Piccoli bar, futuro a rischio

Gestione –

Stagionalità, precarietà e ridotte dimensioni d’impresa frenano lo sviluppo del settore e la crescita professionale dei dipendenti

Non è un quadro roseo quello tracciato da Franco Martini, segretario generale Filcams Cgil in un recente convegno dove sono stati illustrati i risultati del primo rapporto sulla condizione lavorativa nel settore turistico. Realizzata con il contributo dell'Ente Bilaterale Nazionale del Turismo e affidata al Centro Studi Filcams Cgil, nella ricerca emergono alcuni dati che vale la pena sottolineare.
A partire dal “nanismo” delle imprese italiane, che frena lo sviluppo di realtà solide e affermate. «In Italia - ha spiegato Martini -, il 55% degli addetti al turismo è concentrato in aziende di piccolissime dimensioni (2-9 addetti), contro il 43% in Francia e il 22% in Gran Bretagna. Tra le prime 300 catene alberghiere mondiali solo cinque sono italiane e la prima occupa appena il 120simo posto».

Format e redditività
Proprio le piccole dimensioni dei bar è tra le problematiche maggiori che i locali devono affrontare se vogliono sopravvivere al mercato che cambia. «Dei 150mila bar italiani - sostiene la Fipe in una recente nota -, in media uno ogni 400 abitanti, molti stanno affrontando un cambiamento radicale nel format con il rischio di far scomparire il modello tradizionale. Interpretando i cambiamenti degli stili di vita degli italiani, il bar delle grandi aree urbane sta incentrando il suo business sempre più sulla pausa pranzo, la cui domanda è costantemente in crescita. L'apertura al pubblico dell'attività si è estesa fino alle 14 ore giornaliere e ha richiesto una manodopera complessiva del settore di circa 320mila addetti, in grado di generare un fatturato complessivo pari a 12,5 miliardi».
Dati alla mano, un'analisi effettuata dal Centro Studi Fipe, dimostra che la redditività del bar stenta però ad aumentare. «La crescita esponenziale dei costi, soprattutto di affitto, non è compensata dal prezzo unitario modesto delle consumazioni, a partire dal caffè - ha detto Edi Sommariva, direttore generale Fipe -. Tale situazione è esasperata dall'aumento della concorrenza, che ha portato ad ampliarsi il numero dei luoghi di consumo. Da qui l'iniziativa di diventare sempre più un luogo polifunzionale». Un cambiamento che mette a rischio la sopravvivenza di tutti quei locali sotto i 60 mq che per motivi di spazio difficilmente potranno “cambiare pelle”.

Formazione carente
Capitolo strettamente connesso a questo è quello occupazionale. «Il fattore lavoro - spiega Martini - è un aspetto dell'impresa sul quale occorre investire. Innanzitutto attraverso la formazione, paurosamente carente nel settore. È però vero che la formazione è pratica difficilmente compatibile con la precarietà del lavoro tipica del turismo».
Una precarietà strettamente connessa con la stagionalità di molte strutture, che non possono permettersi di assumere a tempo indeterminato lavoratori che in realtà servono all'impresa magari solo per alcuni mesi l'anno. Tuttavia l'occupazione nel settore turistico italiano sembra aumentata negli ultimi due anni di circa il 20%. Il dato complessivo del settore turistico, fonte Fipe, parla di 925mila assunti nel 2008 contro i 772mila dell'anno precedente. Di questi sono 639mila quelli che lavorano dei pubblici esercizi (erano 508mila), mentre gli altri sono impiegati tra settori ricettivo, intermediazione e altro ancora. Verò è però che gli ultimi dati a disposizione relativi al mese di gennaio 2009 parlano di un calo del 21%. Il dato, riferito allo stesso mese dell'anno scorso, è tutto da verificare nel corso dell'anno e la speranza è ovviamente quella che non venga confermato.

Forte presenza femminile
Confermata invece, anche dal punto di vista numerico, la stagionalità di cui parla Martini e che tutti ben conosciamo. Il livello massimo di occupazione è stato registrato nei mesi estivi: in particolare a luglio, con 1.090.126 lavoratori e ad agosto con 1.074.090. Al contrario, nei mesi invernali il numero di occupati cala fino a un minimo di 803.807 lavoratori a febbraio e 806.830 a gennaio. Tra le prime cinque regioni italiane che hanno occupato più lavoratori dipendenti è stata la Lombardia a far registrare il dato più alto con 167.589 dipendenti nel settore turismo su un totale di 925.882 occupati. La seconda regione è risultata l'Emilia Romagna, che conta 97.350 dipendenti. A seguire il Veneto, terza con 93.428 lavoratori. Quindi vengono il Lazio, regione che occupa 90.134 persone, e la Toscana che ne registra 72.388. Sul dato totale, in ogni caso, il settore turistico è caratterizzato da una forte presenza femminile: il 58,4% degli assunti sono infatti donne (61% assunte con contratto a tempo pieno e il restante 39% a tempo parziale).
Infine, a conferma di quanto sostiene Sommariva parlando di ridotte dimensioni quali rischio di stabilità dell'impresa, l'Inps rivela che la media di addetti per pubblico esercizio è inferiore alle cinque unità. Una presenza forse non sempre sufficiente a garantire quella qualità e velocità del servizio che sono le principali caratteristiche che deve possedere un locale per attrarre un cliente.

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