Emirati Arabi, la voce dei nostri operatori nell’hospitality

italiani a Dubai
Sono oltre 30.000 gli italiani che lavorano negli Emirati, hub mondiale dell'ospitalità. Dopo l'attacco missilistico iraniano che ha colpito il Paese, Laura Marnich e Francesco Galdi, senatori del Drink Team e da anni attivi a Dubai, raccontano come il comparto sta gestendo la tensione, tra chiusure precauzionali e una ripresa operativa che non si è fatta attendere

C’è un momento, nelle grandi città, in cui il silenzio pesa più del traffico. A Dubai è successo sabato mattina, quando la notizia dei missili iraniani diretti verso Abu Dhabi e Dubai ha attraversato i grattacieli più veloce del vento nel deserto. Da quel momento, la capitale mondiale dell’ospitalità con vista ha iniziato a trattenere il fiato. Dubai e Abu Dhabi sono diverse come due sorelle cresciute nella stessa casa. La prima esibisce i tacchi a spillo del Burj Khalifa, la seconda preferisce la compostezza istituzionale. Ma condividono lo stesso passaporto - Emirati Arabi Uniti - e lo stesso destino di hub globale dell’hospitality. Qui lavorano circa 30.000 italiani, molti dei quali dietro un banco bar, in un fine dining o nella cabina di regia di un hotel cinque stelle. Tra loro ci sono due senatori del Drink Team di Bargiornale: Laura Marnich e Francesco Galdi.

Sotto il Burj Khalifa

Laura Marnich è founder & co-owner di Bee Leaf Boutique Bar Consultancy, società di consulenza fondata nel 2024 a Dubai dopo una lunga esperienza operativa. Prima general manager di Ergo Dubai, ancora prima bar manager per Zuma Restaurants tra Dubai e Abu Dhabi. Una carriera costruita sul campo, nel cuore di un mercato che non perdona improvvisazioni. Vive sotto il Burj Khalifa - che è un po’ come abitare sotto un faro acceso giorno e notte. «Mi chiedi come va? Sabato sera e domenica mattina è stato un po’ pesante», racconta. «Una palla di fuoco in cielo l’ho vista anche io. Non nascondo che un po’ di tachicardia mi è venuta. Ho dormito poco e per scaramanzia mi sono preparata una borsa nel caso dovessi scendere nei parcheggi sotterranei. Vivo sotto al Burj Khalifa, qualche drone è passato a filo, poi quattro tuoni forti lunedì mattina. Ora sembra ok. Chi può lavora da remoto, gli altri sono tornati operativi con prudenza. C’è un grande sentimento di fiducia verso la difesa interna. La preoccupazione più grande, adesso, riguarda le ricadute sul prezzo del petrolio e sull’economia, con i possibili effetti sullo stretto di Hormuz».

In una città che ha trasformato il lusso in sistema industriale, la paura non ha avuto il tempo di diventare panico. È rimasta una tensione trattenuta, metabolizzata in procedure.

Con cautela, ma senza panico

Francesco Galdi osserva la stessa scena da un’altra prospettiva. Corporate operations & beverage manager di Buddha-Bar Worldwide, da dodici anni negli Emirati, oggi guida il comparto beverage e operations del gruppo nella Regione dopo un lungo percorso come corporate beverage manager. È uno di quelli che lavorano dentro la macchina dell’hotellerie di alta gamma, dove ogni decisione ha un impatto su centinaia di collaboratori.

«La prima sensazione è stata surreale», racconta. «Poi sono arrivate direttive chiare: restare in casa, evitare spazi aperti, lontani dalle finestre. Dopo le prime ore, la città è rimasta calma. Nella zona tra Dubai Marina ed Emirates Hills la vita è continuata con cautela, ma senza panico. Personalmente non ho mai dubitato di essere in mani estremamente competenti. La fiducia nelle istituzioni qui è un elemento strutturale». Strutturale significa che non nasce dall’ottimismo, ma dall’esperienza.

Sulla narrazione europea Galdi è netto: «Si è vista una distinzione tra chi conosce la città e chi inseguiva visibilità. Sono circolati video fuorvianti, vecchi incendi riproposti come attacchi, notizie infondate. Negli Emirati la diffusione di fake news è un reato con sanzioni severe. Il Governo mantiene una linea di tolleranza zero». Nel frattempo, sul piano operativo, alcune “venues” del gruppo hanno scelto una chiusura temporanea, in via precauzionale. «Ci siamo confrontati con gli hotel manager con grande senso di responsabilità. Dialogo pragmatico, nessun allarmismo. Sicurezza di ospiti e staff al primo posto. È realistico ipotizzare un calo iniziale del turismo, ma serviranno dati concreti per valutare l’impatto».

L’hospitality come “termometro”

Ed è qui che l’hospitality diventa cartina di tornasole. Perché non è solo un settore economico: è un termometro emotivo. Se le lobby restano vive, se i ristoranti riaprono, se i cocktail tornano a essere miscelati, significa che la città ha deciso di non cedere al racconto della paura. Gli Emirati hanno attraversato crisi finanziarie, fasi recessive globali, una pandemia. Ogni volta la risposta è stata rapidità decisionale e visione strategica. «C’è un detto qui», ricorda Galdi, «mentre il mondo si preoccupa del problema, Dubai si occupa del problema». Può sembrare marketing. Ma chi vive e lavora qui da anni parla di metodo.

È presto per capire quali saranno gli effetti a medio termine su turismo e nightlife. Un rallentamento è plausibile. Una paralisi no. L’ecosistema hospitality degli Emirati è abituato a gestire la complessità, non a subirla. Forse la differenza sta tutta qui: non nell’assenza di rischio, ma nella capacità di organizzarlo. E nell’ospitalità, organizzare l’incertezza è già una forma di leadership.

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