Con una rete di 28 punti vendita, Altasfera è una realtà consolidata nel canale del cash&carry e punta sempre di più sul canale bar con la linea Aperisfera
L’aperitivo è molto più che un’abitudine: è un momento chiave per ogni bar, dove si costruisce la relazione con il cliente e si misura la capacità di offrire qualità, esperienza e personalità. È in questo spazio di creatività e servizio che oggi si inserisce Altasfera Italia, una realtà consolidata nel canale del cash&carry, capace di portare la propria competenza anche nel mondo della mixology. A quest’ultimo è dedicato il nuovo marchio Aperisfera, che va ad affiancarsi ad altre due linee che hanno costruito l’identità del brand e che sono state recentemente oggetto di restyling: Altasfera, dedicata all’utilizzo professionale in cucina, e Alti Piaceri, pensata per un consumo di qualità nel mondo horeca.
Con una rete di 28 punti vendita tra soci e partner, distribuiti fra Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna ed Emilia-Romagna, l’azienda ha chiuso il 2024 con 300 milioni di euro di fatturato. Numeri che raccontano la solidità di un gruppo, ma anche una visione chiara: offrire ai professionisti dell’ospitalità strumenti concreti, affidabili e pensati per semplificare il lavoro quotidiano.
Una gamma che parla il linguaggio dei bartender
Le Speed Bottle da 1 litro a marchio Alti Piaceri
Strutturata per chi vive il bancone come un laboratorio creativo, la gamma di Altasfera per la mixology si sviluppa in 32 referenze, che, utilizzando i tre marchi aziendali, riescono a coprire un ampio numero di bisogni, rispondendo a tutte le esigenze di qualità e velocità di servizio.
Cinque le categorie principali su cui si concentra l’assortimento Altasfera per il bar, a cominciare dalla gamma di Speed Bottle da 1 litro, composta da preparati di frutta concentrati per i cocktail. Cocco, Cranberry, Fior di Sambuco, Fragola, Granatina, Passion Fruit e Pesca: sono questi i gusti disponibili in un formato speciale, che risponde all’esigenza di garantire maggiore precisione nel dosaggio, una presa più comoda e un utilizzo più agevole, particolarmente apprezzato dai bartender durante il servizio. Senza glutine e senza lattosio, i gusti sono stati pensati per supportare i professionisti nella realizzazione di drink originali ed esteticamente curati, aiutandoli a esprimere al meglio la propria creatività e a valorizzare la presentazione del cocktail. Ugualmente pensata con una finalità pratica, la linea dei complementari per cocktail, utili a completare ogni drink con equilibrio, precisione e immediatezza. Disponibili in versione lime cordial, sciroppo di zucchero, sciroppo di canna, sweet&-sour, succo di limone e succo di lime. Il succo di limone è, inoltre, disponibile anche in formato tanica da 5 litri, utile per chi lavora su alti volumi. Le ricette concentrate di questi prodotti sono studiate per facilitare la miscelazione e aggiungere il tocco finale a esperienze di gusto autentiche e sensoriali.
In formato da 750 ml, troviamo la linea per bibite e granite, nei gusti di Amarena, Arancia, Cocco, Fragola, Granatina, Latte di Mandorla, Limone, Menta e Orzata. Una linea pensata per decorare e aromatizzare drink alcolici e analcolici, nonché le granite, esprimendo al meglio il sapore e aroma del frutto. Quando crescono i volumi delle bibite analcoliche, fresche e dissetanti, arrivano in aiuto i preparati per bibite in tanica da 7 kg. A base di succo concentrato, offrono un’alta resa e si diluiscono in rapporto 1:7 (1 parte di prodotto in 7 parti d’acqua) e sono disponibili nei gusti Ace, Ananas, Arancia e Arancia Rossa.
Le basi alcoliche più utilizzate, a marchio Aperisfera
La linea di basi alcoliche per la miscelazione a marchio Aperisfera
Con un occhio speciale al mondo mixology, Altasfera ha realizzato un’esclusiva linea di prodotti alcolici a marchioche comprende le basi più utilizzate dai bartender: il rum blanco Plaja Dorada, la vodka Voronov e il gin Stanfield (tutti da 1 litro e 37,5% Abv), a cui si aggiungono Aperisfera Aperitivo 11% e Aperisfera Bitter 25% (da 1 litro). Una novità in cantiere, relativa alla gamma di prodotti Aperisfera, è l’introduzione del formato da 200 cl, studiato per offrire un’ulteriore convenienza, nonché un ampliamento della gamma, con prodotti sia food che mixology, per rendere sempre più accattivante e cost effective il momento dell’aperitivo e dell’after dinner.
Dopo cinque giorni di performance ad altissima intensità, Jack Simpson, australiano di Axil Coffee Roasters di Melbourne, è stato incoronato World Barista Champion 2025sul palco di HostMilano.
Alle sue spalle Simon SunLei (Cina) e Ben Put (Canada), seguiti da Jason Loo (Malaysia), Hiroki Ito (Giappone) e Christopher Sahyoun Hoff (Danimarca). Nessun italiano in finale quest’anno, ma il pubblico della fiera milanese ha potuto assistere a una delle edizioni della gara organizzata dalla Specialty Coffee Association più tecniche e consapevoli degli ultimi anni: 51 campioni nazionali in gara, 25° anniversario della competizione, e un livello di storytelling e precisione mai visto prima.
Simpson ha dedicato la sua routine a due produttori con cui lavora da anni, Jonathan Gasca Serna (Finca Zarza, Colombia) e Jamison Savage (Finca Deborah, Panama), costruendo la presentazione intorno a un messaggio potente: «Il nostro compito non è solo fare un buon caffè, ma rappresentare le persone che lo rendono possibile».
La sua vittoria, arrivata dopo sette anni di allenamenti e tre finali consecutive, segna il quarto titolo mondiale per l’Australia e consolida il ruolo del Paese come una delle capitali globali del caffè specialty.
Un campionato che cambia volto
Dalla prima edizione di Monte Carlo nel 2000, il World Barista Championship ha ridefinito le competizioni barista e influenzato l’intera industria. In 25 anni, la gara ha introdotto nuove tecniche di estrazione, ha acceso la curiosità su metodi di fermentazione come la carbonic maceration e ha trasformato il barista in ambasciatore di cultura e sostenibilità.
Quest’anno, più che mai, il focus è stato sull’etica del caffè e sul rapporto tra innovazione e responsabilità verso i produttori. Simpson, infatti, ha messo in guardia dal rischio di una corsa all’estetica della complessità: «Le fermentazioni estreme e le varietà rare sono affascinanti, ma serve continuità per chi coltiva».
Nuove tendenze, tra etica e innovazione
Dal palco milanese sono emerse alcune tendenze chiare:
• Responsabilità e trasparenza: il barista come voce dei produttori e ponte tra origine e tazzina.
• Fermentazioni controllate, ma più consapevoli, con focus sull’impatto economico e ambientale.
• Integrazione delle tecnologie intelligenti, con macinini, macchine espresso e water management sempre più connessi e precisi.
• Storytelling come competenza chiave: ogni presentazione è un racconto che unisce ricerca, sensibilità e rigore tecnico.
L’Italia in platea
Nessun italiano tra i finalisti della gara della Specialty Coffee Association, ma un pubblico numeroso e un forte coinvolgimento nazionale grazie alla cornice di HostMilano, che ha ospitato anche i campionati Aicaf-Altoga, il Gran Premio della Caffetteria Italiana, vinto da Cristina Pangrazio (prima donna a conquistare il titolo).
Tra le altre gare: Daniele Esposito (Campania) per la Lags “verde”, Andrea Tianyu Wang (Veneto) per la “oro” e Vittorio Orsina vincitore della Moka Challenge (leggi I nuovi campioni delle Lags Battle e del Gran Premio della Caffetteria Italiana).
Una lezione di umanità
«Abbiamo tutti gli strumenti per fare un grande caffè, ma il più importante è la voce», ha detto Jack Simpson al termine della sua routine. Parole che racchiudono la missione del barista contemporaneo: trasmettere il valore del caffè.
Dopo anni di performance sempre più complesse, il World Barista Championship sembra tornare alle origini, non nel formato, ma nello spirito. Quello di un mestiere che continua a evolversi, senza mai perdere il suo centro: le persone.
Ispirato alla leggendaria Biblioteca di Alessandria, il nuovo cocktail bar dell’Hotel Number Nine propone un viaggio tra libri e sapori, dove i cocktail firmati da Leonardo Polvani diventano racconti da vivere. Accanto alle creazioni signature, una selezione di classici “quasi dimenticati”
Nel cuore di Firenze, a pochi passi dal Duomo, l’Hotel Number Nine si conferma una delle realtà più dinamiche dell’hôtellerie cittadina. Parte del progetto House of Nine, brand indipendente della famiglia Moretti, guidato da Ginevra Moretti insieme al marito Maximilian Fane, la struttura rappresenta una delle operazioni più interessanti degli ultimi anni nel panorama fiorentino del lifestyle. Ristrutturato nel 2023, il complesso racchiude un boutique hotel cinque stelle, il primo Members Club della città, la Nine Spa & Wellness, il Daisy’s Restaurant con musica dal vivo e da pochi mesi anche The Orientalist, nuovo cocktail bar che unisce eleganza, viaggi e suggestioni letterarie.
Anni Venti in chiave esotica
Progettato da Ginevra Moretti, The Orientalist si inserisce nello spazio del Members Club, reinterpretando i club privati anglosassonidegli anni Ventiin chiave esotica con velluti moreschi, luci soffuse e arredi dal fascino coloniale che evocano l’atmosfera dei salotti orientali, tra profumi di spezie e richiami al viaggio.
1 di 5
Ispirato alla leggendaria Biblioteca di Alessandria, il locale propone un percorso tra libri e sapori ed ogni cocktail diventa una storia da sfogliare, un racconto da vivere. L’esperienza è aperta a tutti: si può venire per un assaporare un drink, assistere ai concerti live del Daisy’s Restaurant, godersi la cigar room oppure la sala biliardo. Dietro il bancone c’è Leonardo Polvani, classe 1999, nato a Nairobi da padre fiorentino e cresciuto tra Africa ed Europa. Dopo esperienze tra Portogallo, Berlino e in Italia, oggi guida il bar con uno stile personale, artigianale e cosmopolita.
Un viaggio sensoriale
La nuova drink list, presentata da poco e frutto di mesi di ricerca, racconta la sua filosofia: cocktail che non confondono la mente, con pochi ingredienti chiari e leggibili, pensati per accompagnare l’ospite in un viaggio sensoriale lento e piacevole. «I cocktail che abbiamo creato evocano sensazioni di viaggio – racconta -. Mi ispiro spesso all’Oriente, alle sue spezie e alla sua filosofia del tempo: lenta, meditativa, sensoriale».
Il menu nasce come un indice ragionato di storie. L'intero staff ha condiviso letture e suggestioni, scegliendo opere capaci di evocare luoghi, tempi e stati d’animo. «Talvolta è partito prima il libro, cui è seguita la traduzione sensoriale dell’idea, altre volte, invece, prima l’idea di cocktail e in seguito il titolo che meglio lo potesse raccontare», spiega Polvani.
Un omaggio alla letteratura mondiale
Non si tratta di una collezione di ricette, ma di una mappa narrativa che invita a rallentare, a perdersi e a ritrovarsi, proprio come nella lettura di un buon romanzo. Per questo la carta mette insieme opere classiche e contemporanee, dall’avventura di Verne alla meditazione di Hesse, passando per Calvino, Murakami, Orwell, Hemingway.
Il menù, intitolato La Grande Biblioteca, si compone di quattordici signature cocktail che omaggiano la letteratura mondiale, con prezzi tra 16 e 22 euro come il Siddhartha (18 €) con Vodka al cocco tostato, cordiale di zenzero, cetriolo e aceto di mele, succo di lime e bordo al curry, Memorie di una Geisha (18 €) con Chivas Regal 18, sciroppo al tè nero, maraschino e tonico allo yuzu, Il Vecchio e il Mare (18 €) con Havana 3 años, Tio Pepe, vermouth bianco, cordiale agrumi, acqua di pomodoro, soluzione salina, pre-dinner sapido e marino.
Grandi classici quasi dimenticati
Accanto ai signature, Polvani propone anche una selezione di grandi classici in stile “transatlantico”, con prezzi compresi tra 10 e 15 euro; un omaggio ai cocktail immortali e a quelli “quasi dimenticati”, che lui ama riscoprire e reinterpretare con tocco personale. In carta troviamo, per esempio, l’Old Fashioned (12 €), il Whiskey Sour (14 €), il Martini Cocktail (14 €), il Negroni (12 €), il Manhattan (14 €), il Sazerac (12 €) e il Daisy’s Spritz (15 €), accanto ai più richiesti come Gin&Tonic, Espresso Martini e Bloody Mary.
«Ogni drink, anche il più semplice, deve avere qualcosa di mio – spiega Polvani -. Un dettaglio che lo renda riconoscibile, senza mai appesantirlo». Il suo Old Cuban rimane il cocktail del cuore: una versione personale con basilico e Franciacorta Ferghettina al posto di menta e Champagne, preparata con rum Santa Teresa, cordiale agli agrumi, lime e limone fresco. Avvolgente, con una nota spicy di pepe nero e una bolla che mantiene la bocca pulita, è perfetto come aperitivo.
Dialogo con la cucina
All’interno del Members Club, gli spazi del Daisy’s Restaurant, curato da Maximilian Fane, e di The Orientalist sono distinti ma contigui: due anime che convivono nella stessa area. I cocktail possono essere accompagnati da piccole tapas o dry snack, oppure dagli antipasti e crudi disponibili al bar; un dialogo continuo tra cucina, miscelazione e musica che rende l’esperienza all’interno di House of Nine coinvolgente e conviviale.
Guarda all’universo femminile sempre più protagonista dell’ospitalità la nuova menzione speciale di Barawards, She Bartender dell'Anno. Un riconoscimento dedicato alle professioniste che, con talento, visione e determinazione, stanno ridefinendo le regole del bartending contemporaneo. La menzione speciale, promossa in collaborazione con Pallini e assegnata da Bargiornale, vuole premiare chi non solo eccelle dietro al bancone, ma si distingue anche come esempio di empowerment, innovazione e cultura dell’ospitalità.
Un premio alle protagoniste dell’ospitalità
Il mondo del bar e dell’ospitalità sta vivendo una trasformazione profonda, in cui le donne diventano sempre più protagoniste. Bartender, bar manager e F&B manager stanno portando avanti un nuovo linguaggio fatto di qualità, ascolto, visione imprenditoriale e attenzione alle persone.
Con She Bartender dell’Anno, la redazione di Bargiornale, insieme a Pallini, intende valorizzare le figure femminili più influenti del settore, accendendo i riflettori su storie professionali che meritano visibilità, riconoscimento e celebrazione.
La menzione speciale nasce per raccontare un cambiamento culturale reale, già in atto nei migliori locali d’Italia, ispirare nuove generazioni di professioniste e professionisti del settore e promuovere attivamente i valori della diversità, dell’inclusione e della leadership positiva.
Un premio, una narrazione
She Bartender dell’Anno non è solo un titolo: è una storia da raccontare, condividere e amplificare. Significa dare voce a un percorso di crescita, di resilienza e di eccellenza. Un contenuto che vive sui canali di Bargiornale, nei racconti social, nei video, nelle newsletter e nelle community del settore.
Bartender, campionessa, imprenditrice, personaggio Tv, mentore, speaker, designer: Kate Gerwin risponde a ciascuna di queste definizioni, tenendole tutte collegate con il filo della sua passione per il bar e per l’ospitalità. Oggi è titolare di Happy Accidents, ad Albuquerque, New Mexico (Usa); lontana dai riflettori ma costantemente al centro di attività di formazione, eventi e incontri ovunque nel mondo, contribuendo con esperienza e opinione allo sviluppo della comunità bartender mondiale. È lei l’ospite della nuova puntata di Off the record.
Ci sentiamo mentre sei nel mezzo di un tour europeo, tra Barcellona, Atene e Milano. Essere una traveltender è fondamentale al giorno d’oggi?
Non direi. Viaggiare è utile per il marketing e le pr e di certo aiuta a ottenere una visibilità che può tradursi in grandi opportunità. Per me che faccio parte di un mercato piccolo è un vantaggio enorme, perché mi permette di assorbire da altre culture, comprendere i trend e diversificare il programma del bar. Ogni volta che torno porto qualcosa di nuovo da implementare, e così il bar cresce. Non credo che viaggiare così tanto sia altrettanto cruciale per bar di New York o Londra. E so di essere privilegiata perché ho uno staff straordinario che mi permette di stare fuori a lungo: quando torno a casa sono praticamente inutile nel mio bar, perché una macchina perfetta grazie a loro.
«Se sei un bar di quartiere, paghi le bollette grazie ai tuoi clienti abituali. E loro se ne fregano dei trofei»
Viaggiare può aiutare nel costruire una rete che porti a premi e riconoscimenti? Certo, ma non credo i premi siano indispensabili; di sicuro garantiscono esposizione mediatica e piacciono, ma a un certo punto bisogna chiedersi: chi paga le bollette? Se sei un bar di quartiere, sono i tuoi clienti abituali e loro se ne fregano delle liste: vogliono solo stare bene. Apprezzano che tu viaggi per portar loro nuove esperienze culturali, non certo per i trofei.
Albuquerque, dove sei di base, è piuttosto lontana dai riflettori: è un vantaggio o un ostacolo?
È più un vantaggio che una penalità. L’unico lato negativo, che odio davvero, è che in mercati piccoli la gelosia è più profonda verso quei pochi bar che ce la fanno. Questa mentalità può essere frustrante, ma tutto il resto gioca a nostro favore: ogni cosa che impari fuori e riporti a casa ti dà un vantaggio in termini di opinioni, tecnica e cultura. C’è anche da combattere una buona dose di incomprensione.
Ovvero? Il lavoro che facciamo viene spesso sottovalutato e ridotto a una sorta di vita da rockstar, pressoché sempre in viaggio, come me, Iain McPherson, Danil Nevski. Dietro, però, c’è una montagna di lavoro, di assenze da casa e famiglia, e un grande investimento di energie, anche solo per mantenere una presenza “social”, cose che magari in contesti meno cosmopoliti può non essere sempre capita.
«A noi bartender servono le stesse nozioni di uno chef e in più dobbiamo gestire il faccia a faccia con il cliente.
Eppure siamo ancora visti come quelli che vogliono far tardi e divertirsi»
Hai una solida e positiva esperienza in Tv, con una bellissima partecipazione a Drink Masters (show di Netflix, ndr): credi ci sia abbastanza consapevolezza tra i professionisti del settore, perché il bar abbia davvero appeal come è stato per gli chef?
Per nulla, ed è uno dei motivi per cui ho accettato di partecipare al programma. Per essere bartender di alto livello sono necessarie una conoscenza e una competenza enormi, ma spesso siamo ancora visti come quelli che vogliono solo far tardi e divertirsi. In realtà dobbiamo avere le stesse nozioni di uno chef, anzi, dobbiamo conoscere una quantità di brand e prodotti sterminata, reagire a richieste di cocktail fuori carta in pochi secondi, spiegare menu, e allo stesso tempo gestire l’aspetto sociale, faccia a faccia con il cliente, che in cucina manca. Il programma Tv ha avuto un buon impatto, ma vorrei che la passione che mettiamo in questo lavoro fosse trasmessa meglio al consumatore finale: c’è tantissimo da raccontare, che ancora rimane sommerso.
La community fa abbastanza perché il grande pubblico reagisca nel modo giusto?
Facciamo molto, ma è difficile per il pubblico comprendere tutto se siamo in pochi a impegnarci davvero. C’è ancora tanto lavoro di divulgazione da fare, anche sui social, e non è facile. Mi piacerebbe che ci fosse un Anthony Bourdain del bartending, qualcuno che racconti il lato umano e passionale del nostro mestiere.
«Tutti rincorrono la popolarità, troppo spesso a scapito dell’ospitalità. Io valuto un bar osservando se lo staff è felice»
La community del bar è sana?
Assolutamente no. Ma ci stiamo provando. Stiamo iniziando a capire cosa va sistemato: le ore di lavoro da inquadrare, il consumo eccessivo di alcool e droghe, i ritmi insostenibili. La competizione non è sempre sana: tutti rincorrono la popolarità, troppo spesso a scapito dell’ospitalità.
I 50 Best rimangono un argomento trainante. Ciascuno deve capire vuole davvero dall’industria e quanto è disposto a impegnarsi per ottenerlo. Alcuni bar “giocano al gioco” fino in fondo, e se il mercato lo richiede, funziona. Noi ad Albuquerque siamo entrati nei 50 Best America, ma non abbiamo visto un grande aumento di clienti dopo essere stati inclusi. Quando però siamo finiti sul giornale locale, sì, l’impatto si è sentito. Ci sono motivi validi per “giocare al gioco”, ma bisogna capire quanto si è in grado di sostenerlo: tra guest shift, bar show, premi… è estenuante.
Kate Gerwin
Cosa non sopporti del settore oggi?
L’ipocrisia. Tutti vanno ai pop up degli altri, poi ne parlano male dopo aver assaggiato i drink. È pieno di giudizio gratuito. Il gusto è soggettivo, è ingiusto dire che qualcosa “fa schifo” a prescindere. Io valuto un bar osservando lo staff: se è felice, se interagisce con i clienti, se contribuisce alla comunità. Soprattutto nei luoghi a carattere più locale, se non vai in chiesa, vai al bar. E il bar dovrebbe essere un luogo di comunità.
Un esempio? Tres Monos a Buenos Aires, in Argentina: hanno creato una scuola di formazione per persone svantaggiate. Non lo fanno per marketing, ma per spirito di comunità. Ecco, quelli sono i migliori bar del mondo per me: quelli da cui voglio imparare.
In una recente intervista racconti che un paio d’anni fa dicevi che le donne dovevano avere una “corazza”, poi hai cambiato idea e hai detto che sono gli uomini a dover cambiare. È successo?
Non ancora, ma qualcosa si muove. Sono sempre riuscita a scrollarmi tutto di dosso, e ne sono orgogliosa, ma non è così per tutte. In una chat Whatsapp globale di donne bartender, recentemente abbiamo parlato di un articolo sui 50 Best: il titolo era “Abbiamo parlato con i migliori bartender del mondo” e c’erano solo uomini. In una stanza piena di donne straordinarie, nessuna intervistata. Oppure guest shift di gruppo con una sola donna, messa in un angolo. L’industria deve capire che così perde talenti incredibili, e a rimetterci è tutto il settore.
«troppo spesso si includono donne perché “bisogna”, non perché si riconosce il talento»
Essere imprenditrice comporta difficoltà aggiuntive rispetto all’essere bartender?
“Oh, tu sei la proprietaria del bar?!”, lo sento spesso. Le imprenditrici donne non hanno ancora lo stesso peso, ma vedo segni di cambiamento. Tuttavia, c’è ancora troppo tokenism: si includono donne perché “bisogna”, non perché si riconosce il talento.
C’è qualcosa che avresti voluto sapere prima di diventare imprenditrice?
Sì, avrei voluto conoscere meglio l’aspetto finanziario e gestionale. Gestire un bar non è divertente come si pensa: è burocrazia, organizzazione, responsabilità. Non basta saper fare ottimi drink.
Ti concentri molto sul benessere dello staff: come lo promuovi?
Attraverso una comunicazione genuina. Voglio sapere come stanno, davvero. Devono sentirsi liberi di esprimersi, anche nel conflitto. E devono potersi permettere di dire a un ospite che non è gradito: l’ospite non ha sempre ragione. Capisco il servizio di altissimo profilo, ma la vera ospitalità è altra cosa. Voglio che il mio staff si senta libero di parlare apertamente.
Con oltre vent’anni di esperienza, cosa hai visto davvero cambiare nel settore? E di cosa ti senti più responsabile?
Ho cercato di portare più attenzione sulla salute mentale. Oggi più bar, brand e professionisti iniziano a preoccuparsi del benessere reciproco. Siamo ancora lontani da una situazione ottimale, ma stiamo comprendendo quanto il nostro lavoro impatti sugli altri e su noi stessi. E soprattutto, stiamo imparando a vedere le persone per quello che sono — senza bias di genere.
Sei anche una madre, e ti batti per dimostrare che è possibile mantenere un equilibrio familiare lavorando al bar.
È ancora difficile, perché è mal compreso da entrambi lati del bancone. Per molti imprenditori è un tabù, la maternità è vista come una sorta di ostacolo insormontabile: pochissime donne incinte verrebbero assunte, e il post-partum è sempre complicato burocraticamente, cosa che si aggiunge alle difficoltà intrinseche della cosa. C’è ancora molta strada da fare.
Sei stata la pima donna vincere una competizione globale (Bols Around the World nel 2014). Le competizioni servono davvero al percorso di un bartender?
Sì, possono essere utili per la crescita personale e la visibilità. Mi hanno aiutata molto ed essere stata la prima a vincere una competizione di quel tenore è servito anche ad altre donne per capire che è possibile per tutte. Ma ci sono anche lati negativi: l’impatto emotivo può essere forte, perché i giudizi sono inevitabilmente soggettivi, non so mai d’accordissimo quando leggo di giudizi imparziali. Non è impossibile che una performance o una ricetta di gran qualità poi non siano quelle vincenti, perché molto dipende dall’esperienza, dai ricordi, dalle idee dei giudici. Come dice Al Pacino in un suo film celebre, Any given Sunday (Ogni maledetta domenica, ndr), qualcuno vince o perde. Quello che davvero conta è come vinci o perdi.
«Versate sbagliate, overpour, uso scorretto del jigger: stiamo perdendo di vista la tecnica. E diamo poca attenzione all'ergonomia del bar»
In un tuo recente articolo hai detto che i bartender del mondo stanno perdendo sempre più di vista la tecnica. Lo credi ancora?
Assolutamente sì. Ho avuto la fortuna di visitare i migliori bar del mondo, ma anche lì ho visto errori basici: versate sbagliate, overpour, uso scorretto del jigger, shakerate corte, poca concentrazione. Si parla tanto di salute mentale, ma poco di ergonomia: bartender che impugnano strumenti in modo esteticamente attraente ma si distruggono i polsi, o bar progettati male che ti costringono a piegare la schiena in continuazione. Invece di versare con il mignolo alzato dovremmo concentrarci più su cosa davvero è fondamentale.
“Siate autentici” è uno dei tuoi mantra: è davvero così importante?
Sì, ma non è tutto. Non tutti vanno bene per tutti, e va bene così. Essere se stessi non significa essere diversi, ma dimostrare che non esiste una formula unica per il successo. Più persone lo capiscono questo, più l’industria cresce, ma non va sottovalutato tutto il resto: chiunque può essere sé stesso in questa industria, ma è un mestiere che richiede una quantità di energia enorme. Sempre.
L’aperitivo non è morto: ha solo cambiato il tono di voce e smesso di urlare. Sta per chiudere il suo 2025 con meno rumore e più consapevolezza. I consumi si fanno più selettivi, il portafoglio è attento e la sensibilità salutista invita a bere con misura. Il risultato? Qualche drink in meno forse, ma più pensato. Meno “booze”, più esperienza. Dopo anni di proposte scenografiche il pubblico è a caccia di autenticità. Non cerca effetti speciali alla Steven Spielberg, ma emozioni vere. Si beve per stare bene, non per fare i gradassi del saloon. E si sceglie il bar come si sceglie una compagnia: per come ti fa sentire, non solo per ciò che mette nel bicchiere.
È finita l’era dell’aperitivo come status symbol: (ri)comincia quella dell’aperitivo come relazione. Il buffet, un tempo monumento alla confusione, si ritira. Al suo posto arrivano piatti identitari, condivisi, coerenti con l’anima del locale. L’abbinamento food & drink non è più un matrimoni di convenienza, ma una storia d’amore ben scritta: ingredienti locali, piatti semplici, riconoscibili, spesso da mangiare con le mani, perché la convivialità non ha bisogno di posate. Il trainer bar chef Filippo Barracano di Ad Horeca spiega che la formula vincente unisce velocità, coerenza e percezione di valore. Tradotto: meglio tre taralli sinceri che un buffet che sa di tutto e di niente. Sul fronte beverage, meno orpelli e più attenzione all’operatività. La miscelazione torna alla sostanza: highball, sode profumate, gradazioni moderate e tanto ghiaccio buono. È il ritorno dell’essenzialità, ma con cervello: “less is more” non come moda, ma come metodo.
Il Quanto Basta di Lecce, protagonista della copertina del numero di novembre 2025 di Bargiornale, è il manifesto di questa evoluzione. Diego Melorio e Andrea Carlucci hanno fatto della loro strada una sala da bar. Nessun tappeto rosso, solo un banco e un’idea chiarissima: l’ospitalità non si misura in litri, ma in gesti. Appena l’ospite si siede arrivano acqua, patatine, taralli e olive. Nessuna strategia, solo educazione liquida. «Il cibo copre il 3% del fatturato, ma il 100% del benessere», scherzano. Il loro è un bar pop e colto allo stesso tempo, dove un Whiskey & Soda vale quanto un qualsiasi altro classico, se dentro c’è l’idea giusta. In un mondo che complica tutto, loro hanno deciso di semplificare. «Abbiamo imparato che il segreto non è stupire, ma far stare bene. Il bar è un posto a cui si appartiene», dicono. E in effetti, chi passa dal Quanto Basta non entra per dissetarsi: entra per sentirsi parte di una storia con il ghiaccio dentro. Anche Baritalia nel 2026 diventa Ultra Baritalia: non un invito a esagerare, ma ad andare oltre con equilibrio. Il riferimento è storico: il punch, la madre di tutti i cocktail, cinque ingredienti perfetti nella loro misura. Un vero paradigma per chi è del mestiere.
L’aperitivo cambia pelle, ma resta lo specchio del bar italiano: artigianale, sociale, imperfetto quanto basta. Con dentro la voglia di stare insieme, di condividere, di essere - come direbbe qualcuno - “felici a sentimento”.
Dal 22 al 24 novembre va in scena a Piacenza Expo la manifestazione, tra gli appuntamenti di riferimento per il mondo del vino italiano. Presenti oltre 280 le cantine da tutta la Penisola e un ricco programma di incontri formativi e culturali dedicati ai professionisti
Dal 22 al 24 novembre, Piacenza Expo tornerà a riempirsi dei profumi e dei colori del vino italiano con una nuova edizione della Fiera dei Vini, manifestazione che negli ultimi anni si è affermata come uno degli eventi più freschi e ricchi di contenuti.
Oltre 280 le cantine da tutte le regioni italiane che porteranno in degustazione etichette, storie e territori, in un format che coniuga la dimensione commerciale con quella esperienziale e culturale. «La nostra fiera è pensata come un luogo di incontro e di scoperta. Una rassegna inclusiva, orientata ai mercati odierni, che bilancia produzioni emergenti e tradizione - spiega Sergio Copelli, coordinatore generale di Piacenza Expo -. L’obiettivo non è la quantità, ma la qualità del confronto tra produttori, operatori e pubblico».
Un equilibrio che si riflette anche nelle dimensioni dell’evento: una fiera “a misura d’uomo”, capace di attrarre oltre 9.000 visitatori, mantenendo un’atmosfera accogliente. Il sabato e la domenica saranno dedicati ai winelovers e al grande pubblico, mentre il lunedì sarà funzionale ai professionisti del comparto, con incontri e degustazioni guidate per operatori horeca, buyer e distributori.
Laboratorio di idee e relazioni
Altro elemento caratterizzante della Fiera dei Vini l’impegno verso la formazione e la valorizzazione delle competenze. Ad attendere i professionisti c’è un ricco programma di masterclass e momenti tecnici dedicati a sommelier, barman e addetti alla ristorazione, per approfondire temi legati al servizio, all’abbinamento e alla comunicazione del vino e creati in collaborazione con Aibes (Associazione Italiana Barmen e Sostenitori), Onav (Organizzazione Nazionale Assaggiatori Vino), Ais(Associazione Italiana Sommelier) e Fisar (Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori).
1 di 3
Ma non solo, perché ad arricchire ulteriormente il programma ci sarà una serie di contenuti e di attività collaterali, pensati per rendere la fiera sempre più un laboratorio di idee e di relazioni, rafforzando il legame tra vino, cultura e turismo.
In questa direzione va Filari di Libri, lo spazio dedicato agli incontri tra autori, vignaioli e comunicatori del vino: un racconto corale dove letteratura e territorio si intrecciano, offrendo al pubblico un punto di vista diverso sul mondo enologico.
Grande attenzione anche all’enoturismo, che sarà al centro di nuove iniziative in collaborazione con l’Associazione Città del Vino. Più della metà delle aziende presenti oggi investe in progetti di accoglienza, ospitalità e valorizzazione dei territori, segno di una filiera sempre più attenta alla dimensione esperienziale.
Gregorio Amoretti, responsabile di manifestazione sottolinea: «altro tema chiave è la sostenibilità: circa il 40% degli espositori opera in regime biologico o biodinamico. A loro sarà dedicata la masterclass del 22 novembre. Di particolare interesse anche la masterclass dedicata agli oli con anima mediterranea in programma lunedì 24 novembre».
Come partecipare
La Fiera dei Vini si terrà da sabato 22 a lunedì 24 novembre a Piacenza Expo con i seguenti orari: sabato e domenica dalle 11 alle 19.30, lunedì dalle 10 alle 16.30. Il costo dell’ingresso è di 25 euro e include il calice per le degustazioni, ma è ridotto a 15 euro per convenzioni con associazioni di settore. Possibilità di acquisto diretto dai produttori con noleggio carrelli. Parcheggio gratuito.
Per ulteriori info e per il programma completo della manifestazione: www.fieradeivini.it
Le otto nuove referenze della linea ODK Sugar Free by Orsadrinks
L'azienda piemontese ha ampliato la gamma di sciroppi ODK Sugar Free con 8 nuove referenze fruttate. E arriva anche la ODK Limonata, un concentrato da vero succo di limoni per preparare una limonata in pochi secondi
Gusto, praticità e attenzione al benessere caratterizzano le novità che arricchiscono l’offerta di Orsadrinks per il mondo beverage.
La prima è l’ampliamento della linea ODK Sugar Free, la gamma di sciroppi per la preparazione di cocktail alcolici e analcolici, milkshake e altri prodotti di caffetteria in versione senza zuccheri. Una linea creata dall’azienda piemontese per conciliare l’autenticità dei sapori dei suoi sciroppi tradizionali, ovvero la linea Sciroppi ODK forte di quasi quaranta gusti, con l’attenzione al benessere alimentare, sempre più al centro delle scelte dei consumatori anche al bar, senza compromessi sul gusto.
Otto le nuove referenze fruttate che si aggiungono alle tre già presenti nella gamma, Vaniglia, Caramello e Nocciola: Anguria, Lampone, Limone, Fragolina di Bosco, Menta Verde, Pesca, Mango e Fiori di Sambuco. Disponibili in bottiglia di vetro da 75 cl, molto versatili e dal minimo apporto calorico, tutte le referenze si distinguono per l’alta concentrazione di gusto, che si traduce in un aroma fresco e intenso e che ne rendono sufficiente l’utilizzo in piccole quantità per arricchire di sapore le creazioni di bartender e baristi.
Intensità agrumata
L’altra novità Oresadrinks è ODK Limonata, un concentrato per preparare una limonata genuina in pochi secondi. Vivace, dissetante e intensamente agrumata, la nuova arrivata è prodotta con vero succo di limone non da concentrato e spicca per il suo aroma ricco e bilanciato.
Proposta in pouches da 1 l, è pratica e versatile: basta infatti diluirla con acqua e ghiaccio (20 ml di ODK Limonata e 200 ml di acqua e ghiaccio) per ottenere una limonata dal gusto fresco e naturale. Ma oltre che servita da sola, si può utilizzare come base anche per cocktail, granite e altre creazioni.
Con la sua visione ha trasformato il laboratorio artigianale di famiglia in un colosso del gelato e della pasticceria, tra i principali player del fuori casa
Lunedì 3 novembre si è spento a 86 anni Loriano Bagnoli, presidente onorario e patron di Sammontana Italia.
Figlio di Romeo, che nel secondo dopoguerra aveva aperto un bar-latteria a Empoli, Loriano Baglioni, con i fratelli Renzo e Sergio, è stato il fondatore dell’azienda, trasformando il piccolo laboratorio artigianale del padre in un colosso del gelato confezionato e, in seguito, anche della pasticceria surgelata.
Di questo percorso è stato il principale artefice, come ricorda una nota del gruppo Sammontana Italia, che sottolinea come Loriano Bagnoli per molti anni «ha guidato l'azienda con lo sguardo sempre rivolto al futuro e alla ricerca costante dello sviluppo. A lui si devono molte delle scelte che, nel tempo, hanno portato la società a crescere, creando i prerequisiti per l’importante accelerazione che ha caratterizzato l’ultimo biennio dell’azienda empolese».
«Insieme ai fratelli prima e nel suo ruolo di unica guida poi – continua la nota -, ha operato perché l'azienda potesse nel tempo crescere ed essere tramandata alle future generazioni trasmettendo quei valori e principi che ancora oggi saldamente la rappresentano».
Valori rappresentati dall’attenzione alla qualità e dal saper fare all’italiana che la sua creatura porta sui mercati mondiali. Una creatura che dopo il matrimonio, lo scorso anno, con Forno d’Asolo, realizzata con il supporto del partner finanziario Investindustrial (leggi Crescita e sviluppo sostenibile: la strategia del nuovo gruppo Sammontana Italia), ha aperto un nuovo capitolo della sua storia. Dall’operazione è infatti nato il gruppo Sammontana Italia, un big del gelato e dei prodotti surgelati da forno, pasticceria e dessert, dove opera con i marchi Sammontana Gelato all’Italiana, Bindi, Tre Marie, Il Pasticcere, BonChef, Mongelo, La Rocca e Forno d’Asolo, che impiega oltre 2.000 dipendenti, in 6 stabilimenti in Italia e 3 all’estero (Stati Uniti, Canada e Francia) e che nel 2024 ha generato un fatturato pro forma di oltre 900 milioni di euro per oltre il 70% realizzato nel fuori casa.
La birra resta al centro della prossima edizione della manifestazione dedicata al mondo beverage e food, in programma alla fiera di Rimini dal 15 al 17 febbraio 2026. Ma si amplia lo sguardo su spirits e miscelazione con il nuovo format Mixology Attraction
Si scaldano i motori alla fiera di Rimini in vista di Beer&Food Attraction, la manifestazione organizzata daItalian Exhibition Group (IEG expo) in programma dal 15 al 17 febbraio 2026, che riunisce in un unico evento l’intera filiera del fuoricasa: bar, beverage e food service. Dopo un’edizione da record con più di 130 buyer internazionali, la fiera torna con un layout completamente rinnovato e una grande novità che guarda al mondo della miscelazione e degli spirits.
Un nuovo palcoscenico per la mixology
Accanto alla birra – che continuerà ad avere un ruolo centrale per la manifestazione con la più ampia offerta italiana dedicata al comparto, dai microbirrifici artigianali ai grandi gruppi industriali - l’edizione 2026 amplierà infatti lo spazio riservato alla mixology con la novità assoluta di Mixology Attraction. Il nuovo format sarà il palcoscenico dedicato al bere miscelato, con il Mixology Circus come area di punta che ospiterà bartender di fama internazionale accanto a masterclass e talk sulle nuove tendenze del settore. Il Mixology Village offrirà un percorso tra spirits, gin, bitter, vermouth e liquori premium, mentre Sparkling&Mix metterà in dialogo il mondo delle bollicine e della miscelazione contemporanea.
Un’evoluzione che risponde ai numeri in crescita del mercato: secondo Circana, nel 2025 gli atti di acquisto di cocktail alcolici in Italia sono aumentati del 32% rispetto al periodo pre-Covid, mentre liquori e superalcolici segnano un +30%. Più in generale sempre secondo Circana, il comparto bevande nel suo complesso ha raggiunto un valore di 2,3 miliardi di euro nei primi sei mesi dell’anno, trainato da un consumatore sempre più attento alla qualità e all’esperienza.
Aperitivo sotto i riflettori
Spazio anche alle nuove tendenze della ristorazione e del food con Aperitivo Land, per esplorare il legame tra cibo e convivialità, dai pairing d’autore alla cultura dell’aperitivo contemporaneo. Infine, Beer&Food Attraction ospiterà un altro importante evento in contemporanea. Si tratta dell’International Horeca Meetingdi Italgrob, che riunirà tutti i distributori food&beverage, produttori e stakeholder per discutere le strategie e le nuove tendenze del canale horeca. Un punto di riferimento per la filiera: bevande e innovazione saranno al centro, con nuove opportunità di business e formazione, grazie alla partecipazione di associazioni, istituti e aziende ad analizzare i dati e trend del mercato.
Partecipazione record alla quinta e ultima tappa del laboratorio itinerante dedicato alla mixology approdato a Catania. Ecco i nomi dei bartender che hanno conquistato gli ultimi 16 posti per la finalissima di Venezia
Completata la rosa dei finalisti di Baritalia 2025. Gli ultimi 16 bartender che prenderanno parte alla finale di Venezia sono stati selezionati nel corso della tappa di Catania, che ha chiuso il tour lungo la Penisola di questa edizione del laboratorio itinerante di Bargiornale, ospitata dallo scenografico spazio multifunzionale del Nü Doganae. Una tappa da record: ha sfiorrato quota 400 il numero dei professionisti, provenienti da tutta la Sicilia e da altre regioni del Meridione, che non hanno voluto mancare all’evento per prendere parte al programma di sfide, approfondimenti e seminari sul tema cocktail che da sempre caratterizza la kermesse.
Altrettanto numerosi, ben 65, i professionisti del bancone che hanno partecipato a Baritalia Lab, la sfida di miscelazione che anche quest’anno ha come tema "Back to Basics”, un inno all’essenzialità che vuole proporre un ritorno alle radici autentiche del mestiere e incentrata su tre punti focali: la riscoperta dei drink essenziali, la valorizzazione degli ingredienti e il senso di ospitalità dei bartender.
In gara sotto le insegne delle aziende partner, si sono dati battaglia per conquistarsi un posto nella finalissima che si terrà nel Final Show di Baritalia 2025, in programma il 24 novembre a The St. Regis Venice.
Ecco i nomi dei bartender che hanno centrato l’obiettivo: GabrieleLicciardello (Alpestre), Viola Calderini (Ancienne Pharmacie), Fortunato Schiavone (Caffo), Salvo Vasca (Campari Academy), Nunzio Prestana (Casoni), Anna Chiara Patè (Coca-Cola Hbc Italia – Barceló), Alfredo Izzia (Coca-Cola Hbc Italia Vodka Finlandia), Dario Minacori (Compagnia dei Caraibi), Daniela Bottitta (Gamondi), Daniele Gravagna (Mixer), BrendaRicci (Orsini), Rosario La Terra (Polara), Giuseppe Margareci (Stock Spirits), Tiziana Sata (Strega), Giovanni Spagnoletti (The Organics by Red Bull) e AugustoCappella (Three Cents).
A meritarsi il Premio Baritalia menzione speciale Back to Basics per il drink più aderente al tema è stato Salvo Vasca (Campari Academy).
La giuria di BaritaliaCatania
A valutare le prove dei concorrenti e a decretare i vincitori di tappa una giuria composta dai giudici delle aziende partner: Denise Ruscio (Alpestre), Gianmaria Ciardulli (Ancienne Pharmacie), Fabrizio Tacchi (Caffo), Riccardo Pennacchia (Campari Academy), Manuel Greco (Casoni), Egidio Iannicella (Coca-Cola Hbc Italia – Barceló e Coca-Cola Hbc Italia – Vodka Finlandia), Emanuele Russo (Compagnia dei Caraibi), Elio Casley (Gamondi), Terry Monroe (mixer), Gianni Dall'Olio (Orsini Soda), Chiara Mascellaro (Polara), Alessandra Giannino (Stock Spirits), Andrea d'Angelo (Strega), Giovanni Torre (The Organics by Red Bull) ed Egidio Iannicella (Three Cents).
Giuria, come ormai da tradizione, affiancata in qualità di giudici d’onore da bartender e titolari di alcuni dei migliori cocktail bar della città e della Sicilia:Paolo Arrigo, Matteo Bonandrini, Fabrizio Candino, Massimo Caruso, Mattia Cilia, Peppe Cirrito, Domenico Cosentino, Cristian Costantino, Giovanni Di Pasquale, Andrea Franzò, Ivan Geraci, Stefano Giummarra, Emiliano Grillo, Nicola Loiacono, Salvatore Longo, Giuseppe Maltese, Giulio Messina, Mister Mojito, Simone Molè, Alfonso Monaco, Gianluca Nardone, Adriano Rizzuto, Manrico Sturniolo, Roberto Tranchida e Vanessa Vecchio
Gli approfondimenti sulla mixology
Nutrito il programma dei Boot Camp, altro pezzo forte del menu di Baritalia: 14masterclass gratuitededicate alle tecniche di miscelazione e tenute da bartender ed esperti di fama nazionale e internazionale per conto degli sponsor.
Ad aprire il programma Elio Casley con un seminario dal titolo Il premium quotidiano (a cura di Gamondi), seguito da Daniele Gentili sul tema back to basic (a cura di The Organics by Red Bull) e da Luca Della Valle e Fabrizio Tacchi sull’uso di Blood Bitter Boonekamp nella miscelazione moderna (a cura di Caffo). Ludovico Schiboni ha parlato dell’arte dell’aperitivo con Limoncè (a cura di Stock Spirits), mentre Antonio Bisceglia dell’equilibrio che la gamma Orsini Soda garantisce nei cocktail. A chiudere la sessione mattutina Francesco Leonardi, Riccardo Passoni e Giulio Limone con un incontro dedicato allo smart food per locali di tendenza (a cura di Metro Italia).
Il programma di masterclass è ripreso nel pomeriggio con gli incontri con Denise Ruscio che ha raccontato il matching tra lo spirito alpino di Alpestre e la miscelazione, con Riccardo Pennacchia che si è focalizzato su Wild Turkey e la storia del Bourbon (a cura di Campari Academy) e con Emanuele Russo con la sua masterclass dal titolo La storicità diventa novità (Compagnia dei Caraibi).
Gli incontri sono proseguiti con il seminario di Chiara Mascellaro sulla linea di tonica e soda premium made in Sicily di Polara, di Manuel Greco sugli elementi distintivi del gin emiliano Gin Tabar (a cura di Casoni) e di Egidio Iannicella sul portafoglio di prodotti premium e i progetti per la mixology di Coca-Cola Hbc Italia. Hanno chiuso la giornata le masterclass di Terry Monroe sulla gamma di prodotti a base frutta di Mixer per la preparazione di cocktail e di Carlo Sutto sulle proposte di Lanterna per creare l’aperitivo perfetto.
I finalisti della tappa di Catania e i vincitori per ogni squadra
Sorge in Piazza Cordusio il primo bar di Nespresso in Italia. Uno spazio dove il caffè diventa esperienza, tra ricette inedite, signature drink e proposte stagionali
La cultura del caffè si unisce alle nuove tendenze del bar nel flagship Nespresso da poco inaugurato a Milano. Cinque vetrine su Piazza Cordusio incorniciano un ambiente elegante e dal design ricercato, impreziosito da dettagli in marmo e bassorilievi lavorati a mano, che ospita al suo interno il Nespresso Bar, il primo format di questo di questo tipo del brand in Italia.
Aperto dal lunedì al venerdì dalle ore 8 alle 18 e sabato e domenica dalle 10 alle 18 (colazione ore 8-10 tutti i giorni), il bar propone un’esperienza di gusto del caffè nelle sue più diverse sfaccettature, declinato in una ricca offerta di ricette, dalle più tradizionali alle più creative.
1 di 3
Le ricette stagionali e signature
Oltre a un’ampia selezione di miscele Nespresso Professional da degustare in purezza o come base di cappuccini e macchiati, il menù propone ricette innovative firmate da Irene Falcone, coffee ambassador di Nespresso Italiana. Binomi di gusto è il nome della collezione di proposte, che cambiano stagionalmente e ispirate al mondo del gelato, che nascono dall’abbinamento del caffè con ingredienti della tradizione italiana, il tutto interpretato in chiave contemporanea.
1 di 3
Latte & Pera
Nocciola & Mandorla
Zucca & Cannella
Nel menu autunnale troviamo, per esempio, Latte & Pera, con Brazil Organic, 100% Arabica monorigine dal Brasile; Nocciola & Mandorla, con Caffè Nocciola, 100% Arabica dal Brasile e Colombia dall’aroma naturale di nocciola; Zucca & Cannella, a base di caffè India, che aggiunge un tocco deciso di spezie brune e pepe.
Accanto a quelle stagionali, completano l’offerta alcune ricette Signature, create con Ristretto, un caffè 100% Arabica da Brasile e Guatemala. Le sue note intense di cacao sono protagoniste di Mi-su, proposta che reinterpreta in forma inedita il dolce italiano per eccellenza, il Tiramisù. Così come lo sono di Nespresso Spritzer e Nespresso Tonic, proposte che strizzano l’occhio al mondo della miscelazione, reinterpretando in modo molto originale e in versione analcolica due drink molto amati: lo Spritz e il Gin&Tonic. Nel primo l’espresso a base di Ristretto con il suo corpo deciso e le note di cacao, crea un elegante contrasto con la vivacità delle note agrumate di arancia, dando profondità alla bevanda. Nel secondo, l’intensità del caffè si intreccia con la freschezza della tonica dando vita a una ricetta equilibrata e piacevolmente amara.
1 di 3
Nespresso Mi-sù
Nespresso Spritzer
NespressoTonic
Specialità dolci e salate che accompagnano i caffè
Ad accompagnare nel Nespresso Bar non manca una selezione food artigianale, dolce e salata, dal pasticciotto al cinnamon roll ai croissant, pensata per esaltare e valorizzare al meglio l’esperienza e creata da Adolfo Stefanelli, pastry chef dell’omonima Pasticceria Adolfo Stefanelli di Milano. Inoltre, tutti i caffè e le ricette, oltre che nell’elegante sala lounge, possono essere degustati anche al di fuori del locale, grazie al servizio di asporto, garantito attraverso una finestra all’esterno del flagship.
Uno spazio esperienziale
Concepito come uno spazio esperienziale per il caffè, nel locale sono presenti una Rostelier dedicata alla tostatura dei chicchi e le teche aromatiche che permettono di esplorare la ricchezza olfattiva di ogni miscela. Sempre in quest’ottica, sarà palcoscenico di eventi, come masterclass e laboratori, che condurranno i visitatori alla scoperta del mondo del caffè a 360°, dalla materia prima alle tecniche di preparazione tradizionali, fino a sperimentazioni creative e alla coffee mixology.
Infine, accanto al Nespresso Bar, la zona retail propone caffè, macchine e accessori da acquistare, mentre l’area personalizzazione e sostenibilità consente di customizzare oggetti, restituire capsule usate per il riciclo e scoprire le collaborazioni sviluppate da Nespresso, tra le quali quelle con lo storico Caffè Florian di Venezia e l’illustratore Francesco Poroli. È inoltre attivo un servizio di click & collect per il ritiro in boutique degli ordini effettuati online.