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Operatrice turistica con inglese fluente, cerca lavoro in alberghi di Capri, Ischia, Penisola Sorrentina, Costiera Amalfitana in qualità di cameriera ai piani, governante o addetta al ricevimento.Cell: 349 3918390

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Prodotti come icone da mettere in mostra

Display design –

Realizzare oggetti che esaltino la marca, catturino l’attenzione del cliente e siano funzionali per il barista: è lo sforzo creativo (pluripremiato) di Visual Display

Trasformare un prodotto in un oggetto del desiderio, capace di dare lustro al punto vendita (oltre che, naturalmente, alla marca che rappresenta) e di suscitare l'interesse e l'attenzione dei clienti. Ripensare un oggetto apparentemente banale, come una bottiglia o una lattina, per trasformarlo in un'icona. È l'obiettivo del retail design, forma di comunicazione che si occupa di realizzare materiali e strumenti espositivi per i punti vendita. «Negli ultimi anni - spiega Chiara Endrigo, fondatrice insieme a Giorgio Di Bernardo di Visual Display, azienda udinese specializzata in exhibit & retail design - le aziende del beverage hanno rafforzato in modo significativo gli investimenti in materiale per il punto vendita, sia per il lancio di nuovi prodotti che per operazioni di riposizionamento del brand. L'orientamento è di realizzare, per un numero selezionato di punti vendita, degli oggetti di design, fatti con materiali durevoli».
Visual Display ne ha creati oltre una quindicina, vincendo in un paio di occasioni dei premi a livello nazionale. «Nel progettare - spiega Chiara Endrigo - cerchiamo di realizzare oggetti minimal, capaci di dare risalto al brand e al prodotto senza invadere il punto vendita. La pulizia delle linee è indispensabile per creare oggetti che siano collocabili in tutti gli ambienti, dai locali tradizionali a quelli più trendy».
Le due linee guida, pensando al mondo del bar, sono l'utilità e la gradevolezza estestica, due aspetti che devono andare di pari passo e che mettono d'accordo sia l'azienda committente che il locale che deve “esibire” l'oggetto. «Un altro sforzo - dice Endrigo - è mettere insieme l'esigenza delle aziende di creare elementi distintivi, capaci di attirare l'attenzione, con quella dei bar di avere cose funzionali. Stabilità e minimo ingombro sono due elementi fondamentali per far sì che questi oggetti vengano effettivamente utilizzati o esposti nei locali».

Esplicitare le esigenze

La collaborazione tra i gestori dei locali e le aziende fornitrici è un elemento chiave per l'evoluzione del merchandising: «È importante che i gestori di bar siano attivi - afferma Endrigo - nello stimolare le aziende, indicando le proprie esigenze e necessità. Un modo per aiutare chi progetta a realizzare soluzioni utili e utilizzabili. Dall'altra parte, la richiesta è di “rispettare” gli oggetti che vengono forniti. Evitando, per esempio, di usare l'espositore del prodotto x per metterci il prodotto y».
Una scelta, quest'ultima, un po' autolesionista: sia nei confronti delle aziende coinvolte, sia soprattutto nei propri confronti: che immagine offre di sé un locale che “pasticcia” così con l'esposizione dei prodotti?

Occhio al sovraffollamento

Anche oggetti semplici, come gli espositori di prodotto, hanno le loro regole da rispettare per svolgere al meglio la propria funzione: «Alcune sono banali - dice Endrigo -: montare i supporti correttamente, facendo attenzione alle istruzioni, posizionare il prodotto nel modo previsto e tenere gli espositori aggiornati e puliti. Altri aspetti cui prestare attenzione sono l'aggiornamento della comunicazione legata agli espositori, quando prevista, e il loro corretto posizionamento, in luoghi visibili».
Tra gli errori da evitare, invece, il più comune è il sovraffollamento di espositori diversi, che crea più confusione che comunicazione. Ma c'è anche chi - come con i sedili delle macchine nuove - “dimentica” di togliere dai totem espositivi le pellicole di protezione.

Vita dura per i caffè storici

Attività –

Una gestione spericolata quella dei locali ultracentenari, obbligati a zigzagare tra divieti, vincoli e rispetto delle norme sulla conservazione degli elementi architettonici originari e degli arredi. E non sempre vengono in aiuto enti e istituzioni locali

Sono la punta di diamante della tradizione italiana del caffè. Locali storici con una storia pluricentenaria alle spalle, spesso di proprietà delle stesse famiglie da più generazioni, con un nome che da solo evoca attenzione alla qualità dei prodotti, del servizio e un blasone che dura nel tempo. Si tratta di locali aperti nei centri storici delle nostre città, grandi e piccole, a Nord come a Sud; luoghi in cui pulsa la vita locale e che fungono da richiamo irresistibile per tutti i turisti che scelgono il Belpaese. Difficile dare una dimensione economica a questo fenomeno: «Siamo di fronte - spiega Claudio Guagnini, direttore di Locali Storici d’Italia, associazione culturale cui aderiscono 227 attività, la cui guida, giunta alla 33esima edizione, raccoglie un ampio spettro di attività storiche - a tipologie di locali molto diversi tra loro, uniti da un fil rouge di natura storico/culturale. Certo, alcuni si sono via via evoluti e hanno raggiunto una taglia economica di tutto rispetto, non solo in Italia, mentre altri sono rimasti in un ambito più limitato». Tuttavia, per grandi o piccoli che siano, anche i locali storici non sfuggono alle stringenti logiche di mercato, che vedono una diffusa difficoltà a far quadrare i conti. Anche perché devono fronteggiare una miriade di regole e di oneri che vanno a incidere in modo ben più rilevante che sui locali moderni. Basti pensare alla necessità di utilizzare un numero più alto di addetti e all’obbligo di preservare l’atmosfera di storicità pur adeguandone l’offerta ai canoni odierni. Un equilibrio, questo, difficile da trovare, tra gli effetti della crisi economica in atto e la selva di divieti e limitazioni che in questa stagione stanno caratterizzando il rapporto tra centri storici e abitanti.

Troppi vincoli imbavagliano l’attività

«Certo nel 1870 il panorama legislativo era più semplice - spiega Antonio Sergio, uno dei soci titolari del Caffè Gambrinus, storico faro del panorama napoletano con le sue vetrine aperte su Piazza del Plebiscito -. Oggi, per ogni singola attività o modifica, dobbiamo fare riferimento a un numero imprecisato di leggi ed enti diversi. Per fare un esempio, abbiamo impiegato quasi nove mesi per aprire un gazebo esterno, richiedendo l’autorizzazione alla Sovrintendenza delle belle arti, alla Polizia annonaria, al Comune e ad altri soggetti istituzionali. Davvero, a un certo punto non sapevamo più come andare avanti. Poi il cliente magari si siede al tavolo e si stupisce del costo di un caffè, ignorando tutto il lavoro che vi è dietro». Da Sud a Nord, il rapporto con le istituzioni è un nervo scoperto per i titolari dei locali storici, come ci confermano dal Caffè Torino, un’istituzione della città piemontese, aperto sulla centralissima piazza San Carlo: «Basti pensare - spiegano - al calvario per ottenere il rinnovo della nostra linea telefonica e alla difficoltà di dotare i locali di una rete più efficiente. Discorso analogo per quanto riguarda l’arredamento: se si rompe una sedia non possiamo comprarne un’altra, bensì dobbiamo farla restaurare da un artigiano che ci garantisca il rispetto dell’originalità, con un aggravio di costo notevole». Fascinosi palazzi centrali, sale affrescate, stucchi e specchi: location e arredi sono certo una carta vincente per i locali storici, ma rappresentano un’altra difficoltà di gestione, rispetto a un bar di nuova apertura. In primis sotto il profilo logistico. «Il nostro magazzino - dichiarano dal Caffè Torino - è sotterraneo, senza montacarichi, e questo è un problema per l’approvvigionamento dei prodotti e il rifornimento delle sale sovrastanti. Abbiamo bisogno di un numero maggiore di persone, con tutti i problemi del caso, in termini di difficoltà di gestione e di costi». Molti plaudono ai centri storici chiusi ai veicoli, ma da parte degli esercenti l’accoglienza verso queste iniziative è senz’altro meno entusiastica. «Certo Piazza San Carlo senz’auto è bella da vedersi - dichiarano dal Caffè Torino - ma noi abbiamo registrato una contrazione del business. Gli italiani difficilmente rinunciano alla comodità». Il rischio, per un locale storico, è di perdere la propria anima, sacrificato a diventare palcoscenico fittizio per i sogni dei turisti. «L’associazione - conclude Guagnini - nasce proprio per evitare tutto questo, per salvaguardare uno dei patrimoni che sta alla base della cultura italiana dell’ospitalità. Non nell’immobilismo di un museo, ma nella vitalità della società contemporanea».

Scegli la piastra per te

Attrezzature –

In ghisa o vetroceramica, a raggi infrarossi o ad alta velocità. La tecnologia non lesina soluzioni, ma l’acquisto va ponderato in base agli spazi a disposizione e alla dimensione del business

Nel bar all'italiana sono due le apparecchiature che non possono mancare per nessun motivo: la macchina per il caffè e la piastra per i panini. Caffetteria e panini fanno quasi il 50% del fatturato del bar-tipo. Come organizzarsi allora per dotarsi della strumentazione più adatta e più funzionale? In questo numero ci addentriamo nel dettaglio delle piastre. Tradizionalmente si tratta di apparecchi dotati di una resistenza elettrica che riscalda due piastre in ghisa sovrapposte, di cui quella superiore è sollevabile. Le piastre sono ondulate per consentire, come nella bistecchiera, lo scolo dei liquidi di cottura. La ghisa è una lega con una lunga inerzia termica, che ci mette cioè molto tempo per riscaldarsi e altrettanto per raffreddarsi e che quindi prima di raggiungere la temperatura di esercizio per riscaldare i panini richiede diversi minuti. La sua superficie scabra facilita l'adesione di particelle di cibo combusto, o di formaggi sciolti, rendendo necessaria una frequente pulizia a base di spazzole d'acciaio e olio di gomito. Non è un caso quindi se molti produttori negli ultimi anni hanno introdotto piastre per toast e panini di nuova concezione. Vediamo allora quali sono le novità.

La piastra ideale

Come dev'essere, idealmente, la piastra? Lo abbiamo chiesto allo chef Roberto Carcangiu, che ama definirsi R&D cooking director, un esperto che mette le sue conoscenze a disposizione della ricerca e sviluppo di nuovi strumenti da cucina. Carcangiu è consulente di importanti marchi, come Angelo Po. «La piastra ideale - ci confida - deve assicurare una montata di temperatura rapida, ma nello stesso tempo non deve assorbire troppa energia, perché deve evitare di far saltare la luce in strutture che non hanno contratti elettrici per potenze elevate. Devono essere poco ingombranti, facili da pulire e anche leggere, per poterle spostare nel retro quando è necessaria una pulizia più accurata». Altro elemento chiave è il prezzo: «In commercio - spiega Carcangiu - esistono piastre con costi molto diversi. L'acquisto va progettato sulla base di un attento business plan: inutile comprare la piastra più costosa se si fanno pochi panini al giorno. Meglio pensare invece a una soluzione che consenta un rapido ammortamento mantenendo elevata la qualità. Ovviamente se si producono centinaia di panini al giorno, l'ammortamento sarà più rapido e si potrà optare per piastre più grandi e più costose». E poi va tenuta in considerazione la vivibilità del locale. «Una piastra - sottolinea - non deve liberare troppo calore: se è troppo calda tende a bruciare gli alimenti e rende meno vivibile l'ambiente, oltre a produrre danni ai piani di lavoro, come la rottura degli spigoli o il rigonfiamento dei bordi».

Avanzamenti tecnologici

Negli ultimi tempi le innovazioni tecnologiche hanno consentito di migliorare le prestazioni di questi apparecchi. La principale è forse l'adozione di superfici in vetroceramica che, spiega Giovanni Bruno, della divisione marketing e sviluppo di Techfood, «è un materiale di natura vetrosa, utilizzato per ottenere superfici perfettamente lisce, con una conseguente facilitazione in tutte le operazioni di pulizia. Tra le sue caratteristiche anche l'alta resistenza al calore, soprattutto in termini di stabilità dimensionale. In sostanza questo materiale tende a non dilatare, resistendo fino a 700 gradi e non temendo alcuno shock termico. Anche la resistenza è elevata: è infrangibile, antigraffio e immune a diverse sostanze acide. Tra i vantaggi, il tema più interessante è quello del risparmio energetico, apprezzabile in diverse situazioni di cottura, e valutabile rispetto alle piastre tradizionali in ghisa nell'ordine del 10-20%». Un altro marchio italiano, Unox, ha introdotto piastre per panini a raggi infrarossi con superfici in vetroceramica di due tipi, opaca e trasparente. La prima, che filtra maggiormente gli infrarossi, garantisce una cottura più accentuata all'esterno, quindi sulla superficie del pane, e più blanda all'interno. La seconda riscalda più l'interno rispetto all'esterno ed è perciò più indicata per prodotti surgelati o per ripieni freddi. Va registrata poi una novità introdotta da poco da Electrolux Professional. Si tratta dell'Hsg (high speed grill, piastra ad alta velocità), che unisce il sistema di cottura a contatto per la tipica rigatura del panino, una superficie a infrarossi per conferire fragranza e croccantezza, e le microonde per migliorare la cottura interna. Secondo l'azienda bastano 35 secondi di cottura per portare a temperatura ideale un panino ripieno da 350 grammi appena tolto dal frigo alla temperatura di 4 gradi.
Come va usata la piastra? Alla Paninoteca di via Masera a Milano, che sforna centinaia di panini al giorno, si usa un pane morbido tipo cassetta, precedentemente tagliato a fette, che viene messo a scaldare in una piastra dedicata. Se viene richiesto un ripieno caldo, tipo salsiccia o hamburger, questo viene preparato su una piastra separata. Il tutto viene poi assemblato e guarnito, secondo la ricetta (il locale ne propone decine), con creme già pronte, affettati tagliati sul momento, pomodori e insalata sminuzzati anche questi all'atto della preparazione.

Gli errori grossolani

Mai e poi mai va fatto l'errore di riscaldare il panino nella piastra quando al suo interno si trovano insalata o pomodoro: la prima tende ad avvizzire diventando pressoché immangiabile, il secondo si sfalda, rendendo difficoltosa la presa. Eppure errori grossolani di questo tipo vengono ripetuti con frequenza.
Molto meglio, invece, aprire il panino prima di metterlo in piastra, togliere insalata e pomodoro, scaldarlo, e poi ricomporre la guarnitura. Naturalmente tutto dipende dagli spazi a disposizione e dal tempo. La preparazione di panini espressi richiede una persona dedicata esclusivamente a questa operazione (alla Paninoteca di via Masera sono sempre almeno in due, uno che scalda il pane e avvolge i panini per porgerli ai clienti, l'altro che farcisce il panino). Quando questo non è possibile i panini vanno preparati in anticipo e scaldati al momento del servizio. Quindi, nel caso di una configurazione più articolata del servizio è opportuno pensare anche ad altri strumenti da affiancare alla piastra per panini. «Per esempio il fry top - suggerisce Carcangiu - una piastra aperta che può consentire di grigliare al volo carni o verdure».

Pasticceria Namura, scelta tuttobio

Format –

A Milano il Caffè Pasticceria Namura propone croissanterie, torte e lievitati con l’impiego di prodotti da agricoltura biologica. Sempre che, per qualità e gusto, siano i migliori del mercato

Ricerca e creatività. Sono i criteri guida della pasticceria Namura di Milano, in via Castelvetro 16 (zona Sempione), aperta dalle 7,30 alle 19,30 (riposa il lunedì). «Nella costante ricerca dei migliori ingredienti - precisa Ellis Palano, il maestro pasticcere di Namura - privilegiamo i prodotti certificati bio per circa il 90%, ma alle volte, per questioni di non sufficiente qualità o disponibilità di prodotto, dobbiamo ripiegare sulla produzione tradizionale, ma sempre di alto livello». Una ricerca che passa dalle fiere specializzate come il Sana di Bologna, al passaparola fra colleghi come Corrado Assenza di Noto (Siracusa), confermata, quando possibile, da una visita presso il produttore.
«Conoscere le persone che sono o possono diventare i tuoi fornitori di fiducia - prosegue Ellis Palano - è molto importante. La mia è una ricerca a tutto campo, che arriva a selezionare prodotti anche in Stati dall’altra parte del mondo, come l’Australia per l’uvetta sultanina o l’arcipelago di Vanuatu nell’Oceano Pacifico. E spesso sono piccole aziende familiari che curano “religiosamente” la propria produzione». Nativo di Sacile, in provincia di Pordenone, Ellis Palano ha sempre respirato aria di laboratorio artigiano, prima come panettiere, quindi come pasticcere, facendo varie esperienze di lavoro. Nel 2000 ha avuto l’opportunità di aprire un caffè-pasticceria-laboratorio in proprio a Milano, insieme alla moglie Francesca Bonfioli.
«Il mondo della pasticceria - interviene Francesca Bonfioli - mi ha sempre affascinato. Da quando ho conosciuto Ellis poi mi piace essere la sua prima e più esigente cliente e studiare insieme nuove ricette». Per il locale è stato utilizzato un arredo originale liberty d’inizio Novecento, scovato in un vecchio magazzino di Bologna. Risistemato e adattato alla bisogna, è verniciato in color panna, che dà all’ambiente un sapore d’altri tempi e un’atmosfera francese. Non per niente il punto di forza della pasticceria Namura (mitico dolce libanese molto speziato) è la croissanterie, seguita da lievitati come panettoni e colombe, specialità al cioccolato.
Croissanterie modello Parigi

Per i croissant viene utilizzata una pasta lievitata sfogliata (non la pasta brioche più diffusa in Italia) con utilizzo di burro prodotto con latte da agricoltura biologica dell’azienda Hombre di Modena, certificata Organic. La preparazione dura almeno 24 ore. Comincia alle 10 del mattino del giorno precedente; la lievitazione con lievito madre è lenta e dura almeno 10-12 ore; la cottura avviene in forno elettrico a 210 °C per 10’ circa. Sei le specialità proposte: senza farcitura e farcite con crema, marmellata di albicocca, cioccolato, uvetta-cannella-noci, oltre alla integrale al miele. In media la vendita giornaliera è di 180-200 pezzi, ma il fine settimana raddoppia. «La crescita dei consumi è dovuta di sabato ai frequentatori del mercato ambulante della vicina via Fauché - interviene Francesca Bonfioli - mentre alla domenica prevale l’asporto». I croissant di Namura hanno conquistato la vasta colonia francese di Milano, che qui ritrova i sapori d’Oltralpe. Ad accompagnare i croissant viene proposto un caffè arabica 100% della Torrefazione Slitti di Monsummano Terme (Pt), lavorato con una macchina La Cimbali manuale. «Se viene seguita un’attenta manutenzione e pulizia - precisa Ellis Palano - questa macchina garantisce un espresso eccellente. Consumiamo una media di 1,7 kg di caffè al giorno, che sale a 3 kg il fine settimana». Scelta tra zucchero bianco (solo dopo le insistenze dei clienti), di canna e miele con dosatore.
Lavorazione meno lunga, ma più complessa invece per le torte da banco. «La pezzatura più richiesta - precisa Ellis Palano - è quella per 2 persone da 300 g, seguita da quella da 6 porzioni da 600-700 g. Sempre a disposizione 5 o 6 tipologie di torte, più altre a rotazione a seconda dei prodotti di stagione».

Torte classiche e creative

La vedette è la Torta al Cioccolato e Pere. Su una base di pasta frolla vengono stesi strati di crema reale e ganache con cioccolato biologico Valrhona fondente. Le pere utilizzate sono quelle piccole e croccanti della qualità Madernassa (Cuneo). Posto d’onore per la Torta al Cioccolato e Zenzero Bio, seguita dalla classicissima Montebianco con marron glacé (del Piemonte) e meringhe. In primavera, le castagne glassate vengono sostituite dalle fragoline di bosco fresche Bufalina (zona di Marsala) e la torta è ribattezzata Monte Rosa. In autunno è la volta di una preparazione speciale come la Torta con Zucca, marron glacé e gianduja dolcificata con succo di acero e speziata. Non poteva mancare a Milano la linea dei Panettoni in vari formati (500 g, 750 g, 1 kg e 1,5 kg), versione Classica con canditi (Agrimontana) e uva sultanina (Australia) e quella con Gocce di cioccolata e marron glacé. Prodotti in 700-800 pezzi a stagione, i panettoni vengono lavorati per tre giorni tra impasto, lievitazione (lenta) e cottura. Ultima curiosità creativa è la Torta Mediterranea, su modello della Sacher, con impiego di marmellata di arance amare bio della Sicilia al posto di quella d’albicocca. Le eleganti confezioni sono delegate all’estro artistico di Francesca Bonfioli.

Double Face Room – I PARTNER

Host Hotel Emotion PAD 4- Milano 23- 27 ottobre –

Double Face Room è realizzata in collaborazione con

* MICROS-Fidelio (main Partner)
Partner
*
Agorà consorzio
* Alcamoretti 
* Als
 * Bluestein

* Bocchini
*
Copyr
* Colico
*
Del Tongo
* Diesse Electra Impianti
* Dorelan
* Electrolux
* Indel B
* I-radium
* ISI (stshotel)
* Kohler Italia
* Pedrali
* Pergo
* Philips
*
Quadriga
* Reggiani Spa Illuminazione
* Staron Houser Italia/Samsung
* Seal 
* Tecnovision
* Te.Ma Hospitality
* Varaschin
*
WMF Italia

Sponsor Tecnici
* Corbara * Giovannetti Collezioni  * Hi-COM
* MLE  * Oikos


Double face Room è un'istallazione evento realizzata su progetto dell'architetto Emanuele Svetti, per Pianetahotel, in collaborazione con Host il Salone Internazionale dell'Ospitalità Professionale

Ho in mente un bel progetto per il privé

Tendenze –

Esplosi all’epoca di Discoring, consacrati ai tempi del velinismo, i privé da spazi nascosti e indifferenziati si trasformano in spazi connotati, spettacolari e tecnologici. Luoghi che affascinano il pubblico. Una tendenza confermata dal primo workshop dedicato

Dai privé indifferenziati e senza identità si è passati ai privé con i connotati. Così va la notte. «Frequentare un privé di una discoteca vuol dire appartenere a un gruppo. Significa dichiarare la propria identità attraverso lo spazio che si frequenta. E gli spazi devono essere griffati come i vestiti delle persone che li frequentano. Se il privé è arredato con stile attireremo celebrità, happy few e aspiranti tali. All'opposto se lo spazio è kitsch, nella rete finiranno ospiti di serie B».

Format per la notte

L'equazione del professor Danilo Morigi non fa un plissé. Fa un privé. Il docente del corso di laurea in design d'interni del Politecnico di Milano è stato impegnato di recente nel primo project work dedicato agli spazi riservati dei club. Dodici gruppi di lavoro, composti da giovani talenti del Politecnico, hanno ridefinito il format dei privé. Il tema proposto chiedeva di disegnare un salotto privato dedicato a Wiborowa Exquisite, versione a cinque stelle della nota wodka polacca. Unico “limite” ai progetti è che la bottiglia icona, creata dall'archistar Frank Gehry, fosse riconoscibile, per la sua forma, per il logo o per la sua trasparenza. «L'input fornito agli studenti era di costruire un luogo dove il pubblico potesse interagire e soprattutto provare esperienze nuove e coinvolgenti. Il progetto “Ghiaccio Bollente” è stato ritenuto il più valido. Il motivo è presto detto. Nell'allestimento proposto da Silvia Sacchi, Carlotta Schnabel, Silvia Sichel, Laura Soliveri e Sonia Zanzi, lo spazio, in apparenza freddo, si accende e prende vita interagendo con le persone che lo occupano. Il led-wall sulla parete di fondo si illumina quando qualcuno si avvicina, creando una sorta di aura intorno ai frequentatori del privé. Anche i tavolini reagiscono alla presenza della bottiglia di Wiborowa e si illuminano, rendendo i convenuti ancora più protagonisti della serata».

L'era dei salotti bianchi

Sulla dinamica esperienziale, sulla trasparenza e la pulizia delle forme (molte evidente il richiamo alla bottiglia di Wiborowa), gioca anche il progetto Stage Privé. Un format che rompe le regole del privé classico. Si abbandonano i tradizionali toni scuri e si introduce il bianco come colore dominante. All'interno si trovano due diverse pavimentazioni, una ludica che si anima al contatto coi piedi e una scenografica. All'ingresso di “Stage Privé” si accede attraverso una soglia eterea e luminosa, in materiale trasparente blu, che accoglie l'ospite sottolineando l'esperienza del passaggio da un mondo all'altro. “Sliding doors” che proiettano l'ospite in un altro mondo: dallo spazio indifferenziato del locale si passa a quello esclusivo del clan di appartenenza.
Progetti che hanno fatto storia

E pensare che agli albori della discoteca e della discomusic il privé non era presente nella mappa dei locali. Ai tempi degli Abba e dei Bee Gees, la pista occupava quasi tutto il locale, i tavoli erano per tutti, la discoteca era la piazza del popolo in pantaloni a zampa d'elefante. Il privé è nato in un secondo momento. Per dare uno spazio privato ai vip, agli amici dei vip e agli amici degli amici. Era una zona della discoteca nascosta, segreta, poco illuminata. Storie e leggende del perché i privé fossero così nascosti e bui si sprecano. Diciamo per questioni di riservatezza. Alla fine degli anni '80 la discoteca appare in televisione. Sono gli anni di “Discoring” e poi delle ragazze del “Drive In”, delle veline, di Ambra e di “Non è la Rai”. Il privé diventa una passerella aperta sulla pista, inaccessibile ai più, dove sfilano gli ospiti e le cubiste, dove si può vedere ed essere visti, dove si è attore e spettatore al tempo stesso. Negli anni Novanta dal singolo privé si passa ai privé multipli. Nelle discoteche la pista si restringe e si moltiplicano i salottini.

Spazi ripensati e rinnovati
A partire dal 2000 i più influenti progettisti della notte realizzano locali dove il confine tra spazi pubblici e spazi riservati diventa sempre più labile. Beppe Riboli col Qi di Erbusco realizza un locale spettacolare con un anfiteatro (cilindro) di tavoli riservati alle piccole compagnie intorno alla pista. Simone Micheli crea allo Spazio A4 di Santhià un'area lounge con televisori alle pareti e un divano di design nell'antibagno. Giuseppe Dondoni pennella per l'Ultraviolet di Teramo un privé-fumoir arredato in stile Seventy, salottini mobili su rotelle, una zona da decompressione, arredata con grandi letti e una toilette a vista che ha il fascino di un privé. Una delle novità più interessanti è che, complice soprattutto la diffusione dei locali-salotto (lounge), i privé hanno traslocato dalle discoteche agli altri locali serali, dai discobar ai cocktail bar, dai lounge ai beach bar. Nelle baite e sulle spiagge, in città e in campagna gli spazi si sono frammentati. I locali sono stati suddivisi in più locali. Un effetto matrioska. Lounge e ristoranti, come il “libanese” Lyr di Milano, ospitano zone privé studiate ad hoc per chi non gradisce essere osservato. Clienti arabi in cerca di privacy, vallette e calciatori in fuga dai paparazzi.

Double Face Room – Calendario Miniconferenze nella meeting room

Formazione –

PROGRAMMA DELLE CONFERENZE Venerdì 23 ottobre ore 12.00  On-line distribution and sales. L’integrazione dei sistemi e dell’interfaccia: convenienza e semplificazionePresenta: Gianni Martino – agente generale ITS Magellan Services Europe. ore ore 14.30 Aumentare il fatturato e ridurre i costi con l’e-commerce sui canali di distribuzione globale Presenta: Tiziana Marinelli – MICROS-Fidelio Italia ore 15.30 La rappresentanza commerciale ed il contratto di vuoto per pieno Presenta: Emanu…

PROGRAMMA DELLE CONFERENZE
Venerdì 23 ottobre
ore 12.00  On-line distribution and sales. L'integrazione dei sistemi e dell'interfaccia: convenienza e semplificazione
Presenta: Gianni Martino - agente generale ITS Magellan Services Europe. ore
ore 14.30 Aumentare il fatturato e ridurre i costi con l'e-commerce sui canali di distribuzione globale
Presenta: Tiziana Marinelli - MICROS-Fidelio Italia
ore 15.30 La rappresentanza commerciale ed il contratto di vuoto per pieno
Presenta: Emanuele Nasti, direttore generale H.T.M.S. International.
ore 16.30 Low Cost Hotel in Italia_l'opportunità del progetto Free Style 
Presenta: Giorgio Bianchi - amministratore delegato di R&Dhospitality.
Sabato 24 ottobre
ore 12.00 Aumentare i profitti dell'Hotel con il Revenue Management
Presenta: Maria Fiorella - MICROS-Fidelio Italia
ore 14.30 Il nuovo modello di franchising alberghiero  Presenta: Mario Ciorciolini General Manager di HermesHotels Collection.
ore 15.30 Aumentare i profitti dell'Hotel con il Revenue Management Presenta: Maria Fiorella - MICROS-Fidelio Italia
ore 16.30 Automazione e tecnologia alberghiera, perché? Presenta: Domenico Zucca - I.S.I
Lunedì 26 ottobre
ore 12.00 SMS Hotel - un nuovo canale di prenotazione e vendita a disposizione dell'albergo 
Presenta: Marco d'Amore, Amministratore delegato Athena Solutions
ore 14.30 Il golf motore di destagionalizzazione
Presenta. francesca Colombo - General Manager Int.Golf Holding

Non si ferma la voglia di spumanti italiani

Tasting –

Classici e charamat attraggono sempre più la clientela. Che va soddisfatta con offerte al calice e nuove etichette

Tasting Spumanti italiani: quindici etichette da conoscere meglio

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