Quando l’ospite giudica il bartender

Competizioni –

I mixologist di San Francisco si sfidano in una gara itinerante nei migliori cocktail bar della città. Giudice della Nirvino Mixology Contest è il pubblico invitato alle serate

Ci sono due presenze fisse nelle gare di cocktail. Da un lato i concorrenti, dall’altro i giurati. Talvolta la giuria è composta da professionisti e giudici in gamba. Altre volte il giurato è estratto nel mucchio, si trova con una scheda di valutazione sul tavolo, penna in mano, cannuccia in bocca e le idee un po’ confuse. Dal 2008 qualcuno ha cambiato le carte in tavola. A valutare i barman, al “Nirvino Mixology Contest” di San Francisco, è solo il pubblico. Un po’ come succede ogni sera in tutti i locali. Dove sono gli ospiti a decretare il successo di questo o quel cocktail. Il concorso è itinerante e tocca, una volta al mese, i posti migliori sotto il Golden Gate Bridge. La Cantina di Duggan McDonnell, l’Absinthe Brasserie di Jeff Hollinger, lo spettacolare Jardiniere di Brian MacGregor, l’Alembic Bar, ecc. Una decina di locali in tutto. Il sistema di votazione non è quello di una gara tradizionale. Si guadagnano punti per le qualità organolettiche del drink e per il modo in cui lo si prepara. Visto però che anche l’occhio e l’orecchio del pubblico vogliono la loro parte, si è deciso di valutare anche il modo in cui il barman presenta e racconta il drink. Se lo fa con maestria, proprietà di linguaggio e in modo simpatico è premiato. Altrimenti lo abbandonano al suo bancone.

Concorrenti interni ed esterni

Alle sfide s’iscrivono sia i barman “resident”, sia gli esterni. Bartender che sembrano usciti da un video new bohemien, con finto Borsalino, gilet a rombi rubati al mercato del vintage, occhialoni neri da Clark Kent, anelli con i teschi e una costellazione di tatuaggi. Modelli? Non direi. Sono semplicemente lontani dai barman in giacca e cravatta. Come i Red Hot Chili Peppers dall’orchestra di Duke Ellington. Dietro a ogni cocktail c’è una grande ricerca. Usano tecniche, alchimie, ingredienti simili a quelli dei pionieri della mixability (leggi Jerry Thomas o Donato “Duke” Dantone), che oggi chiamiamo bar chef.

Bitter e cordiali fatti in casa

Creano bitter che gestiscono con il contagocce; usano colini fatti su misura per filtrare con cura le creme preparate con oli essenziali (rosa, violetta, vaniglia ecc.) e jigger personalizzati per dosare i cordiali a base di liquori speziati alla cannella o al cardamomo.
Per le basi dei loro cocktail preferiscono i buoni prodotti, da quelli conosciuti anche sul nostro mercato (Plymouth gin, Knob Creek Bourbon, Averna, Punt e Mes ecc.) ai premium in voga negli Stati Uniti come cachaça Cabana, gin n. 209 di San Francisco, Skyy 90, Hangar One Buddha’s hand vodka. Per le aromatizzazioni si sbizzarriscono con ogni sostanza profumata e commestibile: miele di lavanda, nettare d’agave o i pomodorini ciliegia dell’orto, che Joe Lee dello Zeitgeist usa per “il migliore Bloody Mary della città”. «Ogni sera riusciamo a radunare dai 250 ai 500 ospiti-giurati. L’ingresso è libero e, per partecipare, è sufficiente che siano iscritti al nostro club», dicono gli organizzatori del Nirvino Mixology Contest: Christian Schroeder e Phil McGarr, ex colleghi alla University of California, più Meli James, laureata alla Cornell University. Sono loro i fondatori di Nirvino (nirvino.com), il social network dedicato a informazioni, recensioni e notizie sul mondo del vino, dei distillati e dei cocktail, fatte direttamente dagli utenti.
Il nome è il “portmanteau” delle parole nirvana e vino. «Il nostro obiettivo all’inizio era quello di creare una comunità critica per separare il vino buono da quello cattivo. Poi l’affare si è esteso a liquori e cocktail».
Per permettere alla comunità di interagire, i tre hanno sviluppato un sito ad alto contenuto tecnologico, da cui gli utenti possono votare i loro prodotti preferiti, recensire i cocktail, taggare il miglior barista dall’iPhone o stringere amicizia con “Redazione Bargiornale” su Facebook. Cosa che hanno appena fatto.

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