I follower passano, i fellows tornano

L'editoriale del numero di marzo 2026 di Bargiornale a firma dei vicedirettori Andrea Mongilardi e Stefano Nincevich

I social non sono una vetrina. Somigliano di più a un tapis roulant: si corre, si pubblica, si condivide. Il movimento c’è, il fiato pure. Ma la domanda resta: si sta andando da qualche parte o si resta fermi nello stesso punto, in modalità criceto? Molti locali hanno imparato a stare sui social con metodo: tutto in linea, in forma, come nel miglior centro estetico. Ma il contenuto, da solo, non basta. Senza una direzione, si corre molto e si arriva poco. La copertina, dedicata al fenomeno Puok di Napoli, racconta il contrario.


Il progetto di Egidio Cerrone nasce da un’idea chiara: prodotto, linguaggio e immaginario devono coincidere. Il neon all’ingresso della sede di Sant’Antimo - un gomitolo che si scioglie e diventa un panino - è una dichiarazione di metodo. Prima la confusione, poi la forma. Vale in cucina, vale nella comunicazione. Puok oggi conta tre punti di vendita, una struttura produttiva che supera i mille metri quadri tra laboratorio e stoccaggio e oltre 250mila devoti su Instagram. Ma il dato più interessante non è il numero: è il modo in cui quel numero si muove. Egidio non racconta Puok: è Puok. Quando parli di Genovese Astrospaziale o di Braciola Supernova, quando trasformi un panino in una storia che sembra una hit, stai già facendo comunicazione. Video, post e commenti diventano un’estensione naturale di quello che sei. Il panino diventa racconto, il racconto attesa, l’attesa ritorno. È qui che si gioca la partita. I social funzionano quando non sono delegati, ma condivisi. Quando dietro non c’è solo un social media manager - figura sempre più necessaria - ma un sistema di persone: gestori, sala, squadra. Quando il racconto è abitato da chi quel luogo lo vive ogni giorno. Per questo, da due anni, ai Barawards abbiamo introdotto una menzione dedicata alla comunicazione social. Non per premiare chi fa più numeri, ma chi usa i social come linguaggio. Non chi pubblica di più, ma chi costruisce un’identità riconoscibile. Nel 2024 il riconoscimento è andato a B.O.AT.S - Based On A True Story, cocktail bar di Siracusa. Nel 2025 ad Azotea, a Torino. Due contesti diversi, una caratteristica comune: la coerenza. Quello che raccontano online è quello che trovi entrando nel locale. Nella pratica, questa menzione premia cinque elementi concreti: identità, qualità dei contenuti, capacità narrativa, continuità e relazione. Non è una classifica di follower.

È una misura di coerenza. Lo vediamo anche nei nostri canali. La pagina Instagram di Bargiornale ha superato 2,5 milioni di visualizzazioni al mese. Un numero importante, ma conta la qualità della relazione. Più che follower, ci piace pensare a fellows: persone che partecipano, commentano, tornano. Perché il punto non è stare sui social. Il punto è essere riconoscibili. Da sei mesi questo lavoro ha accelerato con un lavoro di make up e concretezza sono stati tradotti i contenuti del giornale nel linguaggio dei social, mantenendo il nostro Dna. E allora torniamo al tapis roulant. Correre serve, ma non basta. Se non c’è un’idea di partenza, si resta fermi. Se invece c’è sostanza - prodotto, persone, identità - quel movimento diventa direzione. E si vincono le maratone…

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