La cachaça si fa strada anche in Italia. A partire dai prodotti premium

Italia come traino per i consumi degli alcolici in Europa, in particolare per i prodotti top. Ne è convinto Leonardo Pinto, fondatore e direttore di ShowRum, che abbiamo incontrato appunto in occasione della kermesse romana, che si è svolta agli inizi di ottobre.

Pinto parte dai numeri dell’ultima arrivata in fatto di distillati di canna da zucchero, la cachaça: un prodotto ancora in uno stadio di costruzione e affermazione, tanto che, dice Pinto, perfino fra gli addetti ai lavori c’è chi fa fatica a considerarlo come un rum agricolo brasiliano, quale di fatto la cachaça tradizionale è. Come il rhum agricole della Martinica, nel 2001 la cachaça ha ottenuto la denominazione di origine protetta.

I numeri della produzione del distillato brasiliano, secondo Pinto, dimostrano due fattori: il primo è che siamo ancora agli albori, il secondo che le distillerie lavorano al momento a mezzo servizio. La produzione del Brasile potrebbe infatti arrivare a 1,2 miliardi di litri all’anno, ma in realtà si ferma a 800 milioni. Anche il numero delle distillerie, composto di centinaia di microimprese, si attesta sulle 15mila, di cui 12mila regolarmente dichiarate, ma solo 2mila iscritte al Ministero per l’agricoltura brasiliano.

Pochissime le etichette che effettivamente arrivano all’export, in particolare verso l’Europa. E, secondo Pinto, è proprio l’Italia il paese da cui partire. Cita i numeri forniti dall’Ibge (Istituto brasiliano di geografia e statistica) per dimostrare la sua teoria: «per fare un paragone con un grande importatore come la Germania, notiamo come quest’ultimo importi un volume di 28,53% di cachaça rispetto all'Italia, che si attesta sul 4,08%. A margine, tuttavia, di una percentuale sui proventi del 6,40% provenienti dall’Italia contro il 15,75% della Germania». Che vuol dire questo? «Che si consuma una cachaça di fascia più alta, nonostante il mercato sia ancora agli albori, ereditando un trend italiano legato al mondo del rum».

Questi dati, secondo Pinto dimostrano che anche la diffusione del distillato brasiliano in Italia e in Europa sta seguendo un trend già visto con il rum e il whisky: «L’Italia è un paese capace di lanciare dei trend sui consumi di prodotti di alta fascia». Insomma, finiamo per fare da traino verso gli altri paesi confinanti, come la Germania, che hanno volumi di vendite ben più alti dei nostri, per via della popolazione e della maggiore attitudine a bere alcolici. Come mai? Grazie alla buona reputazione che hanno gli italiani all’estero: «Siamo visti come quelli che hanno più gusto in fatto di bere e mangiare e, per questo, se un prodotto ha successo in Italia è pronto per invadere anche gli altri paesi europei. Non lo sappiamo, ma abbiamo un potenziale strepitoso, specialmente per i prodotti di fascia più alta».

È stata la crisi a livellare verso l’alto i consumi dei distillati in generale e del rum in particolare, insieme alle diverse misure di contrasto all’abuso di alcol attuate dai paesi europei. Di conseguenza, la scelta che ne è venuta fuori è che si beve meno, ma si beve meglio. «I numeri del rum di alta fascia registrano comunque una crescita annuale costante – afferma Pinto –, così come non perdono terreno più di tanto i rum da lavoro, evidenziando come sia i prodotti qualitativamente alti, sia la miscelazione base rum tengano sul mercato».

E se i primi hanno subito un calo nei consumi presso la ristorazione, hanno visto tuttavia un incremento del consumo casalingo, con una predilezione verso i rum da degustazione, fatti bene, ma non necessariamente rarissimi e costosissimi. A sostenere i rum da lavoro, invece, ci ha pensato la crescita del mondo del bartending, dove comunque vincono i prodotti qualitativamente stabili e interessanti, dal momento che il barman di oggi è un professionista più informato e attento alla qualità di ciò che serve.

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