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Prodotti lombardi nelle ricette cinesi

fusion –

L’inedito progetto Crossroads punta a diffondere cibi nostrani fra i cinesi. Con ricette orientali rivisitate a base di ingredienti lombardi.

È il mercato su cui tutto puntano per le sue straordinarie potenzialità. Ma la Cina è anche un paese di cui ancora conosciamo poco. Ma siamo poi certi che le ricette che noi amiamo siano le stesse che potrebbero appassionare i cinesi? E che questi 1,2 miliardi di consumatori possano apprezzare gli stessi sapori e abbinamenti che vanno per la maggiore in Italia? A queste e altre domande ha risposto una ricerca quali-quantitativa svolta nell'ambito di Crossroads, un progetto biennale finanziato da Regione Lombardia, Unioncamere Lombardia e Consorzio per la tutela del formaggio Grana Padano con l'obiettivo di diffondere sul mercato cinese i prodotti alimentari e i vini lombardi con marchio di qualità.
Il primo passo è stato sondare cosa pensano e sanno dell'Italia i cinesi. Ne è emerso che siamo percepiti come una nazione che eccelle nell'arte, nella moda, nel calcio, nell'opera e nella formula uno. Del nostro cibo pensano sia di qualità elevata e gli alimenti più noti sono pasta e pizza. Nella lista dei nostri cibi più conosciuti, dopo i Ferrero Rocher, l'olio, i formaggi e il vino, anche se quest'ultimo sconta una minor notorietà rispetto a quello francese. Ma allora, come far convivere abitudini e gusti cinesi con prodotti e sapori italiani? Per verificarlo, Crossroads ha coinvolto 8 chef provenienti da altrettante regioni cinesi, sotto la guida dello chef Giancarlo Piccarreta dell'Icif, chiedendo loro di elaborare 32 ricette tradizionali usando però prodotti lombardi, realizzando piatti compatibili con le preferenze locali. Questi cuochi sono stati coinvolti per 3 mesi in una sperimentazione culinaria, nella quale si sono misurati con la sfida di inserire formaggi e olio, salumi e carne, cereali e vino nei piatti della tradizione cinese. Sono nati così 32 piatti che già nel nome sintetizzano il meglio delle culture gastronomiche dei due Paesi. A giudicarli sono poi stati chiamati 160 tra consumatori, giornalisti e chef, che hanno espresso il loro giudizio in un test di assaggio. Dalle preferenze espresse, si desume che i cinesi preferiscono il cibo tenero, con salse ricche ma non grasse. Che amano piatti ben presentati e con belle combinazioni di colori. E che accettano molto bene i condimenti occidentali sui loro piatti. Quanto al gusto, dev'essere pieno e dare soddisfazione.
Dalla ricerca emerge anche lo stupore dei cinesi nei confronti del formaggio, poco conosciuto e usato (anche se si va diffondendo l'abitudine di consumarlo a colazione col pane), e di cui apprezzano la versatilità. Ma soprattutto i consumatori si sono sorpresi di scoprire in quanti modi il formaggio può essere usato nelle ricette cinesi e si sono dichiarati curiosi di provarle anche a casa. Va detto che, a casa, i cinesi amano ricette semplici, mentre al ristorante si orientano verso piatti più elaborati e sono incuriositi dalla cucina italiana. Anche per questo la proposta di Crossroads di introdurre ingredienti “made in Italy” nella cucina tradizionale cinese è stata accolta con favore.
Sulla base del test, è stato elaborato un un ricettario bilingue intitolato “Il gusto lombardo sulla via d'Oriente”, arricchito di una sezione che raccoglie 20 ricette tipiche lombarde con i rispettivi abbinamenti enologici. Il repertorio di piatti sinolombardi sarà usato per realizzare iniziative mirate su professionisti della ristorazione e avviare campagne promozionali.

Gobino, tempio del cioccolato

cioccolaterie –

Due botteghe, ventidue dipendenti e quasi cinque milioni di fatturato. I numeri di Guido Gobino, maestro cioccolatiere in Torino.

L'uovo è lì, inevitabile nella sua vetrina sulla porta del negozio. Sembra un uovo. In realtà è “N'uovo”. E si fa guardare. Anche perché sta in piedi da solo. Non ci si poteva aspettare niente di meno da chi, come Guido Gobino, ha sempre avuto un occhio di riguardo per il design. «Il cioccolato è un prodotto di primo impulso, il design sullo scaffale diventa importante» spiega. Così, dall'incontro tra cioccolato e design, ovvero tra Guido Gobino e Pininfarina, è nato N'uovo, una siluettante ogiva di cioccolato di circa 800 grammi che tuttavia rimane inequivocabilmente un uovo. Progettato dalla food designer Daniela Cavalcabò è diventato una delle icone di Torino World Design Capital 2008. Solo 2008 esemplari in vendita a 350 euro al pezzo. Che c'azzecca un uovo di cioccolato con gli eventi della capitale del design? «È l'unione di gusto e buongusto» la risposta di Gobino. Uno come lui non poteva starne fuori.
Quella di Guido Gobino è infatti una singolare storia imprenditoriale, nata da un laboratorio di produzione di cioccolato e caramelle di proprietà del padre e da un'ambizione smisurata: quella di diventare un leader di mercato nel più classico dei cioccolati torinesi, il Gianduiotto. Quando nel 1985 entra in azienda ha in testa di ristrutturare i processi produttivi pur rispettando le ricette torinesi. È convinto che per incrementare la produzione mantenendo la qualità dei prodotti occorre fare innovazione tecnologica. Nasce così il Laboratorio Artigianale del Giandujotto, destinato a produrre il Giandujotto con il tradizionale sistema dell'estrusione, ma nasce anche un progetto di tracciabilità del suo cioccolato a partire dalle materie prime e dalla Nocciola Piemonte Igp, tostata in proprio e della quale garantisce il raccolto d'annata e la provenienza. Per salvaguardare una produzione legata alla tradizione artigianale piemontese s'inventa il disciplinare di prodotto e la Certificazione di Conformità.
Dalla fine degli anni '90 la sua azienda comincia a crescere alla media del 10% all'anno. Oggi produce circa 180 tonnellate di cioccolato, impiega in media 22 persone e sviluppa un fatturato attorno ai 4 milioni 800 mila euro. Gli piace lavorare sulla sensibilità dei cioccoadepti per provocare nuove sensazioni, in un gioco di crescenti sfumature di sapore. Come le cialdine da degustazione da abbinare a rum, distillati di frutta e vini passiti. Le sue praline si riducono a 5 grammi, le ganache a 4 per mantenere l'assortimento in degustazione.
Alla fine non sa resistere alla tentazione di costruirsi il luogo migliore per degustare il cioccolato. Nella Bottega recentemente aperta nel centro di Torino, non si comperano solo praline e gianduiotti, ma si possono anche degustare sorseggiando una tazza di caffè o di tè. E magari farsi ospitare nella sala di degustazione “estrema”, per rilassarsi con la musica, avvolti nell'aroma di cacao prodotto dai miscelatori, annusando da un olfattorio gli stessi profumi utilizzati nei cioccolati.

Additivi, utili ma non protagonisti in cucina

Nutrizione –

Sono alla base di molti piatti fantasiosi. Ma vanno usati con giudizio. Come, lo spiega in un congresso a Venezia il farmacologo Francesco Scaglione

Dimmi quanti additivi usi e ti dirò che cuoco sei. Francesco Scaglione, farmacologo clinico presso l'Università degli Studi di Milano nonché chef per passione, ha un'idea fissa in testa: dimostrare che nell'alta cucina odierna gli additivi sono utilissimi, ma non devono diventarne i protagonisti assoluti.
A Gusto in Scena, congresso gastronomico organizzato a Venezia da Marcello Coronini (gustoinscena.it), Scaglione ha presentato i risultati delle sue ricerche, indirizzate soprattutto a un aspetto: quello della salute. Per dimostrare che, se assunti entro certe quantità, gli additivi non fanno male (certi, come gli antiossidanti, possono essere addirittura benefici), anche se in soggetti particolarmente sensibili possono essere fonte di allergie o causare spiacevoli effetti lassativi, come nel caso di ingestione eccessiva di gelificanti quali alginati, pectine, glicerina, mannitolo, sorbitolo, sostanze oggi molto utilizzate nella cucina “tecnoemozionale”.
Semmai, è sul piano nutrizionale che sorgono i dubbi. Con ulteriori interrogativi, aggiungiamo noi, di tipo “filosofico”. Ma procediamo con ordine. Con il termine additivo si intende tutto ciò che viene aggiunto a una preparazione alimentare. A seconda della loro funzione, queste sostanze sono suddivise in categorie, a ciascuna delle quali è associato un codice identificativo, valido in tutta Europa (generalmente composto da una E seguita da tre o quattro cifre).
Coloranti, antiossidanti, acidificanti, esaltatori di sapidità, edulcoranti, conservanti, emulsionanti, addensanti, gelificanti sono oggi protagonisti assoluti della ristorazione industriale, ma da qualche anno sembrano diventati indispensabili anche nella cosiddetta cucina d'autore (vedi articolo nella pagina a fianco). Gli chef se ne servono per rendere più gradevole alla vista un piatto, per aromatizzarlo, per dargli una consistenza che non avrebbe, utilizzando esclusivamente gli ingredienti da cui è composto; o ancora, per attenuarne o enfatizzarne un sapore o un aspetto, o addirittura per nascondere possibili difetti.
Ma nella stragrande maggioranza dei casi, l'additivo serve a creare stupore, a generare sconcertanti ma piacevoli equivoci in fatto di forme, aromi, sapori, consistenze. Pratiche, queste, che sembrano ormai indissolubilmente legate all'alta cucina contemporanea, come insegnano i grandi chef baschi e catalani che hanno aperto alla chimica le porte dei loro laboratori di cucina.
«È curioso pensare - dice Scaglione - che con xantano (polisaccaride derivato dalla coltura di un piccolo microrganismo, ndr), acqua, aromi e ciclammato si possa realizzare un gelato senza latte, oppure che con agar agar (un altro gelificante molto utilizzato in pasticceri, ndr), acqua e colorante si possa ottenere un dolce dall'aspetto spettacolare. Il punto è che piatti come questi non hanno alcun valore nutrizionale, perché le sostanze di cui sono composti non sono assimilabili dal nostro organismo. L'effetto è un po' quello di un falso alimento».
Additivi bocciati, dunque, sotto il profilo dietetico, se da strumento per migliorare la lavorazione di un piatto si trasformano nei protagonisti occulti di un menu. Certo, l'idea del “falso alimento”, così come quella della sperimentazione in cucina, non è una novità. Già presso gli antichi romani era in voga il “pesce finto”, un piatto che nulla aveva a che vedere con pietanze di origine ittica. Il timore oggi è che estro e sperimentalismo in cucina, quando sono fine a se stessi, siano ideati per un consumatore che del cibo considera più l'aspetto estetico che quello alimentare.
E allora, stabilito con Francesco Scaglione che gli additivi in linea di principio non fanno male, anche se non nutrono, ecco l'interrogativo finale: la cucina, per essere considerata di alto livello, deve necessariamente stupire con “effetti speciali” o può “limitarsi” ad essere la magistrale interpretazione di prodotti del territorio e materie prime di eccellenza?

Hakuna Matata Plus, lounge bar in riva al mare

esterni –

Sulla riva del mare di Riccione, Hakuna Matata Plus è un’ampia area lounge all’aperto, nella quale si mescolano materiali naturali come il legno e alta tecnologia, come quella delle vele orientabili.

Giochi di luce e di acqua, musica e Champagne: sembrerà strano, ma siamo davanti al mare. O meglio, in uno dei più innovativi locali sulla spiaggia del momento. È l'Hakuna Matata Plus e si trova lungo la spiaggia del Marano, annesso al bagno 138 di Riccione e appartenente alla stessa proprietà. Apre questo mese di maggio e chiuderà alla fine di settembre, ma guai a chiamarlo beach bar (tel. 0541 641203). «L'Hakuna Matata Plus è un locale e ha poco o niente a che fare con i beach bar e con la vecchia immagine del precedente esercizio, se non che si trova sulla spiaggia» spiega Federico Cimaroli, art director del locale insieme a Tony & Mario B. «Il vecchio Hakuna Matata era costituito da chiringuiti in legno adiacenti alle strutture fisse. Oggi di quel tipo di struttura non c'è più nulla, e al suo posto sorge un'area completamente rinnovata e molto più ampia, pensata con un look raffinato e per una clientela selezionata. Se prima infatti il target era soprattutto di giovani, oggi il locale si rivolge a un pubblico più adulto, di 35-45enni professionisti, a un turismo di nicchia e a un clientela locale».
Su questa base è stato ripensato il locale e il nuovo look riflette un modo diverso di proporsi che parte proprio dal concetto di “hakuna matata”, ovvero “senza pensieri”, che nacque nella cultura swaili dell'Africa centrale ed è stato riproposto anche nella fiaba animata di Walt Disney “Il Re Leone”. Divertirsi è quindi possibile in questo luogo da favola, dove si dimenticano i problemi e si vive con gioia il presente. Per il progetto, i titolari Graziano e Tiziano Arduini, si sono affidati all'architetto Andrea Della Rosa. Impiegando materiali naturali e alta tecnologia, il designer riccionese ha quindi creato un locale “en plen air”, ricco di sorprese scenografiche. È pensato come un'ampia area lounge all'aperto, circondata da oasi di verde e vasche d'acqua su livelli diversi e organizzata con isole rialzate su pedane che identificano le varie zone: conversazione, ristorante, relax, ballo. Al chiuso, invece, i due american bar, individuabili dalle vele sopra il tetto che si orientano col vento e si colorano di luci cangianti o possono diventare schermi per la proiezione di film di Federico Fellini.
Soluzioni raffinate, alle quali fa riscontro un'offerta accurata di food&beverage. «La qualità è il nostro punto di partenza» spiega Gabriele Deyla, vent'anni di esperienza nella ristorazione di alto livello. «Champagne, come Veuve Clicquot, Moët & Chandon e Dom Pérignon, e una carta di vini selezionati accompagnano, durante il giorno, spuntini da consumare sotto l'ombrellone. Di sera, piatti à la carte o menù completi di terra e di mare». E non mancano neppure gli spettacoli notturni, con feste a tema «sempre originali e ben lontane dai soliti pareo-party estivi», sottolinea Federico. Ma come si concilia la concorrenza con le vicine discoteche e la gestione contemporanea dello stabilimento balneare diurno? «Rispetto alle discoteche abbiamo orario e offerta diversi. Da noi si passa tutta la serata, dalla cena al ballo, in un'atmosfera più raccolta, con una musica più bassa. E poi, qui, chiudiamo prima. Per la gestione doppia, diurna e serale, il segreto sta nel servizio» continua Federico. «Il locale chiude alle 4 e fino alle 7 si fanno le pulizie. Della sera prima, i clienti del mattino non trovano nulla» .

Tempi d’oro per gli spumanti

Bollicine –

Le bollicine italiane metodo classico entrano nel pasto degli italiani. Agli Charmat è riservato l’aperitivo. I dati economici confermano l’ottimo momento

Vivace espressione del vivere all'italiana, lo Spumante è il drink style che conquista un numero sempre maggiore di estimatori e conta, solo in Italia, oltre 3 milioni di appassionati. Nel nostro Paese, nonostante l'immagine dello Spumante sia ancora legata alle feste, i consumi sono in forte crescita, soprattutto tra le mura di casa, come provato dall'aumento degli acquisti nella Gdo e direttamente in cantina. Nel comparto horeca, in cui la mescita al calice ha incrementato notevolmente i consumi, le scelte risultano influenzate 6 volte su 10 dalle guide e dal consiglio di amici e premiano i metodi classici, nazionali ed esteri. Le bollicine convincono a tutto pasto, con il Franciacorta che spopola a cena e il Prosecco che vince fuori pasto, seguendo a scia l'Asti nelle esportazioni.
Il trend non poteva certo sfuggire all'occhio vigile dell'Osservatorio Nazionale Economico del Forum Spumanti d'Italia, diretto da Giampietro Comolli, che ha analizzato gli entusiasmanti dati relativi al 2007. Carta canta: la produzione annuale di vini Spumanti raggiunge la considerevole cifra di 299 milioni di bottiglie (21,5 milioni metodo classico e 276,5 milioni metodo charmat) di cui 153 milioni stappate in Italia, che provengono principalmente da Piemonte (132 milioni), Veneto (130 milioni) e Trentino Alto Adige (14 milioni). La Lombardia si distingue per la produzione di spumanti a metodo classico (13,4 milioni tra Doc e non Doc).
Identikit. Il consumatore appassionato? 35-50 anni, maschio, laureato, del centro sud e nord ovest, dove si segnala il 30,8% del consumo totale. A questa figura, un sondaggio di Winenews e del Forum Spumanti affianca i grandi “spumanauti”, coloro cioè che prediligono le bollicine negli acquisti: scelgono soprattutto Prosecco, Franciacorta e Trento Doc, arrivando a comprare anche 48 bottiglie a testa l'anno.
E le esportazioni? Sono concentrate in primavera e autunno e indirizzate soprattutto a Germania, Stati Uniti, Inghilterra e Russia, con forti incrementi in Giappone, Svizzera, Svezia, Cina, Norvegia e Polonia. Il nuovo record raggiunge i 146 milioni di bottiglie vendute in 62 paesi, con un fatturato globale che supera gli 1,3 miliardi di euro. «Per consolidare i risultati positivi del 2007 - conclude Comolli - si avverte la necessità di una comunicazione forte a livello nazionale, di eventi di conoscenza generale e corsi di analisi sensoriale specifici».
A questo proposito, il Forum Spumanti d'Italia promuove, il 9 e il 10 maggio prossimi, il III Simposio Tecnico Spumanti d'Italia che si terrà nella sede di Villa dei Cedri a Valdobbiadene, dove Università, Facoltà, Istituti didattici e Istituti di ricerca italiani sono invitati a presentare relazioni sperimentali e innovative su viticoltura, enologia, mercato, economia e legislazione.

Sale, addio alla dose q.b.

Ricettari –

Davide Scabin, chef del Combal.O di Rivoli, mette a punto un sistema rigoroso per dosare il sale che rivoluziona la prassi in cucina

Riuscite a immaginare un gesto più naturale del salare un cibo? Un pizzico qua, un pugnetto là: semplice! Punto, a capo. È sempre stato così, dalla notte dei tempi. E, salvo i pochi illuminati, nessuno si è mai chiesto a quanti grammi di sale corrispondesse quel pugnetto, quel pizzico. Tantomeno ha mai pensato di calcolare la dose necessaria in base al tempo di esposizione alla soluzione salina. Tutti invece hanno salutato con benevolenza piatti sciapi o, viceversa, salati indulgendo con frasi del tipo: “Oggi, lo chef non è in giornata”. Finché, qualcuno si è accorto che il sale concorre decisamente al gusto di un piatto (almeno per il 70%, se vi pare poco?). Sono venute fuori così le pippe su quale sale utilizzare: Maldon o i cristalli rosa dell'Himalaya? Sale di Cervia o fleur de sel di Guerande? Vero, c'è sale e sale. Ma la domanda persiste: in che dose usare il Maldon o il sale di Cervia? Quanto basta, ovvio.
A rivoluzionare la prassi è stato Davide Scabin, architetto del gusto, ingegnere delle emozioni al ristorante Combal.Zero in Rivoli. Il prolifico chef ha ora brevettato lo Scabin Salt System, un sistema che prescrive usi del sale sotto forma di pasticche, liquidi o gelatine, secondo i tempi di cottura dei cibi e del volume degli stessi. Ne abbiamo parlato con lui e ciò che leggerete è il fedele resoconto di un istruttivo pomeriggio a Rivoli.

Chef, il suo prossimo
piatto?

Mi rendo conto che molte volte ci si aspetta dal mio lavoro la creazione di abbinamenti inediti o di una nuova ricetta. Ma è ormai da due anni che ogni mio sforzo è volto alla ricerca di design di sistemi che garantiscano la produzione di standard qualitativi al fine di avere un maggiore controllo sul cibo che viene servito. In cucina nulla può essere affidato al caso. Tutto deve essere: perfettamente riproducibile, assolutamente controllabile attraverso precisi parametri, dalla giusta dose di sale. Oggi nella mia cucina non si utilizza il “quanto basta” come unità di misura. Si usa sale liquido, sale in pastiglie e in gelatina secondo la materia prima e l'uso.

Standard qualitativi, riproducibilità del gusto, che ne è della decantata arte culinaria?

Un artista può permettersi di produrre secondo le proprie emozioni, un cuoco non può fare uscire un piatto secondo il suo stato d'animo. Mi dica se l'è mai capitato di avere una riduzione sul conto perché quella sera lo chef non era in vena o il sous-chef nervoso? Quando acquista un golfino di cashmere accetta forse un pezzo fallato? Queste considerazioni mi hanno portato alla realizzazione dello Scabin Salt System, un complesso design di sistema che prescrive utilizzi ad hoc del sale in modo da garantire la riproducibilità di ogni pezzo (ogni ricetta, ndr) fino a 200 moduli, 500 o mille secondo la necessità. E se devo essere accusato di omologazione, di produzione seriale, ben venga! Purché tutto ciò serva a eliminare quell'allure di improvvisazione che avvolge in questo momento la cucina italiana e, a restituirci la visione della ristorazione come tale e non come piolo del lusso.

Uno Scabin “democratico”, insomma. In concreto in che cosa consiste il suo sistema? Quali sono le possibili applicazioni?

Al centro del mio pensiero e delle mie ricerche ci sono l'individuo, l'attenzione a soddisfarne i bisogni, il desiderio di offrire strumenti che portino alla comprensione dei sensi, al fine di offrire a ciascuno il massimo del piacere, secondo criteri condivisi che assicurino una personalizzazione delle risposte che noi chef dobbiamo dare al cliente. Seguendo questi principi ho messo a punto nel 2006 il Liquid Salt System, un sistema di salatura attraverso salamoie e soluzioni saline a percentuali diverse. In cucina abbiamo iniziato a “imbottigliare” soluzioni saline all'1,4%, all'1,8% ecc. In pratica, con questo sistema, ogni pezzo è salato meccanicamente con un certo numero di spruzzate. Come a dire: una salatura per volume. Ideale per esempio per il barbecue, ma meno soddisfacente per altre ricette, senza contare i problemi logistici. Per questo lo scorso anno ho messo a punto Skube, comune sale del Monopolio proposto sotto forma di pastiglia in diverse grammature: 18, 22 e 26 grammi. Il dosaggio varia secondo i tempi di cottura: 15, 10 e 5 minuti. Il perché è presto detto. Prenda dei paccheri di Gerardo Nola o dei tajarin: hanno tempi di cottura diversi, almeno 12 minuti gli uni e solo 3 gli altri. Salerebbe l'acqua allo stesso modo?

E la regola dei 10 grammi di sale per 100 grammi di pasta e un litro d' acqua?

I miei studi dicono che: minore è il tempo di cottura della pasta maggiore è il quantitativo di sale necessario. Di conseguenza la nuova regola è: 100 g di pasta, un litro di acqua e 13 g di sale da 0 a 5 minuti di cottura, 11 g di sale per 5-10 minuti di cottura, 0,9 g di sale per 10-15.

Perdoni l'ardire, ma chi ci assicura che sia la quantità di sale giusta?

Ciascuno può decidere se fidarsi del mio gusto oppure personalizzare la salatura. Utilizzando tre pastiglie intere e tre mezze pastiglie si possono combinare in 90.792 modi per ottenere un peso finale totale inferiore a 260 g (soluzione satura, ndr), e 236 differenti dosi per litro di acqua.

Ha inventato l'acqua calda, ma salata?

E le pare poco. Le implicazioni di questo sitema sono molteplici. Sul piano dietetico, per esempio. Ciascuno di noi potrà decidere di eliminare dalla propria dieta 2 g di sale al giorno, una riduzione impercettibile dal punto di vista del gusto, ma con indubbi benefici sulla salute. Perché gradualmente si potrà passare a dosaggi più contenuti.

Possibili applicazioni dello Scabin Salt System?

Lo scorso gennaio, in occasione di Madrid Fusion, ho presentato il progetto It - Identity taste, una sorta di carta d'identità del gusto contenente le informazioni legate al desiderio di ognuno di percerpire a diversi livelli il salato, ma anche il dolce, l'acido, l'amaro e il piccante (lasciamo l'umami agli orientali, ndr). Punto di riferimento: una scala basata su sei punti (da uno a sei secondo una logica crescente) che ho battezzato Scala Scabin e che indica a che livello di intensità la persona vuole percepire ogni singolo gusto. La valutazione potrà essere fatta da ognuno attraverso l'It kit, uno strumento creato ad hoc che consente di partire da un test per definire le proprie preferenze, allo scopo di codificarle e registrarle sulla nuova carta d'identità del gusto.

Parte perciò da parametri di produzione seriale per favorire, in realtà, un ritorno al taylor made?
E dove ci porterà tutto ciò?
Brava! Il mio nuovo progetto si basa sulle stesse convinzioni: dosare il sale non è un arte, ma deve essere uno standard qualitativo. Con It sono andato oltre cercando di arrivare all'estrema soggettivazione dell'esperienza gastronomica, un progetto che interpreto come il prêt à porter du plaisir. Un progetto che intende rompere l'imposizione del gusto da parte delle multinazionali: mi piace pensare a un futuro in cui ciascuno potra chiedere il proprio Big Mac al punto 2 di sale o secondo quanto stabilito sulla propria Identity taste card. Ma pensiamo anche alle compagnie aeree che potrebbero impostare programmi di fidelizzazione basati sul gusto: “fai l'identity taste test e dopo le 1.000 miglia avrai diritto a un pasto secondo il tuo gusto”.

Sfida a mezzodì

Consumi –

Il giro d’affari del fuori casa sale a 65,7 miliardi di euro.

Allegati

/wp-content/uploads/sites/4/2014/10/mezzodi.pdf” target=”_blank”>Sfida a mezzodì
Aprile 2008 / pdf / Numero pagine: 4 / Lingua: Italiana / di Manuela Soressi

Bagni, metteteci pure lo humour purché ci sia qualità

Interni –

La toilette è sempre la più vera vetrina di un locale. Ma deve essere anche uno spazio fruibile, rispettoso delle normative. Che può costare caro al gestore sprovveduto. Occhio.

Che la maggior parte dei bagni dei locali pubblici non siano come quello rotto e ricoperto di lerciume all'interno del quale, durante la scena cult del film Trainspotting, un Ewan McGregor completamente drogato cerca di infilare la testa, è un dato di fatto. Anzi, negli ultimi tempi gli architetti e i progettisti stanno dando sempre più importanza anche alla sistemazione del bagno, sia esso da fare ex novo o solo da ristrutturare. Qui l'ospite infatti deve potersi intrattenere piacevolmente: così sono sempre più studiati anche i piccoli particolari, dal sapone liquido agli oli essenziali. Racconta Luca Amendola, architetto dello Studio SGS di Milano che in passato ha seguito il progetto di costruzione dei bagni di alcuni locali meneghini all'avanguardia come il Noon o il Living: «Sembra banale, ma una delle principali funzionalità alle quali deve rispondere la toilette pubblica è il tempo di attesa del suo fruitore. L'ambiente può essere bello quanto vuoi, ma se, ad esempio, è stretto o scomodo per chi aspetta che venga il suo turno, il fattore estetico cade nel dimenticatoio e resta solo un'idea negativa che poi si riflette sul giudizio complessivo». Oggi, insomma, il convincimento è che la toilette debba essere realizzata con tutti i crismi. Perciò non sorprende che, anche a livello teorico e progettuale, oggi uno dei master più ambiti tra quelli organizzati dal Consorzio Poli.Design del Politecnico di Milano sia quello in Bathroom Design: corso di formazione per progettare spazi privati in luoghi pubblici.
Nella terza edizione appena terminata - la quarta è programmata per l'anno accademico 2009 - sia i docenti sia gli alunni con i loro progetti hanno messo in luce quanto sia indispensabile studiarne gli spazi non solo in termini funzionali, ma anche espressivi, da vetrina appunto. Ancora l'architetto Amendola spiega: «Per creare un bagno pubblico che non dia problemi a un locale bisogna basare il proprio progetto su un tipo di estetica molto simile a quella alla quale si pensa quando si studia l'idea di una normale bagno di casa.
Tanto più che anche a livello di materiali, sempre più spesso per un bagno pubblico si usano lavandini e sanitari creati per gli spazi privati. A livello costruttivo i parametri infatti sono gli stessi e le aziende che li producono a livello industriale quasi mai pensano a una diversificazione profonda nei prodotti».

Rispettare l'intimità
Anche Francesco Lucchese, designer e docente alla Facoltà del Design del Politecnico di Milano è convinto che nella public toilet si vive un'esperienza breve, di passaggio, ma nella quale i sensi sono coinvolti in misura accelerata e differente. I bagni pubblici, che sono un ambito chiamato a essere vissuto da molte persone in un rapporto tra funzione e spazio soggettivo molto delicato, non possono comunque non dare un'intimità minima e indispensabile. Che, naturalmente, deve essere progettata e integrata armoniosamente con il resto dello spazio. Distribuzione dello spazio, materiali delle superfici che definiscono i volumi, utilizzo del colore, attrezzature adeguate e funzionali diventano gli argomenti di progetto, gli ingredienti da miscelare per ottenere la giusta dose di spettacolarizzazione.
E naturalmente il progetto di un bagno deve rispettare anche delle esigenze pratiche che non si possono dimenticare soprattutto perché sono definite per legge dal regolamento di Igiene e dal regolamento edilizio comunale. In ogni locale, allora, bisogna prevedere la presenza di almeno due toilette - per gli uomini e per le donne - mentre il bagno dedicato alle persone disabili può coincidere con uno degli altri due, specie in quei locali dove lo spazio non sarebbe sufficiente a creare una terza toilette ad hoc. Ne nasce allora come logica conseguenza una riflessione profonda su alcuni dei problemi pratici che si affrontano quando in un locale c'è la necessità di fare o rifare il bagno. La prima è proprio l'esigenza legata allo spazio: considerato che oggi in Italia la superficie media di un bar è di 70 mq, è facile capire come, l'ambiente a cui “sacrificare” la funzione di bagno per il pubblico è spesso davvero piccolo. Piccolo e con grandi problemi legati anche alla legislazione che regolamenta la costruzione di una toilette e secondo la quale ci sono zone come l'antibagno o il servizio agibile anche alle persone disabili che necessitano di grandezze ben definite e non riducibili. Tre diversi decreti legislativi, il 384/78, il 236/89 e soprattutto il più recente 503/96 spiegano in modo preciso e pratico come devono essere predisposti gli spazi fruibili nelle toilette anche in considerazione del fatto che vi deve essere la possibilità di utilizzo per i disabili. Quindi, dando un po' di numeri, corridoi e passaggi dovranno essere larghi almeno un metro e mezzo. L'apertura della porta del bagno dovrà sempre verso l'esterno e la sua maniglia posta a un'altezza di 90 centimetri, in modo che possa essere usata da tutti. Il bagno dedicato ai disabili dovrà avere il wc posto nella parte opposta all'accesso, con la tazza posta a una distanza minima di 140 centimetri dalle pareti, in modo da permettere una eventuale completa rotazione della carrozzina dello stesso disabile. Allo stesso modo il lavandino deve essere messo sulla parete opposta a quella del wc, con il piano ad almeno 80 centimetri dal pavimento. Non devono inoltre mancare uno specchio, posto sopra il lavabo in una zona compresa tra i 90 e i 170 centimetri di altezza, i corrimani, rivestiti e verniciati in materiale plastico, e il campanello elettrico a cordone per dare l'allarme in caso di malore. Il bagno pubblico insomma deve essere uno spazio di compromesso tra le esigenze di funzionalità (presenza di lavandino e asciugamani) e di passaggio o attesa (presenza di riviste, specchi o altro). Il rapporto tra gli ambienti deve essere certamente adeguato alle esigenze del locale, ma nello stesso tempo adeguato alle esigenze di tutti coloro che vi devono e possono accedere.

Calcolare a tavolino i tempi di ristrutturazione
Resta poi, ultima ma solo per ordine logico, la più importante delle questioni: quella legata ai fattori economici che la creazione/ristrutturazione di un bagno fa nascere. E se nel caso della progettazione ex novo di un bagno e di tutto un locale pubblico i problemi economici sono legati al costo globale del progetto creativo, è al momento di una necessaria ristrutturazione di un bagno esistente che si deve bene e strettamente monitorare la gestione dei costi. Quando, ad esempio, devo risistemare il bagno del mio ristorante che già è aperto al pubblico e del quale ho rilevato l'attività, come faccio a far quadrare la chiusura con il minor danno economico possibile? Per la ristrutturazione di un bagno già esistente, lavoro che si suddivide in tre momenti ben distinti, si possono calcolare tempi abbastanza precisi. Si inizia con la demolizione della struttura preesistente e, dove necessario, con la creazioni dei muri nuovi. Quindi si passa alla fase di installazione degli impianti. Infine si arriva alla sistemazione delle finiture. Stiamo parlando naturalmente della posa di sanitari, lavandini, porte e piastrelle che completano anche l'estetica del bagno. Considerato che in media ognuna di queste operazioni può essere svolta in un periodo compreso tra i due giorni e la settimana (secondo la dimensione dei bagni), si può calcolare che i lavori possono durare tra i 15 e i 25 giorni.E parlando di lavori si pensa anche ai materiali. Se non mancano esempi di sanitari dedicati solo ai luoghi pubblici come gli orinatoi che le aziende hanno provato a personalizzare in modi quantomeno curiosi - basta ricordare quelli al cui interno è stampata una mosca che ha l'intento di favorire la “mira” e far risparmiare denaro per le pulizie o quelli olandesi a forma di bocca di donna che hanno invece creato polemiche più sull'aspetto morale - oggi i progettisti usano soprattutto materiali prodotti per il bagno di casa. Diverse aziende - come Ceramica Flaminia o Simas - hanno cataloghi che propongono ceramiche e rivestimenti in corian che uniscono bellezza e praticità tali da renderle tranquillamente utilizzabili anche in un locale pubblico.

Gli esercenti devono pensare alla sostenibilità

Tendenze –

I consumatori esigono comportamenti sempre più ecocorretti. Le conclusioni tratte da due indagini Gfk Eurisko indicano la strada da percorrere

Consumatori sempre più attenti all'ambiente, preoccupati dall'effetto serra, scandalizzati dagli sprechi, desiderosi che anche i locali pubblici diano il buon esempio e conducano un'attività più sostenibile. Ormai il cliente tipo sta cambiando: molto meno edonista, molto più ambientalista.
Ma sarà proprio vero? Una risposta alle perplessità di molti esercenti, oggi di fronte a scelte difficili, arriva da Gfk Eurisko, il gruppo italiano che effettua ricerche sul consumatore. Due studi condotti dall'istituto sulle tematiche ambientali e sulla responsabilità sociale d'impresa danno la conferma che gli italiani stanno cambiando. Condotte su un campione di 1.000 persone oltre i 18 anni d'età, le due ricerche rivelano che l'inquinamento ambientale è al primo posto tra le preoccupazioni dei consumatori. I problemi che angustiano maggiormente i nostri connazionali riguardano l'inquinamento delle acque, la scomparsa delle foreste, l'inquinamento dell'aria, l'impoverimento delle risorse naturali, ma anche gli scarichi delle automobili e l'utilizzo smodato di prodotti chimici. Anche gli Ogm, gli organismi geneticamente modificati, sono visti come qualcosa di cui diffidare, soprattutto se applicati a colture come il granoturco o la soia.
«Non si tratta però di paure astratte, che ci angosciano per un attimo, ma restano ai margini del nostro modo di vedere il mondo - sottolinea Paolo Anselmi, vicepresidente di Gfk Eurisko -. Le preoccupazioni del consumatore in materia di ambiente condizionano anche il suo modo di rapportarsi alle imprese, fornitrici di prodotti e di servizi, a cui ormai si chiede molto di più del classico trinomio qualità, servizio, convenienza». Le aziende, e tra queste anche i locali pubblici, devono dare sempre maggior prova di responsabilità etica, essere cioè trasparenti, oneste e corrette. Devono ispirarsi a concetti di equità sociale, prestando attenzione al territorio, alle comunità con cui operano, alla provenienza di prodotti e materie prime. E devono mostrare di rispettare l'ambiente, riducendo i consumi e gli impatti.

I consigli di Gfk Eurisko
Per mostrare la propria sensibilità a queste questioni epocali è necessario attrezzarsi, non limitandosi però a una “pennellata di verde”. Sì, perché i consumatori chiedono interventi concreti, ma se hanno il minimo sospetto che qualcuno faccia “il furbo”, predichi bene e razzoli male, sono velocissimi ad abbandonarlo. Le indagini di Gfk Eurisko indicano la strada. «I comportamenti ritenuti più urgenti - spiega Anselmi - riguardano la riduzione dei consumi di energia elettrica e di acqua, la raccolta differenziata dei rifiuti, il ricorso limitato a prodotti usa e getta, l'impiego di carta riciclata, l'uso di detersivi meno inquinanti».
Consapevoli di questa spinta verso il rispetto per l'ambiente, molte associazioni di categoria hanno cominciato a muoversi per sviluppare programmi “ecosostenibili”.

Menu, marchi e guide ecocorrette
Coldiretti ha da tempo avviato il suo progetto sui “menu a km 0” per creare una rete di ristoranti in grado di offrire esclusivamente cibi di provenienza locale.
Il marchio europeo Ecolabel si applica anche al settore dell'ospitalità e della ristorazione e sono già un'ottantina in Italia gli esercizi, tra bed and breakfast e alberghi, che possono fregiarsene. Federalberghi ha raccolto il messaggio e ha sottoscritto ancora nel 2007 un accordo con il comitato Ecolabel per sviluppare un programma comune per lo sviluppo sostenibile.
Nel campo della ristorazione l'esempio parte dalle collettività. Sono infatti soprattutto le mense scolastiche che si stanno attrezzando per una maggiore attenzione alla qualità del cibo, alla provenienza e alla tutela della salute. Il consorzio Risteco ha sviluppato con il Wwf una guida per i bambini delle scuole elementari intitolata “Il pranzo sostenibile a scuola”. Una guida utile anche per imparare a gestire meglio i nostri locali.

Distretto Prosecco, là dove il vino fa i numeri

Territori –

Cresce la vocazione turistica dell’area Conegliano Valdobbiadene. Un exploit trainato dal successo dello spumante in una Doc che è arrivata a sfiorare i 50 milioni di bottiglie

Nel mondo del vino la difesa della tipicità è sempre più spesso frutto di un lavoro di squadra, e a questo proposito risulta esemplare il caso del Distretto Prosecco Doc Conegliano Valdobbiadene, che ha appena pubblicato il suo terzo Rapporto annuale, dal quale emerge una situazione aggiornata della produzione enologica della zona. I dati consentiranno di elaborare le future strategie di sviluppo del Distretto, e già da oggi aiutano a individuare alcune tendenze di fondo di questa Doc, che nel 2006 ha prodotto 49,2 milioni di bottiglie, delle quali 40,2 milioni di spumante, pari all'81,5% del totale. Conegliano Valdobbiadene conferma dunque la sua sempre più spiccata specializzazione spumantistica, con una nicchia di 1,3 milioni di bottiglie rappresentata dallo spumante Superiore di Cartizze.
Le caratteristiche che meglio contraddistinguono questi importanti volumi di produzione sono almeno due: innanzitutto il fatto che il 68% delle aziende esaminate dal Rapporto annuale vinifica uve di proprietà, e in secondo luogo l'esistenza di legami sempre più stretti tra produttori e clientela. A questo proposito vale anche la pena sottolineare che in media ogni cantina della zona riceve circa 1.150 visitatori all'anno, e vende direttamente o presso i propri spacci circa il 9,6% del totale delle bottiglie di frizzante Doc, e il 4,5% di spumante Doc.
Un fenomeno in sintonia con la crescente vocazionalità turistica dell'intera provincia di Treviso, che tra il 1997 e il 2006 ha visto aumentare in media del 2,7% all'anno il numero di presenze. Lo stretto rapporto che lega la Doc al suo territorio è testimoniato anche dal fatto che le vendite delle tipologie spumante e frizzante sono concentrate soprattutto in Veneto, rispettivamente con un 23,1% e un 24,7% sul totale Italia a volume. Accanto a questo fenomeno, tuttavia, si sta assistendo anche a un aumento delle vendite in altre regioni: nel sud e nelle isole, per esempio, i consumi di Prosecco frizzante Doc hanno raggiunto il 18,6% del totale nazionale.
La ricerca della tipicità, infine, sta spingendo alcuni produttori a valorizzare le varietà minori che da sempre partecipano, assieme al Prosecco, all'uvaggio della Doc. Lo testimonia il Prosecco Doc “Uvaggio Storico” recentemente presentato dalla Cantina Produttori di Valdobbiadene, ottenuto vinificando anche uve Verdiso, Perera e Bianchetta. Interessanti anche i tentativi di vinificare alcune di queste varietà in purezza: degno di nota, per esempio, il vino tranquillo Verdiso Colli Trevigiani Igt prodotto dall'azienda agricola Conte Collalto di Susegana (Tv). Oppure Valdo che unisce prosecco e cortese in un nuovo Extra Dry.

Se la focaccia incontra lo Champagne

Formule –

Nell’offerta di un locale padovano si compie l’unione tra bollicine e schiacciate. Una formula battezzata easy luxuring: lusso al buon prezzo

Dallo spritz all'easy luxuring. Da Padova una nuova formula per il fuoricasa che sorprende con l'accostamento inedito tra un tipico prodotto da forno italiano e le bollicine d'oltralpe. K-Focaccia e Champagne è un concept innovativo proposto da Cibis, società del gruppo Pam, celebre per la catena di ristoranti a marchio Break. Il principale punto di forza dell'idea sta nell'abbinare l'eccellenza del gusto a sapori genuini, presentati in modo informale e fruibili dal pubblico in un ampio orario d'apertura, dalla colazione all'una di notte.
La progettazione degli spazi è stata affidata a Red, studio specializzato in Retail e Marketing Design, che ha ambientato il locale nell'elegante location su due piani di un palazzo in centro storico, affacciato su piazzetta Garzeria. L'arredamento su misura è griffato dalla Rossi Dimension, marchio Industrieifi che integra avanzate tecnologie e gusto estetico in mobili e componenti realizzati con elementi naturali. Ci si accomoda tra tavoli, panche e sgabelli in legno d'acacia, ispirati alle casse di Champagne. Tra i componenti d'arredo spiccano i maxi murales in laminato nero e, al piano superiore, la vetrina high tech in cristallo alta più di tre metri.
Food. La proposta food punta alla qualità, a partire dalle focacce fresche, anche farcite con peperoni, pomodoro e altre verdure, esposte nella vetrina del banco in ardesia, accanto a un'attenta selezione di formaggi. I salumi, tutti italiani con l'eccezione del chorizo spagnolo, sono disposti nel retrobanco refrigerato in acciaio con top in marmo bianco di Carrara. Un piatto a base di salumi o di formaggi viene presentato all'accessibile cifra di 6 euro. Classiche brioches e dolci siriani provenienti da Damasco si assaporano insieme ai succhi di frutta fresca e alle offerte della “Cafeteria”, dall'espresso alle tisane. Non manca neppure la sciccosa combinazione ostriche e Champagne, con freschissime Fines de Claire Special che incontrano calici da selezionare tra le proposte in mescita, offerti tra i 6 e i 10 euro al bicchiere.
La Cantina ospita 27 differenti selezioni, comprese riserve, millesimati, rosé e grandi formati, con prezzi che variano dai 35 euro del Doquet-Jeanmaire Blanc de Blancs ai 125 euro del Nabucodonosor Moët e Chandon Brut. Le bottiglie sono disposte ordinatamente nella vetrina del banco retroilluminato, mentre i “magnum” trovano spazio nella bottiglieria luminosa in smalto laccato bianco. Non mancano vini bianchi e rossi, birra e soft drinks. Curato, infine, anche l'aspetto dell'entertainment musicale che, tra brindisi e assaggi sfiziosi, introduce appuntamenti live e dj set, a partire dall'ora dell'aperitivo.

Stile coloniale al BaoBar

etnici –

Atmosfera kenyota e coloniale al BaoBar di Milano, a base di materiali originali e sculture in stile etnico. E una “regia” tutta italiana.

Elegante e raffinato, ma col vero sapore dell'Africa: si chiama BaoBar ed è il primo bar di Milano realizzato totalmente in stile africano. Siamo in via Eustachi, una zona centrale caratterizzata da palazzi signorili; qui si è voluto dare vita a un luogo caldo, accogliente e colorato - come lo è il continente nero - che nasce dalla passione che i due soci hanno per la terra d'Africa.
Per questo motivo la scelta di affidare il progetto e l'arredo del BaoBar all'architetto Nerina Seligardi, professionista milanese che da vent'anni ha esperienze di lavoro in Kenya, è indicativo della volontà di coinvolgere una persona che avesse ben presente le atmosfere, i colori e le sensazioni africane, per poterle ricreare anche a Milano.
È nato così un luogo che punta, in pareti e arredi, sulle tonalità calde della terra come il marrone e il rosso scuro, per riallacciare con essa antichi legami secondo la filosofia indigena. Senza dimenticare le pelli di elefante che caratterizzano il banco bar o le poltrone e gli sgabelli ricoperti con autentici tessuti Baluba, provenienti dal Kenya, distribuiti tra i tavolini di legno wengè (circa 40 posti a sedere).
Completa i 90 mq della struttura un piccolo soppalco sopra al banco bar, pensato come parte più intima del locale. Qui si trovano libri e volumi fotografici sull'Africa e le sculture etniche di Armando Tanzini, un artista italiano che da circa quarant'anni vive e lavora in Kenya.
In attesa di allargare i posti nel dehors di prossima realizzazione - circondato da palmette, dedicato al momento del drink (circa una ventina di posti) - il BaoBar offre un menu che spazia dalla colazione al pranzo, allo spuntino pre-cena. A chi cerca un pasto leggero sono proposti piatti che richiamano quelli tipici africani come il Chachaki, un pane ripieno che ricorda la nostra piadina, o la Somosa, triangoli di pasta fritti e ripieni di carne e formaggio o anche di frutta, in puro stile kenyota. La spesa media a pranzo varia tra 8 e11 euro, ma sono proposti anche panini, a 5 euro. Per l'ora dell'aperitivo sono proposti stuzzichini tipici africani, come la noce di cocco fritta o gli spiedini di mango, maracuja e papaya. Nel menu dei drink, accanto ai cocktail occidentali, non manca la Dawa (a 8 euro), mix kenyota a base di rum chiaro, zucchero, miele e lime. E ottimi vini bianchi del Sudafrica. Nel locale sono in programma serate live con artisti africani; per chi vuole festeggiare compleanni in modo insolito, al BaoBar (tel. 02 29533696) organizzano la festa Swahili, con tanto di corteo rituale.

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