
Stefano Talice, 57 anni, è mancato all’affetto dei suoi cari. La notizia si diffonde in rete sabato 18 aprile e arriva dritta, senza preavviso. Per chi scrive - e per molti di quelli che leggeranno - è un pugno allo stomaco. Se n’è andata una delle persone più intraprendenti ed eleganti del nostro circuito. In modo lieve, come si dice, ma soprattutto nel suo modo: gentile, misurato. Senza strombazzare col clacson.
La prima volta che l’ho incontrato era il 2002, Bacardì Martini Grand Prix. Il mio primo concorso da reporter. Emozione fuori scala, scenario ancora di più: Grand Hotel Billia, Saint-Vincent. Io un po’ spaesato, lui perfettamente a fuoco. Bel viso, occhi che scintillano, foulard al collo - una cifra stilistica prima ancora che un dettaglio – e quella capacità rara di capire chi avevi davanti in due secondi. Mi tranquillizzò, mi presentò alle persone giuste, mi fece sentire dentro. Il tutto accompagnato da un Martini fatto come si deve. Che, in certi momenti, vale più di mille briefing.
Oggi tanti ragazzi non lo ricordano. E va bene così: il tempo fa il suo mestiere. Ma per quelli che c’erano, e per quelli che lavorano oggi senza sapere da dove arrivano certe cose, ricordarlo è quasi un dovere professionale. Talice è uno di quelli che non hanno bisogno di stare sotto i riflettori per lasciare traccia. La lascia nei gesti degli altri.
Un nuovo modo di intendere il bar
Dopo un inizio da venditore di caffè, insieme a Vanna Baccalini mette in piedi la 3F, siamo tra il ’93 e il ’94. Accessori, bicchieri, vettovagliamento. Cose concrete, da banco. Dentro quel mondo arrivano anche i pourer americani, grazie a un accordo con un’azienda di Monza che ne aveva l’esclusiva. Lui li chiamava “i miei tappini”. Con un mezzo sorriso, e una consapevolezza neanche troppo nascosta: quei tappini avrebbero cambiato il modo di intendere il bar. Per chi faceva freestyle (allora lo chiamavano così) e per chi amava il classico. Che, tra parentesi, non si chiamava né bartending né classico, ma semplicemente American bar. Più velocità, più precisione, più controllo. Che nella vita conta sempre.
Diffondere un metodo
E infatti il passo successivo non è stato vendere un prodotto, ma diffondere un metodo. Il lavoro all’americana, le cocktail station, un’idea più fluida e dinamica del servizio. Da lì nascono i corsi, prima con Mauro La Cognata e Simone Massara, poi con Lorenzo Bianchi e Luca Pirola, fino alla American Bartender School. Una scuola vera, quando le scuole erano ancora una risposta a un bisogno reale. Centinaia di ragazzi passati da lì, spesso senza rendersene conto, ma portandosi a casa un pezzo del suo modo di vedere il bar.
In parallelo, la collaborazione con Aibes e con le aziende spirits dell’epoca. Tra queste Illva Saronno, dove diventa superhoreca manager. E lì comincia a macinare chilometri. Locali, incontri, relazioni. Sono anni in cui il bar italiano cresce, si struttura, prende sicurezza. E lui è dentro questo movimento senza mai mettersi in posa.
L'eredità silenziosa
Poi il mercato cambia, come sempre. E lui continua a muoversi: Timossi, Doreca, Mercanti di Spirits. Sempre con la stessa idea in testa: provare a raddrizzare un po’ le distorsioni del sistema. Senza prediche. Con il lavoro. La sua generosità non era dichiarata. Era operativa. La ritrovi oggi nei percorsi di tanti professionisti che, in un modo o nell’altro, sono passati da lui. I suoi “discepoli” sono sparsi ovunque, spesso inconsapevoli del debito. Nel 2011 apre il gruppo Facebook 3F. Una piazza vera, a tratti ruvida, sempre viva. Un punto di incontro, di confronto, anche di discussioni accese. Ma autentiche. Come lui. Per anni il gruppo 3F è stato “il” gruppo del settore. E poi c’è Camogli, il porticciolo, il Bar Patchanka, condiviso con Davide Garazzini, un altro grande ragazzo e amico scomparso troppo presto. Un’esperienza che esce dai percorsi lineari e resta lì, come certe cose fatte più per bisogno che per strategia. A pensarci bene, Talice è stato questo: uno che ha fatto succedere le cose, senza mai farle pesare. Uno che non cercava la scena, ma che alla scena dava struttura. Di lui hanno scritto: «Se oggi siamo qui a parlare di bar e di cocktail è anche grazie a lui». Mai frase è stata più vera.


