
L'Harp Pub Guinness ha aperto il 10 giugno 1976, davanti al Politecnico di Milano, in Piazza Leonardo da Vinci 10, in pieno quartiere Città Studi. Da cinquant'anni è il punto di riferimento per gli studenti e i docenti dell'ateneo, e negli anni è diventato un'istituzione della zona: di giorno lo frequentano universitari e professori, la sera un pubblico più ampio di appassionati di birra, whisky e cocktail. Nonostante il nome richiami la tradizione irlandese e la Guinness, il locale ha un'identità tutta sua: è il pub con meno birra e più distillati di Milano. Accanto alle birre alla spina e in bottiglia propone una delle selezioni di whisky più ampie della città, con oltre 200 referenze e serate di degustazione.
Il cuore del locale è però la famiglia Corbetta, che gestisce il pub dal 1976, ormai da tre generazioni. Il locale è stato aperto e diretto inizialmente da nonno Riccardo, con la preziosa collaborazione di Angelo che poi ne ha preso il posto. Oggi il pub è portato avanti da una società a 4 soci, tutti con pari percentuale: i genitori Angelo e Pina, con i figli Riccardo e Francesco. Il futuro dell'attività, tuttavia, sarà nelle mani di Francesco e Riccardo. Attualmente, Riccardo cura la parte cocktail e Francesco si occupa della cucina. È questa dimensione familiare, più che l'insegna, a spiegare perché il pub resista da cinquant'anni come uno dei luoghi simbolo della Milano che studia.
In occasione del cinquantesimo anniversario abbiamo intervistato Angelo Corbetta (A.C.) e suo figlio Riccardo (R.C.)
Harp Pub Guinness è stato il primo pub di Milano?
A.C.: Nel 1976 a Milano di pub non ce n'erano. C'era El Tombon de San Marc, che però non si chiamava pub. Noi abbiamo deciso di chiamare pub il nostro locale e abbiamo studiato un arredamento senza averne mai visto uno, immaginando come potesse essere. All'inizio la gente era un po' spaventata: moquette, poltrone in pelle. Pensava costasse caro e quasi aveva timore a entrare, pur conoscendo mio padre, che ormai era abbastanza noto. Non eravamo un pub tipico, perché aprivamo la mattina alle 7.30 e chiudevamo alle 20.30, dopo l'aperitivo.
Com'è la clientela del pub?
A.C.: La clientela, per nostra fortuna, ha sempre la stessa età. Ci sono principalmente due fasce: la base si aggira sui 25 anni, e questo ti dà un contatto diretto e il polso di come cambiano i giovani oggi. Ma chi diventa cliente di solito resta tale: anche se si trasferisce, quando torna in città passa a trovarci. Tanti, visto che il Politecnico sforna dirigenza ad alto livello, diventano professori o dirigenti, e magari tornano dopo anni per ritrovare un po' del passato e ricordare gli anni al Politecnico. Siccome vogliamo che il locale rimanga uguale, l'atmosfera è più o meno quella di allora: il nostro intento è proprio che l'impatto originale non cambi mai.
Raccontaci della nuova generazione del pub.
A.C.: Sulla terza generazione c'è da premettere una cosa: oggi, nel lavoro del bartender, non c'è più la via di mezzo. Se uno ha passione e si impegna, arriva ad alti livelli e ci stacca nettamente. Noi della vecchia generazione avevamo la stessa passione, ma non i loro mezzi: oggi c'è internet, c'è un mercato aperto, si trovano facilmente tutti i prodotti che una volta dovevi cercare col lanternino. Per cui, chapeau alle nuove generazioni, che hanno una preparazione molto più adatta a quella che deve essere la miscelazione di oggi. Al pub siamo fortunati, perché i nostri giovani, Riccardo, Francesco, Demis, Davide, Andrea e Luca, sono tutti bravi e appassionati. Tutti hanno capito quello che dico di solito a un ragazzo quando inizia: «Se hai passione va bene, ma adesso impegnati, guardati in giro e ruba il mestiere. Sei a contatto con colleghi preparati, quindi quello che impari te lo porti via, non è che lo lasci qui».
Riccardo, per te come è cambiato il pub da quando ci lavori?
R.C.: Non è cambiato. Sono cambiati gli orari, perché ci siamo adattati ai momenti di consumo, che sono un po' variati. Negli ultimi cinque anni abbiamo chiuso le colazioni e modificato il pranzo. All'inizio chiudevamo alle 20.30, poi alle 22.30, adesso all'una. Insomma, gli orari sono cambiati, ma il locale è rimasto lo stesso.
Come è cambiato il pub in questi cinquant'anni?
A.C.: Il locale è rimasto quasi uguale, anche se la proposta cambia di continuo. L'importante è non arrivare troppo presto, perché anche lì sbagli: devi capire qual è il momento giusto per fare le cose.
Qual è il segreto del successo del pub?
A.C.: Puntiamo sempre sulla qualità, su quello non si transige. È il rapporto qualità-prezzo, una cosa importantissima che tanti non capiscono. Vale per i liquori, vale per tutto. Noi facciamo una scelta cercando di comprare bene per poi vendere bene. E dopo aver fatto la nostra selezione, comunque con una vasta gamma di prodotti, lasciamo scegliere ancora al cliente. Così per i cocktail, così per i whisky, i cognac e via dicendo. E lo stesso per i panini o i piattini che facciamo.
Come vedi il pub fra un anno?
R.C.: Rimarrà tutto uguale, ma speriamo di riaprire la cucina. È uno dei miei pallini. Vogliamo riaprire a pranzo e cena con piatti un po' più da pub. Però è tutto da vedere. Mi piacerebbe tanto.
Qual è il futuro del pub?
A.C.: Il futuro in generale è sempre un po' incerto, ma a guardare indietro lo è sempre stato: ogni epoca ha i suoi problemi e le relative soluzioni da trovare. Speriamo che continui a essere positivo come lo è stato finora. Ovviamente ci sono periodi che vanno meglio e altri peggio, ma siamo sempre rimasti sulla cresta dell'onda puntando tutto sulla qualità e sull'accoglienza, facendo in modo che il cliente si senta proprio come nel salotto di casa sua.


