Ticket a 10 euro, una spinta ai consumi

Fuoricasa –

Elevare il valore esentasse dei buoni pasto favorirebbe utenti e mondo della ristorazione. L’intera filiera auspica una riforma per velocizzare pagamenti e rimborsi

Ritorna caldo il fronte dei buoni pasto con la battaglia per elevarne la soglia di defiscalizzazione almeno fino al valore di 10 euro (oggi la soglia è 5,29 euro). Un'iniziativa caldeggiata dalla Fipe, Federazione italiana dei pubblici esercizi, per ridare una boccata d'ossigeno ai pubblici esercizi e ai consumi fuori casa che soprattutto nel momento strategico della pausa pranzo stanno scontando i rigori di una crisi che si annuncia di lungo termine. Una misura che solo un mese fa sembrava a portata di mano con l'ipotesi di finanziare l'innalzamento del valore esentasse dei tagliandi sostitutivi del servizio mensa con i fondi raccolti tramite le sanzioni decise dall'Antitrust nel 2008. Un'ipotesi che è rimasta tale. Gli incassi derivanti dalle multe fatte dal garante per la concorrenza andranno, infatti, ad integrare la dote della “social card”, la carta prepagata destinata agli anziani a basso reddito per effettuare acquisti scontati. «La social card è un'iniziativa molto importante - osserva il presidente della Fipe, Lino Stoppani - e anche ai pubblici esercizi è stato chiesto di entrare a far parte della rete di punti vendita visitati dagli anziani più bisognosi. Questa iniziativa però non è sufficiente a far ripartire i consumi. Per questo chiediamo che sia riproposta la defiscalizzazione del buono pasto fino a 10 euro. Non comprendere i bisogni di due categorie in difficoltà allo stesso modo e mettere in conflitto le loro aspettative significa non capire le esigenze della società».

Un valore troppo basso  
Si spera che il provvedimento sia solo rinviato. Anche perché a volerlo non c'è solo la Fipe ma tutti gli operatori della filiera (società emettitrici, sindacati e consumatori finali) che vedono nell'innalzamento del valore esentasse un primo passo verso quel rilancio della domanda che tutti, almeno a parole, auspicano. Non è infatti un mistero che un ticket oggi non si riesce a comprare neppure un pasto completo, dal momento che basta appena per un tramezzino e un succo di frutta ed è sempre più spesso utilizzato come “buono spesa” al supermercato: un utilizzo alternativo “improprio” che per il fuori casa rappresenta un ulteriore emorragia di fatturato. Considerato che gli utenti giornalieri sono circa 2 milioni e oltre 150 mila i bar e ristoranti convenzionati con le diverse società emettitrici, aumentare il valore dei buoni pasto aiuterebbe non solo gli esercenti ma anche in particolare i dipendenti del settore privato, annullando la discriminazione rispetto ai colleghi del settore pubblico che già godono di un trattamento decisamente più generoso (ad esempio, 10 euro per i dipendenti Inps, 10,79 per quelli Inail, 7 per i ministeriali ecc.).
 
L'obiettivo è raggiungere standard europei 
«Alzare il valore nominale e defiscalizzato del buono pasto, fermo dal 1997, significa adeguarlo al costo della vita - dice Carlo Pileri, presidente dell'associazione difesa e orientamento dei consumatori Adoc. Negli altri Paesi europei l'adeguamento è già stato fatto: in Spagna il valore defiscalizzato è di 9 euro, in Francia 8 e in Portogallo 7 euro». Gli fa eco Gianfranco Cerasoli, segretario nazionale delle attività culturali della Uil: «Con questi valori superati ormai è un problema anche inserire i buoni pasto nelle contrattazioni aziendali. Avanti di questo passo si corre il rischio che il sistema s'inceppi».

Le aste al ribasso deprimono i coupon
Già, il rischio è forse proprio questo: che, come è successo per le Borse mondiali, il sistema dei buoni pasto finisca per avvitarsi su se stesso. Al di là della soglia esentasse, secondo diversi emettitori bisogna intervenire contro gli effetti perversi delle gare al ribasso e della ricontrattazioni. «Le gare d'appalto chiedono il 16 e anche il 19% di sconto sul valore del titolo - spiega Giovanni Scansani, amministratore delegato di RistoChef che con BuonChef è uno dei principali attori nazionali. Questo incide sul valore nominale scaturito dalla trattativa originaria fra il datore di lavoro e i dipendenti e snatura la funzione stessa del buono pasto che, come anche recentemente ribadito dalla Corte dei Conti, è di tipo sociale e assistenziale». Non meno grave è il problema della solvibilità e della competizione “senza regole” tra le aziende emettitrici: «In Francia operano solo quattro emettitori in concorrenza fra loro, mentre in Italia ci sono poche barriere in entrata e il settore è ancora troppo frammentato - osserva Graziella Gavezotti, amministratore delegato di Accor Services che con Ticket Restaurant è leader in Italia con il 46% di quota di mercato. La soluzione del miglior offerente non premia la qualità ma il prezzo e ciò impoverisce il servizio».

Una centrale per assicurare i rimborsi
Anche a valle della filiera, non mancano i problemi. Baristi e ristoratori si lamentano dei crescenti costi della burocrazia per commissioni diversificate, mancati rimborsi, cancellazioni, pagamenti in ritardo ecc. La soluzione potrebbe essere la costituzione di una centrale dei rimborsi per sveltire i tempi di pagamento agli esercenti. In Francia già esiste. Una sorta di “camera di compensazione”, un organismo centrale di garanzia per i rimborsi. Come funziona? Ciascuna società emettitrice dovrebbe aprire un conto corrente presso un istituto bancario terzo (da noi potrebbe essere la Banca d'Italia) alimentato dagli importi che i clienti-datori di lavoro pagano per l'acquisto dei buoni pasto. In questo modo si costituirebbe con certezza la provvista per pagare gli esercenti. Il vantaggio per il barista-ristoratore nel caso esistesse una centrale simile è evidente: nel momento in cui incassa un buono pasto, sa che il corrispettivo in denaro è già versato in banca. In questo modo si ovvierebbe così all'annoso problema del ritardo nei pagamenti che tanto affligge molti esercenti.

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