Ritorna l’insegna Camparino

Locali –

Dall’inizio dell’anno lo storico locale milanese di Galleria Vittorio Emanuele ha ricollocato sulle vetrine il nome “Camparino in Galleria”, riprendendo una tradizione mai dimenticata come luogo principe del’aperitivo

Lo storico bar all’angolo tra Galleria Vittorio Emanuele e i portici settentrionali (ala ovest) di piazza Duomo ha cambiato ancora insegna, tornando a innalzare dall’inizio dell’anno l’insegna “Camparino in Galleria”, arricchendo di un ulteriore episodio la sua storia piuttosto movimentata e complicata. Vediamo di ricostruirla. Inaugurato da Davide Campari nel 1915 come piccolo locale (40 mq) per consumi di passaggio (in piedi), di fronte al ben più grande e rappresentativo Caffè Ristorante Campari (oggi Autogrill, ala est) aperto dal padre Gaspare Campari fin dalla inaugurazione della Galleria (1867), poteva vantare il miglior bitter ghiacciato della città, grazie a un originale impianto per il seltz allocato nella sottostante cantina. Molto curato l’arredo, ispirato allo stile impero.

Grazie anche alla sua posizione, il “Camparino” diventa negli anni il tipico luogo dei milanesi per darsi appuntamento, d’affari o di cuore, oltre che come punto d’incontro per compassati salotti letterari o per animate riunioni di artisti, a cominciare da quelli futuristi. Ma il “primo” Camparino dura solo quattro anni. Esasperato dai continui danneggiamenti (86 vetrate distrutte una dopo l’altra) a causa dei continui scontri tra dimostranti pro e contro l’interventismo italiano nella Prima guerra mondiale, Davide Campari cede la gestione all’amico e concorrente Carlo Zucca che ne farà la culla dell’aperitivo al rabarbaro. Solo la gestione, visto che i muri erano e rimangono a tutt’oggi del Comune di Milano. Nel 1923 viene completamente rinnovato in base ai temi liberty dell’epoca, arricchito da un grande bancone in legno con intarsi opera dell’ebanista Eugenio Quarti, dai mosaici del pittore Angelo D’Andrea e dal grande lampadario in ferro battuto di Alessandro Mazzuccotelli. Dopo i bombardamenti alleati dell’agosto 1943 che colpiscono duramente la Galleria, il testimone passa a Guglielmo Miani, affermato sarto milanese, i cui discendenti sono gli attuali gestori. Con un accordo nel 1983 la Campari ottiene di installare le insegne “Camparino” sulle vetrate del Caffè Miani. Nel 1990 il locale viene ampliato annettendo i locali dell’adiacente ex Libreria di Stato. Decaduta la licenza di utilizzo per “Camparino”, nel 1996 il locale di Teresa Miani (figlia di Guglielmo Miani) e del marito Orlando Chiari rialza fino ad oggi le insegne “Zucca in Galleria” grazie a un accordo con Illva Saronno.

Tornato a potersi chiamare dall’inizio dell’anno “Camparino in Galleria” (inaugurato il 24 gennaio), il locale ha mantenuto l’arredo originale degli anni Venti, mentre l’insegna è stata reinterpretata dall’artista Ugo Nespolo. Sul banco tornano quindi alla grande le specialità tipiche a base di Bitter Campari, da quello semplicemente shakerato con buccetta di limone (nella foto di Marco Curatolo) ai cocktail più famosi come Americano, Negroni, Negroni Sbagliato, Garibaldi, Orange Passion. «Siamo molto orgogliosi di poter ricominciare a chiamare “Camparino” lo storico bar di Davide Campari – commenta Jean Jacques Dubau, managing director Campari Italia – meta per eccellenza dell’aperitivo a Milano e nel mondo. Con questo progetto, Campari ritorna nel luogo simbolo delle sue origini: un bar che ha visto nascere il mito dell’aperitivo come momento unico di convivialità e relazione sociale».

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