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Prima impari, poi ti siedi a cenare

Multifood –

Corsi di cucina per imparare a nutrire il cervello. Ristorazione top accanto a cibi da asporto. È l’inedita formula dello chef Marc Fosh per il suo locale, a Palma di Maiorca

Bar, caffè, ristorante ed enoteca. Ma anche boutique gastronomica, ristorante take away e scuola di cucina. È davvero multiforme e polifunzionale Fosh Food, il nuovo locale aperto da Marc Fosh, lo chef di origine inglese che ha fatto conquistare una stella al ristorante del Read’s Hotel di Palma di Maiorca.
Il nuovo spazio realizza un sogno di Fosh: diffondere la sua passione per l’alta cucina anche a un pubblico che non frequenta abitualmente i ristoranti stellati. L’isola spagnola gli è sembrata la location giusta per l’atmosfera cosmopolita e il tipo di turisti che attrae.
Così ha preso forma Fosh Food, che nasce con l’obiettivo di “democratizzare” la cucina più raffinata, il sapere più professionale e il cibo più eccelso. Come? Proponendo menù ricercati, cucinati a vista dinanzi al cliente, e venduti a prezzi contenuti (da 15 euro per 3 portate). Si tratta di un appetizer, un piatto unico (di solito a base di pesce fresco) e di un piccolo dessert, realizzati quotidianamente a partire dalle materie prime fresche comprate al mercato. Spendendo qualche euro in più (18-20) si può gustare un menu più ricco: pasta alla puttanesca, petto di pollo al lime e macedonia con fiori d’ibisco e yogurt.
I prezzi sono volutamente contenuti: per mantenerli si è lavorato sull’ottimizzazione delle risorse e un servizio easy, mentre non si fanno sconti sulla qualità della cucina e degli ingredienti.
Corsi di cucina per la mente
Marc Fosh è l’anima del locale, ma ai fornelli ci sono due suoi allievi: il canadese Robert Bragagnolo e l’inglese Kevin Becker.
Per gustare i piatti cucinati dallo chef inglese bisogna partecipare a uno dei numerosi corsi di cucina che si tengono 3 sere alla settimana. Aperti a 15-18 partecipanti e condotti in diverse lingue, permettono ai partecipanti di osservare gli chef al lavoro, di carpirne i trucchi e poi di degustare un menù completo (45 euro). L’aspetto innovativo della scuola di Fosh Food è costituito dai temi nuovi e curiosi, come quelli dedicati al Detox food in cui si crea un menù per disintossicare il corpo e purificare lo spirito, oppure al Brain Food, con piatti che deliziano il palato e nutrono cervello.
Proprio il ruolo di atelier gastronomico a 360 gradi fa di Fosh Food un concept nuovo per Maiorca. La zona principale è la cucina è a vista, attorno a cui pranzano i clienti, ma c’è anche la piccola saletta degustazione per chi cerca l’intimità.
Accanto alla cucina si sviluppa la zona caffè, con una parte refrigerata per l’esposizione di piatti take away; un servizio che Fosh ritiene importante, perché amplia la clientela e permette di raggiungere i consumatori in nuove occasioni di consumo. Fosh Food offre anche un servizio di catering, apprezzato sopratutto per gli yacht. Infine c’è la zona negozio, in cui sono esposti sale, olio e aceto firmati Marc Fosh, spezie e condimenti, vini, champagne, infusi, confetture e salse.

Ostriche e Champagne, il cicchetto più gettonato

Wine Bar –

Ampliare le occasioni di consumo, catturare nuovi clienti. Queste le intenzioni di Felice Tiozzo con la creazione di un corner ostriche. da El gato di chioggia

Con tutta probabilità il celebre ristorante El Gato di Chioggia (Ve) prende il nome dal leone di piazza San Marco a Venezia (definito “gatto” dai padovani). Inaugurato nel 1961 in pieno centro storico, il locale è stato rilevato da Felice Tiozzo e riaperto l’11 novembre 2004 . Quest’anno invece il lancio di un Bar à huître, un banco dedicato alle ostriche. La nuova esclusiva postazione arricchisce la versione estiva del locale, ambientata tutta all’esterno, lungo il corso principale, per un totale di 70 posti.
Il format a cui si è ispirato Tiozzo, di chiara matrice francese, ricalca però lo Champagne & Oyster Bar dei grandi magazzini Harrods che il nostro ha visitato durante un viaggio a Londra. Per il ristorante si tratta di un autentico tocco di internazionalità che può tranquillamente convivere insieme alle tradizioni di una cucina millenaria a base di ricette di pesce come risotti, fritture e saôr.

Corner per molluschi
Così, al ritorno in Italia, lo chef dal passato di geometra, inizia la progettazione di un banco rivestito in teak e dotato di una capiente cupola di cristallo, al cui interno sistemare su un letto di ghiaccio tritato le ostriche. Due aziende di Chioggia, Cam e Linea Blu, sono state chiamate a selezionare tre qualità diverse di ostriche: le tondeggianti Belon e le Fines de Claire francesi, oltre a una specie italiana locale riconoscibile dal gusto asprigno, intenso e tipicamente marino.
Le ostriche sono aperte al momento e servite in varie combinazioni: da una base di tre per tipo a un totale di una dozzina (da 4 a 12 euro). Sul banco fanno bella mostra di sé anche scampi da degustare crudi e gamberi “carabineros” rossi siciliani. Da servire rigorosamente con Champagne (Diebolt-Vallois, J. Lasalle, Roederer Brut Premier) al calice. Aperto dal venerdì alla domenica, il banco ha avuto il merito di ampliare l’orario di apertura del ristorante con il rito dell’aperitivo e ha generato un incremento degli incassi fino al 40%.

Tutto sottovetro, dalla cucina all’orto

Ristoranti –

Una serra destinata alla demolizione è diventata uno dei ristoranti più “in” di Amsterdam, con una proposta senza carta e a tutta natura

Una serra come ristorante, tutta in vetro, trasparente e con un rigoglioso orto accanto alle cucine. È il De Kas di Amsterdam, situato nel verde del Frankendael Park, verso la periferia. Aperto ormai dal 2001, si è ritagliato in fretta un ruolo di primo piano nella vivace e multietnica ristorazione della città olandese.
Ogni anno mangiano al De Kas oltre 50 mila clienti, attirati dalla singolare location, dal tipo di cucina naturale e mediterranea, dalla fama degli chef. La struttura è una serra in vetro del 1921, appartenuta al municipio di Amsterdam. Era destinata alla demolizione quando sette anni fa Gert Jan Hageman, chef stellato del Vermeer, ristorante di alta cucina olandese, decise di rilevarla e trasformarla in un’oasi del gusto. Una nuova avventura cominciata in compagnia di Ronald Kunis, già chef del Vermeer e oggi executive chef del De Kas. I due cuochi olandesi, viste le caratteristiche del posto, decidono di dedicarsi a una cucina dalla forte impronta vegetale, ma vagamente mediterranea, fatta di materie prime di qualità e prodotti il più possibile olandesi.
Circondata dal bel parco di Frankendael, la serra in vetro del De Kas comunica trasparenza e naturalità. È completamente illuminata dalla luce del giorno, arredata con sedie in vimini e tavoli di legno chiaro, dotata di tende interne e di un sistema avanzato di aerazione e riscaldamento. Tra le sue lastre di vetro ospita alcune piante di olivo, fichi, limoni e un orto da cui ogni giorno il personale di cucina attinge a piene mani.

Anche il tè verde proviene dall’orto

Collocato in uno spazio laterale, l’orto è coltivato a melanzane, zucchine, cetrioli, peperoni, pomodori (18 varietà), pesche, lavanda, tè verde, basilico (8 varietà). Il fabbisogno giornaliero di frutta e verdura fresca è comunque assicurato da un secondo orto di proprietà, di 1.000 mq nei dintorni di Amsterdam, e da una rete di fornitori di fiducia. Il De Kas è rigorosamente senza carta con un’offerta che varia settimanalmente e con piatti decorati di piante e petali di fiori. Il cliente mangia ciò che trova. La cena (47,50 euro) è composta da 5 portate: 3 leggeri antipasti, una portata principale, un dessert; il pranzo (35 euro) è di 4 portate con un antipasto in meno. La cena contempla di solito un piatto di carne, il pranzo, uno di pesce. Tra le decine di antipasti proposti ogni anno troviamo piatti distinti da abbinamenti curiosu come cappesante arrosto con insalata di sedani e pompelmo rosa, oppure ravioli con formaggio di capra, peperoni e spinaci.
Tra i piatti principali spicca la spigola con contorno di pastinaca sativa (una radice bianca e carnosa), prosciutto, olio extravergine, limone e basilico. Più tradizionali i dessert con, ad esempio, la mela al forno con gelato di vaniglia e noci.
La carta dei vini, con circa 40 etichette, molte da uve biologiche, prevede una discreta selezione di proposte al calice. Gli spazi interni sono strutturati per ospitare diversi target di clientela.
La sala principale, riprogettata dal designer olandese Piet Boon e sormontata da un tetto in vetro a 8 m d’altezza, può ospitare fino ad un centinaio di coperti “generalisti”. Nei diversi spazi laterali si trovano, invece, un “bar table”, da 12-16 persone, di solito riservato a gruppi o uomini d’affari e un “business table”, da 6-10 persone, posto in un ambiente più isolato. Non mancano un patio e una “garden room” per banchetti, eventi privati e meeting. Infine la cucina ospita uno “chef table”, da 2-4 persone, con menu speciale e spiegazioni in diretta degli chef: il tutto per 125 euro a persona, vini inclusi.

Un bianchino, e il cuore ringrazia

Vino –

Fino ad oggi si credeva che solo il vino rosso proteggesse dalle malattie del cuore. In realtà gli ultimi studi rivelano che i bianchi non sono da meno. Anzi

Vino bianco o vino rosso? Posto dal punto di vista della salute questo quesito, fino a poco tempo fa, sembrava non lasciare adito a dubbi: vino rosso! Da tempo infatti numerosi studi scientifici hanno messo in risalto gli effetti benefici di barbere e chianti, soprattutto per quanto riguarda il cuore. Le uve nere, infatti, sono ricche di antocianine e flavonoidi, sostanze che contribuiscono a dare la caratteristica colorazione alla buccia ma che hanno anche un impatto positivo sul nostro organismo. Il vino bianco, invece, non è mai stato considerato un grande amico della salute.

La ricerca voluta dal Consorzio Soave

Il maggior contenuto di solfiti e il particolare pH sembrano infatti determinare in più di un consumatore di vino bianco intolleranze, che si manifestano con i caratteristici mal di testa. Oggi però le novità riportate da una serie di studi scientifici sembrano sovvertire il primato tra i “vini della salute”, portando i bianchi al primo posto. Il merito di queste scoperte è soprattutto del Consorzio del Soave che ha commissionato in tutto il mondo una serie di ricerche impostate sulla somministrazione moderata del vino a volontari, ma anche ad animali. Gli esiti sono stati presentati in occasione di un convegno internazionale, che si è tenuto proprio a Soave. Il lavoro più ponderoso è stato quello condotto al Kaiser Permanente Medical Care Program di Oakland dall’équipe di Arthur Klatsky, epidemiologo statunitense, che nel corso di 7 anni ha tenuto sotto controllo la bellezza di 130.000 pazienti. Klatsky si è accorto che i moderati consumatori di alcol erano più protetti contro malattie cardiovascolari rispetto agli astemi e che il vino offriva in tali patologie la maggior protezione rispetto alle altre bevande alcoliche. La sorpresa però è arrivata quando tra vino bianco e vino rosso si è scoperto che il vino bianco è più protettivo contro le malattie cardiovascolari e che le donne, moderate consumatrici di vino bianco, fra tutti sono risultate le più protette.

Scoperta sorprendente
 «Un risultato - dice Alberto Bertelli del Dipartimento di Morfologia Umana dell’Università degli Studi di Milano - che ridimensiona il ruolo del vino rosso, fino ad oggi considerato il solo a proteggere contro patologie cardiovascolari e apre la strada a studi di tipo sperimentale e clinico con vini bianchi di diversa provenienza, per giungere a una spiegazione definitiva di questo fenomeno».
Uno dei meccanismi che spiegano l’influsso benefico dei bianchi è il loro ruolo nel frenare l’apoptosi delle cellule cardiache. L’apoptosi è un fenomeno che interessa tutti tipi di cellule e che ne determina il deterioramento e, quindi, la morte. Ebbene, una sostanza presente nel vino bianco, l’idrossitirosolo, ha la capacità di attivare particolari proteine, le sirtuine, che rallentano l’apoptosi. E lo fanno con un’efficacia molto superiore rispetto alle sostanze positive contenute nel vino rosso.

Con gli affumicati fai da te gusto e show sono garantiti

Tecniche –

Il sapore fumé piace. Una tecnica che i cuochi possono realizzare in proprio. A beneficio di una cucina personalizzata. E di un po’ di spettacolo ai tavoli

Usata da tempo immemorabile, l’affumicatura caratterizza il sapore dei cibi, oltre a prolungarne la conservazione (grazie allo sviluppo di formaldeide e acido acetico). Una tecnica che, a seconda della temperatura del fumo, è “a caldo” o “a freddo”. Nella prima, le temperature oscillano dai 50 ai 90°C, con parziale cottura degli alimenti; in quella a freddo il fumo è fra 20 e 45°C.
La differenza è dovuta al fatto che nel primo caso il cibo è posto nella camera di combustione (poco resinoso, eventualmente con aggiunta di erbe provenzali, bucce di agrumi, ginepro ecc). Nell’affumicatura a freddo, invece, il fumo è prodotto in una camera separata e poi convogliato sull’alimento. La differenza non è irrilevante, proprio perchè nella affumicatura a caldo il cibo “cuoce” (è la tecnica usata ad esempio per le aringhe o lo stinco di maiale). Quella a freddo, adatta a prodotti delicati come pesci, formaggi o verdure, è il modo migliore per dare una nota fumé ai cibi, lasciandoli crudi - o quasi.

L'attrezzatura giusta
Il bello è che oggi il cuoco, con un semplice attrezzino, può affumicare da sé i cibi, personalizzando l’aroma al variare del tipo di legno o dei tempi di esposizione. A idearlo, Fabio Tacchella, team manager della Nazionale Italiana cuochi, spinto dalle esigenze del suo stesso ristorante (Antica Pesa, Stallavena, Vr). «Un sistema - spiega - che consente infinite variazioni. Basta ad es. affumicare per 15’ cozze crude, poi cuocerle in modo tradizionale e il gusto cambia. Bello anche realizzare affumicature istantanee e portare i cibi al tavolo in barattoli ermetici o sotto cloche piene di fumo».
L’apparecchietto, battezzato Smoky, è composto da un piccolo bruciatore in cui si mettono legna e aromi che, bruciati, emettono fumo; una pompa lo “cattura” e raffredda, attraverso una serpentina. Il fumo esce da un tubo in plastica, che può essere infilato in una teglia gastronorm, in un barattolino con coperchio, sotto una cloche o nel forno. «Con questo sistema - precisa Tacchella - il cibo non si surriscalda, non perde liquidi e resiste nel barattolo una decina di minuti».

Pizza con le verdure, griglia e padella aiutano

Al forno –

Le cipolle si usano crude. Le melanzane vanno grigliate. I porcini si possono aggiungere a lamelle, dopo cottura. Regolette per pizze vegetali

Da sempre le verdure sono le protagoniste di numerose specialità della pizzeria. Utili a tutti per il loro apporto di fibre e di vitamine, rappresentano anche un modo piacevole per far scoprire le verdure ai bambini, che in genere non amano i vegetali. Basta, ad esempio, presentare ai baby clienti una pizza che ricordi un volto sorridente per invitarli all’assaggio: una faldina di peperone sagomata farà la funzione della bocca, per il naso basta un pomodorino, mentre per gli occhi serviranno due rondelle di zucchina o delle olive nere (naturalmente snocciolate). Senza dimenticare che una pizza alle verdure non può mancare nel menu, per accontentare i vegetariani.
Mozzarella e pomodoro come base

Il miglior risultato si ottiene preparando la consueta base con mozzarella e pomodoro, sulla quale si aggiungono le verdure. Ognuna di queste, però, necessita di una specifica preparazione preliminare. Le cipolle, ad esempio, vanno tagliate a rondelle sottili e vanno poste crude sul disco di pasta, prima d i metterlo in forno. Le verdure grigliate (melanzane, peperoni, zucchine, pomodori, radicchio), vanno invece preparate in anticipo e si depongono già cotte sulla pizza. Stessa procedura anche per le verdure lessate o a vapore (finocchi, spinaci, asparagi, broccoletti, patate, porri), che si infornano con il disco di pasta. Importante, in fase di lavorazione, è asciugarle con cura.
La grande differenza fra la cottura alla griglia e quella a vapore sta infatti nella quantità di acqua liberata durante la cottura, da cui deriva la sensazione di succulenza che si avverte nella degustazione. Così, una pizza con verdure grigliate ha un gusto più deciso: prevale la tendenza amarognola con le melanzane e il radicchio, quella agrodolce con il pomodoro e il peperone, quella dolce con la zucchina. La pizza con verdure lesse (patate, asparagi, broccoletti) è più delicata nelle sfumature odorose, meno sapida, con una nota dominante dolce.
Ci sono infine le verdure da porre in superficie, una volta estratta la pizza dal forno. Si tratta per lo più delle insalate, come la rucola fresca, dal gusto amaro e lievemente piccantino, cicoria (leggermente amarognola), erba cipollina. O di funghi porcini freschi, tagliati sottilissimi con la mandolina.

Nuove proposte in fatto di insalatone

Cucina –

Variare gli ingredienti. Marinare in anticipo i legumi. Condire al momento. Guarnire con fiori o germogli. Così l’insalatona torna ad attrarre

Altro che contorno: l’insalata ha tutte le carte in regola per essere un piatto con dignità pari a quella delle altre portate. Lo insegnano i grandi cuochi: Davide Scabin, ad esempio, con la sua Check Salad, in cui le foglioline sono scelte una ad una e condite con spruzzate di sale liquido; o Enrico Crippa che propone la “Insalata 21,31…e forse 41”, in base al numero delle erbe di stagione usate.
A suggerire direzioni di lavoro sul tema ci pensa Andrea Costantini (sous-chef del Relais Villa del Quar, Vr), che nel libro Tutta un’altra insalata (ed. Bibliotheca Culinaria, 28 ricette, 64 pagg, 15,90 euro) spiega ricette e dà utili consigli. È risaputo, ad esempio, che la maggior parte delle verdure va condita all’ultimo momento; ve ne sono però alcune che guadagnano in sapore con una marinatura preventiva. Il cavolo, ceci o fagioli migliorano se sono conditi in anticipo con olio, sale, limone o aceto.
Interessanti le ricette in cui l’insalata sposa il pesce; ad esempio quella a base di lattuga e branzino, la cui polpa tagliata a cubi va marinata per 2 ore in succo di lime, pepe rosa, coriandolo, zucchero e poco sale grosso. Il piatto è completato da spicchi di pompelmo, feta e condito con limone, sale e olio alla camomilla.
Da ricordare che le insalate possono essere arricchite anche da frutta (arance, kiwi, ananas, mela verde) scorze di agrumi, germogli, fiori commestibili (viole, borragine, primule).

Lunga vita al toast, purché fatto a dovere

Snack –

Bene il pane bianco in cassetta e non quello al latte. Prosciutto cotto, molto meglio che la spalla. Fontina tagliata al momento. Anche il toast ha le sue regolette

Per il barista il toast è una vera risorsa, visto che i suoi ingredienti-base sono sempre disponibili in un locale ben fornito, a partire dal pan carré. La specialità è notissima e sempre apprezzata proprio per i suoi ingredienti, ad un tempo semplici e saporiti. Troppo spesso però il toast è preparato con poca cura e con ingredienti di scarsa qualità. Non è raro vederne di poco invitanti, dalle farciture scarse, preparati troppo in anticipo e non protetti dalla disidratazione grazie alla pellicola. Risultato: il pan carré via via diventa sempre più secco e inizia a inarcarsi agli angoli.

Classico, leggermente imburrato

Punto di partenza della preparazione è il pane bianco in cassetta (del panificio) o pan carré (di produzione industriale); meglio evitare invece quello al latte, che rende troppo dolciastra la preparazione. Le due fette di pane - imburrate leggermente sulla parte interna, anche se si tratta di un’aggiunta a discrezione - vengono farcite con fette di fontina tagliate sottili, con l’affettatrice. Infine si aggiunge il prosciutto: quello cotto è la scelta più corretta (la spalla sarebbe da evitare, a meno che sia di ottima qualità). Una scelta di ingredienti che, con una oculata valutazione del prezzo, consente di offrire qualità al cliente e all’esercente il giusto guadagno. Un esempio d’eccellenza lo dà il Bar Quadronno (Mi) dove il toast - particolarmente abbondante nella farcitura - è realizzato con ben tre fette di prosciutto cotto e quattro di fontina e venduto a 4,50 euro.
Importante la fase della tostatura sulla piastra: bisogna badare a non schiacciare troppo il toast e lasciarlo in cottura finché il pane ha rigature dorate. A 200°C, con piastra calda, bastano circa
2-3 minuti. Da ricordare che le farciture (sottolio, sottaceti, acciughe, prodotti in salamoia) vanno aggiunte dopo la tostatura, ben sgocciolate dal liquido di governo. Per facilitare il cliente nel consumo, solitamente il toast dovrebbe essere tagliato in due triangoli, avvolto in un tovagliolino e immediatamente servito.

Il cappuccino perfetto

Caffè –

Usare un espresso “corto”. Montare il latte formando una crema compatta. Versarla con un morbido movimento o, se si vuole, decorarla, con rapidi gesti del polso. I segreti per un cappuccino a regola d’arte

È uno dei best seller della caffetteria. Si calcola che dei 35 milioni di tazzine di caffè espresso erogate ogni giorno nei bar, circa 1/5 (ovvero 7 milioni) siano cappuccini.
Nel cappuccio il cliente cerca una specialità gustosa e ricca, sormontata da una crema di latte compatta, morbida e vellutata, servita alla giusta temperatura, magari decorata o insaporita da un’aromatizzazione. Ma come prepararlo alla perfezione? Ecco i suggerimenti. Sul piano del banco bar, accanto alla macchina espresso, per lo più si vedono un paio di bricchi d’acciaio, mentre ce ne dovrebbe essere una vera batteria, di diverse capienze. Il più usato è il mezzo litro, utile per realizzare due cappuccini; segue il 700 cl (3 preparazioni) e il litro (4). Fondamentale scegliere il contenitore giusto in base alle richieste, dato che la crema di latte va servita nel giro di un paio di minuti al massimo dalla preparazione.
Una volta consumato il latte montato, è bene eliminare dal bricco eventuali residui, lavandolo a mano con acqua (mentre a fine giornata è opportuno un passaggio in lavastoviglie).

Meglio utilizzare un caffè ristretto

Per avere un prodotto gustoso bisogna usare latte fresco intero, secondo le procedure spiegate dettagliatamente nella pagina accanto. Da sottolineare che, prima di immergere la lancia nel latte da montare, è bene erogare il vapore per alcuni secondi, per togliere la condensa che può essersi formata. Per montare la crema di latte per 2 preparazioni servono circa 20”. Intanto si prepara l’espresso, meglio se ristretto (meno dei canonici 25 cc) per esaltare il gusto della preparazione. Poi si fa scendere nella tazza da cappuccino il contenuto del bricco con un leggero movimento del polso, fino a riempirla.
La crema deve stare appena sotto il bordo della tazza; è ideale se è corposa, non scissa in latte emulsionato e schiuma, ma composta di solo latte emulsionato, dalla tessitura compatta, priva di macrobolle, che si formano se l’erogatore è posto troppo vicino alla superficie del latte. Si riconosce in quanto il composto è disomogeneo e al primo sorso si avverte un senso di “vuoto”, dato che in bocca si ha solo schiuma.

I ristoratori danno la sveglia e il team Friuli va alla carica

Distretti –

La Via dei Sapori del Friuli Venezia Giulia unisce 20 ristoratori. Un’associazione per promuovere gastronomia e territorio, cui ora aderiscono produttori di nicchia. Per fare sistema

Un’idea di distretto, come accade nel settore industriale, un modo per proporre le eccellenze enogastronomiche del territorio secondo un approccio di sistema. In Friuli Venezia Giulia 20 ristoratori si sono consorziati fin dal 2000 in un network che si chiama Via dei Sapori. Una vera e propria “squadra del gusto” che annovera al suo interno anche una ventina di aziende vitivinicole top (fra le quali Keber, Felluga, Primosic, Forchir, Jermann), ma non solo. Perché questo lembo di Nord-Est sa esprimere anche eccellenze produttive che, pur non appartenendo al mondo della ristorazione, ne sono in un certo senso motore e presupposto.

Non solo ristoranti nella Via dei Sapori

Nell’ottica di promuovere materie prime di altissima qualità e recuperare prodotti di nicchia e lavorazioni tradizionali, ecco allora che nella Via dei Sapori sono entrate anche 8 eccellenze produttive: le stufe e i camini Govert, i salumi d’oca di Jolanda de Colò, i formaggi del Consorzio per la tutela del Montasio (che a sua volta raggruppa 42 aziende di produzione e 18 aziende di stagionatura di una delle 3 Dop del Friuli Venezia Giulia), le grappe e le acquaviti di Nonino, il caffè di Orocaffè, i coltelli da cucina di Maniago, i prosciutti “Principe” di San Daniele e l’aceto di mele balsamico di Pomis.
I prodotti simbolo della tradizione e dell’eccellenza del Friuli Venezia Giulia scelgono dunque i ristoranti come vetrina privilegiata in cui presentarsi. «Oggi anche la ristorazione deve trovare soluzioni “globali” - dice Guerrino Tonizzo, titolare del ristorante Al Ferarut di Rivignano (Ud) - perché la politica delle divisioni, dei piccoli cortili da difendere e celare agli occhi della concorrenza è finita: qui da noi i ristoratori hanno capito che per restare sul mercato bisogna investire in qualità, ma soprattutto associarsi, creare sinergie, programmare e gestire un’immagine coerente di cucina del territorio, che proponga menu capaci di giocare fra tradizione e innovazione».
Il tutto si disegna come un itinerario del gusto che - dai monti della Carnia al mare di Muggia, passando per le città d’arte e le colline famose in tutto il mondo per i loro vini eccellenti - propone quanto di meglio offre una terra dove s’incontrano e fondono tre grandi tradizioni culinarie, quella mitteleuropea, quella slava e quella veneta.

Imparare a raccontare la tradizione

«La cucina del Friuli Venezia Giulia - spiega Walter Filiputti, presidente del consorzio Via dei Sapori - è fatta di mille gusti che s’intrecciano e si sovrappongono. Le venti stelle del firmamento gastronomico del Friuli hanno dato vita a un cenacolo incentrato sul rispetto delle tradizioni locali e sul loro rinnovamento. Un circolo dove lo scopo non è solamente quello di “fare e dare da mangiare”, ma anche di proporre, di raccontare, di illustrare e far comprendere la lunga storia che sta dietro ai piatti che vengono serviti al tavolo. L’idea è quella di proporre questi locali come portabandiera della gastronomia regionale. Ora però nel “pacchetto” offriamo anche tutta una serie di attività e prodotti legati al mondo dell’enogastronomia. Insomma, un concentrato di prodotti “Made in Friuli” che funziona da volano per la promozione di tutto il territorio».
Pur con le rispettive differenze, la cucina proposta dai ristoratori della Via dei Sapori è fortemente improntata alla stagionalità. Quest’estate, ad esempio, i grandi protagonisti della tavola sono stati, accanto alle erbe, agli ortaggi e al pesce, i primi funghi di montagna, insieme ai i formaggi di malga e ai grandi salumi friulani.
Nei venti ristoranti del circuito si possono trovare le pubblicazioni edite dal Consorzio, che contengono preziose proposte culinarie del territorio in formato agile da consultare, ma dettagliate e puntuali: tra queste “Radicchio di Gorizia & Radicchi”, primo volumetto della collana Monografie golose, a cui hanno fatto seguito “La polenta: nobiltà contadina” e “Brovada, fagioli e verze”, recentemente pubblicato.
Con un altro libro, intitolato proprio “Friuli Via Dei Sapori” (Edizioni Gribaudo) lo stesso Walter Filiputti racconta i segreti e le storie personali di questi ristoratori, segnalando i punti di approvvigionamento, nonché i produttori che contribuiscono a tenere alta la qualità dei prodotti agroalimentari friulani.

Al ristorante con i figli senza stress

Proposte –

A Bologna il locale Da Babette ha fatto tesoro dell’esperienza dei family restaurant nordeuropei con menu e servizi su misura per i piccoli ospiti

Pargoli urlanti che si inseguono tra i tavoli. Personale stressato. Fughe anticipate dai tavoli. Scene ordinarie, nei (pochi) ristoranti frequentati da famiglie. Una tipologia di clientela, diciamolo, non troppo gradita - a torto, però - soprattutto nei locali di un certo livello. Al nuovo Da Babette, inaugurato da un paio di mesi a Bologna, l'accoglienza dei piccoli, invece, assume il ruolo centrale. Anzi, diventa punto di forza e distinzione. È, in pratica, la reinterpretazione dei “family restaurant” di stile nordeuropeo. Un concept stranamente ancora raro in Italia, dove non vi sono che le particolari eccezioni dei ristoranti in quota nelle stazioni sciistiche o degli esercizi estivi e balneari (ma che spesso si limitano a offrire un parco giochi esterno).

Un locale a misura di famiglia
«Ho una bimba di 2 anni - racconta Paul Picinno (uno dei soci insieme con Alessandro Lisi e Amedeo Ceccarelli) - e sia io che mia moglie amiamo cenare fuori: subito abbiamo avvertito il problema sulla nostra pelle. Di qui mi è venuta l'idea». Idea che nel Da Babette si è concretizzata in due situazioni tra loro complementari: la prima, una carta “classico-moderna” - per i grandi - affiancata da una ricca carta per bambini, con proposte ben studiate in fatto di ingredienti, tecniche e porzioni; la seconda, un baby parking (dai 2-3 ai 10-11 anni) allestito con i giochi dell'azienda partner LudoVico, e seguito da una “tata” a disposizione dei bimbi per tutta la serata. Sabato e domenica è presente in ristorante anche uno staff di animatori di un'agenzia specializzata, che intrattiene i bimbi in attività creative, come il disegno: non esiste il videoregistratore per i cartoni animati, sarebbe troppo facile! La saletta baby si trova in fondo al locale, separata da un vetro antisfondamento e antirumore. Altri accorgimenti che caratterizzano il locale sono la scaletta di accesso costruita a misura di bimbo, i corrimano e i parapetti arrotondati per la sicurezza che separano anche l'area tavoli, leggermente rialzata; e ancora, il fasciatoio d'emergenza, con salviette e pannolini, allestito in un bagno apposito, i bavaglini ad hoc, i seggioloni, la poltrona speciale per l'allattamento.

Un menu accattivante
La carta per bimbi presenta 7 proposte menu (appena 5 euro l'una), ispirate a temi o personaggi, e spiegate in modo accattivante per i bimbi. Per esempio, il menu “Harry Potter” prevede scaloppina della pietra filosofale con bacchettine magiche di patate, spiedino di frutta, succo di mela bio dell'Alto Adige (che appare anche evidenziato nella carta dei vini per i grandi sotto la voce “vino dei bimbi”). Il coperto bimbi, che dà accesso anche al baby parking, è di 2,5 euro. Il pasto normale adulti, invece, si aggira sui 25 euro circa escluso bevande. Non è prevista una saletta a parte per far mangiare separatamente i bambini: solitamente genitori e figli si siedono assieme allo stesso tavolo (80 coperti). Ordinano tutto assieme, ma per primo arriva il piatto dei bimbi. Così, i genitori possono mangiare assieme ai bimbi o, al contrario, godersi la cena in pace, mentre loro sono già in altre faccende affaccendati, nella sala giochi! E il servizio ne guadagna.

Food&Beverage manager, un profilo in ascesa

Formazione –

Le competenze di questa nuova figura sono trasversali: definizione del budget, controllo dei costi, conoscenza delle materie prime e gestione del personale

Le trasformazioni che hanno interessato negli ultimi anni il comparto alberghiero italiano hanno modificato la mappa delle strutture ricettive. Con il risultato di aumentare il numero di hotel di categoria superiore - spesso appartenenti a catene internazionali e nazionali - a discapito di quelli di piccole dimensioni a conduzione familiare, benché questi ultimi detengano ancora una larga fetta del mercato e siano uno degli elementi più tipici dell'offerta turistica del nostro Paese. Questa evoluzione ha avuto diverse conseguenze tra cui quella di aver generato nuove figure professionali, che in molti casi nascono dalle ceneri di vecchie professioni, in chiave però moderna. Tra i profili in forte ascesa, complice l'alta richiesta di qualità dei servizi e dei prodotti enogastronomici e la concentrazione dei distributori nel mercato, il food & beverage manager, un professionista che ha avuto origine nelle grandi catene alberghiere americane e che da noi è arrivato solo in tempi relativamente recenti. Ma che oggi ha acquisito una sua specifica identità e, soprattutto, è molto richiesto dalle aziende del settore. Perché un bravo manager della ristorazione può fare la differenza segnando un punto a favore nella partita della competitività.
 
Da ruolo tattico a ruolo strategico
 Attualmente molti alberghi investono sulla propria immagine attraverso i servizi di food&beverage. L'obiettivo è quello di aprirsi alla clientela attirando, non solo gli ospiti che prenotano le camere, ma anche un buon numero di persone che scelgono l'hotel come cornice per il tempo libero oppure per gli incontri e le attività di lavoro. Così come avviene già negli altri Paesi, anche in Italia è diventato comune cenare o darsi appuntamento per l'aperitivo o il brunch nell'ultimo hotel trendy, abbattendo il pregiudizio che l'albergo sia uno spazio off limits per chi non vi soggiorna. In questo nuovo scenario, il food & beverage manager trova ampie possibilità di occupazione. E di carriera. Un tempo dedito alle attività di banqueting, oggi questo professionista è il responsabile dell'attività di ristorazione/bar considerata nelle varie componenti in cui si articola. Le sue competenze sono molte e trasversali. Chi fa questo lavoro, infatti, si occupa delle risorse economiche, dell'organizzazione e della gestione dei servizi, dell'approvvigionamento dei prodotti alimentari, del controllo qualitativo e quantitativo della produzione e della distribuzione dei cibi e delle bevande. Deve, in pratica, definire il budget e controllare i costi, mantenendo lo standard del servizio erogato, selezionare i fornitori, scegliere i prodotti, organizzare gli spazi e curare l'igiene. Non solo. Deve anche essere in grado di gestire gli uomini, assegnando incarichi e responsabilità.

Supervisore della qualità
 «Si tratta di una figura manageriale complessa e articolata, un dirigente che conosce perfettamente le materie prime, sia per quanto riguarda la parte di cucina che quella del bar. È un supervisore a cui spetta l'onere o l'onore, avvalendosi dell'aiuto dei vari responsabili di settore, di garantire un servizio di alta qualità», spiega Oscar Cavallera della società di consulenza Master Consulting e direttore dei corsi di Bar University, primo centro italiano di formazione per manager di bar di successo promosso da Bargiornale e Fuoricasa Easybar (Il Sole 24 Ore Business Media). Il food&beverage manager è un professionista che ha il compito di dire l'ultima parola su ogni aspetto. «Non è un mestiere da fare stando seduti dietro alla scrivania. Per ottenere buoni risultati, bisogna trascorrere molto tempo sul campo. Io assaggio e sperimento personalmente sia i cibi che le bevande, ho rapporti diretti con i fornitori e ricerco il contatto con i clienti per ascoltare le loro esigenze, captare i segnali e muovermi nella direzione che mi indicano», racconta Mario Lutzoni food&beverage manager area Costa Smeralda per la Starwood Hotels & Resort. «L'obiettivo è fornire un'offerta di qualità disegnata sulle richieste degli ospiti, italiani e stranieri, con un prezzo proporzionato e bilanciato a seconda della stagione, in grado di cogliere le tendenze ma anche valorizzare le tradizioni enogastronomiche del territorio», aggiunge Lutzoni.

Organizzazione e leadership
 Per fare questo lavoro bisogna possedere ottime capacità di coordinamento e relazionali, conoscere alla perfezione il mercato di riferimento - la cui offerta è sempre più ricca e articolata - e le tecniche di preparazione dei prodotti enogastronomici che vengono proposti all'interno delle varie strutture (ristorante, bar, discoteca). Inoltre è indispensabile possedere competenze in ambito amministrativo e contabile, doti comunicative e la capacità di lavorare in team. Non va poi sottovalutato il carisma: una qualità necessaria per gestire e motivare i collaboratori che, soprattutto negli alberghi più grandi, sono piuttosto numerosi. «Per diventare un bravo professionista bisogna fare esperienza sul campo. La carta vincente è mettere nel proprio curriculum un tirocinio all'estero. Le mete più indicate sono gli Stati Uniti e la Francia, paesi all'avanguardia nei servizi di food&beverage che hanno molto da insegnare. Senza contare che lavorare per qualche tempo fuori dai confini è l'occasione giusta per imparare una lingua straniera in modo fluente, un requisito indispensabile per chi sceglie questa professione», riprende Cavallera.

Carriera e retribuzioni
Nella maggior parte dei casi la carriera di un food & beverage manager parte dal bar oppure dalla sala. La strada principale per arrivare a ricoprire questo ruolo inizia, infatti, ancora dalla gavetta. Con una certa esperienza alle spalle, poi, si può frequentare un corso di formazione ad hoc. L'offerta è ampia e variegata. «La nostra scuola propone dei seminari che coniugano la parte teorica con quella pratica. È indispensabile, infatti, che le conoscenze apprese in aula vengano subito utilizzate. La maggior parte degli iscritti ha già alle spalle un'esperienza professionale nella ristorazione e ha come traguardo quello di fare il salto di qualità e ottenere una promozione», spiega Marina Ambrosecchio, direttrice dell'Istituto europeo per il turismo. Il corso va quindi selezionato in base agli obbiettivi che si vogliono raggiungere e al proprio grado di esperienza. Però la formazione può fare la differenza perché le strutture alberghiere sono sempre alla ricerca di professionisti preparati e competenti. Il principale canale attraverso il quale effettuano il reclutamento è l'head hunting ma, negli ultimi tempi, anche le scuole sono diventate un bacino preferenziale dal quale attingono le risorse. Gli stipendi di un food & beverage manager sono piuttosto interessanti. La retribuzione annua lorda parte da 30 mila euro e può raggiungere anche cifre elevate sino a superare i 50 mila euro lordi all'anno.«La carriera non finisce qui. Quando si arriva a ricoprire questo ruolo si può crescere ulteriormente. Diventando, ad esempio, responsabile dell'area food&beverage di una catena di alberghi. Oppure, andando a ricoprire il ruolo di direttore o general manager», assicura Cavallera. E aggiunge: «A patto di mettere in conto parecchi sacrifici. Questi professionisti lavorano 10-12 ore al giorno, weekend e festività compresi».

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