C’è tempo fino al 10 febbraio per candidarsi alla Barista Challenge 2026, la seconda edizione della competition di Lavazzarivolta ai professionisti italiani del caffè. Ai candidati è richiesto di creare un coffeetail originale, caldo o freddo, arricchito da un ingrediente regionale, nonché un video di presentazione che racconti il proprio percorso professionale. Le migliori ricette saranno selezionate entro il 13 febbraio e consentiranno l'accesso alle finali nazionali che si svolgeranno a Torino il 2 e 3 marzo 2026.
Qui i baristi selezionati vivranno un’esperienza di confronto professionale e approfondimento formativo, con il supporto del Lavazza Training Center, network di formazione con oltre 55 sedi nel mondo, che accompagna i baristi in tutte le fasi del progetto.
Il podio della Barista Challenge 2025, al centro, la vincitrice Carmela Maresca
Il vincitore della Barista Challenge Italia (l'anno scorso la vincitrice di Barista Challenge è stata Carmela Maresca, che è anche nell'albo d'oro dei Barawawards, dopo aver vinto il premio Barista dell'anno 2024), accederà alle finali internazionali, che si svolgeranno dal 23 al 27 marzo 2026 a Torino, confrontandosi con baristi provenienti da tutto il mondo.
La Barista Challenge si inserisce nel più ampio impegno di Lavazza a favore della cultura autentica del caffè italiano e della professionalizzazione nel settore. Per i partecipanti selezionati, la Barista Challenge rappresenta un’occasione concreta di confronto, visibilità e crescita professionale, fino all’accesso alle finali nazionali e internazionali, in un contesto di respiro globale.
Il nuovo arrivato, come tutta la produzione della maison francese, è un distillato analcolico di alta gamma ispirato al tradizionale Citadelle Gin del quale conserva l'eleganza e la personalità
Citadelleentra nel segmento del no alcohol. Il marchio francese di gin di Maison Ferrand, i cui prodotti sono distribuiti in esclusiva per l’Italia da Compagnia dei Caraibi, ha lanciato Citadelle 0.0, una nuova referenza pensata per offrire il gusto e la qualità della classica proposta del marchio, ma in versione zero alcol.
Frutto di un lungo lavoro di ricerca e sviluppo durato quattro anni, il nuovo arrivato è infatti ispirato a Citadelle Gin. Del fratello alcolico conserva tuttele 19 botaniche: ginepro francese, viola, coriandolo dal Marocco, mandorle e scorza di limone agrodolce dalla Spagna, la buccia di arance messicane, angelica dalla Germania settentrionale, cardamomo dall’India, corteccia di cassia dall'Indocina, cannella dallo Sri Lanka, la liquirizia cinese, i grani del paradiso dall'Africa occidentale, pepe cubebe da Java, cumino olandese, anice francese, noce moscata, finocchio e radice di iris italiano. Ricetta che nel nuovo prodotto viene arricchita da una selezione di estratti 100% naturali, studiata per conferire equilibrio, profondità e persistenza.
Un distillato analcolico dall'identità forte e vibrante
Altra particolarità di Citadelle 0.0 è il metodo di produzione, l’idrodistillazione, una tecnica mutuata dall’antica arte profumiera che permette di ottenere un distillato totalmente senza alcol, a differenza del più comune processo di dealcolazione, comunemente utilizzato per la produzione di prodotti analcolici ispirati agli spirit. Una tecnica che i più ha il vantaggio di valorizzare le materie prime, catturandone e restituendone gli aromi puri, e che riflette l’impegno della Maison nel preservare nel nuovo nato gli stessi standard di qualità e il medesimo posizionamento della sua tradizionale offerta.
Non a caso, a caratterizzare Citadelle 0.0 è un intenso bouquet aromatico, aperto da note botaniche vivide, spezie delicate e sottili accenni floreali. Al palato, è morbido e armonioso, ampio e rinfrescante, con una nota pepata vivace che conferisce carattere e personalità al prodotto.
Senza zuccheri aggiunti, vegan e gluten free, il nuovo distillato analcolico con il suo stile secco, nitido, vibrante e dalla chiara impronta di ginepro, è ideale da servire con tonica, il suo perfect serve, per reinterpretare in versione no/low alcohol grandi classici della miscelazione, dal Martini Cocktail al Negroni, o per la creazione di originali mocktail.
La ricetta
Citadelle 0.0 & tonic Ingredienti: 50 ml Citadelle 0.0, 150 ml acqua tonica, Preparazione: build Guarnizione: rametto di rosmarino e 2/3 grani di pepe rosa Bicchiere: highball
Il 5 febbraio, al Cafezal Coffee Hub, l'incontro che punta ad attivare un dialogo trasversale sul ruolo dello specialty coffee in Italia: dalle dinamiche di consumo ai modelli di servizio, fino alle connessioni con mixology, ristorazione e intrattenimento
Giovedì 5 febbraio, Milano ospiterà la presentazione del Manifesto dello Specialty Coffee italiano, un progetto che ambisce a diventare una piattaforma condivisa per il settore. L’incontro si terrà presso Cafezal Coffee Hub, in viale Premuda 14, e coinvolgerà alcuni professionisti e operatori del mondo food & beverage in una giornata di confronto.
Il Manifesto nasce su iniziativa di Cafezal, una realtà dedicata allo specialty coffee che unisce torrefazione, formazione e consulenza, con l’obiettivo di attivare un dialogo trasversale sul ruolo dello specialty coffee in Italia: dalle dinamiche di consumo ai modelli di servizio, fino alle connessioni con ristorazione, mixology e intrattenimento. Il progetto si propone come uno strumento aperto, pensato per stimolare una riflessione collettiva sul presente e sul futuro del comparto.
Il programma dei lavori
Il programma della giornata si articolerà in quattro panel tematici, ognuno dedicato a un ambito chiave dell’ospitalità contemporanea.
Si partirà alle 10.00 con un focus sull’evoluzione della colazione, analizzando come il modello tradizionale italiano stia cambiando e quale spazio occupi oggi il caffè specialty all’interno di questo rito quotidiano. Il confronto metterà insieme punti di vista provenienti da panificazione, pasticceria e osservatori delle nuove tendenze di consumo.
Intervengono: Giovanni Mineo (titolare Crosta), Fabio Campanile (Ex Responsabile R&D Massari e Princi), Alice Yamada (titolare PAN), Colazione Milanese (Food trend Influencers).
Alle 11.30 il dibattito si sposterà sullo specialty coffee italiano, affrontando lo sviluppo del settore lungo tutta la filiera, dalla formazione al servizio, fino al posizionamento dei brand. Un momento pensato per leggere lo stato dell’arte e le prospettive future di un mercato in continua evoluzione.
Intervengono: Federico Pezzetta (@coffeeandlucas Coffee trend Influencers), Michele Cannone (Global Brand Director Away From Home di Lavazza Group), Federica Parisi (Direttrice Coffee Community Simonelli Group) e Monica Milanovich (Responsabile MKT Gaggia)
Nel primo pomeriggio, alle 14.00, il tema sarà la ristorazione moderna, con un’attenzione particolare alle sfide legate alla sostenibilità e al dialogo tra cucina e caffè di qualità. Il panel offrirà una riflessione sulle scelte operative e culturali che oggi influenzano il lavoro dei ristoratori.
Intervengono: Diego Rossi (titolare e Chef Trippa), Antonio Civita (titolare Panino Giusto), Sauro Ricci e Raffaele Minghini (titolari e Chef Joia), Alice Todaro (@daysofmilan - Food trend Influencers).
La giornata si concluderà alle 15.00 con un confronto dedicato all’evoluzione della mixology e dell’entertainment, esplorando le possibili intersezioni tra caffè, vino, cocktail e fine dining. A seguire, un momento informale di networking accompagnato da aperitivo e DJ set.
Intervengono: Jacopo Ercolani (titolare CRU), Fabricio Lanfredi (titolare Hollywood/Loolapalosa), Chiara Carolei (Maestra assaggiatrice Onaf), Angelo Canessa (brand ambassador Velier) e Andrea Villa (titolare M10).
Nuovi spazi per lo specialty coffee
La presentazione del Manifesto si inserisce in un contesto in cui il caffè specialty sta cercando nuovi linguaggi e nuovi spazi di dialogo con il mondo dell’ospitalità. L’appuntamento milanese potrà essere utile soprattutto se, oltre al quadro generale e agli interventi in programma, emergeranno indicazioni concrete e strumenti realmente applicabili per operatori e locali.
Il brand ambassador nasce molto prima del marketing. Nasce quando bere in pubblico diventa un atto sociale, politico, culturale. Quando il bicchiere smette di essere solo un contenitore e diventa un messaggio. Nessun badge, nessuna slide, nessun contratto, niente Kpi, tantomeno fogli di calcolo: solo reputazione. Alla corte di Re Carlo I, per esempio, il Cognac era linguaggio di potere. Non si beveva a caso, non si beveva con chiunque. La scelta della bevanda, la provenienza, il rituale del brindisi erano segnali. Il sovrano non promuoveva etichette, ma certificava comportamenti: e quei comportamenti, a cascata, diventavano modello. Un endorsement silenzioso; eppure, chiarissimo: “se si fa così qui, allora si fa così ovunque conti”.
Un secolo dopo, Benjamin Franklin può essere considerato a tutti gli effetti un brand ambassador inconsapevole del rum. Nel XVIII secolo la sua passione per questo distillato, unita allo stile di vita e alla forte influenza pubblica, contribuì ad alimentarne la popolarità nelle colonie americane. Franklin non promuoveva il rum in modo diretto, ma lo legittimava attraverso l’esempio: frequentando taverne, circoli e salotti, trasformava il consumo in un gesto sociale autorevole. Ancora una volta, il valore non stava nella bevanda in sé, ma nell’associazione con una figura capace di rendere desiderabile ciò che beveva semplicemente bevendolo.
Marco Polo non faceva marketing, faceva viaggiare le cose prima ancora delle persone. Le raccontava, le rendeva vive, le faceva desiderare. Se oggi lo chiamiamo brand ambassador è solo perché non abbiamo un termine migliore per dire “uno che cambia il mondo raccontandolo”. Un brand ambassador senza brand, ma con un’enorme capacità di far desiderare. Roba da Milione.
Poi arriva l’Ottocento e qualcosa cambia: il racconto smette di dipendere solo dagli uomini e inizia a incarnarsi in un’identità riconoscibile. Negli anni ’80 e ’90 del Novecento, complice globalizzazione e la crescente competitività del mercato, il ruolo si consolida. Con Johnnie Walker e la campagna Keep Walking il marchio diventa persona, il logo cammina, il nome attraversa i confini. Non serve più il re, non serve più il politico, il sognatore e il viaggiatore: il brand stesso diventa narratore. È la modernità che entra nel bicchiere. E quando il Novecento prende velocità, ecco Ernest Hemingway: bastano una foto, una frase, una sosta al bancone giusto. Con un Daiquiri all’Avana - vero o mitizzato poco importa, perché è proprio questo il punto - Hemingway trasforma un drink, anzi due se si considera il Mojito de La Bodeguita del Medio, in un destino e un bar in un luogo di pellegrinaggio. Non è promozione: è leggenda. E la leggenda, si sa, è la più efficace forma di comunicazione.
Credibilità: vivere il prodotto
Tutti questi personaggi, così lontani tra loro per epoca, ruolo e destino, condividono un elemento chiave: la credibilità. Nessuno di loro “spingeva” un prodotto. Lo viveva. Beveva, parlava, lasciava fare al tempo. Ed è proprio da questa lezione storica - più culturale che commerciale - che prende avvio Dal Bar al Brand: come diventare un brand ambassador di successo, il manuale di Fabrizio Tacchi. Tacchi oggi è Spirits & Amaro Ambassador per Gruppo Caffo 1915, ma prima ancora è uno che il ruolo se l’è guadagnato camminandoci dentro.
Fabrizio Tacchi, Spirits & Amaro Ambassador per Gruppo Caffo 1915 e autore di Dal Bar al Brand
Un ex timido - sì, succede anche questo - un ex barman dai modi eleganti, che da oltre vent’anni fa il brand ambassador per aziende internazionali del mondo spirits. Una vita passata tra banconi e aule di formazione, banchi, palchi e retrobottega, chilometri accumulati, miglia aeree conservate come figurine, treni presi al volo e altri persi per un soffio. Nel suo testo – 170 pagine che non fanno rumore mentre scorrono – Tacchi non celebra il ruolo, non lo mitizza, non lo imbelletta: lo mette a fuoco. E lo fa pensando a chi sogna di diventare un viaggiatore del marchio, senza trasformarsi in un cartellone pubblicitario ambulante.
È infatti da una lunga genealogia di ambassador inconsapevoli - viaggiatori, intellettuali, uomini di potere e di racconto - che il libro prende davvero forma. Non come manuale motivazionale da comodino, ma come tentativo lucido di tradurre un ruolo antico in un mestiere contemporaneo (approfondimenti e informazioni sul volume sono disponibili sul sito dell’autore: www.fabriziotacchi.com).
Non megafono, ma interprete
Superata l’introduzione storica, il libro cambia passo ed entra nel vivo del lavoro quotidiano. Tacchi parla di identità professionale, di come costruirla senza finire intrappolati nella posa o nello slogan. Parla di comunicazione, di rapporto con i bartender e con il brand, di public speaking senza recitazione e di networking inteso per quello che dovrebbe essere: frequentazione reale, non una rubrica gonfia di nomi che non rispondono più.
Il punto, ribadito più volte, è semplice e spiazzante: un brand ambassador non è un megafono, è un interprete. Deve conoscere il prodotto, certo. Ma soprattutto deve saperlo tradurre in un linguaggio umano, credibile, condivisibile. Possibilmente senza urlare. Il tono è diretto, asciutto, spesso disincantato. Nessuna promessa di scorciatoie, nessuna retorica da palco con il sorriso incollato.
Tacchi racconta un mestiere fatto di studio, disciplina, ascolto e presenza costante. Un mestiere che non nasce oggi, ma affonda le radici proprio in quelle figure storiche che bevevano, parlavano e lasciavano il segno senza sapere di stare “rappresentando” qualcosa. Ed è qui che il libro trova il suo senso più attuale. In un mercato degli spirits saturo di messaggi, format ed eventi, la figura del brand ambassador torna paradossalmente alle origini. I brand cercano persone credibili, non amplificatori con la voce impostata. Professionisti capaci di stare nei bar prima che sui palchi, di ascoltare prima di parlare, di rappresentare una cultura prima ancora di un prodotto. La storia lo dimostra, e Tacchi lo ribadisce senza alzare il tono: la fiducia non si compra. Si frequenta. Meglio se con il bicchiere giusto.
Il Faro Blu, a Sellia Marina (Catanzaro), distrutto dal ciclone Harry
Le mareggiate che hanno colpito Calabria, Sicilia e Sardegna hanno devastato lidi, bar e ristoranti sul mare. Ma oltre ai danni strutturali, le imprese del fuori casa costiero devono fare i conti con coperture assicurative parziali, incertezza sulle concessioni e ristori ancora limitati
Il ciclone mediterraneo “Harry” che si è abbattuto sul Sud Italia ha investito pesantemente le coste della Calabria ionica, della Sicilia ionica e della Sardegna Sud-Orientale. Le mareggiate, con onde alte fino a 10 metri, accompagnate da venti a 100 km/h e da piogge torrenziali, hanno devastato i litorali, causando gravi danni a infrastrutture, abitazioni e attività commerciali che sorgevano lungo la costa. Un colpo durissimo il ciclone lo ha inferto al comparto del fuori casa, che rappresenta uno dei motori principali dell’economia di queste aree, con locali, chioschi, lidi balneari e strutture turistiche totalmente o in gran parte distrutti.
Un caso emblematico della devastazione generata dal ciclone è quello del lido Faro Blu, a Sellia Marina, in provincia di Catanzaro, investito in pieno dalle onde, con oltre il 50% della struttura che non esiste più: «è stata letteralmente inghiottita dal mare – racconta Domenico Dragone, bartender e proprietario con la sua famiglia dello stabilimento -. Ora al suo posto c’è una voragine dell’ampiezza di diversi metri, mentre la parte restante è gravemente danneggiata».
Il Faro Blu
Realizzato negli anni Settanta, il locale è stato acquistato dai Dragone nel 1985 che da allora, con tanti investimenti e sacrifici, che ne hanno fatto un’attività stagionale multifunzionale. Aperto da aprile a fine settembre, oltre al lido con 160 ombrelloni, la struttura comprende ristorante e pizzeria, che nei mesi di punta arrivano fino a 500 coperti al giorno, e il bar, che è un po’ il cuore nevralgico dell’attività. «Siamo aperti dall’alba alla notte, coprendo tutti i momenti di consumo della giornata, dalla colazione al pranzo, dall’aperitivo al dopo cena con la proposta di cocktail – racconta Dragone -. Ma soprattutto, diamo diventati quasi un’istituzione qui a Sellia, il punto di ritrovo fisso sia per i residenti sia per i turisti che d’estate affollano la cittadina e che apprezzano i diversi servizi che offriamo, con il plus della vista spettacolare sul mare, che però si è rivelata il nostro tallone d’Achille».
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Domenico Dragone, proprietario con la sua famiglia del Faro Blu
Una piccola realtà familiare che con visione imprenditoriale è cresciuta nel tempo, occupando la scorsa estate 44 dipendenti. Un percorso che ora Harry rischia di interrompere. La conta dei danni è pesante, quantificandola a livello economico si parte almeno da 150.000 euro. Alla distruzione della struttura, inclusi i plinti di ancoraggio, va sommata quella delle attrezzature e impianti vari, difficilmente recuperabili. «Un calcolo che non tiene conto della perdita di altri elementi caratterizzanti del lido, come il palmeto – spiega Dragone -. È stato completamente inghiottito dal mare, che ha restituito solo due delle venti palme totali: le altre sono scomparse».
Determinati a ripartire
Lo shock della distruzione non ha però scalfito la determinazione dei Dragone che, aiutati dai dipendenti, si sono messi subito al lavoro, rimuovendo sabbia, acqua e detriti, mettendo in sicurezza quel che è rimasto della struttura e recuperando i materiali sparsi per la spiaggia. «Stiamo avendo un grande supporto dalla comunità di Sellia Marina, che si è stretta intorno a noi, con tante persone aiutano nelle operazioni – prosegue Dragone -. Adesso occorre rimuovere tutta la struttura, mettere in sicurezza l’area e poi installarne una nuova. Andiamo avanti con l’obiettivo di essere pronti per la prossima stagione, con un locale ancora più bello di prima». Per sostenere la ricostruzione i Dragone hanno lanciato anche una raccolta fondi, dal nome evocativo, Torna a splendere, Faro Blu, sulla piattaforma GoFundMe.
I nodi della ricostruzione
Ma il caso del Faro Blu è emblematico anche per le criticità che imprenditori e gestori che hanno avuto le loro attività distrutte dal ciclone Harry si trovano a fronteggiare e che ruotano intorno al problema del reperimento dei fondi, ma non solo.
Il primo nodo riguarda la copertura assicurativa. Il Faro Blu, come altre attività, ha sottoscritto la polizza catastrofale, diventata obbligatoria per le imprese italiane dallo scorso anno e per le micro o piccole imprese che gestiscono esercizi di somministrazione di alimenti e bevande o turistico-ricettive dal prossimo 31 marzo. «Il punto è che l’assicurazione standard non copre i danni provocati dal ciclone, perché le mareggiate non rientrano nelle definizioni di fenomeni catastrofali previste dalla normativa, quali inondazioni, alluvioni, sismi, frane, il che è assurdo», racconta Dragone.
C’è poi un’altra incognita: la direttiva Bolkestein. «I lidi balneari nel 2027 dovranno andare a gara per il rinnovo delle concessioni, senza che al momento ci siano regole e linee guida ben definite – prosegue l’imprenditore -. Investire senza garanzia di continuità e senza sapere che cosa accadrà fra due stagioni è una scelta difficile, ma è quella che abbiamo fatto».
Non a caso proprio su questi aspetti si sofferma la lettera inviata dalla Sib(Sindacato Italiano Balneari) al governo, dove a interventi urgenti di emergenza e ristori adeguati si aggiunge una ulteriore richiesta. «Da subito sono necessari due interventi normativi – ha dichiarato Antonio Capacchione, presidente Sib, in una nota dell’associazione che riassume il contenuto della missiva -: risolvere la questione Bolkestein e sospendere per le aziende danneggiate da mareggiate la norma che impone di tener conto della polizza catastrofale nell’erogazione dei benefici economici».
Fare presto
Riguardo ai ristori, l’auspicio è di fare presto per non compromettere la stagione estiva. Al momento il Consiglio dei ministri ha deliberato lo stato di emergenza nazionale e ha stanziato 100 milioni di euro in totale per le tre regioni a fronte di una prima stima dei danni che si aggira intorno ai 2 miliardi. «Non appena le tre Regioni avranno definito nel dettaglio l’entità dei danni e la priorità degli interventi, il governo adotterà un primo provvedimento interministeriale per consentire il ripristino e la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate, pubbliche e private – ha dichiarato il ministro della protezione civile, Nello Musumeci -. Attività che sarà coordinata dai rispettivi presidenti di Regione, nominati commissari delegati».
Intanto a muoversi sono le Regioni. Regione Siciliana ha approvato un bando con una dotazione finanziaria di 23 milioni, che sarà pubblicato nei prossimi giorni dall’assessorato alle attività produttive sul sito dell’Irfis, che prevede un contributo minimo di 5.000 euro a fondo perduto per riattivare le attività economiche colpite. I termini resteranno aperti per 30 giorni in modo per arrivare a una graduatoria a metà marzo e all’erogazione dei primi aiuti entro lo stesso mese. Il tutto con procedure semplificate: non serviranno Durc né certificazioni dell’Agenzia delle entrate, basterà una perizia giurata di un professionista e un’autocertificazione per accedere ai contributi.
Sempre in questo mese di febbraio, verranno attivati contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati a tasso zero, fino a 400.000 euro e primo pagamento delle rate dopo tre anni.
A provvedimenti simili stanno lavorando anche Calabria e Sardegna.
Le due giovani promesse del bartending si sono aggiudicate la competizione dedicata alla mixology analcolica, ideata da Caroli Hotels, che ha visto in gara gli studenti degli istituti alberghieri di tutto il Salento
È andata a Alessia Schirosi e Golia Luis, giovani promesse del bartending, la vittoria della Mocktail Zero Gradi - Grand Prix Competition. Celebrare il buon bere senza alcolici il cuore della competizione, ideata e organizzata da Caroli Hotels, storica catena alberghiera di Gallipoli e Santa Maria di Leuca, portabandiera della tradizione di ospitalità nel Salento.
Un’iniziativa dedicata alla valorizzazione della mixology analcolica e alla formazione delle nuove generazioni del settore beverage, che ha come protagonisti gli studenti degli istituti alberghieri, sebbene sia aperta anche ai professionisti. «In un contesto sempre più attento al consumo consapevole, la mixology analcolica ha conquistato uno spazio stabile nelle drink list dei locali, ampliando il target e rispondendo a nuove abitudini di consumo – commenta Davide Magrì, bar manager di Caroli Hotels -. In questo scenario si inserisce la Mocktail Zero Gradi – Grand Prix Competition, fortemente voluta dalla direzione della struttura, in particolare da Attilio Caputo, per unire formazione, territorio e innovazione, offrendo agli studenti degli istituti alberghieri un’occasione concreta di confronto con il mondo professionale e di visibilità. Un progetto che cresce di anno in anno e che guarda alle future generazioni di professionisti e a un concetto di ospitalità sempre più inclusivo, dove gusto, tecnica e benessere convivono nel bicchiere».
La terza edizione
Palcoscenico della terza edizione del concorso, presentato e coordinato da Magrì, il Bellavista Club di Caroli Hotels a Gallipoli, dove gli aspiranti bartender provenienti da tutto il Salento si sono sfidati nei due giorni di gara. Ai concorrenti è stato chiesto di realizzare un drink analcolico originale, utilizzando un massimo di cinque ingredienti tra quelli a disposizione nella work station.
I vincitori della Mocktail Zero Gradi - Grand Prix Competition 2026
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Alessia Schirosi dell'Istituto Alberghiero Amerigo Vespucci di Gallipoli
Golia Luis dell'Istituto Alberghiero Egidio Lanoce, Maglie - Otranto
A valutare le creazioni una giuria composta dai bartender Calogero Sergi e Jacopo Colella, dallo chef di Caroli Hotels Antonio Mangino e dal formatore Andrea Ercole. I drink sono stati giudicati secondo criteri di gusto, tecnica di esecuzione, innovazione e sostenibilità.
A spuntarla nella prima giornata è stata Alessia Schirosi dell'Istituto Alberghiero Amerigo Vespucci di Gallipoli, con il suo Nostalgia, preparato con distillato analcolico di ginepro, zucchero bianco e top di bevanda alla melograna e guarnito con foglie di basilico. A vincere nella seconda giornata di gara è stato Golia Luis dell'Istituto Alberghiero Egidio Lanoce, Maglie - Otranto, con Sea Water, dove ha miscelato una base di distillato analcolico di ginepro con succo di limone, sciroppo di zucchero, acqua faba e acqua del mare Ionio, attinta all’approdo di Enea a Porto Badisco, aromatizzata allo zenzero.
I due vincitori si sono aggiudicati i diversi premi in palio: un abbonamento annuale aBargiornale.it, una bottiglia di bollicine zero alcol, un’opera dell’artista Angiuoni e l’ingresso nel Team 2026 di Caroli Hotels, un’opportunità per perfezionare la propria formazione e proseguire il percorso di crescita professionale, in piena coerenza con lo spirito del concorso.
Le ricette
Sea Water di Golia Luis
Ingredienti:
50 ml distillato analcolico di ginepro, 25 ml succo di limone fresco, 25 ml sciroppo di zucchero, 20 ml acqua faba, q.b. acqua di mare dell'approdo di Enea allo zenzero Preparazione:
shake & strain Bicchiere:
coppa
Nostalgia di Alessia Schirosi
Ingredienti: 50 ml distillato analcolico di ginepro, zucchero bianco di canna, foglie di basilico, top di bevanda analcolica alla melagrana Preparazione:
build Bicchiere:
calice
Metti insieme un'antica distilleria, un'università e una buona idea: applicare la ricerca al bar. Il risultato è Campus Alchemist è una nuova linea di liquori, cordiali e bitter (sette al momento i prodotti già in linea), con un occhio di riguardo al low alcohol, realizzati applicando un'innovazione di processo nel recupero dei vegetali di scarto. Tutto nasce dal progetto I-Pro Med, a cui partecipano l'azienda liquoristica Distillatori Russo 1899, il Dipartimento di Farmacia dell’Università degli Studi di Salerno di Fisciano e Gelati Alhoa. L'obiettivo e valorizzare in distillazione le risorse del territorio, grazie all'upcycling.
Bucce, foglie e parti secondarie dei frutti, che normalmente vengono esclusivi dai processi produttivi, sono stati quindi studiati, analizzati, estratti e trasformati in sette distillati con profili aromatici ben definiti.
Determinante la sezione delle botaniche, tutte radicate nel territorio salernitano e più in generale campano e scelte per il loro potenziale in miscelazione. «La linea Campus Alchemist è il risultato di un percorso di ricerca che abbiamo scelto di intraprendere con l'Università di Salerno, perché rappresenta perfettamente il nostro modo di progettare i prodotti Russo 1899. Parliamo, quindi, di valorizzazione delle materie prime, innovare e raccontare le storie legate ai territori campani, portando tutto questo in ogni sorso nei nostri liquori», dice Vincenzo Russo, amministratore unico dell’azienda campana, giunta alla terza generazione.
Per ogni singolo ingrediente, non solo il giusto processo di valorizzazione in distilleria, ma anche qualche idea per l'utilizzo in miscelazione. Il carciofo di Auletta, per esempio, restituisce un amaro secco e vegetale, ideale per twist su classici come Americano e Negroni. La melagrana di Paestum introduce una componente fruttata e leggermente tannica, perfetta per cocktail low alcol e Spritz. Meno convenzionale, il rusco, conosciuto anche come pungitopo, che porta nel bicchiere note balsamiche e boschive, adatte a miscele strutturate. Il finocchio di San Valentino Torio, fresco e anisato, lavora bene come elemento in cocktail clear e aperitivi. Il pomodoro San Marzano dell’Agro Nocerino-Sarnese, infine, può essere utilizzato come ingrediente per un Bloody Mary, oppure con cocktail sapidi e pairing con distillati bianchi e vermouth secchi.
Questi prodotti, insomma, si prestano a preparazione trasversali che vanno dalla creazione di grandi classici a signature cocktail. «Sono stati fatti sicuramente altri progetti simili in campo agro-alimentare, ma penso che questo sia il primo che sia stato fatto focalizzandosi su distillati», precisa Russo. Ognuna delle sette bottiglie create racconta una filiera, un recupero, una scelta consapevole, che è stato in grado di coniugare ricerca, territorio e miscelazione a basso impatto ambientale.
Alla scoperta della scena mixology della metropoli brasiliana, dai bar di ispirazione giapponese, agli echi italo-americani, fino alla ricerca delle origini
San Paolo, la metropoli più dinamica del Brasile, è da sempre un crocevia culturale. E il suo panorama dei cocktail non fa eccezione. Dai primi pionieri come il Baretto e il Bar Astor, che nei primi anni 2000 hanno posto le basi per una mixology più consapevole, fino all’attuale generazione di speakeasy sperimentali e bar votati alla sostenibilità. La città continua a evolversi seguendo le tendenze globali, pur mantenendo una forte impronta brasiliana. Negli ultimi anni, una nuova generazione di cocktail bar, guidata da indirizzi riconosciuti a livello internazionale come Tan Tan, ha ridefinito l’esperienza del bere attraverso ingredienti creativi, atmosfere coinvolgenti e un forte legame con i distillati locali, in particolare la cachaça. Abbiamo selezionato alcune delle aperture più interessanti di San Paolo: The Liquor Store, Kotchi, Shiro, Picco ed Exímia.
The Liquor Store
Creato nel novembre 2022 da Thiago Bañares, già noto per Tan Tan e Kotori, The Liquor Store è la sua prima avventura interamente dedicata alla cocktail culture. Situato nell’elegante quartiere Jardins, il bar si trova al piano superiore del ristorante Goya Zushi e vi si accede solo previa prenotazione, passando per la sala sushi e salendo accompagnati dallo staff.
Caio Carvalhaes, head bartender The Liquor Store
L’ambiente è raccolto e sofisticato: solo 20 posti, in gran parte disposti attorno al bancone in marmo, per favorire un’interazione diretta tra bartender e ospiti. Il design combina divanetti rossi in velluto, marmo nero, pareti scure e un’illuminazione soffusa, accompagnati da una colonna sonora che spazia dal jazz all’hip hop, sempre a un volume ideale per conversare. Una parete è interamente dedicata a libri e menu storici raccolti da Bañares, un omaggio alla cultura dei cocktail e alle sue radici globali. Oltre ai grandi classici, la carta propone i signature dell’head bartender Caio Carvalhaes, organizzati in quattro categorie: Spirit Forward, Bitters, Sours e Light. Secondo Carvalhaes, The Liquor Store funge anche da scuola interna per il Tan Tan Group: un luogo dove i bartender apprendono non solo le tecniche dei classici, ma anche i fondamenti dell’ospitalità. Come dice Carvalhaes, «Il nostro lavoro parte sempre da una profonda conoscenza dei classici. Non cerchiamo un semplice twist, ma vogliamo fare un passo in più».
Shiro
San Paolo ospita la più grande comunità giapponese fuori dal Giappone, una presenza che ha influenzato profondamente la ristorazione e la nightlife cittadina e negli ultimi anni si sono moltiplicati i bar di ispirazione giapponese. Tra questi spicca Shiro, cocktail bar nascosto sopra il rinomato ristorante stellato Kuro, a soli cinque minuti a piedi da The Liquor Store. Aperto alla fine del 2023, Shiro è un locale intimo: solo 10 posti, di cui 4 al bancone rivestito in granito. Il design si ispira alla filosofia giapponese del wabi-sabi, che valorizza la bellezza essenziale delle cose semplici - materiali naturali, imperfezioni autentiche e un’estetica sobria capace di creare armonia e quiete. Luci soffuse, superfici materiche e un arredamento minimale creano un ambiente contemplativo e raffinato.
Arthur Ferreira, bar manager Shiro
«Shiro significa bianco in giapponese, in contrasto con kuro, nero. Non è solo un richiamo estetico: rappresenta un principio filosofico, l’equilibrio degli opposti, come spiega il bar manager Arthur Ferreira, alla guida del team mixology, che lavora in stretta collaborazione conlo chef Gerard Barberan di Kuro. Ferreira ha sviluppato una carta di cocktail originali e classici preparati in stile giapponese (wafu). Tra questi, spicca il Nihon Dry, un Martini sorprendentemente vellutato grazie all’aggiunta di umeshu invecchiato tre anni.
Tra i signature del locale, merita una menzione il Suri Goma, una Piña Colada reinterpretata con ingredienti giapponesi: rum cubano “lavato” al cocco, ananas, succo di cetriolo, sciroppo semplice, lime e un tocco di olio di sesamo tostato, che crea un contrasto giocoso tra note fresche e calde. L’infusione al cocco viene ottenuta mescolando 250 g di olio di cocco con un litro di Havana Club 3, lasciando il composto a -10°C per 3 ore, per poi scongelarlo, filtrarlo con un filtro da caffè e imbottigliarlo. Il drink viene shakerato e servito in un tumbler Kimura con un blocco di ghiaccio.
Kotchi
Sempre nei Jardins, tra le novità più interessanti c’è Kotchi, nuovo bar giapponese creato dallo chef Makoto Okuwa e dalla bartender argentina Inés de Los Santos. Makoto, originario del Giappone, ha costruito la sua carriera negli Stati Uniti, dove ha aperto il ristorante Makoto a Miami nel 2011, per poi espandersi a Panama, Città del Messico e ora in Brasile. Inés, invece, è una figura di riferimento per la cocktail culture argentina e la sua Cochinchina è considerata uno dei migliori bar di Buenos Aires. Il nome “Kotchi” è una forma colloquiale di kochira, che significa “vieni qui”. L’obiettivo del progetto è chiaro: creare un bar più energico rispetto ai classici indirizzi da ristorante, dove si possa bere, mangiare e ballare in un’atmosfera vivace.
Inés de Los Santo e Makoto Okuwa, fondatori di Kotchi
«Kotchi è stato pensato come un concept completamente originale, quasi come un club: un luogo dove rilassarsi alla fine della giornata con buon cibo, ottimi drink e musica», spiega la cofondatrice Inés de Los Santos. La colonna sonora, curata da Marcos Campos, volto noto della nightlife paulistana, è un mix di jazz giapponese e Arabic house. L’estetica del locale combina elementi industriali, influenze urbane e un carattere fortemente cosmopolita. Il design, firmato dall’architetto Victor Penha (Belezas Imperfeitas), unisce superfici in cemento e grafiche in stile poster art.
I cocktail di Kotchi fondono ingredienti giapponesi e tecniche contemporanee. Tra le proposte più apprezzate c’è il Martini de Tomate e Caju, un Martini sapido e vegetale a base di gin, vermouth dry e acqua di pomodoro e anacardi. L’acqua di caju e pomodoro viene preparata pestando separatamente pomodori (30%) e anacardi (70%), filtrando i succhi e poi unendoli prima del servizio.
Picco
San Paolo ospita una delle più grandi comunità italiane del mondo. Le ondate migratorie di fine Ottocento e inizio Novecento hanno lasciato un’impronta profonda sulla cucina locale, ancora oggi molto viva. Tra i locali più rappresentativi di questa eredità c’è Picco, che dal 2016 conquista i suoi ospiti con pizza napoletana, cocktail ben fatti e musica dal vivo. Situato in Rua Lisboa, a circa venti minuti a piedi da Kotchi, Picco è un locale conviviale e sempre animato: spesso gli ospiti occupano il marciapiede o si ritrovano nel cortile decorato dagli street artist di San Paolo. La musica è parte fondamentale dell’identità del locale, con live quotidiani e format ricorrenti come Primavera Jazz, Picco à Brasileira, Picco Session e Hora de Picco, spesso in collaborazione con istituzioni culturali.
Lula Mascella, proprietario di Picco
«Picco è un posto semplice, autentico e unico: niente fronzoli e nessuna ricerca del lusso. Quello che offriamo sono cocktail di qualità in un’atmosfera vivace, divertente e accogliente. E se amate la musica, qui siete nel posto giusto: ogni giorno abbiamo concerti, dal jazz ai ritmi brasiliani», commenta il proprietario ed head bartender, Lula Mascella, che ha firmato una drink list che parte da una base classica, ma mantiene uno spirito giocoso e accessibile.
Tra i cocktail più popolari c’è il Figo Giuseppe, una reinterpretazione del Bitter Giuseppe (modern classic di Stephen Cole). In questa versione, Cynar 70, verjuice d’uva verde, fico, Oloroso Sherry e un tocco di aceto balsamico vengono combinati per creare un aperitivo amaro con un profilo quasi vinoso.
La preparazione prevede un prebatch per circa otto cocktail: 470 ml di Cynar 70, 235 g di fico, 160 ml di Oloroso Sherry, 120 g di verjuice d’uva verde, 40 g di aceto balsamico e 0,8 g di pectinex vengono lavorati insieme in un Thermomix per tre minuti (velocità 8), refrigerati per 24 ore e filtrati con carta.
Exímia
Exímia Bar ha aperto nel 2024 nell’energetico quartiere Itaim Bibi di San Paolo. Il nome “Exímia”, dal latino, significa “eccellenza”, un presupposto che rispecchia appieno la filosofia del locale nato dalla collaborazione tra il rinomato bartender Márcio Silva, la chef pluripremiata Manu Buffara e gli imprenditori del Locale Group, Gabriel e Nicholas Fullen. Exímia celebra la cultura brasiliana attraverso l’incontro tra mixology di livello internazionale e una proposta gastronomica d’autore, tuttavia ha subito una battuta d’arresto in seguito a una crisi di salute pubblica, riguardante bottiglie di liquori contaminati nelle aree periferiche di San Paolo, che ha spinto il Ministro della Salute a mettere in guardia i residenti contro il consumo di alcol. Per questo i bar di San Paolo hanno registrato un forte calo delle entrate, costringendo molti a ridimensionarsi. Fra questi, Exìmia. Come ha spiegato Marcio Silva: «Date le circostanze, abbiamo rivalutato il nostro modello di business. Mantenere il bar nella location originale avrebbe richiesto un impegno finanziario importante. Il locale era diventato troppo grande per la nostra realtà attuale. Per sopravvivere, stiamo passando a una nuova location più piccola che aprirà a marzo».
Marcio Silva, co-fondatore e bar manager Exìmia
La drink list creata da Silva per Exìmia ha l’obiettivo di reinventare ingredienti brasiliani in cocktail contemporanei e sofisticati. Al suo fianco, Manu Buffara - Latin America’s Best Female Chef 2022 - firma un menu pensato per dialogare in modo naturale con i drink, trasformando la visita in un’esperienza multisensoriale. Il locale si sviluppa su due piani, due ambienti complementari che celebrano la storia vibrante del Brasile, attraverso un design accogliente e ricercato. L’atmosfera è impreziosita da una colonna sonora a influenze brasiliane, con Dj set curati anche dal cofondatore Nicholas Fullen al piano superiore. Entrambi i livelli ospitano lunghi banconi da 9 metri, concepiti per favorire l’interazione tra bartender e ospiti. A guidare il team dietro al bancone c’è un gruppo di professionisti tra i migliori della città, tra cui il bar manager Saulo Souto, la head bartender Grace Kyoko, e bartender Victor Venegas. Nella costruzione del menu, Silva ha condotto un’approfondita ricerca antropologica sui cocktail classici e vintage, reinterpretati attraverso ingredienti nativi del Brasile. «Ho studiato l’antropologia alimentare del Brasile - spiega Silva -, analizzando gli ingredienti dall’uso indigeno precoloniale fino a oggi. L’obiettivo era identificare quali alimenti sono realmente nativi e quali sono stati introdotti in seguito. Sulla base di questa ricerca, abbiamo reinterpretato cocktail classici con sapori autenticamente brasiliani, applicando tecniche culinarie e di filtrazione a freddo, per preservare gli aromi e migliorare le texture durante la produzione. La nostra visione è creare un bar capace di avere un impatto non solo sulla città, ma anche sullo Stato, sul Paese e sulla scena latinoamericana». La materia prima viene selezionata da piccoli produttori locali provenienti da biomi diversi e situati entro 50 km da San Paolo, scelti per i loro valori e per l’eccellente qualità dei loro prodotti: «utilizziamo - chiarisce Silva - una varietà di frutti nativi della Foresta Atlantica vicino a San Paolo, apprezzati per i loro aromi intensi e la ricchezza sensoriale. Ad esempio, il cambuci, che offre note verdi e acidule con sentori di mela verde, limone e erbe fresche; mentre l’araçá, sia giallo che rosso, è dolce e agrumato, molto profumato e ricorda una guava più leggera e fresca». Un esempio emblematico in cocktail list è l’Ameríndio, un drink fresco e aromatico a base di rum brasiliano infuso con masala, Hennessy VS, tintura di Amburana (legno del Nordest brasiliano che dona a cachaça, rum e bitter un profilo dolce, aromatico e caldo), lime chiarificato, spezie, bitter aromatici e sciroppo di zucchero biologico maturato in legno brasiliano, poi carbonato e servito in highball con foglie di menta.
Si rinnova e rafforza la partnership tra le due realtà: l’azienda bolognese mantiene l’esclusiva sul rum premium filippino e nel prossimo futuro vedrà l'ingresso in portafoglio di altri marchi Diageo
Rinaldi 1957 continuerà a distribuire in esclusiva il marchio Don Papa in Italia. Diageo, proprietaria del brand, ha rinnovato la collaborazione con l’azienda italiana: un’intesa che premia il lavoro fatto da Rinaldi 1957 per far conoscere e crescere sul nostro mercato il rum premium delle Filippine, presente nel suo portafoglio di esclusive dal 2013, portandolo ai vertici della categoria sia tra i consumatori sia tra bartender e professionisti del fuori casa.
Un’abile strategia di marketing e distributiva che ha convinto il colosso britannico del beverage non solo a proseguire, ma a rafforzare la collaborazione con l’azienda bolognese, con l’affidamento nel prossimo futuro, secondo quanto previsto dall’accordo, della distribuzione di altri marchi del gruppo, al momento non stati rivelati quali.
La gamma Don Papa
La gamma del rum premium filippino, ispirato alla figura di Papa Isio, eroe rivoluzionario e sciamano dell’isola di Negros, distribuita da Rinaldi 1957 comprende quattro referenze, prodotte sempre a Negros, con canna da zucchero locale, e invecchiate sulle pendici del vulcano Monte Kanlaon. Don Papa Single Island, invecchiato sette anni in botti ex-Bourbon ed ex-Rioja, è l’espressione più iconica del marchio, dallo stile morbido e rotondo, con note di frutta matura, vaniglia e agrumi, chiuse da sfumature di rovere tostato. Don Papa Baroko, espressione del lato più ricco ed esotico di Sugarlandia, come viene chiamata l’isola di Nigros: prodotto con melassa “Black Gold” e maturato in rovere americano, il suo tono aromatico è tutto giocato su note di vaniglia, zucchero muscovado e frutta tropicale e al palato è ampio, caldo e persistente. Don Papa Masskara, ispirato all’omonima festa in maschera tradizionale che si tiene annualmente sull’isola, dopo l’invecchiamento in rovere americano viene arricchito con un’infusione di ingredienti tropicali locali, che donano un profilo aromatico vivace tra miele, agrumi e spezie. Don Papa Gayuma, un rum ambrato scuro che affina in botti ex-Bourbon e successivamente in botti ex-whisky di Islay, sviluppando note affumicate e speziate che si intrecciano a vaniglia, cacao e scorza d’arancia.
Struttura e presenza sul territorio
Il rinnovo dell’accordo dà una ulteriore spinta alla crescita di Rinaldi 1957, forte di un portafoglio di oltre 500 marchi italiani e internazionali, una rete di più di 200 agenti supportati da 4 capi area, e oltre 9.000 clienti, con una forte penetrazione nel canale horeca, e con un fatturato che supera i 22 milioni di euro. Azienda che negli ultimi anni ha rafforzato gli investimenti in marketing e struttura commerciale (leggi Rinaldi 1957, Valentina Ursic è la nuova direttrice marketing), affiancando alla crescita quantitativa un lavoro di posizionamento e identità, culminato in un recente restyling dell’immagine incentrato sulla contemporaneità.
Birra Baladin Nöel Orange & Cacao, Gold Medal Brussels Beer Challenge 2025 e Best Italian Beer
Pioggia di riconoscimenti al Brussels Beer Challenge 2025 a tredici birre artigianali italiane, protagonista con doppio riconoscimento Birra Baladin Orange & Cacao con Medaglia d'Oro nella categoria Speciality Beer - Winter Ales e Best Italian Beer. Grande soddisfazione di Unionbirrai, associazione dei piccoli birrifici artigianali indipendenti.
Tra i concorsi internazionali più importanti, BBCBrussels Beer Challenge ha visto salire per la seconda volta sul podio più alto la specialità natalizia di Birra Baladin: Nöel Orange & Cacao.
Nella categoria Speciality Beer -Winter Ales infatti il prodotto del birrificio agricolo di Piozzo (Cuneo), fondato da Teo Musso nel 1986, ha ricevuto la Medaglia d'Oro, subito seguita dal titolo Best Italian Beer del concorso promosso dal sito Cronache di Birra e assegnato da una giuria internazionale di esperti. Un risultato unico che ha visto la specialità piemontese realizzata prevalentemente con ingredienti del territorio a confronto con le migliori e più iconiche proposte birrarie del momento.
Per la sua produzione vengono utilizzati tre malti: d'orzo, di grano e di avena, oltre a bucce di fave di cacao e scorze di arancia dolce.
Birra Baladin Nöel Orange & Cacao con i malti di orzo, grano e avena, fave di cacao e scorze di arancia dolce.
Nöel Orange & Cacao è stata realizzata la prima volta per le festività natalizie e si caratterizza per un profilo aromatico dove l'agrumato delle scorze d'arancia si sposa con l'intensità e la morbidezza del cacao, titolando un grado amaro medio (20-24 Ibu), colore marrone scuro tonaca di frate (50-55 Ebc) e grado alcolico medio (8,5%).
Proposta in bottiglie da 75 e 150 cl e in fusto da 24 litri, la birra natalizia di Baladin va servita a una temperatura "cantina" sui 12-14 °C nell'iconico calice Teku da 33 cl. Abbinamenti consigliati i tipici dolci natalizi come il Panettone Glassato al Beermouth Baladin, torroni, panforti, torte e biscotti al cioccolato, frutta candita.
Birra Baladin Nöel Orange & Cacao con il Panettone glassato al Beermouth Baladin
«E' sempre un'emozione vincere un premio che esalta la qualità del lavoro fatto in birrificio - ha commentato Teo Musso, fondatore e mastro birraio di Baladin - ma vincere in Belgio in uno stile così tipico e competitivo ed essere eletti come Miglior Birra Italiana al severo concorso di Brussels è veramente un sogno!».
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Teo Musso, creatore di birra Baladin e autore libro Dalla Terra Alla Birra
Calice da degustazione Teku, ideato da Teo Musso e Lorenzo "Kuaska" Dabove, per Rastal.
Calice da degustazione del Brussels Beer Chalklenge
Alle birre italiane altre 12 Medaglie d'Oro
Birra Baladin Nöel & Cacao non è stata il solo birrificio artigianale a ricevere una Medaglia d'Oro nella propria categoria (Speciality Beer - Winter Ales). Altre 12 categorie (su 35) hanno visto prevalere le specialità italiane, oltre a 11 Medaglie d'Argento e 10 Medaglie di Bronzo, tra oltre 1.700 birre provenienti da 50 Paesi del mondo.
«Siamo orgogliosi di vedere ancora una volta le birre artigianali italiane eccellere in una competizione internazionale di altissimo livello - ha commentato Simone Moretti, segretario generale dell'associazione dei piccoli birrifici artigianali indipendenti Unionbirrai- dimostrazione concreta che il nostro comparto non ha nulla da invidiare alle grandi tradizionibrassicole europee e mondiali per creatività, qualità delle materie prime, e visione imprenditoriale che stanno pirtando la birra artigianale italiana a ritagliarsi uno spazio sempre più importante nel panorama globale».
La quinta edizione della fiera del vino buono, pulito e giusto ospiterà oltre mille aziende vitivinicole da tutte le regioni italiane e da più di 30 Paesi. Oltre al vino, gli specialty coffee, il sidro, gli amari e le proposte di SANA Food
Dal 22 al 24 febbraio, la Slow Wine Fair, l'unica fiera internazionale del vino buono, pulito e giusto, attende a BolognaFiere gli operatori dell’Horeca, i distributori e gli importatori interessati alle etichette di alta qualità e provenienti da metodi produttivi virtuosi.
Organizzata da BolognaFiere e Slow Food, la Slow Wine Fair ospiterà oltre mille aziende vitivinicoleda tutte le regioni italiane eda più di 30 Paesi nel mondo. Le cantine, per oltre il 60% certificate biologiche o biodinamiche o in conversione, racconteranno e faranno degustare al pubblico i propri vini, frutto di una rigorosa selezione.
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Novità 2026, la Banca del Vino di Pollenzo, che racchiude 50mila bottiglie delle migliori realtà vitivinicole nazionali. Per tre giorni, a custodire questo tesoro non saranno solo le Langhe, ma anche l’area “Vecchie Annate” della Slow Wine Fair, con bottiglie rare e millesimi introvabili da centellinare e di cui scoprire la storia e il percorso produttivo.
Professionisti e buyer potranno partecipare a masterclass e conferenze in cui approfondire la conoscenza di terroir e produttori e dei temi legati al vino come motore di inclusione e sviluppo sociale, e usufruire di un servizio esclusivo e gratuito di matchmaking, per filtrare gli espositori da incontrare.
Anche spirits e caffè
Oltre al vino, la tre giorni in fiera valorizzerà altre proposte per l’Horeca: dagli spirits agli amari della Fiera dell’Amaro d’Italia, per chi cerca le migliori espressioni di questo prodotto di fine pasto tipicamente italiano, tornato popolare – anche tra i giovani – e sempre più protagonista della carta dei ristoranti. Con spirits e amari, i bartender creeranno inediti cocktail per il pubblico. E poi il sidro e i caffè di alcuni roaster della Slow Food Coffee Coalition, che unisce coltivatori di altissimo livello e i più eccellenti selezionatori e artigiani al mondo.
Fino alle proposte di SANA Food(leggi qui). Con un unico biglietto d’ingresso, gli operatori Horeca potranno accedere anche all’evento b2b di BolognaFiere sull’alimentazione buona, sana e di qualità per il fuori casa, che si terrà in contemporanea, e in un padiglione adiacente, alla Slow Wine Fair.
Spazio al cibosano e di qualità
Elemento di raccordo tra Slow Wine Fair e SANA Food sarà il nuovo punto di ristorazione promosso in collaborazione con “Da Amerigo 1934”: l’osteria offrirà menù rappresentativi dell’identità delle due manifestazioni, con piatti a base di prodotti genuini, provenienti dai Presìdi Slow Food e a chilometro zero, e con una carta dei vini coerente coi principi fissati nel Manifesto del vino buono, pulito e giusto di Slow Food.
Confermata, inoltre, la selezione dei food truck.
Il Premio Carta Vini Terroir e Spirito Slow
Fino al 7 febbraio, sul sito della Slow Wine Fair, votazioni aperte per il Premio Carta Vini Terroir e Spirito Slow, riservato a ristoratori, osti, enotecari e titolari di wine bar che propongono etichette buone, pulite e giuste; premiazioni in fiera lunedì 23 febbraio.
E per lo stesso target c’è il ‘Wine Bus’, per raggiungere Bologna in pullman a condizioni agevolate, con partenze da diverse città d’Italia.
La Slow Wine Fair è un evento b2b, ma domenica 22 porte aperte ai wine lover.
La collaborazione con il brand specializzato in sciroppi per la caffetteria ha già dato vita a quattro nuove referenze, che saranno commercializzate a marchio Julius Meinl, e a ricette creative, pensate per ampliare l’offerta dei baristi e rispondere alle nuove tendenze del mercato
Unire l’autentica tradizione del caffè all’innovazione dei sapori. È con questo obiettivo che nasce la collaborazione tra Julius Meinl e DaVinci Gourmet, brand parte del gruppo Kerry Group, tra le principali realtà mondiali per le soluzioni di gusto e nutrizione per il settore food & beverage.
Una partnership pensata per aprire nuove opportunità alla caffetteria moderna, attraverso una proposta condivisa di bevande premium, stagionali e in linea con le tendenze del mercato europeo, capace di coniugare creatività, efficienza operativa e marginalità per gli operatori del fuori casa.
DaVinci Gourmet, nato nel 1989 a Seattle, città culla della cultura del caffè specialty, è uno dei pochi marchi di sciroppi interamente focalizzati sul mondo del caffè, con una gamma sviluppata per aiutare caffetterie e professionisti a realizzare bevande di qualità elevata e di impatto sensoriale.
In arrivo gli sciroppi a marchio Julius Meinl e ricette innovative
La collaborazione ha già portato allo sviluppo di nuove proposte. Le due realtà hanno infatti lavorato insieme alla creazione di quattro nuove referenze di sciroppi, che verranno commercializzate a marchio Julius Meinl: Orange Syrup (arancia), Honeycomb Syrup (caramello), Toffeenut Syrup (toffee e nocciole tostate) e Vanilla Syrup (vaniglia).
Ma non solo, perché dalla partnership sono inoltre nate nuove ricette di bevande, pensate per offrire ai consumatori proposte innovative e di tendenza, tra le quali referenze come il Royal Cortado e opzioni di cold brew. Preparazioni che nascono dall’incontro tra le miscele Julius Meinl e le soluzioni aromatiche DaVinci Gourmet, e che consentono ai baristi di ampliare l’offerta di caffetteria per la clientela, garantendo al tempo stesso margini di profitto ottimizzati ed efficienza operativa.
Cultura del caffè e impegno responsabile
Con il nuovo progetto, Julius Meinl continua a raccontare la cultura del caffè viennese in chiave contemporanea, con un racconto fondato sulla massima attenzione alla qualità e sull’impegno verso la sostenibilità. Emblematica di questa visione è la linea The Originals Bio Fairtrade, che si articola in tre referenze dal profilo aromatico distintivo: Gloriette Gold, elegante e vellutata, con note dolci di cacao e frutta secca; Belvedere Blend – 100% Arabica, morbida e armoniosa, con sentori di caramello e nocciola; Danube Delight, intensa e strutturata, caratterizzata da note di cioccolato fondente e spezie. Tutti i caffè provengono da piantagioni certificate in Nicaragua, Honduras, Perù e Messico, dove l’azienda sostiene pratiche agricole responsabili e condizioni di lavoro eque.