Stile londinese, cuore napoletano

La storia di Pomigliano d’Arco è collegata al proprio distretto industriale, principale fonte di occupazione e crocevia di persone provenienti da tutta Italia. È in questo luogo di provincia, con i campi dell’agro nolano da una parte e lo stabilimento della Fiat poco più avanti, che Nino Siciliano ha aperto cinque anni fa la sua finestra sul mondo. L’insegna del locale è “Speakeasy Cocktailbar” e si tratta di una creatura con una missione ben chiara e coraggiosa che ha il sapore di una sfida: portare l’alta miscelazione in una cittadina della Campania ubicata nell’area metropolitana di Napoli.

Raggiungiamo il locale attraversando la piazza centrale, una folla ci suggerisce l’ingresso. Varcandolo, l’impatto è impressionante. Su tutto si staglia un bottigliere spettacolare, tra i più belli della Campania. Alto quasi 4 metri, distribuito su 5 ripiani, custodisce etichette provenienti da tutto il mondo, con una presenza massiccia di malti di tutte le origini, amore personale di Nino Siciliano.

L’accesso è libero

Una prima precisazione: del concetto di “speakeasy” il locale prende solo il nome e l’ispirazione storica, ma non la modalità di accesso. A differenza dei locali segreti in voga negli Stati Uniti ai tempi di Al Capone e del Proibizionismo (1919-1933), lo Speakeasy Cocktailbar di Pomigliano è aperto e accessibile a tutti. Dunque, nessuna password o parola d’ordine. L’ambiente è un tributo ai tempi che furono con tavolini di legno, lampade Liberty, colori e luci soffuse studiate per donare al cliente suggestioni di inizio Novecento. Lo stesso logo del locale è un tributo alle origini del termine “cocktail”, nato secondo una delle tante leggende, dalla somiglianza cromatica tra un drink, preparato con gin e succo d’arancia, alla coda di un gallo. Ma quale è stata la molla che ha fatto scattare questa voglia di speakeasy a Pomigliano?

Un vero community bar

«Agli inizi è stato complicato - spiega Nino Siciliano - ma ci siamo riusciti. Dal mio punto di vista il segreto è stato nel cogliere una delle priorità di un paese: il senso di comunità. Ogni sera, anche se il locale è affollato, cerchiamo di condurre per mano l’ospite, sia offrendogli una guida per districarsi tra le tante voci della nostra cocktail list, sia ponendoci in modo sempre affabile e cortese». E non si tratta solo di parole. La centralità dell’ingrediente “hospitality”, croce e delizia di ogni bar, è stato un elemento decisivo per il successo del locale. Talmente cruciale da segnarne l’evoluzione: «L’approccio a una miscelazione di alto profilo e di ricerca non è stato immediato. Al contrario è stato frutto di un processo graduale. Inizialmente lavoravamo anche con bottiglie meno di nicchia, meno ricercate. Con il tempo abbiamo proposto nuove soluzioni ai nostri clienti, ricreato sapori antichi che incontrano il gusto della clientela, introdotto bitters home-made, drink classici ma poco noti. È fondamentale rispettare i tempi degli ospiti. Non si può imporre un drink, bisogna fare in modo che sia l’ospite a desiderarlo. Questo circolo virtuoso si può innescare puntando sul dialogo e offrendo una sensazione di comfort. Chi fa questo mestiere è pagato prima di tutto per essere un bravo padrone di casa, poi per le sue qualità di barman».

Londra? No, Pomigliano

La cura dei dettagli nella miscelazione è un argomento altrettanto serio. Allo Speakeasy di Pomigliano ci sono, infatti, tutti gli elementi che potremmo trovare in un bar di Londra o di New York. Ci sono le venature cromatiche e la consistenza perfetta di un classico pre-proibizionista come il Clover Club, magistralmente realizzato da Nicola Mangiacapra, presentato con la tradizionale decorazione, dei lamponi immersi in una spuma che alle labbra sembra avere la consistenza della seta. Per arrivare anche ai palati meno allenati si è cercato di puntare su ingredienti semplici e familiari. È il caso del Bee Sour, interpretazione del Whisky Sour preparata con bitters alla lavanda e liquore alla camomilla. In questo miscelato, come in un triangolo magico, spiccano gli aromi dolci e morbidi della camomilla, la freschezza della lavanda e il gusto vigoroso del Bourbon. Non mancano in carta gli omaggi all’universo agave, tanto di moda, trasversalmente, nei migliori bar del mondo. Il più emblematico è Sun of Mexico, una ricetta che parte dal mondo messicano (con Tequila Ocho), viaggia tra le strade dello zenzero (con Domaine de Canton, liquore prodotto e imbottigliato in Francia nella valle della Garonna) e conclude in gloria il suo percorso tra le note di bitters alla cioccolata e quelle agrumate del succo d’arancia.

Impegno e professionalità

I modi affabili di Nino Siciliano, la classe dei gesti e della mixology di Nicola Mangiacapra sono messaggi evidente del’impegno di un locale che vuole differenziarsi. Lo percepiamo dall’entusiasmo dell’ennesima persona che si avvicina al banco e, salutando Nino, gli racconta di un viaggio e gli mostra le foto di un cocktail bar straniero. Tanti sorrisi, tutti ricambiati. Forse sta in questi legami il segreto di un posto speciale.

La ricetta - Clover Club

Ingredienti

45 ml London Dry Gin, 15 ml Dry Vermouth, 15 ml Raspberry Syrup, 15 ml succo di limone, 20 ml albume d’uovo

Preparazione

In coppetta. Dry Shake e Double Strain. Garnish: lampone e foglia di violetta

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