La ferita, sempre aperta, delle frodi

Contraffazioni –

Non sono rari i casi di gestori che “travasano” alcolici da bottiglie di sottomarche a bottiglie di prodotti premium o che vendono distillati o vini contraffatti spacciandoli per autentici. Comportamenti fraudolenti che, se scoperti, si pagano a caro prezzo

Recentemente ha destato scalpore la notizia di un gestore di un bar in provincia di Padova sorpreso dai Carabinieri dei Nas armato di imbuto a travasare alcolici da bottiglie di sottomarche in bottiglie con etichette conosciute. Molto probabilmente, però, qualcuno dei suoi clienti aveva intuito che quanto veniva versato nei bicchieri non corrispondeva a quanto ordinato. I controlli hanno fatto il resto e il gestore è stato denunciato per tentata frode. «Si tratta chiaramente di un comportamento fraudolento - spiega Calogero Moscato, tecnico d'igiene, esperto di legislazione sui pubblici esercizi e un passato da ispettore dei Nuclei Antisofisticazione e Sanità (Nas) dei Carabinieri - che ha conseguenze molto gravi per l'esercente che rischia la reclusione fino a due anni e la sospensione della licenza. Detto questo, anche sulla base della mia esperienza come ispettore dei Nas, è molto difficile che un consumatore arrivi a denunciare un gestore anche perché generalmente i prodotti utilizzati sono spesso per gusto e aroma molto simili a quelli originali. Inoltre, tali prodotti vengono impiegati soprattutto nella miscelazione e quindi amalgamati con altri ingredienti. Dunque, a meno di essere un super esperto, il loro riconoscimento diventa quasi impossibile».
Facili guadagni

Una pratica altrettanto pericolosa ma affine a quella del “travaso” consiste nell'utilizzo tout court di alcolici contraffatti. Generalmente si tratta di prodotti scadenti, di bassissima qualità e di dubbia origine. In tal caso l'alcol contraffatto può essere contenuto in bottiglie del tutto identiche a quelle delle migliori marche: solo che possono costare all'esercente anche meno di euro o poco più. È chiaro che, in tempi di crisi, un imprenditore possa essere tentato dal facile guadagno che deriva dalla vendita di alcolici contraffatti soprattutto se gestisce un locale che macina grandi volumi. «La contraffazione - puntualizza Moscato - consiste in un'azione fraudolenta finalizzata a far apparire un prodotto alimentare dotato di caratteristiche diverse da quelle che possiede realmente: è il caso, ad esempio, della commercializzazione di una bevanda alcolica, addizionata con metanolo o aromatizzanti, spacciata per vodka o gin». Il gestore nel commercializzare questi prodotti contraffatti diventa complice di un meccanismo che non solo va a ledere la reputazione delle marche “falsificate”, ma che potenzialmente può arrecare seri danni alla salute dei consumatori. Qui si entra nel campo della frode sanitaria vera e propria: non si tratta solo di vendere una cosa per l'altra (frode commerciale), ma di alterare la qualità di un alimento in modo tale da renderlo nocivo. E commercializzare questi prodotti è un reato molto grave: si incorre nel reato di “commercio di sostanze alimentari contraffatte o adulterate”, la cui pena prevede la reclusione fino a 5 anni, oltre l'interdizione dalla professione da 5 a dieci anni. Tornando alla casistica più comune, quella della vendita di un prodotto dichiarato con caratteristiche più pregiate di quelle che in realtà possiede, è difficile quantificare il fenomeno. Anche se, di tanto in tanto, qualche campanello d'allarme suona. Ad esempio, nel 2009 l'assessore alla Salute del comune di Milano, Giovanni Landi di Chiavenna, fece, in occasione del lancio di una campagna contro l'abuso di alcol, una dichiarazione shock, denunciando che nel 25% dei locali di Milano e provincia, in pratica uno su quattro, si smerciavano prodotti alcolici contraffatti. Sul banco degli imputati finirono soprattutto le discoteche sospettate di vendere bottiglie di marca contenenti alcolici scadenti come fossero originali. Inutile dire che la dichiarazione provocò una levata di scudi da parte delle associazioni di categoria. Dura, a tal proposito, fu la presa di posizione del Silb Milano, il sindacato delle discoteche e dei locali da ballo, che rispedì al mittente la denuncia, puntualizzando la completa estraneità dei propri associati alle accuse. Casi di cronaca a parte, se è da una parte è sbagliato criminalizzare un'intera categoria di imprenditori, dall'altra, è altrettanto sbagliato far finta che il problema non esista. E, assodato che esistono, anche se per fortuna rari, casi che vedono protagonisti in negativo gestori di bar o di disco, è lecito chiedersi da dove provengono i prodotti contraffatti.
Contraffazioni “doc”

«Molti arrivano dall'estero - spiega il nostro esperto - ad esempio, la Romania si è specializzata nella contraffazione di Champagne e Prosecco, ma è sempre più comune la provenienza nazionale, da distillerie, più o meno clandestine, localizzate magari in Lombardia o nel Veneto: si tratta di un business gestito da organizzazioni che al proprio interno hanno quasi sempre un chimico in grado di “confezionare” vini, liquori o distillati che sono molto simili a quelli originali di marca grazie a un'intelligente “manipolazione” degli ingredienti e del packaging». In realtà, il contraffattore è un “vero” imprenditore che sceglie il prodotto da falsificare dopo un attento studio di mercato e che si avvale di un pool di esperti in grado di sofisticare o contraffare ad arte qualsiasi prodotto: quindi non si pensi a personaggi improvvisati, cari a un vecchio immaginario cinematografico, che lavorano con mezzi di fortuna in sottoscala polverosi. Altrimenti non si spiegherebbe il giro d'affari di 7,8 miliardi di euro che ogni anno viene alimentato in Italia dalle attività di contraffazione più disparate.

Buona o malafede?

Tornando alle frodi “nostrane”, ci si chiede se nella trappola delle imitazioni o delle contraffazioni di prodotti alcolici possono cadere gestori seri e in buona fede che non hanno nessuna intenzione di violare le leggi. «In teoria - spiega Calogero Moscato - è un'ipotesi da non escludere. È chiaro, comunque, che bisogna sempre fare attenzione a cosa si compra: se un gestore acquista una bottiglia di whisky o di Prosecco, apparentemente di una grande marca, a un prezzo di gran lunga inferiore ai listini del proprio grossista di fiducia dovrebbe perlomeno insospettirsi. E, in presenza di controlli da parte delle autorità ispettive, il gestore, anche se ha effettuato l'acquisto in buona fede, rischia di essere denunciato per il reato di detenzione di prodotti contraffatti. Molto più grave dal punto di vista delle conseguenze sul piano penale - aggiunge Moscato - è la compravendita di bevande alcoliche o prodotti che sono proventi di reato: la fattispecie, in questo caso, è quella infatti della ricettazione».

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