modalità, sempre tenendo ben presente che dall’1° gennaio 2010 al 31 dicembre 2023 sono state 2.698 le imprese che si sono cancellate in Camera di Commercio, con un saldo negativo di 2.068 locali da ballo persi in quattordici anni.
L’emergenza sanitaria ha senz’altro dato una mazzata alle discoteche di tutta Italia, ma non è l’unico motivo di queste sparizioni, dovute anche al fatto che al netto di uno zoccolo duro che va e andrà sempre a ballare, in tanti preferiscono trascorre le proprie serate diversamente. Un club funziona ormai essenzialmente se sa proporre con continuità una serata importante e un ospite davvero speciale: è praticamente sparita la discoteca dove si andava a prescindere. Non esistono quasi più i fedelissimi: si sceglie di volta in volta dove andare in base alla proposta ed ovviamente in base al suo costo. La selezione nel mercato italiano è sempre più spietata e si resta in vetta soltanto se ci sa muovere a 360°: imprenditori che abbiano locali sia estivi che invernali - ad esempio le cordate alla quali fanno riferimento in Emilia Romagna Matis, Peter Pan e Villa delle Rose (in foto) e in Veneto King’s e Storya - oppure chi sa diversificare come l’Amnesia Milano, che collabora attivamente con il Fabrique e organizza eventi elettronici all’ex Macello. Per i locali non esistono alternative, oltre al superguest, si deve offrire un servizio di qualità ovunque: parcheggio, guardaroba, bar. E gli impianti audio e video devo essere sempre più all’altezza.
Negli anni i voli low cost e i festival hanno dimostrato che si può andare a ballare all’estero e far festa anche “soltanto” sino a mezzanotte. L’idea di dover aspettare le 2 se non le 3 di notte non è più tanto di moda, a meno che non ci si trovi a Ibiza, che può contare su un pubblico proveniente da tutto il mondo e un turn-over settimanale. Le discoteche devono capire infine una volta per tutte che si deve investire massicciamente nel sound system e in visual di ultima generazione. Più impianti e meno divani, si diceva qualche anno. Una massima sempre attuale.

AssoBirra: estate e giovani per il futuro della birra

Diffusi i dati del Centro Informazione Birra, che mostrano un cambiamento culturale trainato dalla Gen Z: cresce il bere consapevole e sostenibile

Nella stagione in cui il consumo di birra vede il suo momento migliore, l’estate, cresce anche la tendenza a un consumo più consapevole. Lo mostrano i nuovi dati diffusi da AssoBirra, in vista della Giornata Internazionale della Birra. L’ultima indagine realizzata da Bva Doxa per il Centro Informazione Birra (Cib) di AssoBirra, la fotografia periodica del mondo birrario italiano che segue il report annuale, punta i riflettori sulla Gen Z, che amplia il concetto di responsabilità includendo anche dimensioni valoriali e sociali, come il rispetto dei contesti e il consumo moderato. «I dati confermano un cambiamento culturale in atto - commenta Andrea Bagnolini, direttore generale di AssoBirra, che ha di recente cambiato il board - oggi il consumo di birra si lega sempre più a scelte consapevoli, che riflettono nuovi stili di vita, varietà dell’offerta e una maggiore attenzione al contesto. Un approccio che coinvolge tutte le generazioni e che rende la birra protagonista di una socialità estiva più responsabile, leggera e attenta ai valori».

Andrea Bagnolini, direttore generale AssoBirra

Il bere responsabile è un principio condiviso trasversalmente da tutte le generazioni, come conferma la quasi totalità degli intervistati, che dichiara di adottare sempre o spesso comportamenti consapevoli (89% del campione totale). Tra i comportamenti più diffusi associati al consumo responsabile emerge l’evitare di bere prima di guidare o lavorare (65%). Ma, se la responsabilità è un fattore comune, le motivazioni che sottendono a questo sentiment cambiano in base all’età: la Gen Z mostra una particolare attenzione al benessere psicofisico, all’autocontrollo e alla sostenibilità, i Millennials si distinguono per un approccio più funzionale e orientato alla qualità, mentre la Gen X collega il consumo responsabile soprattutto a lucidità e senso del dovere.

Concentrandosi sulle nuove generazioni, si nota come per la Gen Z entrino in campo anche aspetti valoriali e relazionali: l’influenza del contesto sociale (32%), il bere solo in situazioni percepite come sicure (25%) e la coerenza con il proprio stile di vita (30%). Tra le scelte di consumo emergono anche quella di alternare alcolici e bevande analcoliche o acqua (16%), il trend definito “zebra striping”, che consente di vivere momenti di socialità in modo più attento e responsabile, senza rinunciare al piacere. Una tendenza in crescita soprattutto tra i più giovani, in particolare nella Gen Z, anche nei contesti estivi. Emerge, inoltre, la preferenza per bevande alcoliche sostenibili (12%).

In questo contesto, nei mesi più caldi le preferenze dei consumatori si orientano prevalentemente verso birre leggere, scelte dal 31% del campione totale. Tra gli altri elementi più apprezzati emergono il gusto delicato, non invadente e piacevole anche per chi non è abituato a sapori forti (44%), la bassa gradazione alcolica (29%) e il basso contenuto calorico (26%), segnali di un consumo che coniuga piacere e leggerezza. Si fa strada anche la birra analcolica come alternativa valida per circa la metà del campione: il 25% della Gen Z la sceglie sempre, contro il 19% dei Millennials e il 18% della Gen X, mentre oltre la metà degli intervistati (53%) ne valuta il consumo a seconda dell’occasione. Quando si parla di formati preferiti, la birra alla spina si conferma in assoluto la preferita (48%), sebbene la birra in bottiglia mantenga una buona rilevanza (34%).

A offrire una lettura più ampia sulla visione e sul ruolo del mondo horeca è Dino Di Marino, Direttore Generale di Italgrob, che richiama l’attenzione sul ruolo dei distributori: «L’horeca si è sempre dimostrata pronta a intercettare i cambiamenti in atto. I distributori stanno già adattando assortimenti e strategie, per rispondere alla crescente domanda di scelte più consapevoli e a basso contenuto alcolico». Anche sul versante sostenibilità c'è l'impegno dei distributori a farsi parte attiva: «La nostra missione - promette - è diventare un anello attivo nella diffusione di buone pratiche, valorizzando il rispetto dell’ambiente lungo tutta la filiera: dalla logistica all’utilizzo di packaging sostenibili, fino alla gestione dei rifiuti e alla riduzione degli sprechi».

Distillerie Poli lancia il gin Marconi 21 (sì, 21 è il grado alcolico)

Marconi 21 è il nuovo distillato lower proof nella gamma di Poli Distillerie, che punta alle giovani generazioni che amano bere low&no alcohol

Marconi 21, dove 21 sta per il grado alcolico, praticamente dimezzato. Marconi 21, delicato di nome e di fatto, si aggiunge, infatti, alla gamma di gin Marconi 46, 44 e 42. Ed è con questo nuovo prodotto che Poli Distillerie strizza l'occhio al crescente trend del low alcohol, che piace soprattutto alle generazioni più giovani. Creato con sette botaniche aromatiche, tra cui rosmarino, menta, anice verde e finocchio selvatico, oltre all'immancabile ginepro, Marconi 21 è pensato per chi ama il Gin Tonic, ma senza eccessi, oppure chi desidera un Negroni ben fatto, ma meno alcolico.

Jacopo Poli, titolare Poli Distillerie

A spingere Poli Distillerie a introdurre nella sua gamma un distillato lower proof, i dati che mostrano come sia in crescita il segmento no/low alcol, con un +4% a valore (dati International Wine and Spirits Record riferiti al 2023). «Questo progetto rappresenta un ponte tra la nostra lunga tradizione distillatoria e le nuove tendenze sociali. Sentiamo la responsabilità di ascoltare i consumatori, offrendo prodotti che rispettino la nostra identità ma che parlino anche alle nuove generazioni di appassionati», commenta Jacopo Poli, titolare Poli Distillerie. Gli fa eco Marcello Meregalli, ad di Gruppo Meregalli, che ne cura la distribuzione: «Ritengo che Marconi 21 sia la risposta corretta a un’esigenza attuale, che coniuga la conclamata qualità Poli con un segmento di mercato in evoluzione».

Grazie al suo aroma fresco, con gradevoli note anisate, è molto versatile in miscelazione, come dimostrano queste tre esclusive ricette di cocktail a ridotta gradazione alcolica ideate da Massimo Sandri e Sabrina Raduvolic, titolari di Roots Est 1680, Cocktail Bar di Bassano del Grappa.

Le ricette

White Hanky Panky

45 ml Poli Marconi 21
35 ml Poli Vermouth Gran Bassano Bianco
1 bar spoon di Poli amaro Herbalis

Tecnica “stir and strain”.
Servire in una coppa raffreddata con ghiaccio e guarnire con scorza di limone.

Golden Bee's Knees

50 ml Poli Marconi 21
15 ml miele allo zafferano
25 ml succo di limone

Tecnica “shake and strain”.
Servire in una coppetta e guarnire con scorza di limone. 

Marcon 21 Super Fresh

45 ml Poli Marconi 21
45 ml cordial preparato con menta, foglie di lime kaffir e bergamotto

Tecnica “stir and strain”.
Servire in un tumbler basso con una rim di polvere di buccia di limone disidratato.
Terminare con una spruzzata di profumo al bergamotto.

Amaro Camatti in tour con i Giochi Camatti

"Tutti matti per Camatti", perché la vita è un gioco e l'amaro ligure distribuito da Velier è protagonista di un ricco calendario di eventi a tema giochi

“La vita è un gioco” è il payoff della campagna estiva di Amaro Camatti, che sta trainando il rilancio del brand. Un vero e proprio format che vuole dare nuova vita non solo allo storico amaro ligure, ma anche al valore inclusivo e di aggregazione dei giochi analogici, nato da un’idea di Unfollow Adv, l’agenzia creativa dietro il rilancio del brand, e del team di Spacedelicious, specializzato in event&expecience design. Sono i Giochi Camatti, una serie di micro-eventi pensati per riscoprire la gioia del gioco dal vivo: dalla briscola alle bocce, dalle freccette al biliardino, passando per il nascondino il bowling e così via. «Ogni occasione è buona per divertirsi e ogni spazio può diventare un’arena dove socialità e ironia tornano protagoniste, ridando al pubblico ciò che la pubblicità troppo spesso dimentica: l’esperienza reale, vissuta, collettiva», dicono dall’azienda. Un format partito già ad aprile, che sta dando i suoi frutti, con un +20% nelle vendite in pochi mesi, secondo i dati Velier, che ne cura la distribuzione italiana in esclusiva.

Vale la pena, però, ricordare la storia dell’Amaro Camatti, la cui ricetta originale nasce nella cittadina ligure di Recco intorno agli anni Venti, dall’intuizione del chimico livornese Umberto Briganti. Insieme al fratello Cesare, dà inizio alla produzione che porterà il cognome della moglie: Camatti, per l’appunto. Una miscela di erbe, fiori e radici selezionate, rimasta immutata nel tempo, Camatti è un amaro non troppo amaro, dalla beva sorprendentemente facile: perfetto liscio, con ghiaccio o miscelato, i suoi 20 gradi alcolici lo rendono approcciabile e perfetto per ogni occasione, nonché per dar vita a cocktail a bassa gradazione.

Il percorso dei Giochi Camatti ha già un lungo calendario: nei prossimi mesi sbarcheranno a Torino, Bologna, Genova, Roma, Sanremo e molto presto anche a Napoli (le informazioni sulle tappe sono comunicate sui profili social di Camatti). Ma è un itinerario che non si ferma nei confini nazionali: a ottobre sarà la volta di Hong Kong, nel cuore di uno degli eventi più importanti del settore, il World’s 50 Best Bars. Il viaggio continuerà nel 2026, con i Giochi Camatti Invernali in concomitanza con le Olimpiadi Invernali di Milano e Cortina. Poi, con la primavera, i Giochi sbarcheranno nell’altro emisfero, in Australia, perché anche lì c’è qualcuno che ha voglia di giocare.

Elisabetta Canalis testimonial di San Benedetto Bar Specialist

Elisabetta Canalis testimonial di San Benedetto Bar Specialist
I nuovi spot tv che vedono protagonista Elisabetta Canalis hanno dato un forte impulso al successo di vendite della gamma San Benedetto Bar Specialist.

Il lancio della gamma San Benedetto Bar Specialist ha contribuito a rafforzare il ruolo di protagonista nel settore horeca dell'azienda di Scorzé (Venezia) oltrepassando il 21% del mercato delle bevande gassate e succhi di frutta.

Una ulteriore spinta al successo della gamma San Benedetto è venuta dagli spot tv (di diversa durata 7", 10" e 15") realizzati con la simpatica showgirl Elisabetta Canalis ambientato in un ideale bar tropical. Ideati dall'agenzia The Beef con la creatività di Vincenzo Celli, gli spot sono realizzati dalla casa di produzione Akita Film, diretti dal regista Federico Brugia e sono giocati su un tormentone ironico (Notizia sorprenden-Thè!) come quello usato per gli spot di San Benedetto Thè, rafforzandone la memorabilità.

Elisabetta Canalis nello spot San Benedetto Bar Specialist

Confezionati in bottiglie di vetro da 20 cl con tappo twist-off, la gamma comprende 5 originali mix di frutta San Benedetto Succoso Zero zuccheri aggiunti come Pesca/Banana, Frutti Rossi, Ace, Pera/Banana/Ananas, Albicocca/Banana e tre varianti di Thè San Benedetto con infuso di thè come Pesca. Limone, Verde Matcha.

Gamma San Benedetto Bar Specialist

«San Benedetto Bar Specialist è il frutto di una strategia orientata a presidiare con decisione il canale bar - precisa Vincenzo Tundo, Direttore Commerciale e Marketing Italia San Benedetto - con una offerta che sappia distinguersi e creare valore. Una proposta pensata per rispondere alle nuove esigenze del canale fuori casa e che coniuga gusto e attenzione ai dettagli. Con queste nuove e originali referenze andiamo a completare il nostro ventaglio di proposte avvicinandoci a nuovi target di consumo diventando sempre più un partner strategico per i professionisti di settore. Coin questi nuovi spot proseguiamo un percorso comunicativo che dal 2021 ci vede affiancati a Elisabetta Canalis, volto che incarna in modo autentico i valori di naturale bellezza, equilibrio e stile di vita sano».

Vincenzo Tundo, Direttore Commerciale e Mkt Italia San Benedetto

 

Los dos italianos perdidos en Mexico – La Punta Documental: guarda l’episodio n. 4

L'episodio numero 5 del viaggio in Messico di Cristian Bugiada e Roberto Artusio, fondatori de La Punta Expendio de Agave a Roma

Dieci anni di viaggi in Messico, oltre settanta ore di video girati in loco, innumerevoli distillerie di tequila e mezcal visitate. Roberto Artusio e Cristian Bugiada, fondatori de La Punta Expendio de Agave di Roma e fra i massimi esperti italiani dei distillati di agave sono gli autori di “Los dos italianos perdidos en Mexico”.

Un viaggio documentario in cui "I due italiani perduti in Messico" esplorano il mondo del mezcal, della tequila, del pulque: in una parola, dell’agave. La quarta puntata approda nello stato di Puebla, alla ricerca dei mezcal Papalometl selvatici. L'episodio segue le prime due puntate a Città del Messico (guarda la prima e la seconda puntata) e il passaggio a nell’affascinante città di Puebla (guarda la terza puntata).

Danil Nevsky: «Farete un milione di errori, ed è giusto così»

Cocktail Menu Collection Indie Bartender Danil Nevsky
Danil Nevsky, fondatore di Indie Bartender

Se c’è qualcosa di nuovo, interessante, di tendenza, controverso o utile nel mondo del bar, è molto probabile che sia passato o passerà sotto gli occhi, e quindi per il parere, di Danil Nevsky. Cocktailman, come è noto sui social, è al tempo stesso comunicatore, mentore, ambassador e soprattutto bartender, noto per il contributo infaticabile che fornisce al comunità grazie al suo sito Indie Bartender, per la sua comunicazione senza filtri e per la sua infinita passione per l’universo del bancone. È lui l’ospite della nuova puntata di Off the Record.

Sei forse il comunicatore più conosciuto nel settore del bar. Come giudichi la qualità della comunicazione della industry? 

Orrenda. Credo i bartender siano molto a proprio agio quando sono dietro al banco, ma quando si trovano dall’altro diventano timidi, non sanno come comportarsi, è quasi triste.

Quale può essere uno dei problemi principali?

Non si ascolta più, si aspetta il proprio turno di parlare. Quindi non c’è dialogo, e poi davanti alla telecamera non ci si sbilancia mai, l’industria diventa una stanza piena di eco, di lamentele non costruttive.

«è più facile chiedersi perché gli altri stanno avendo successo (e magari attaccarli) piuttosto che imparare come mandare correttamente una mail»

Come se gli altri non esistessero, in un’industria che invece parla di inclusione e ospitalità.

Esatto, è una continua ricerca di conferme per il proprio ego, e soprattutto i bartender dimostrano che è più facile chiedersi perché gli altri stanno avendo successo e magari attaccarli, piuttosto che imparare come mandare una mail correttamente e in tempo, o sforzandosi di migliorare nella vita di tutti i giorni.

Allora cosa serve per cambiare le cose?

Un buon esempio, ed è uno dei motivi per cui faccio quello che faccio. Di certo non sono Gesù, ma faccio ogni giorno un tentativo per stimolare una discussione costruttiva e contribuire.

Ci riesci?

Non sempre. Ti faccio un esempio: sul mio sito è disponibile gratuitamente la Bar Bible del Milk&Honey, un contenuto che da solo può fare davvero la differenza anche per bartender già esperti. Non immagini quanto minimo sia il numero di download, perché la pigrizia è una delle piaghe di questo settore.

Nella tua rubrica "My two cents", sponsorizzata da Three Cents,  fai finalmente opinione sui fatti salienti dell'attualità nel mondo del bar. Pensi ci sia sufficiente opinione nel settore? 

Il giornalismo di settore è pessimo, con tutto il rispetto. Anche Imbibe, che per me era un esempio eccellente e aveva firme molto interessanti, ora non lo è più. A pensarci bene io ho praticamente il monopolio della comunicazione di un certo tipo, e credo dipenda dal fatto che sono pochi a capire cosa davvero vuol dire opinione: non significa solo lamentarsi, significa fare ricerca, raccontare, discutere i pro e contro, cosa succede, condividere.

E a cosa è dovuto questo problema?

Siamo in realtà una comunità molto piccola e ce ne sentiamo spesso responsabili, come se avessimo paura di incidere sul lavoro o sulla vita di qualcun altro con la nostra opinione.

Vale anche per il giornalismo?

Il giornalismo di settore è spinto dai brand, quindi…

Cosa rende un comunicatore credibile, e quindi meritevole di essere ascoltato nella sua opinione?

Opinioni supportate da critica e fonti, conoscenza e competenza. Evidenziare cosa è negativo, ma al tempo stesso contestualizzarlo, cercando delle spiegazioni e analizzandole. E poi prendersi certe responsabilità: sappiamo tutti dei problemi di droga nel settore e si potrebbero fare in nomi di leggende dell’industria che addirittura sono morte per questo. Lo stesso capita per le molestie sul luogo di lavoro.

Sei stato in passato molto aperto circa l'aver sofferto un burnout. Pensi sia un tema ancora poco affrontato? 

Penso sia molto difficile, perché è soggettivo. Io sono un workaholic, penso di essere invincibile e in continuazione mi rendo conto di no, pagando e le conseguenze. Ma ci sono modi diversi per soffrirne: c’è chi dice che burnout è quando non ti frega nulla più, altri che è quando sei l’unico a credere in un progetto. Io propendo più per la seconda, ma è diverso per tutti; ci sono anche differenze anche culturali, in Vietnam la gente dorme sul lavoro, in Germania dopo sette ore in ufficio ti mandano uno psicologo. Più in generale, credo non si possano conoscere i propri limiti finché non si toccano, bisogna quasi andare in burnout per capire cosa significa e non cascarci più. A me è capitato tre volte, è come sperimentare sei o sette relazioni tossiche prima di crescere definitivamente.

«I cocktail non sono arte.
La includono, certo, ma essenzialmente sono design.
E noi dobbiamo sentirci
dei designer» 

L’ultimo tuo grosso progetto riguarda la creazione di un archivio di menù. Che risorse mancano nel settore a supporto del cosiddetto menu building?

A volte esageriamo con la parola “arte”. Per definizione un artista ha bisogno di creare arte per vivere, non ha un vero e proprio scopo se non quello dell’espressione: puoi venderla, chiaramente, ma non è quella la sua natura. I cocktail non sono arte. C’è dell’arte nei cocktail, ma non lo sono: i cocktail sono design, i designer hanno uno scopo e i cocktail anche, come aperitivo, digestivo, rinfrescante, e al tempo stesso devono essere godibili. Noi dobbiamo essere designer.

Ovvero?

Capire che non possiamo nasconderci dietro espressioni come “sono un artista, faccio quello che voglio”, perché per noi i consumatori sono necessari. I bartender vedono menu, ingredienti e ricette perché non pensano come designer, ma come artisti: paragonano sempre quello che vedono con quello che pensano, ma non hanno idea dei contesti in cui quel singolo drink vive, magari quello specifico cocktail ha senso in quello specifico bar, in quella specifica parte di città. Il contesto è la chiave della discussione perché i bartender possano lavorare sui cocktail meglio.

È un problema di formazione in generale?

Forse sarebbe interessante se i bartender leggessero volumi sul Rinascimento invece di Liquid Intelligence, e se cominciassero a studiare Canva e le sue potenzialità invece di fissarsi sui bicchieri minimalisti.

A proposito di formazione: come descriveresti il livello attuale della professione dei bartender?

Siamo regrediti, penso, ma non in modo lineare. Abbiamo, in teoria, più risorse di quante ne abbiamo mai avute, ma c’è una sorta di paralisi perché ogni singola azienda ha una piattaforma professionale, eppure pochissime sono quelle che poi davvero ci si impegnano. Mancano contenuti tangibili, anche, sembra quasi che sia o troppa teoria o  troppa scienza: serve trasmettere concetti applicabili, contemporanei, freschi. E soprattutto pratici: su Indie Bartender abbiamo un tool per calcolare quanto richiedere come compenso per una guest shift o una collaborazione con un brand, per dirne una.

Tra le priorità dei bartender, troppo spesso, rientrano le classifiche di settore, che tu più volte hai commentato. In che direzione pensi stia andando il sistema 50Best? Come far sì che rimanga un ponte di connessione e non di divisione?

C’è una sorta di tribalismo, ed è un problema. Quando i 50 Best vennero introdotti per la prima volta c’era più comunità, più sostegno reciproco. Oggi si supportano solo i propri amici, c’è molta più politica. Va, però, detto che è comprensibile perché i 50 Best possano essere un obiettivo, in fondo anche il bartending può rischiare di diventare un lavoro routinario, per cui uno stimolo in più fa bene.

Se avessi la possibilità di strutturare un metodo o una classifica di valutazione dei bar, come pensi dovrebbe funzionare?

Rimarrei sulla formula dei 50 Best, ma con la decisione del 2017, con i giudici dichiarati e non anonimi. Farei luce, pubblicamente, su chi viene colto in casi corruzione, senza necessariamente prevedere conseguenze per nessuno, né giudici né bar coinvolti, ma almeno si manterrebbe pulizia. E poi più trasparenza, non c’è chiarezza nemmeno sulle valutazioni: non sarebbe interessante vedere che differenza di punteggi ci sono tra il primo e il secondo, o il primo e il cinquantesimo?

«C'è un elefante nella stanza
del bartending: il consumo
di droga»

C'è qualcosa che proprio non ti piace, del settore? 

Il consumo di droga, è l’elefante nella stanza per una marea di motivi. Ogni volta che viene fuori una storia su comportamenti folli, misogini, razzisti, violenti c’è una storia di droga dietro. Vorrei davvero si comprendesse l’impatto che può avere: se lavori sei giorni alla settimana e sei depresso, e al settimo giorno ti sfondi di cocaina, stai solo passando il tempo e nascondendoti, perché la droga si trasforma in un aiuto a non gestire o affrontare i problemi.

C'è qualcosa che invece apprezzi più di altre?

La nuova generazione di bartender. Il Covid ha eliminato molto del cosiddetto middle management, chiunque fosse già noto prima del Covid lo è ancora, come fossimo sopravvissuti; chi era giovane tanto da poter cambiare lavoro, lo ha fatto. Questo ha creato un vuoto di talenti, per cui i giovani adesso sono troppo giovani per essere manager o head bartender: vuol dire che la nuova generazione farà milioni di errori nei prossimi tre-cinque anni come è giusto che sia, ma chi imparerà potrà arrivare a vette altissime.

Hai un messaggio per queste nuove generazioni?

Vorrei trasmettere le due regole che stanno dando forma alla mia vita. La prima, insegnatami dalla mia mamma che non ho idea di dove l’abbia trovata: chi non rischia non beve Champagne. Mi piace perché finora qualsiasi cosa abbia fatto è stato un rischio, che sia stato fisico o economico, anche se non tutto è andato bene come avrei voluto, l’ho fatto e non me ne pento (almeno, di alcune cose meno di altre!).  E poi un vecchio detto scozzese che mi ha insegnato il mio primo mentore: “Hai due occhi, due orecchie e una bocca: usale in questa proporzione”.

Athanasia, lo spirito immortale del bere artigianale e di qualità

Athanasia
Il tanaceto come firma botanica e identitaria della gamma del giovane marchio piemontese, che dalle Alpi ha conquistato i giudici internazionali dell’Iwsc 2025 di Londra, aggiudicandosi quattro medaglie, tra le quali la prestigiosa Gold Outstanding

Dal cuore delle Alpi piemontesi nasce un progetto che punta a elevare l’esperienza del bere nel mondo del fuori casa. Si chiama Athanasia e porta avanti questa mission con un’offerta di prodotti artigianali che uniscono territorio, qualità e versatilità, pensati per locali e bartender che vogliono distinguersi con una proposta autentica, dai sapori unici e capaci di fondere tradizione e innovazione.

Fondato nel 2022 da Manuela Cavallo, il marchio prende il nome dalla parola greca Athanasia, “immortale”, appellativo attribuito al tanaceto, pianta alpina nota anche come “erba dell’immortalità” per le sue proprietà curative. Ed è proprio questa pianta l’ingrediente distintivo e il filo conduttore di ogni creazione dell’azienda.

Dalla ricetta di famiglia al successo internazionale

Tutto è cominciato con la riscoperta dell’arquebuse, un antico digestivo della tradizione piemontese, che Manuela ha deciso di produrre recuperando una ricetta di famiglia e coltivando il tanaceto con metodi naturali nei terreni aziendali, situati sopra gli 800 metri di altitudine. Da lì, l’offerta Athanasia si è evoluta, anche grazie alla collaborazione con Patrizio Zappavigna, consulente strategico con 20 anni di esperienza nell’hospitality. Insieme hanno ampliato la gamma con prodotti pensati per coprire tutti i momenti della giornata: dall’aperitivo al dopo cena, sempre con un’identità chiara e distintiva.

Oggi Athanasia conta cinque referenze, realizzate artigianalmente presso l’Antica Distilleria Quaglia, sinonimo di qualità ed eccellenza nel panorama liquoristico italiano: Arquebuse Liquore al Tanaceto, Gin al Tanaceto, L'Aperitivo, Il Bitter Amaro e Il Liquore Originale. Prodotti che stanno registrando un importante apprezzamento da parte dei professionisti del fuori casa e dei loro clienti, così come della critica internazionale, come testimoniano le quattro medaglie conquistate all’Iwsc 2025, tra le quali la prestigiosa Gold Outstanding per il Liquore Originale.

Cinque referenze, un’identità comune

Capostipite della famiglia Athanasia, l’Arquebuse Liquore al Tanaceto (medaglia di bronzo all’Iwsc) è un tributo alla tradizione e una celebrazione del tanaceto: l’unico ingrediente di questo liquore essenziale e sorprendente. Rivisitazione moderna dello storico digestivo piemontese, offre un’esperienza più delicata e raffinata, esaltando la ricchezza aromatica della pianta. A basso contenuto zuccherino, dal profilo balsamico e intenso, è ottimo da servire come digestivo, anche in accompagnamento al caffè, ma si presta anche a un uso creativo in miscelazione.

Dall’infuso di tanaceto prende vita anche il Gin, distillato in cui la pianta alpina è l’unico ingrediente botanico, insieme al ginepro. Il risultato è un distilled gin dalla struttura pulita e dal profilo aromatico distintivo, dove il tanaceto conferisce note balsamiche e floreali, impreziosendo la classica base con una personalità tutta alpina. Pensato per la miscelazione, conquista anche in purezza o on the rocks, grazie alla sua finezza e profondità.

Più valore all’aperitivo

Al mondo della mixology guarda anche L’Aperitivo (oro all’Iwsc), concepito per elevare il momento dell’aperitivo. Un prodotto che unisce note floreali, date da camomilla, gelsomino e sambuco, e agrumate di bergamotto, pompelmo e cedro, in una composizione fresca, elegante e versatile. Il profilo aromatico è ricco ed equilibrato: al naso si percepiscono sentori fioriti e di rabarbaro, mentre al palato emergono sfumature di frutti rossi, tè Earl Grey e arancia amara, su una base gentile e persistente data dal tanaceto. Di color rosa tenue, con gradazione alcolica contenuta, è perfetto per dare vita a cocktail signature, ma anche per miscelarsi con una semplice tonica o soda, garantendo un risultato raffinato e di alto impatto sensoriale.

Una struttura complessa ma armoniosa caratterizza il Bitter Amaro (oro all’Iwsc) che offre una visione contemporanea di due pezzi da novanta della tradizione liquoristica italiana, l’amaro e il bitter, in un unico prodotto. Note vivaci di arancia amara, accompagnate da un coro di erbe e spezie catturano l’olfatto, mentre al palato rivela un raffinato bilanciamento di rabarbaro ed erbe verdi pepate, con un finale lungo e pulito che rievoca il profilo dei classici aperitivi amari. La parte amara è data da tanaceto, rosmarino, genziana, rabarbaro, alloro e china, mentre assenzio e pepe garofanato contribuiscono al carattere rude e complesso. Schietto e armonioso, è ideale liscio, con soda, o come base per cocktail d'autore.

Il Liquore Originale: struttura e profondità

Il Liquore Originale (oro con Outstanding all’Iwsc), ultimo nato di Athanasia, regala un viaggio sensoriale dove, con una perfetta alchimia di sapori, il tanaceto si accompagna ad aromi speziati e pungenti. Un liquore strutturato, dal tenore alcolico sostenuto (42%) che seduce il naso con le note vibranti di mela verde e fiori bianchi, e il palato con la deliziosa speziatura di semi di finocchio e un tocco pepato, culminando in un finale floreale, arricchito da sentori di scorza d'arancia e spezie terrose. Un prodotto di grande eleganza, da assaporare lentamente in purezza o da utilizzare per dare un tocco distintivo in miscele ricercate.

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