
C’è la zizzania, quella che si insinua tra il grano e molesta tutto il raccolto. E poi c’è Zizania con una zeta sola, che a Milano non divide ma raduna. Una lettera in meno, una doppia evaporata come l’acqua dal mixing glass, e l’infestante diventa indirizzo. Anzi, indirizzi. Appena entriamo nel primo locale di via Celestino IV - 35 metri quadrati di spasso visivo, bagno compreso, che a Milano è già urbanistica eroica - la prima cosa che mi dicono Diego Travaglio e Andrea Castellari, soci con Eros Picco, è che questo è un format clonabile ovunque. Non lo dicono con la sicurezza da start-up che ha già visto il pitch deck, ma consapevoli di aver costruito in quattro anni un locale speciale. Dopo i due di Milano c’è una mezza idea di aprire in un’altra grande città. Si parla di Napoli. Ma è ancora un progetto di riserva, come la bottiglia buona che tieni per quando passa l’ispettore Michelin, anche se qui l’ispettore è Instagram.
La seconda cosa che mi dicono è che è super instagrammabile. Video da milioni di views. Recensioni da 4,7 di media su Google. L’entusiasmo in casa Zizania è contagioso. E in effetti, tra neon, colori, dettagli pop e un’estetica che sembra uscita da una scena vorticosa di Pedro Almodóvar, la sensazione è quella: entri per un drink, esci con tre stories, due reel e un follower in più.
Il primo Zizania è in zona Piazza Vetra, Rive Gauche delle Colonne, dove la movida - per una volta la parola è centrata - non è un hashtag ma un fenomeno atmosferico. Il secondo è in via Pier della Francesca, via in fermento permanente, dove bere e mangiare fuori è quasi un dovere civico.
Finger food poligami ma eleganti
Gli Zizania non sono destination bar. Ci capiti dentro anche se non vuoi. Come certe canzoni del Festival: resisti trenta secondi, poi le canti con la leggerezza di Sal Da Vinci. La zizzania, quella vera, mette gli amici uno contro l’altro. Zizania li mette uno accanto all’altro, magari su uno sgabello troppo alto, a sorseggiare cocktail e discutere di fatti buffi. È un nome che sembra un errore di ortografia e invece è un programma: togli la doppia, togli il veleno, lascia il gusto. Qui la zizzania non si semina e non sempre fa danni. Eros Picco ha concepito un menu di “Rizi”, specialità servite sia come amuse-bouche sia in versione generosa. Diego Travaglio lo chiama “sushi all’italiana”. Noi pure, senza saperlo prima. Dischi e dischetti di riso che si chiamano Tonnosubito, Tuttopetto, Tautarina. Il riso che non è solo riso, ma pretesto. Un finger food che flirta con l’aperitivo e strizza l’occhio alla cena, senza mai sposarla davvero. Poligamo, ma elegante.
Miscelazione diretta, gusto immediato
La carta dei Gin Tonici è una piccola geografia liquida: gin italiani, regione per regione, tra distilled, compound e London dry. Una mappa che si beve. Poi arrivano le creazioni di Andrea Castellari, che hanno nomi allusivi, espliciti, borderline ma mai davvero oltre il limite: Mi Piace il Dildon (con tanto di profilattico come gadget), Sugar Daddy, Limone Duro, Pop Porno. Nel locale di via Pier della Francesca hanno stretto anche un accordo con un negozio di sex toys. In pieno giorno, mentre mi raccontano tutto questo, mi mostrano una panoplia di oggetti erotici con la naturalezza di chi parla di garnish. È marketing esperienziale, bellezza.
I drink, però, restano semplici. Ingredienti comprensibili, niente laboratorio da Breaking Bad, nessuna centrifuga che sembra un motore Ferrari. Miscelazione diretta, gusto immediato. Prezzo medio 12 euro. Dieci per gli analcolici “salva patente” della sezione Si Salvini chi può. Abbiamo provato il Posto di Sblocco: pompelmo, arancia rossa, mandarino, lime, soda al pompelmo rosa. Niente di più né di meno di quello che promette: dissetante, centrato, con tutte le carte in regola per il riordino. Che, in un locale così, è la vera unità di misura del successo. C’è poi la trilogia giocosa Pianeta Zizania: Buongiorno Zizania con dentifricio alcolico alla menta, shot di vodka e liquore al cioccolato; Mi Trucco e Ci Sono con Espòlon Tequila, agave, lime e rossetto al cioccolato salato; Matrix Mojito con Don Papa rum, lime, zucchero di canna, menta, soda e due pastiglie effervescenti colorate, una blu alla banana e una rossa alla pesca. Sembra una scena madre, ma è solo un Mojito che ha deciso di laurearsi a Hollywood.
Il cliente tipo
Il cliente tipo? 25-35 anni, voglia di divertirsi, fuori dagli schemi. Tante donne, mi fanno sapere. Gente che non vuole il tempio della mixology né il bar con il televisore acceso sul pre-partita. Vuole un posto dove l’aperitivo è rito leggero, dove il nome del drink fa sorridere prima ancora di bere, dove la foto viene bene anche con il telefono storto di Guè. Zizania è questo: un format replicabile, dicono loro. Forse sì. Ma come tutte le infestanti intelligenti, attecchisce solo dove il terreno è fertile. Milano lo è. Napoli, chissà. Per ora la zizzania non divide. Fa community. E in un’epoca in cui tutti parlano di experience, qui l’esperienza è un quartetto così composto: entri, bevi, ridi, posti. E torni. Che, a pensarci bene, è la più pericolosa delle infestazioni.


