
Abbiamo incontrato Ago qualche giorno prima del vernissage, con l’evento milanese ancora in fase di riscaldamento e le immagini già lì, pronte, ma non ancora svelate al pubblico. Nell’intervista Agostino Perrone parla del Martini come si parla di una lingua che non hai mai studiato ma che sai usare. «È un codice», dice. E non è una definizione da intervista. È una cosa che gli appartiene.
“Martini Icons”, la mostra che apre il 14 aprile a Casa Sofia a Milano e termina il 19, parte da questa idea. Belvedere Vodka è parte integrante del progetto, un partner che ha creduto e investito nella visione artistica di Perrone, contribuendo a costruire un dialogo reale tra fotografia, mixology e cultura contemporanea.
Qui il centro è lo sguardo. E lo sguardo è quello di uno che, prima ancora di fotografare, ha imparato a osservare. Perché la fotografia, nel suo caso, non è mai stata una parentesi. È una linea continua. La prima volta che abbiamo “scoperto” Ago fotografo è stata a Como, al Fresco Cocktail Shop, quando Simone Maci - il primo e originale padrone di casa - ci fa vedere delle immagini e dice: «sono di Ago». E lì capisci che qualcosa c’è. Non è un hobby. È un’altra lingua. E infatti, scavando un po’, viene fuori che parte da lontano. Da bambino. Dalle macchine fotografiche regalate, da quei modelli rettangolari che si caricavano da sotto con la rotellina, dal gesto stesso di portarle all’occhio. Dai viaggi con la famiglia. Dalla fascinazione pura. Poi l’adolescenza. La prima reflex. La voglia di controllo. La macchina sempre dietro, più per paesaggi e dettagli che per persone. Per staccare, per immaginare, per “far succedere qualcosa”. E soprattutto due figure chiave. Un professore di computistica, Bordonaro, con cui andava a scattare anche fuori scuola. Letteralmente fuori scuola. «A volte bigiavamo insieme per andare sul lago a fare foto e parlare della vita», racconta. E poi il professor Antonio Zabatta, cultore del Tai Chi, che gli regala il primo libro di fotografia e gli lascia una frase che resta: non guardare il dito, guarda la luna. Tradotto: non distrarti, non copiare, segui la tua visione. Sono dettagli, ma non lo sono. Perché spiegano molto. A diciotto anni Perrone voleva fare il fotografo. Le ispirazioni venivano da National Geographic, Airone, il mondo da raccontare. Poi succede una cosa semplice: decide di essere indipendente. Inizia a lavorare al Caffè Broletto, a Como. E lì cambia tutto. Perché il bar gli apre un altro universo. Le persone, prima di tutto. I racconti dei viaggi, i clienti che parlano di Giappone, Cuba, India. L’interazione, che non è mai lineare come pensi. La materia: distillati, storie, provenienze. I cocktail, ancora in una fase quasi pionieristica - lime che arrivano una volta al mese, Mojito che la hierba buena manco si sapeva cosa fosse -. E lì succede quello che succede spesso: la passione si sposta, ma non scompare. Si mette in parallelo. Quando arriva a Londra nel 2003, la fotografia passa in secondo piano. Troppo da gestire. Troppi focus, troppo lavoro. Poi, intorno al 2005, con il digitale, qualcosa si riaccende. Scattare diventa più immediato, più accessibile. E la passione torna forte. Ma con una differenza: non diventa lavoro. «Non voglio che la passione si trasformi in lavoro», dice. E infatti rifiuta anche oggi di fare fotografia commerciale in senso stretto. Niente set, niente luci costruite. Se succede, succede. Se no, no. È una posizione chiara. E si vede nelle immagini. La sua fotografia è spontanea, candida, poco costruita. Poca post-produzione. Molto istinto. Ma con una struttura sotto. Esattamente come un drink. E qui si chiude il cerchio. Perché quando gli fai notare che i suoi Martini sembrano già fotografati – che il suo celebre servizio al carrello è quasi un set - lui annuisce. «Pensare come l’ospite. Cosa vede?». È la stessa logica della fotografia: intuizione e struttura insieme. Devi catturare il momento, ma devi anche costruire le condizioni perché quel momento funzioni. Dentro “Martini Icons” questa cosa è evidente. Le immagini non spiegano il Martini. Raccontano quello che succede intorno. “Goodfellas” è il punto di partenza. Alessandro Palazzi, Salvatore Calabrese, Peter Dorelli e Giuliano Morandin: quattro nomi che fanno sistema e mitologia allo stesso tempo. Perrone li chiama mentori. L’idea nasce quasi per necessità morale: «Non posso chiamarne uno senza chiamare gli altri». Si parte dal Dukes, si finisce al Connaught. Per fairness. Per rispetto. Dieci del mattino. «Facciamo un Martini finto». E Peter: «ma che Martini finto?». Risate. Conversazioni. Nessuna costruzione. Perrone scatta mentre succede. E quello che viene fuori è una fotografia che sembra anni Cinquanta, Rat Pack, ma senza nostalgia. Solo verità. E con una scelta forte: lui resta fuori dallo scatto. Nonostante esistano immagini con tutti e cinque (Bargiornale ne fece una copertina pochi anni fa). «Non mi sento all’altezza». E lì c’è tutto. Poi ci sono le immagini fuori contesto. Sydney, World Class 2022. Al tavolo: Agostino Perrone, Eric Lorincz, Benjamin (ex Artesian) e Sandra. Wine bar qualsiasi. Entra una ragazza. Vestito di seta, presenza cinematografica, in un contesto dove l’abito più elegante è una t-shirt sdrucita. Cammina verso il banco, si appoggia, e poi: «Can I have two shots, please?». È lì che nasce la foto. Perché quello che vedi e quello che senti non coincidono più. Gli altri ridono. La bartender sorride. Qualcuno si innamora. E Perrone scatta. “One shot, please”. «Se non avessimo ascoltato quella frase, sarebbe stato tutto perfetto». E invece no. Ed è meglio così. A Melbourne, invece, la fotografia arriva per ostinazione. Siamo nel bellissimo Society. Una scala che chiama. Perrone la guarda tutta la sera. Non scatta. Poi, all’ultimo, chiama l’amica Jordan. «Ho bisogno di te». Martini in mano, gesto naturale. Un minuto. Foto fatta. «Pensare la foto è stato più lungo che farla». Poi c’è lo scatto con Giorgio Bargiani. Pisano, cresciuto tra l’osteria di famiglia e le grandi scuole dell’hotellerie, arriva al Connaught nel 2014 e diventa in pochi anni head mixologist sotto la guida di Perrone. Bargiani è uno che ha presenza, voce, capacità narrativa. Nella foto che lo ritrae sembra quello che è: uno che sta bene sul palco quanto dietro al banco. «Lui sarebbe stato un comedian», dice Perrone. E si vede. È una scena alla Fellini quella che lo ritrae sotto un ombrellone nell’arte di intrattenere il pubblico a parole e a gesti. Come sempre “very Italian”, molto spontaneo. E poi arriviamo alle immagini più tecniche. “Silky Pour”. Il Martini che diventa materia. Un flusso, un nastro, quasi un laser. Freddo, setoso. Un’ora e mezza per trovare il punto giusto. Con l’aiuto - raro - di un altro fotografo che lo ha aiutato per le luci e altre parti squisitamente tecniche. Qui entra Belvedere 10 in modo coerente con il progetto, non come inserimento ma come parte del linguaggio visivo costruito insieme: una presenza che dialoga con l’estetica di Perrone e con l’idea stessa di Martini come icona contemporanea. C’è il cabinet, con la bottiglia intera. C’è il self-portrait, dove resta solo il tappo della luxury vodka. Due scatti. Una sfida. «Non mi piace vedermi». Ma funziona. E in mezzo a tutto questo, il discorso si allarga. Si parla di scrittura. Di libri vissuti. Di Philip Roth e di Pastorale Americana. Ma anche di musica, palco e arte varia. Non è la sua storia, ma convergiamo su un punto. L’energia migliore arriva spesso da fuori contesto. Da quello che non è il tuo mestiere. Perrone non lo teorizza. Lo fa. Viaggia, osserva, assorbe. E poi restituisce. Alla fine, “Martini Icons” è questo. Un archivio di istanti. Alcuni nitidi, altri sfocati. Alcuni veri, altri quasi inventati. Ma tutti credibili. Come un Martini fatto bene. E adesso: two shots, please.


