India, terra dei miracoli

Dal mondo –

C’è fermento nei bar indiani. Col recente boom dei prodotti premium è cresciuto sia il livello dei locali sia dei barman. Visto (e assaggiato) nei top bar di Nuova Delhi

Shining India. La definizione di splendente l’ha guadagnata in tempi moderni: con le sue tecnologie all’avanguardia, la crescita economica vertiginosa e il consumismo di pochi, fortunati e, appunto, splendenti. Il subcontinente, dopo gli anni del mercato nero coloniale e quelli dei whisky contraffatti da un dollaro a bottiglia, si è avviato verso un periodo di modernizzazione che passa anche attraverso il mercato degli spirit.
Si prevede che entro il 2015 l’area dell’Asia-Pacifico conterà per il 73% (in volume) nella quota dei prodotti ultra premium. E l’India rappresenterà il fattore chiave di questa crescita, con un mercato di luxury spirit che toccherà quota 24 milioni di dollari (fonte Iwsr Global Forecast Report 2010-2011). A questo aggiungi che, con la crescita della ricchezza (Pil + 7,7%) e dell’urbanizzazione, si è assistito a un incremento del numero dei bar e dei club in tutta l’India. La cultura del cocktail è in forte ascesa in particolare a Nuova Delhi, metropoli da 22 milioni di abitanti in cui si mescolano senza soluzione di continuità le baraccopoli con gli shopping center che vendono Gucci e Prada. Basti dire che recentemente, nella capitale del subcontinente, si sono svolte almeno due grandi kermesse: il campionato mondiale per barman World Class e l’India Cocktail Month, in pratica un intero mese di eventi in alcuni dei migliori locali della città, dal Rick’s a The Blue Bar, dal Set’z allo Smokehouse Grill.

Locali ultrapremium
A svelarci la città e i suoi locali è Hemant Pathak, barman del Blue Bar del Taj Palace Hotel, un locale pluripremiato nel 2010 e nel 2011, oltre che per la qualità dei drink del suddetto, per i suoi arredi spettacolari: sedie rosso rubino, drappi da Opera, chandelier monumentali la cui luce viene riflessa dagli specchi del bottigliere. Qualcuno l’ha descritto come un lounge d’aeroporto quando indossa il vestito buono. «Finalmente nei nostri bar - sottolinea il barman - stiamo applicando le tecniche e gli ingredienti tipici della nostra cucina ultramillenaria al mondo del cocktail. È un gioco nuovo e infinito di abbinamenti tra spezie ed erbe fresche come rosmarino, cardamomo, timo, cannella e chiodi di garofano con succhi, centrifughe e spremute di frutta esotica, dal frutto della passione all’ananas». Il banco del Blue Bar è considerato il posto migliore del locale. Da qui si possono si ammirare i bartender alle prese con grandi classici (Corpse Reviver, Blood and Sand, New York Flip, Monkey Gland) e ricette originali come il whiskey sour preparato con citronella in infusione nel whisky o l’Open Sesame (semi di sesamo pestati con zucchero alla vaniglia, miele, ananas e bourbon Maker’s Mark) o il Belgravia con gin, cetriolo, liquore ai fiori di sambuco e zenzero. Il Blue Bar, come gran parte dei cocktail bar di Delhi, si trova all’interno di un hotel di prestigio. Ognuno di questi hotel punta su strategie diverse per richiamare i clienti non residenti. C’è per esempio chi gioca tutto o quasi sulla sua tradizione, come l’Imperial, che vanta al suo interno una collezione di migliaia di oggetti d’arte. All’interno dell’albergo, dopo aver passato la soglia e il consueto controllo al metal detector, troviamo il Patiala Peg, capolavoro Art Déco e uno dei più popolari locali di Nuova Delhi: deve il suo nome alle bevande alcoliche (peg) da 75 ml servite al posto di quelle consuete da 60 ml. Come racconta la leggenda, il bar commemora l’incontro, e il relativo brindisi, tra la squadra di cricket del Viceré d’India e quella del Maharajà di Patiala. Un tempo glorioso giunto fino a noi attraverso un’incredibile collezione di fotografie, onorificenze e titoli raccolti dal Maharajà di Patiala e dal suo esercito durante la Seconda Guerra Mondiale.

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