Mercato in pieno sviluppo per i microbirrifici

Dieci anni fa erano una trentina, oggi superano quota 600. Sono i microbirrifici, produttori di birra artigianale che stanno vedendo un vero e proprio boom di aperture: oltre la metà ha iniziato l’attività negli ultimi 5 anni, per lo più ad opera di under 35. Un mercato di nicchia, se si pensa che degli oltre 13 milioni di ettolitri prodotti in Italia, circa 500mila si possono considerare artigianale, anche se una definizione univoca del comparto non esiste. Per Alessio Selvaggio dell’associazione UnionBirrai, un’ipotesi potrebbe essere considerare tali le aziende con una produzione di massimo 5mila ettolitri di birra non pastorizzata l’anno.

Il settore birrario dà lavoro direttamente a 4.750 persone, che salgono a 136.000 con l’indotto allargato. Di questi, si calcola che 1,2 siano gli addetti per ciascun microbirrificio, ma secondo Filippo Terzaghi, direttore di Assobirra, questo numero si può portare facilmente a due: «Ci siamo accorti - dice -che anche nel birrificio più piccolo c’è sempre un addetto che si occupa della produzione e un altro che gestisce gli aspetti amministrativi e di vendita del prodotto».

A meno che non si tratti di un brewpub, in cui oltre agli addetti all’impianto si deve aggiungere il personale che gestisce la sala. A proposito di vendite, ciò che cresce e allontana il momento di scoppio della bolla è il mercato estero, che assorbe circa il 10% della birra prodotta in Italia e che vede nuove opportunità con Expo per continuare a diffondere il buon nome del made in Italy anche in ambito brassicolo. A caratterizzare le artigianali italiane, uno stile aromatico marcato: «Il sentore di castagna - secondo Alessio Selvaggio - è riconosciuto come un classico nostrano, così come si sta affermando la fermentazione con mosti di vino o l’invecchiamento in botti riciclate dalla lavorazione del vino».

Potenzialità da sfruttare

C’è possibilità di crescita anche sul mercato interno, se si pensa che gli italiani bevono 29 litri di birra pro-capite all’anno, poco rispetto ai 144 della Repubblica Ceca o ai 105 della Germania. Dice Terzaghi: «Beviamo una bottiglia da 33 cl ogni 10 giorni, in corrispondenza dei pasti, con una predilezione per l’accoppiata pizza&birra. Va bene essere una nazione virtuosa nel rapporto con l’alcol, ma per la birra c’è un vuoto di mercato da aggredire, per esempio quello dell’aperitivo, che in abbinamento con le artigianali potrebbe funzionare».

Per tutti, resta l’inadeguatezza della normativa vigente, che risale agli anni ‘60 e che non considera l’esistenza della birra artigianale, ma distingue solo le seguenti categorie in base ai gradi: analcolica, light, birra, birra speciale, birra doppio malto. Per questo Selvaggio consiglia ai suoi associati di «Non specificare mai in etichetta la dicitura “birra artigianale” per evitare rischi e sanzioni».

La nota dolente è però la tassazione. Afferma Terzaghi, ricordando il claim della petizione “Salva la tua birra”, lanciata dalla sua associazione: «Un sorso di birra su due se lo beve lo Stato, fra Iva e accise, che sono aumentate del 30% negli ultimi 18 mesi». Una mazzata per i piccoli produttori. Inoltre, denuncia l’associazione, è una tassa occulta: secondo una recente indagine di Doxa per Assobirra, 9 italiani su 10, quando bevono una birra, non sanno di pagare le accise.

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